Articoli

storie-017_dei-consigli-strani-1-1

storia 017 dal mondo nuovo – dei consigli strani

Mi piacciono i manuali-nonmanuali che danno consigli strani agli aspiranti scrittori, cuochi, atleti, amanti, giardinieri… Oggetti, che dire libri non mi pare giusto, da aprire a caso per trovarci le parole risolutive, tipo:
Ora lascia perdere  
Togli un aggettivo
Scegli un altro momento
Esci e fa il giro della casa
Mettici qualcosa di piccante
Accarezzale i capelli
Inizia in modo perentorio
Tutte cose che possono risolvere una situazione di impasse o non servire a niente.
Sulla falsa riga di simili meraviglie il mio piccolo libro magico di consigli strani per aspiranti creativi inizierebbe con un
Fallo nero! 
Fallo bianco! 
sempre da intendersi in modo imperativo e non descrittivo, e continuerei con:
Ripeti, ripeti, ripeti, ripeti, ripeti… e poi
Fa tutto il contrario
Chiedile di darti una mano
Metti un tocco di beige e uno di fucsia
Basta! La simmetria è una malattia infantile
Abbassa o alza tutto
Cambia una parola, una forma
La cosa più importante è un’altra
Non è chiaro
Fa una cosa mai fatta
Spaventati della banalità
Vai!
Sarà una giornata fantastica!
Fa accadere le cose 
Esagera
Guarda cosa facevi quando hai iniziato 
Lascia così, c’è già un altro lavoro
Prendine uno e interpreta come vuoi…

storie-015_Buone-vacanze-1-1

BUONE VACANZE!

Buone vacanze un piffero! Non fraintendetemi, auguro a tutti qualche giorno di rigenerante relax ma non ho mai amato Agosto. Perfino durante la scuola mi dava fastidio la lunga pausa estiva che mandava all’aria il mio mondo proprio quando stava per accadere tutto… Adesso quelle sensazioni si sono moltiplicate. Passo venti giorni con la certezza che non sarà più come prima. Da una parte mi spiace, dall’altra non ne vedo l’ora. Agosto è il mese in cui mi prende la frenesia di fare tutto. Finisco e inizio progetti, scrivo almeno qualche pagina delle centinaia che aspettano da lustri, disegno con i ritmi del fare la maglia, vado in bici provando a fare giri sempre più lunghi, salgo almeno tre o quattro volte su a Cima Marana e al Fraccaroli sul Carega sperando di battere i crono precedenti. È Agosto, il mondo gira sempre come vuole ma c’è un’aria di possibilità infinite sospese nell’aria. Basta un colpo di vento, una serpe che attraversa il sentiero, una frase sbagliata, un’immagine che salta fuori da chissà dove ed è possibile tutto. Cambiare sguardo e cambiare parole, ripetere all’infinito un mantra e fissare le regole di giochi nuovi. Ci sono nuvole strane, ombre che cambiano, luci dure. Voglia di Inverno. Agosto è un bel mese per immaginare sentieri nuovi, per piantare paletti e abbattere recinzioni, per guardarsi attorno e farsi domande. Agosto è caos creativo pieno di silenzi e grida. È adesso la fine dell’anno e l’inizio di tutto. Ci sono le tasse da pagare, computer nuovi e biglietti di treni che vanno a sud da comprare… e su tutto la sensazione di essere sospesi nel vuoto, basterebbe un nulla… Buone vacanze!

storie-013-di-un-elenco-di-mobili-1-1

storia 013 dal mondo nuovo – di un elenco di mobili

Impossibile non finire per essere completamente fagocitato da “Il colibrì” neo vincitore dello Strega. L’autore architetto, poi la casa con i mobili dei genitori del protagonista, lui ingegnere, lei architetto con frequentazioni nei mitici Archizoom e Superstudio di Firenze. Prime pagine e di botto, la lettera con l’elenco dei suddetti mobili, nome, autore, data, produttore, stima… Un’esagerazione che neanche da Lanaro in Corso ai bei tempi. Il significato della parola “design” che diamo noi in Italia sta tutto lì, nell’elenco che ne fa Veronesi. Tanto per dire a caso –  Parentesi – Plia – Wassily – Boby – Sacco – Le Bambole – Eclisse – Sciangai – Grillo – Cubo… Tutto il mondo della plastica e dell’acciaio più bello che sia mai stato disegnato. Una casa di borghesi colti, ricchi e di sicuro un po’ snob ma chi se ne frega. Mi guardo attorno e viene su una botta di malinconia. Sommersi dalle brutte copie delle copie di schifezze inventate e prodotte da chissà chi, anche chi ancora crede nel progetto rischia di annegare ma in questo mare di merda non è il caso di giocare a palla e tanto meno di fare il morto. Ridiamo fiato alle idee, alla cultura dei materiali, delle forme, alla composizione dello spazio, alla capacità tutta italiana di mettere insieme produzione artigianale, cultura, comunicazione… È soltanto un bel gioco, conviene a tutti tornare a giocarlo in fretta. 

storie-009-del-nome-delle-cose-1-1

storia 009 dal mondo nuovo – del nome delle cose

Il nome delle cose cambia le cose. È un periodo in cui mi tocca pensare al nome di un nuovo tavolino, all’effetto che farà il nome di una borsa ad un certo pubblico anziché ad un altro… Capita, non si sa come, che si sommino nelle stesse giornate ricerche simili, necessità apparentemente uguali. Dare il nome ad un oggetto, a un’azienda, al proprio cane, non parliamo dei figli, è come farli nascere davvero solo allora. Lo dico con cognizione di causa visto che una delle storie epiche che mi hanno sempre raccontato in famiglia riguarda proprio il mio nome. Di come mi dovessi chiamare in un modo deciso da sempre e poi in un battito di ciglia mia madre me ne avesse imposto un altro. Le storie di tutti i nomi si assomigliano. Ore, giorni di brainstorming annullati da uno starnuto. Ricerche di mercato mandate a puttane dal ba-ba di un neonato. Eppure se l’intuizione può essere e spesso è magia, l’attribuzione definitiva deve sottostare a qualche regola. Chiamare Cuggi un nuovo marchio della moda non è scorretto è idiota. Un nome troppo lungo o difficile da pronunciare non sarà un buon viatico per niente e nessuno. Mi fa ancora sorridere ripensare a Troisi cha attribuiva la cattiva educazione dei figli alla lunghezza del nome. Luca! Imperativo. A-les-san-dro… Ciao. Come per mille altre cose quello che vale è il mix giusto di creatività e semplicità. C’è poi la cosa più importante che mette in secondo piano tutto, bello, brutto, lungo, corto, il suono più o meno giusto e tutto il resto. La necessità di una storia. Un nome senza storia nasce sempre monco. Non è necessario portare il nome di un antenato che non tornò dalle crociate. Basterà dare il nome del posto dove è cresciuto l’albero alla marmellata, quello di un sogno ad un figlio. Il nome di un sorriso ad una birra, quello della ricamatrice ad un abito. Chiamare la propria impresa col nome di una bimba incontrata per strada dall’altra parte del mondo e il nuovo divano col nome buffo del vicino di casa. Inizia sempre tutto con una storia da raccontare, il c’era una volta il nome con cui iniziano tutte le storie…

storie-004-dal-mondo-nuovo_1-1

storia 004 dal mondo nuovo

Fuori c’è già una Primavera sfolgorante. Ci hanno tolto il limite dei famosi 200 mt chiedendoci in alternativa di non allontanarci troppo da casa. Gli ultramaratoneti vivranno la cosa a modo loro. Io ho risolto, visto che al momento non riesco a correre con la mascherina continuerò a fare il circuito casalingo. Grande rettilineo tavolo da pranzo, tripla chicane all’esterno dei divani, curva parabolica lungo tavolino rotondo, diagonale interna tra i divani e fine del giro di nuovo sul rettilineo lungo del tavolo da pranzo, 20 metri che moltiplicati per 300 giri all’ora fanno giusti 6 km. I numeri dicono ritmo da passeggiata con annessa lettura di giornale ma vi posso assicurare che l’effetto è diverso. Rigenerato da un’attività apparentemente così cretina posso rimettermi a lavorare. E via di smart working. Newsletter e post come piovesse, grafica coordinata, logo, impaginati, siti internet e poi i trent’anni di tutti. Non ci crederete ma tra i 25 e i 35 anni fa sono nate un sacco di aziende. Anniversari già festeggiati con gran sfoggio di iniziative e altri che aspettavano solo queste belle giornate per mostrarsi e dare inizio agli eventi. Niente paura. Quello che non faremo a luglio sposteremo a settembre o a ottobre e se non sarà quest’anno sarà l’anno prossimo. Non potrà essere bisesto come questo. Avremo più tempo per organizzare celebrazioni ancora più evocative. Per festeggiare meglio. Magari per farci venire idee più brillanti e spendere meno. È incredibile quante sono le iniziative originali che vi siete inventati. Quante ne abbiamo costruite insieme. Tutte importanti, tutte direttamente legate alle storie delle imprese, così diverse e così simili. Trent’anni, molti di più o qualcuno di meno, restano un tempo fantastico da ripercorrere di slancio per proiettarsi ancora una volta in un nuovo mondo. Appoggiarsi al passato per prendere slancio e volare verso il futuro. Quelle che contano sono poche cose. La memoria, le relazioni, i valori che non si sono consumati e la voglia di realizzare ancora progetti che sembravano irrealizzabili, stupidi e invece erano solo acerbi. È passato un tempo bellissimo e il futuro è tutto quello che abbiamo.

storie-003-dal-mondo-nuovo_b

storia 003 dal mondo nuovo

Finisco adesso di immaginare come andrà a finire questa storia. Suona il telefono, tiro un sospiro. Là fuori c’è ancora qualcosa. È normale lavorare appesi al telefono. In questo momento il nostro smartphone sta diventando molto più di uno strumento di lavoro, più del giocattolo tecnologico che ci permette di comunicare, informarci, divertirci, condividere, imparare, leggere, fotografare, scrivere, creare, dipingere, ascoltare, viaggiare, pagare, misurare, giocare, guardare… e fare un’altra infinità di cose. A guardare quello che sta succedendo in Cina, a Wuhan, ci toccherà usare il telefonino come un lasciapassare che all’occorrenza diventerà il nostro secondino. l’App è quasi pronta. Ci dirà – Ok! Puoi uscire, puoi passare – o viceversa – No! Fermo lì! Sta a casa. Fatti curare -. Sarà il guardiano, l’infermiere, il medico, l’amico e anche quel gran figlio di puttana che ci inchioderà dove siamo senza darci vie di scampo. Ci toccherà dire ok, ci sto. Pur di andare a farmi una corsa, una passeggiata, un viaggio qualunque, mi andrà bene che si sappia tutto di me. Dove vado, con chi, quando, la mia temperatura, il battito… e più in là chissà che altro. Ci gioco come fosse un cucciolo di tigre e mi faccio un selfie. Sto dodici ore al giorno dietro lo schermo di un computer ma non perdo la vista. Telefonare per ore, leggere email telegrafiche o ripetitive e lunghe come serie televisive acuisce tutti i sensi. Sento i silenzi, il vuoto e la solitudine delle stanze reali. Bianche o buie, vuote, spigolose o calde… stanze di vita quotidiana diceva qualcuno. Raccontare le aziende, i prodotti, ha un po’ del raccontare queste giornate attraversate dal vuoto, dal silenzio e dall’immobilità che nascondono irrequietezza, ansia, gioia, paura, allegria, noia, bellezza, superfici, colori, squilli di telefono, sussurri e grida. Come raccontare di collane, spille, tagliacarte, di bottiglie pregiate, poltrone, orecchini, bulloni, stampi, modelle…
Racconti con tanti personaggi, travestimenti, buoni e cattivi, dialoghi, dettagli, paesaggi dentro cui si muovono i protagonisti, lampade, tavolini, foulard… oggetti che improvvisamente si animano e diventano angeli e demoni. Ieri era il trentesimo anniversario del primo episodio di Twin Peaks. Sento le prime note del tema… tum, tum… tum, tum… Ascolto il silenzio assordante delle strade deserte di questa notte e mi chiedo ancora… Chi ha ucciso Laura Palmer?

storie-002-dal-mondo-nuovo_1-1

storia 002 dal mondo nuovo

La notte tra domenica e lunedì è nevicato sulle colline intorno a casa. La spolverata bianca è arrivata fin quasi in pianura innevando Marana, la mia montagna. Mi è presa la fregola di comprarmi i ramponcini, quelli da mettere alle scarpe da trail. Forse quest’autunno o la primavera prossima verranno buoni.
Passo questi giorni di clausura forzata davanti al computer cercando di continuare a lavorare come sempre. Non è facile, i silenzi, le assenze, anziché rendere il lavoro più spedito mi mettono ansia. Come se il mondo là fuori fosse finito davvero. Fare design, comunicare il lavoro delle imprese al tempo del COVID19 sfiora l’assurdo, sembra d’essere in un vecchio film di Buñuel, in un racconto di King. Come qualche anno fa di sera tardi sull’A31 appena aperta, dopo mezz’ora senza anima viva intorno, in un flash dei fari, vedevo sempre la stessa ragazzina in camicia da notte bianca che attraversava traballante l’asfalto su una bici sgangherata e quando le ero addosso si girava e mi mostrava le orbite vuote. Non mi faccio fregare da questi scherzi della mente. Mi invento subito il mondo nuovo che deve esserci già lì fuori e non sarà tanto diverso da quello vecchio. Non saremo più buoni o più bravi, non faremo oggetti più belli o cose molto più interessanti ma ho la sensazione che saremo diventati tutti più consapevoli di un sacco di cose che non sto qua a contare. Il rischio è di sporcarsi di banalità da fare schifo. Abbiamo già iniziato a tirar fuori le vecchie foto, a raccontarci storie di mondi che esistevano molto prima di Instagram. È come se avessimo paura ma desiderassimo da morire svegliarci con i Beatles in diretta alla radio. Penso al restyling di un logo importante e mi ritrovo a giocare con concetti che maneggio con nonchalance e che forse non hanno già più senso. Parole come Vintage, Moderno, Minimal… a che mondo appartengono? Posto la foto di una modella sulla pagina Facebook di un cliente e devo correggere tre volte la storia del suo sorriso. Scrivo di aziende solide della filiera della meccanica che si rimbalzano l’hashtag #iopagoifornitori. Chiodi a espansione piantati nella roccia perché nessuno scivoli giù. Fuori un po’ piove e un po’ c’è il sole. Sembra una primavera come tante mentre Mauro ed Elisa provano a far tornare normale la morte nella casa di riposo di Merlara e io ho voglia di raccontare storie di gente che lavora e poi magari fa sport e pensa anche a scemenze. Penso agli aneddoti dell’incisore, l’artigiano che fa il lavoro più noioso del mondo e rende l’oro come velluto, alle storie nascoste dietro le lenti che amplificano lo sguardo ironico di un incassatore di diamanti. Penso alle mani del tappezziere che accarezza mille volte lo stesso tessuto prezioso. Film, racconti veri o solo immaginati, canzoni… Penso agli amici distillatori e a Faber che al culmine della sua malinconia chiedeva: – …tu che lo vendi cosa ti compri di migliore? –
Siamo in quarantena, nevica ad Aprile e non so come sarà il mondo nuovo. Annuso l’aria che tira in giardino, è più pulita, guardo in su verso Marana e passano le immagini di tutte le ultime corse.
Tiro un respiro forte.

storie-001-dal-mondo-nuovo

storia 001 dal mondo nuovo

Rocconto storie, scrivo, pubblico sui social dei clienti cercando di evitare le banalità e le cretinerie che la situazione troppo spesso ispira. Guardo avanti con determinazione e tutta la leggerezza che posso. È un periodo di merda per tutti. Lo so, sento i racconti dal fronte della mia compagna e degli amici che stanno in prima linea e nonostante siano tutti eccezionali mi mettono i brividi. È il momento di restare centrati, di non farsi prendere dal panico, di cancellare la paura e l’ansia. Non mi aiuta non poter più correre fuori. Un divieto che investe una parte importante della mia vita. Corro quindici, venti chilometri da trent’anni quasi tutti i giorni sulle ciclabili e sulle strade di campagna che circondano il posto dell’Alto Vicentino dove vivo. Bene, potrei fare nome e cognome dei runner che ho incrociato in questi anni da Montebello a Valdagno e l’elenco messo in colonna sarebbe più corto della lista della spesa. Ora invece sembra che tutti stiano andando in crisi d’astinenza da corsetta. Vabbè, so’ misteri. Io salto la corda davanti alla tv e non ci penso.
La settimana scorsa ho chiesto il potenziamento della connessione internet di casa che ogni due per tre saltava. Il commerciale di turno mi ha portato le scartoffie da firmare alla velocità di Spiderman ma poi… sa i tempi… data la situazione… ecco… Speriamo che la connessione sia decente oggi per la laurea on-line di mia figlia. La prima volta in assoluto allo IUAV. Studenti e professori della commissione tutti a casa in teleconferenza. Sperem! Certo è che laurearsi così… Vabbè! Lo racconterà ai suoi nipoti. Amen.
Questo è il momento buono per le aziende che vogliono iniziare a comunicare, per fare due riflessioni sul campionario, per pensare a nuove strategie o affilare gli strumenti da usare appena sarà possibile. Diamo una rinfrescata al sito, troviamo il modo migliore per gestire i social, pensiamo a produrre testi, video e nuovi materiali fotografici di qualità… Forse è il momento di pensare a nuovi prodotti, razionalizzare la produzione, togliere i rami secchi dal catalogo… Non è un gioco, lo so, il mondo si è fermato, lo so, ma non possiamo fare nient’altro che farci trovare vivi quando tornerà a girare.

AUGURI_

AUGURI, di chiacchiere, libri, corse e risate… 

AUGURI

AUGURI!
A me, a quelli che mi conoscono solo per questa newsletter, a chi ho incontrato in azienda e tra gli stand delle fiere e a quelli che mi conoscono bene per i tanti lavori fatti insieme.

Auguri di camminate, chiacchiere, libri, corse e risate, giochi e lavori che valgano la pena non solo per il guadagno ma per quanto si riesce a fare, per un po’ di soddisfazione, di bellezza, di utilità.

Auguri di conoscere persone con cui stare bene, di risolvere piccoli e grandi conflitti, di imparare qualcosa di nuovo, di prendere un cane e un gatto.

Auguri di regali che servano a vedere sorrisi.

Auguri di stare con i figli a parlare di tutto quello che hanno visto e hanno fatto, di cinema, sport, lavoro, libri  e tutto quello che interessa a loro.

Auguri di corse lunghe da condividere. Di giri in bici. Di fatica divertente e di malinconie senza tristezze, di piccoli viaggi pieni di cose nuove da vedere.

Auguri di ore passate in cucina a preparare risotti, paste e torte per quelli che si fermano a bere due bottiglie di vino buono. Di domeniche pomeriggio passate a vedere film strepitosi e poi a leggere oppure a far niente.

Auguri di evitare le solite arrabbiature per niente.

Auguri di scrivere tutto quello che aspetta d’essere scritto da una vita. Di mantenere la memoria delle cose importanti, di tutte le persone che hanno lasciato un segno e anche di più. Di star bene perché, come diceva mia nonna Piera, quando c’è la salute c’è tutto.

Auguri a me e a tutti di giorni di festa e un 2020 sereno.

LA-GENTE-DEL-MIO-LAVORO__x

LA GENTE DEL MIO LAVORO

 

LA-GENTE-DEL-MIO-LAVORO__2

Nel mio lavoro mi capita di incontrare gente di ogni tipo.
Fotografi bravissimi capaci di farmi vedere cose che non vedevo. Tipografi  e grafici che rimpiangono i vecchi strumenti del mestiere ma poi si aggrappano ai loro Mac come a figli. Imprenditori di ogni genere. A me toccano sempre i più creativi, quelli che mi cercano solo perché quelli come noi si attirano come  le nuvole. Trovo artigiani che con le mani sanno fare tutto costretti a passare carte. Incontro orafi che cercano tutti i giorni una forma nuova. Distillatori che come maghi mescolano il vento, la terra, il legno e l’acqua e ne esce un silenzio buono rotto da un po’ d’allegria. C’è chi trancia e piega lamiere grosse un dito con presse alte come una casa e costruisce stampi con la precisione sottile di un capello biondo. Chi fa bulloni, dadi e staffe che tengono insieme i pezzi dei posti dove viviamo. Gente che sa cos’è la bellezza perché ce l’ha dentro, che cuce tessuti preziosi e difficili intorno a forme ancora non viste, che rende prezioso un cuscino e comoda un’asse di ciliegio. Incontro imprenditori che a una cert’ora ne hanno due palle e aspettano che sia notte per chiamare dall’altra parte del globo.
C’è chi cura fiori, mele e uva leggendo vecchi libri color canna da zucchero e studia la terra da chimico, geologo sciamano.
Ho incontrato persone che conoscono tutti e girano per il mondo e altre che stanno Sempre ferme a incidere lastre d’oro grandi come uova di colibrì. Modelle bellissime e tecnici delle luci capaci di rendere morbidi chiodi piantati in lastre di marmo. Videomaker geniali e vanesi, web designer simpatici e saccenti, sviluppatori di software, commercialisti, pr, avvocati, psicologi e runner…
Ho visto la mia faccia riflessa negli occhi di tutta questa gente e le poche volte che mi sono piaciuto poi è stato bello lavorarci.

CORRERE

CORRERE E NON ARRIVARE MAI

CORRERESono già a Natale, anche se non è ancora ferragosto. Disegno packaging di panettoni e sono già in Primavera, al Vinitaly mentre scarabocchio le scatole e la grafica di un nuovo vino. C’è fretta di inventare una serie infinita di cose per celebrare i cinquant’anni d’attività di quell’altra azienda… cinquant’anni che cadranno nel 2022.

Una perenne corsa col tempo.
Dai! Che è tardi!
Fortuna che di corse contro il tempo ne ho fatte tante, più corse lunghe che corte, corse lente lungo sentieri e dentro i boschi o sul solito asfalto della mia ciclabile martoriata da lavori infiniti.
Correre e non pensare a niente. Sentire l’appoggio dei piedi e misurare il respiro, nelle cuffie il solito ritmo del Boss.
Inventare tutti i giorni  la forma di qualcosa, la copertina di un catalogo, l’etichetta di un vino, il bracciolo di una poltroncina, lo spazio di uno stand, la luce di un video o il taglio di una foto… fa uscire dal tempo, fa restare giovani e rende vecchi come querce.
È come correre. Non importa la strada, il più delle volte non me ne frega niente se il posto è bello o brutto. Importa correre, sentire il mio tapasciare, i piedi che sbattono e l’aria che entra.
Come disegnare un tavolo, scrivere un post, creare un logo nuovo. È  lavoro, ripetizione di gesti, di pensieri che fanno sempre gli stessi sentieri per arrivare in posti mai visti prima.
Creatività e corsa hanno gli stessi ritmi lenti e infiniti. Il tratteggio fitto della mia matita e i numerini del cronometro che girano sotto il GPS.
Mi hanno sempre fatto sorridere quelli che mi parlavano entusiasti o depressi di ispirazione. La creatività per me è sempre stata lavoro quotidiano, tirare una riga vicino all’altra tutti i giorni, scrivere parole a paginate cancellandone metà, scattare un milione di foto… correre i miei cento chilometri tutte le settimane sognando di non arrivare mai.

SALVE-parole-spazzatura_2

SALVE! PAROLE SPAZZATURA

SALVE-parole-spazzaturaSalve!
Eh! Salve… che saluto viscido!
No! Non per la parola che è un bel saluto…  in fondo si augura buona salute…
– Salve – mi capita di dirlo troppo spesso, senza pensarci e mi fa schifo.

La butto lì col vicino di casa e mi esce  –  Sao –  sì – Sao! –
perchè proprio mentre io gli sto dicendo –  Salve –
lui mi dice – ciao –
Cerco di correggere il tiro proprio a metà parola mentre sto cercando di  farla sparire e esce un  – Sao –  ridicolo.

Facciamo così anche nelle email di lavoro.

Salve… Ufff!!!

Qualche decennio fa decisi di buttare via –  cordiali saluti –  non se ne poteva più.
Ero stufo di vederli alla fine di tutte le email che ricevevo e mi dissi che non potevo fare lo stesso.
Ho iniziato a salutare con – a presto –.

Mi sembrava fico, diverso…  Adesso, dopo aver consumato qualche milionata di – a presto – non ne sono più tanto sicuro.

Tutta questa tirata su – Salve – ciao – buongiorno – cordialmente, tanti saluti e a presto… Per dire che le parole si consumano come le gomme della macchina.

Le gomme le cambiamo perché ad un certo punto ci viene paura di andare a sbattere. Continuiamo invece ad usare sempre le stesse parole anche se un po’ alla volta finiscono per non servire più a niente.
Continuiamo a dirle imperterriti e diventiamo trasparenti, invisibili…  inutili anche noi…

Scriviamo presentazioni sul nostro sito aziendale che sembrano indirizzate a qualche ufficio UCAS sperduto nel deserto.
Mandiamo email tutte uguali.

Bisognerebbe essere veri, dire delle cose che ci riguardino davvero… nelle email come nei contatti reali, faccia a faccia, di tutti i giorni.

Non c’è differenza.

La posta elettronica, whatsapp, il blog, il sito web aziendale e tutti i social sono solo dei mezzi  di comunicazione che ci danno più opportunità di contattare la gente, parlarci, magari vendere più di quanto non fosse possibile fare solo col telefono e con la posta tradizionale qualche decennio fa.

Non sono gli strumenti, la differenza la fanno le parole, quelle vere che ancora incidono, non quelle che ripetiamo tutti senza nemmeno pensare a quello che diciamo…

Anche tu hai parole da buttare via?
Quali sono le tue parole consumate?

APRITI-SESAMO-2

APRITI SESAMO! Formule magiche e parole chiave

APRITI-SESAMO

 

Ognuno di noi, nel suo lavoro, sa che certe parole aprono le porte al pubblico, lo catturano e aiutano a vendere. 
Non  sto parlando di formule magiche buone per vendere ghiaccioli agli esquimesi, neanche delle parole che avvicinano, creano complicità, sembrano risolvere ogni problema e soddisfare ogni richiesta. Splendidi passpartout che però non sono parole legate solo al nostro lavoro.
Ognuno di noi ha le sue parole chiave. Parole che attirano e conquistano proprio le persone interessate ai nostri prodotti.

Se produco e vendo mobili di qualità una di queste parole sarà “legno”, altre saranno “solido” “durevole”, “caldo”, “comodo”. Parole che in parte saranno più importanti di “bello” e più attraenti di “economico”.

Se produco e vendo gioielli importanti in oro e diamanti, eseguiti a mano, ovviamente piuttosto cari, una delle mie parole chiave sarà “valore” e poi “oro” e poi ancora “eseguito a mano” e altre ancora…

Se invece produco complementi di arredo dalle forme ricercate realizzati in metallo e materie plastiche parlerò di “design” “ricerca”, “tendenza”, “colore”, “emozioni”…

Così se produco e vendo ottimi vini o carpenteria metallica, formaggi o pentole… divani o lampade…
Ognuno conosce bene le parole che fanno la differenza.
Basterà cambiare di poco la tipologia dei nostri prodotti e cambieranno decisamente il pubblico e le parole giuste per attrarlo.

Individuiamo il nostro pubblico e parliamogli con le parole che apprezza.

facciamolo-strano-2

FACCIAMOLO STRANO – IL PRODOTTO

facciamolo-strano

 

Il prodotto, l’azienda devono essere riconoscibili.
Farsi riconoscere non vuol dire solo stampare il proprio nome dappertutto o metterci la faccia sempre e ovunque.
Farsi riconoscere significa avere stile. Un modo unico di fare, di essere, di produrre e comunicare. 

Mettici il tuo colore, quello acido, pastello, naturale, metallico… un Pantone che usi solo tu.

Di che profumo sa la tua azienda?
Di terra? Di campi falciati?
Di petrolio o di frutta candita?

Qual è il suono, la musica che ti distingue? Pensa al “booong” di Brian Eno che risuonava all’accensione del primo iMac. Come suonano le tue cose?

Pay-off, slogan… cosa dice la tua azienda? Ma soprattutto come lo dice? Che sapore, che profumo, che suono hanno le tue parole? Dolci come una torta di mele, secche come un buon bianco, affilate come una spada, didascaliche, altisonanti, piatte, rotonde, acuminate come spine o morbide come cuscini.

I tuoi progetti, le tue forme come sono?
Linee diritte e parallele o spezzate piene di angoli acuti? Curve sexi? Morbide, infinite sinusoidali, modanature classiche, ridondanti composizioni barocche… frattali, ellissi, spirali… o semplici rettangoli smilzi?

Non è obbligatorio che i nostri prodotti siano bizzarri. Uno stile può essere riconoscibilissimo con un nonnulla… purchè sia un nonnulla che faccia pensare “Ah! Però!”.

Quante scelte tocca fare per decidere chi siamo davvero.
La fregatura è che non pensarci, lasciar perdere è solo un altro modo di scegliere. 

IL-MEDIUM-è-IL-MASSAGGIO

IL MEDIUM È IL MASSAGGIO

IL-MEDIUM-è-IL-MASSAGGIO

Comunicare il prodotto o comunicare l’azienda?

Quanto conta il mezzo? Molto.
Sarebbe perfetto dare risalto ad entrambi, purtroppo raramente è possibile.
Quando acquistiamo un qualsiasi prodotto, un gioiello, un’auto, un paio di scarpe, una bottiglia di vino, una poltrona o una mela scegliamo in base a due aspetti essenziali, raramente uniti in unica rappresentazione ideale, più spesso, l’uno a far ombra all’altro.
Il fascino e le qualità tecniche.
I valori del marchio e le prestazioni dell’oggetto, la bellezza e la funzionalità, aspetti che si fondono in una valutazione di mercato, il prezzo, dove è difficile quantificare l’apporto dell’uno e dell’altro.

Vetrine bellissime in cui il prodotto quasi non si vede, esposizioni da cui ci siamo allontanati, colpiti dal negozio, senza aver chiaro quale fosse l’offerta commerciale.

Pagine pubblicitarie con messaggi allusivi che non ci mostrano il prodotto in vendita ma ci promettono che acquistandolo avremo più potere, più sicurezza, più fascino, più… più… più…

Video in cui automobili da sogno ci portano in un altro mondo, non importa a quale velocità.

Depliant con lampade che si accendono e fanno luce. Forse una bella luce eh!

Come realizzare i sogni che tutti vogliamo vivere e vendere gli oggetti molto più reali che li abitano?

Si tratta di scegliere come e cosa comunicare.

Bisogna rinunciare a delle cose per dare risalto ad altre.
È necessario adattare il messaggio al mezzo, al contesto, al pubblico e all’obiettivo da raggiungere.

Ci sono momenti per la poesia e altri per la prosa. Spazi per ammaliare e altri per spiegare.
Tempi lunghi e attimi fuggevoli.
Ogni volta il messaggio dovrà adattarsi allo spazio e al tempo che il mezzo consente cercando però sempre di mantenere la stessa coerenza di contenuti.

Ho rubato il titolo di questo post al celebre saggio di Marshall McLuhan del 1967.
Così celebre da consentirmi il furto senza timore di fraintendimenti.

FA-SUCCEDERE-QUALCOSA

FA’ SUCCEDERE QUALCOSA

FA-SUCCEDERE-QUALCOSA
Fa’ succedere qualcosa.
Trova un prato in un bel posto.
Una piazza.
Una spiaggia.
Un parcheggio sempre vuoto di un’area industriale.
Fissa un appuntamento.
Usa tutta la fantasia che ti circonda e spendi meno soldi che puoi.
Non badare a risparmiare.
Cerca un coro di bambini.
Fa’ un po’ di musica.
Abbraccia e ridi.
Accendi un fuoco e canta.

Offri qualcosa di buono e di caldo da bere.
Fatti duemila selfie con tutti.
Non aspettarti niente.
Invita a prendere dalla festa un ricordo.
Collegati su un grande schermo con chi è lontano.
Manda un pezzetto di festa a chi non è potuto venire.
Inventa un  regalo da fare tutti insieme ai bambini che cantano.
Qualcosa che si ricorderanno.
Inventa un gioco e un ballo,
Aspetta la sera, l’alba, la neve.
Ascolta il silenzio, il vento, la pioggia, le chiacchiere e i sorrisi.

Mancano meno di due mesi a Natale e se hai deciso di regalare qualcosa ai tuoi clienti fa’ in  fretta.
È già tardi.
Scegli, acquista, confeziona e spedisci.

Oppure fatti venire un’altra idea.

UNA-CREATIVITÁ-ESAGERATA

UNA CREATIVITÁ ESAGERATA

UNA-CREATIVITÁ-ESAGERATA

 

Esagerare è una gran bella tecnica creativa.
Nella realtà quasi sempre il mio lato folle che tende a produrre “esagerazioni” è mitigato da consapevolezza, rigore, senso del limite, funzionalità… e da clienti con budget molto precisi.
Alla faccia di tutti quelli convinti che  –  si possa far tutto, purchè non si esageri  – vi racconto per l’ennesima volta  un po’ di esagerazioni creative.

– Collezioni fatte di frammenti rubati ovunque. Materiali, forme, colori, stili da rimescolare in un nuovo tempo, in una nuova forma, in uno stile che appartiene solo a noi.

–  Un LOGO semplice, un segno, uno solo, sottolineato da un breve pay–off straniante.

– I colori naturali sono una noia. Ma esistono i colori naturali? Meglio colori acidi, fluo, pastelli appena percettibili o saturi come schiaffi.

– Vetrine invisibili. Da svelare al tatto, al suono di parole magiche, digitando password licenziose.

–  Un grande stand? Bisogna accentuare verticalità o orizzontalità.

– Un piccolo stand? Può diventare immenso con un’idea semplice, un materiale usato in modo originale, una  trasparenza, una luce, una chiusura.

– Fotografiamo con pochissima o tantissima luce. Sotto e sovraesposizione a go–go.

– Il racconto del lavoro, dell’azienda, la didascalia di un prodotto…  scritte con parole inusuali, semplici, emozionanti, con il ripetersi ritmico di un suono, la descrizione ripetitiva di un momento.

– Prodotti che parlano, anelli grandi, rotondi come palle di Natale, cuscini da attorcigliare, mensole da arrotolare…

– Lo spazio vuoto e la pagina bianca sono gli spazi più creativi su cui far galleggiare grandi immagini in movimento.

– Cataloghi da esplorare attraverso i colori, senza i numeri delle pagine.

Dimentichiamoci per un secondo del buon senso, delle regole, dell’equilibrio e della misura… ci sarà tempo poi di segnare il limite, di rendere funzionale, comprensibile, economico…
Salviamo l’idea esagerata, quel guizzo che non merita di trasformarsi in un brodino tiepido.

SCRIVERE

SCRIVERE L’AZIENDA

 

SCRIVERE

 

È importante raccontare la propria attività. Soprattutto oggi, in internet non possiamo farne a meno.

Scrivere è il mio lavoro.

Scrivo per me e per aziende molto diverse tra loro: produttori di gioielleria, aziende agricole, produttori e rivenditori di mobili e oggetti di arredamento, concerie e aziende che lavorano il ferro e la plastica, Enti che offrono servizi…
Non mi pongo limiti settoriali.
Abbiamo tutti bisogno di creatività!
Racconto le aziende e la loro creatività.

Inviare NEWSLETTER come questa è uno dei modi più efficaci per farsi conoscere e per far capire cosa facciamo.
Qualche consiglio per raccontare bene la nostra azienda:

– Semplicità
La regola fondamentale è sempre quella: usare un linguaggio semplice e quanto più personale possibile.

– Senza banalità
Se vendiamo gioielli o vino o qualsiasi altra cosa, sará utile non parlare sempre e solo di quanto sono belli e buoni i nostri prodotti. L’oste dirá sempre che il suo vino è buono.
Diamo qualche consiglio mettendo a disposizione quello che sappiamo e che crediamo utile.
Manteniamo un tono leggero, spiritoso, se ne siamo capaci, evitando la sicumera del “so tutto mi”.

– Con che frequenza?
Non esiste una regola!
Se scriviamo cose interessanti, scritte bene e le inviamo al pubblico giusto, possiamo farci trovare nella posta anche due volte al giorno. Se inviamo scemenze presuntuose e scritte male anche una volta al mese sarà di troppo.

– La lunghezza dei testi.
Come sopra! Fatto salvo uno standard orientativo di 300 parole, se scrivo cose interessanti potró dilungarmi,  altrimenti  una riga sarà già troppo.

– Con personalità
Mettiamoci in gioco, tiriamo fuori la farina dal nostro sacco e mostriamo chi siamo e cosa pensiamo.

Genuinità e verità pagano sempre.

Chi-sono

Chi sono?

Chi-sono

 

Chi sono?!
A volte mi vengono dei seri dubbi che la gente sappia rispondere ad una domanda così semplice.
Quando do un’occhiata al sito di un’azienda, a quello di qualche professionista o al sito di una qualsiasi società di servizi, la prima cosa che vado a vedere è… Chi sono.
La fregatura é che la maggior parte delle volte quando clicco sul pulsante del menù principale – Chi sono – o – About – o – Chi siamo – trovo un’altra cosa. Trovo quello che la gente fa. Come se avessi cliccato il pulsante cosa faccio, cosa facciamo. In realtà la maggior parte delle volte lo so già benissimo cosa si fa in quel sito. Perché se sto navigando un sito di giardinaggio so che probabilmente il titolare farà il giardiniere, se guardo un sito di consulenze so di sicuro che i titolari fanno i consulenti. Insomma so sempre cosa si fa sui siti che vedo. Il più delle volte invece è difficile sapere chi sono le persone che svolgono quelle attività.
È un peccato perché a me interessa molto chi sono, il più delle volte mi interessa più di quello che fanno. Credo che tantissima gente voglia sapere con chi ha a che fare. Penso ci siano infiniti modi per dirlo, per presentarsi, mostrando tanto o poco di sé, dicendo cose apparentemente futili o fatti essenziali, l’importante secondo me è provarci.  Mettere una foto, dire quello che ci piace, svelare un sogno… cose semplici, senza preoccuparsi troppo. É come allungare una mano e dire – Piacere, eccomi! –
Io ci ho provato, magari non dicendo tutto quello che il visitatore del mio sito vorrebbe sapere, però ho messo lì quello che sono, forse quello che ero. Adesso dovrei già cambiare, aggiungere, togliere.
Ho raccontato i miei gusti e siccome i gusti cambiano sarebbe ora di aggiornarli. Sarebbe ora di cambiare la foto, che non può rimanere come un’icona quella per sempre. Il nostro sito internet dovrà avere certamente un aspetto più istituzionale dei profili social su cui pubblichiamo il nostro quotidiano ma sarà meglio evitare il deposito della polvere.
È Pasqua, è iniziata una nuova stagione e forse è il momento di dare una bella rassettata anche al nostro sito.
Se serve una mano sono qua!