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IL MIO LOGO È BELLISSIMO

Lo pensiamo più o meno tutti, guai se non fosse così. Il nostro marchio è la faccia della nostra azienda, l’immagine che ci fa riconoscere, quella con cui siamo cresciuti e abbiamo avuto successo.
Nel corso della vita di un’azienda succede però che non ci si riconosca più in quell’immagine. Che si inizi a sentire un fastidioso rumore di fondo. Può succedere per un sacco di motivi. Perchè negli anni il mercato di riferimento è cambiato, perchè quando abbiamo iniziato avevamo fretta e avevamo ben altro a cui pensare o semplicemente perchè siamo cresciuti e siamo cambiati. Se siamo fortunati e consapevoli ci stiamo pensando proprio adesso mentre iniziamo il nostro nuovo lavoro, mentre stiamo progettando un nuovo, importante prodotto.
Scegliere un LOGO vuol dire pensare a come ci mostreremo al nostro pubblico, ai nostri clienti, in ogni momento del nostro lavoro. Insegna, carta intestata, fatture, header del sito internet, packaging, shopper, marchiatura dei prodotti, personalizzazione delle email e dei nostri documenti, mezzi di trasporto, colori e atmosfera dei locali, uffici, laboratori, negozi, interno ed esterno, sistemi espositivi, abbigliamento, tono della comunicazione quotidiana… fino ad arrivare alla vera e propria comunicazione pubblicitaria.
Il LOGO di tutte le attività deve essere riconoscibile e deve esprimere identità.
Deve essere semplice e forte.
Grande o piccolo, deve essere leggibile, in bianco e nero come a colori.
Il disegno composto dalle lettere e da quei pochi segni che le circondano, è solo l’elemento più visibile di tutto un mondo. È a tutto quel mondo che dobbiamo pensare. Dobbiamo renderlo chiaro prima di tutto a noi stessi. Più strette saranno le regole che ci daremo e più saremo riconoscibili e più difficile sarà conviverci.
Ogni scelta ci dà identità perchè rinunciamo a un numero infinito di possibilità per una soltanto, la nostra. 
Scegliamo un colore stranissimo e decidiamo che sarà quello ad identificarci?
Splendido!
Vediamo se funziona davvero, se sarà possibile essere coerenti fino in fondo.
Scegliamo insieme l’idea che darà identità alla tua attività.

maiali blu

il-maiale-blu-blu

Che lavoro faccio?
Collaboro con aziende, attività commerciali, enti e professionisti affiancandoli nel definire la loro identità in modo coerente e riconoscibile per comunicare efficacemente e vendere meglio.
Metto maiali blu in saloni gialli
Lascio pagine bianche
Faccio cubi neri
Scrivo elenchi
Fotografo sassi
Scarabocchio sogni
Uso quello che c’è
Mescolo oro e terra
Amo gli sbagli
Disegno simboli
Invento drebisi viola
Misuro il tempo
Corro,
Ascolto,
Scelgo luoghi, sguardi, parole, forme, colori, suoni, materiali, luci…
e da architetto costruisco mondi.
Analizzo lo stato delle cose e progetto il cambiamento sostenibile.
Creiamo insieme il tuo.

Coerenza e comunicazione

togliamo tutto
facciamo silenzio
nessun colore
solo bianco
supefici di legno chiaro
Acciaio lucido o satinato
tessuti lisci, caldi, uniformi
o freschi, elastici, lucidi
semitrasparenti
forme geometriche
spigoli netti e curve infinite
vetri grandi, specchi, acqua
sassi, erba, pezzi di cielo
gomma nera, fili, carta
proiezioni sfocate in bianco e nero
Immagini, pittura
avevo iniziato con l’idea di elencare i materiali di un ipotetico progetto minimalista e ho finito per allargarmi,
ancora poco e avrei messo carte da parati a fiori, texture psichedeliche, disegni di bambini, mattoni facciavista, tende e qualsiasi cosa fosse capitata a tiro, sedie impagliate, e ringhiere in ferro battuto, gessi coi riccioli, kilim…
capita a distrarsi
sia che progetti uno spazio per viverci
che un tavolo,
l’impaginato di un catalogo
l’homepage di un sito internet
la grafica di un poster
le parole di una presentazione
basta niente e addio
non solo per l’essenziale pulitino
ma anche a far casino ci vuole rigore
sfondare una parete,
usare cemento armato e font strani
non è da tutti
servirebbe il porto d’armi
invece oggi chiunque può tirare su muri,
scrivere cazzate, arredare loft, raccordare curve, inventare lampade, disegnare giardini
e aggiustare tutto col fotosciòp
e non fa ridere

storia 013 dal mondo nuovo – di un elenco di mobili

Impossibile non finire per essere completamente fagocitato da “Il colibrì” neo vincitore dello Strega. L’autore architetto, poi la casa con i mobili dei genitori del protagonista, lui ingegnere, lei architetto con frequentazioni nei mitici Archizoom e Superstudio di Firenze. Prime pagine e di botto, la lettera con l’elenco dei suddetti mobili, nome, autore, data, produttore, stima… Un’esagerazione che neanche da Lanaro in Corso ai bei tempi. Il significato della parola “design” che diamo noi in Italia sta tutto lì, nell’elenco che ne fa Veronesi. Tanto per dire a caso –  Parentesi – Plia – Wassily – Boby – Sacco – Le Bambole – Eclisse – Sciangai – Grillo – Cubo… Tutto il mondo della plastica e dell’acciaio più bello che sia mai stato disegnato. Una casa di borghesi colti, ricchi e di sicuro un po’ snob ma chi se ne frega. Mi guardo attorno e viene su una botta di malinconia. Sommersi dalle brutte copie delle copie di schifezze inventate e prodotte da chissà chi, anche chi ancora crede nel progetto rischia di annegare ma in questo mare di merda non è il caso di giocare a palla e tanto meno di fare il morto. Ridiamo fiato alle idee, alla cultura dei materiali, delle forme, alla composizione dello spazio, alla capacità tutta italiana di mettere insieme produzione artigianale, cultura, comunicazione… È soltanto un bel gioco, conviene a tutti tornare a giocarlo in fretta. 

storia 008 dal mondo nuovo – delle 17 regole fondamentali

…la mascherina nera fa design, mi piace. Dovessi fissare la prima regola delle solite diciassette regole fondamentali per creare oggetti fantastici sarebbe – deve essere nero – la seconda potrebbe essere – dagli una superficie lucida – la terza – fallo morbido – e qui comincio a pensare che non arriverò mai a definire 17 regole fondamentali, pazienza. Certo Lui si era limitato a dieci e aveva avuto un’eternità per pensarci. Calma, non sono tipo da scoraggiarsi facilmente. La quarta regola per creare oggetti fantastici è – semplifica tutto – la quinta – usa un solo materiale – che un po’ a pensarci c’era già nel semplifica tutto. La sesta è sempre quella – esagera – che sembrerebbe in contraddizione col – semplifica tutto – in realtà è possibile semplificare tutto in modo esagerato, però è vero, anche complicare. Fare altissimo, lunghissimo e piattissimo e continuare così superlativando. La settima regola è – usa materiali naturali – una regola che mi piace molto anche se mi piace molto anche la plastica, quella bella. L’ottava è – il nostro oggetto fantastico deve costare poco – poi l’idea la puoi vendere al prezzo che vuoi. La nona regola è – deve emozionare – se funziona ma non emoziona non mi piace. Preferisco un oggetto che magari non serve a niente ma emoziona. Decima – deve essere bello – ovvio direte, mica tanto. Undicesima – facciamolo spiritoso, leggero. Quasi tutti i grandi designer sapevano scherzare, metterci un po’ d’ironia. Dodici – progettiamo per l’eternità – altro che ironia e leggerezza. Diamo forma a icone indistruttibili. Tredici – progettiamo oggetti che parlino – da soli non scaleremo mai le SERP di Google ma se le nostre creazioni si raccontassero da sole avremmo qualche chance in più. Quattordicesima mitica regola – mettiamoci una punta di sex appeal – non guasta mai. Quindicesima – facciamola trasformabile – aperta alla creatività di chi ha voglia di cambiarla, di migliorarla. Sedici – diamole un bel nome – breve, forte, lungo, affascinante, una parola che sia bella da ripetere. Diciassettesima e ultima regola – buttiamo via tutto – cambiamo il nostro progetto, abbandoniamo i nostri oggetti senza malinconie. 

La forma perfetta

La forma perfetta è invisibile finchè non cambi occhiali.
Capita che mi stia davanti agli occhi per mesi e non riesca a vederla. Come un uovo, bella e semplice come una palla.
Non devo fare niente, solo prenderla e chiamarla con un altro nome. Come fece Duchamp con il famoso orinatoio.
Di colpo due immagini lontane anni luce si avvicinano, si scontrano e dentro la testa si accende una luce nuova che proietta i suoi bagliori tutto attorno. Così una ruota di bicicletta diventa una lampada, un fiore diventa una sedia e un sasso tutto quello che voglio.
É semplice. Basta essere giovani e vecchi allo stesso tempo. Energia, fantasia e creatività si devono coagulare attorno ad un nocciolo di esperienze e farlo esplodere.
É come mettersi degli occhiali dalle lenti polarizzate, si vede tutto in un’altra luce.
Cosa fare?
Allenarsi! Come per qualsiasi cosa. Come per correre, disegnare, cantare, ballare… guardare, vedere… e imparare a far accadere le cose.

Nell’immagine – Jeff KOONS  Balloon Dog (Pink), scultura

Luce assassina, l’impari lotta dei lumen

Non c’è luce che tenga senza un po’ di buio.
Riflessione tornata su come un boccone mal digerito due giorni fa durante la solita visita di gennaio a VicenzaOro. Stessa atmosfera degli ultimi trent’anni. Lusso vero, lusso finto, paccottiglia… Stand buoni per mostrare i muscoli, spazi per lavorare, luci perfette da diamanti, flash da criminali, belle ragazze di coscia lunga sparse ovunque, grisaglie e scarpe da ginnastica.
Emozioni meno di zero.
Tutto a posto, solito casino organizzato, altezze da regolamento, falso legno, falsa pelle, falsa pietra mescolati a legni, pelle e pietre veri, assolutamente uguali. Senso di piattezza democratica. Soldi e fantasia che ovunque si ignorano. I primi ogni tanto fanno capolino da grandi lastre di cristallo, la seconda, non pervenuta, si dice vaghi per esposizioni orientali a cui nessuno è stato invitato.
Videowall grandi e inutili passano inosservati più delle bellezze da corridoio. Grandi insegne luminose mostrano impietose i bordi neri e oro.
Il buio non è mai buio e la luce è dappertutto, una luce da corridoio di ospedale, da mensa.
È la luce che ci frega!
Tutti gli espositori ci mettono dell’impegno a non inventare niente ma la luce che piove dappertutto ammazzerebbe comunque ogni velleità appiattendo tutto. Anche se usassimo spade laser e ingaggiassimo il dio degli effetti speciali dovremmo arrenderci a questa pioggia insensata di lumen.
Ci sarà di sicuro qualche buon motivo. La sicurezza, che ne so, i regolamenti non sono mai stati il mio forte. Anni fa avevo provato a far abbassare l’intensità luminosa in un corridoio di quelli che allora si consideravano prestigiosi per riuscire a rendere leggibile una videoproiezione di 12 metri per 3. Fu tutto inutile.
Non diamoci per vinti. Proviamo ad inventare lo stesso qualche piccola magia. Inventiamo il nostro buio per disegnare le nostre luci.

Il tavolo di Natale, boccette di fumo e scatole di pensieri

Mancano poco più di quaranta giorni a Natale, è già ora di pensare ai regali. So che qualcuno li ha già pronti da Ferragosto e tanti altri aspetteranno fino alla vigilia ma questo è il momento giusto per raccontarvi del mio regalo di Natale.
Altro che boccette di fumo e scatole di pensieri.
Vediamo se mi riesce.

Un tavolo.
Che bel regalo! Soprattutto a Natale se si è in tanti.
Amo i tavoli grandi. I fratini lunghi oppure quadrati, ma che ci si possa stare almeno in 12.

Un bel tavolo da comprare e uno da inventare.

Campodoro
una mia fissa lo ammetto, portate pazienza.

Da rubarlo solo per il nome e perché è un bel gioco. Tre tavolini trapezoidali uniti da due lucidissime cerniere cilindriche. Aperto sembra un Tangram ma in un attimo diventa un trapezio lungo e stretto e subito dopo un quadrato tutto bianco.
Disegnato da Paolo Pallucco & Mireille Rivier per DePadova, è una meraviglia.

Inventiamo il nostro e per prima cosa diamogli un bel nome.
Attenzione, avevo trovato un nome bellissimo per il mio, ho googlato tanto per essere sicuro… e eccolo lì, amen!
Nel mio tavolo c’è un piano e ci sono le gambe, le gambe stanno in piedi da sole e il piano si appoggia. Sposto le gambe dove voglio. Cambio il piano e le gambe. Faccio quasi sparire il piano facendolo sottile o trasparente. Disegno gambe sexi, colorate, decorate… o le faccio sparire come una nuvola di fumo.

Scegliamo un piano dal profilo sottile oppure dallo spessore importante, come ci piace.
Di cristallo martellato, ciliegio, multistrato all’anilina nera, pietra a spacco di cava, ferro acidato, resina  multicolor o trasparente con dentro pallettes lucenti o sassi del torrente che ci passa vicino.
Facciamolo grande il nostro tavolo. Da metterci un sacco di sedie. Diamogli la forma che vogliamo. Rotonda, allungata, a forma di ogiva come un pesce o a triangolo… il più bello è nero con i fiori non ancora appassiti.
Fatto il piano inventiamo le gambe. Quante ne vogliamo e come vogliamo, l’importante è che sorreggano il piano e quello che ci metteremo sopra.
Attenzione all’altezza! Il piano di lavoro del nostro tavolo finito dovrà essere esattamente a 72 centimetri. Non facciamo scherzi che mi accorgo subito se un tavolo è più alto o più basso!
Le gambe possono essere infinite.
Una sola, un cubo o un cilindro monocromi e lisci oppure decoratissimi. Lamierini traforati e piegati, sculture, cilindri trasparenti, mille piedi sottili, onde verticali, vecchie solide gambe comprate da un antiquario. A me piacciono tutte diverse.

Pensiamo il nostro tavolo come una cosa che durerà per sempre. 
Da fare per se stessi. Da regalare alla propria compagna, da lasciare ai figli.
Anche un tavolo piccolo come un vassoio… Ma questa è un’altra storia, un altro Natale.

LA MEMORIA DELL’ANTICO

LA-MEMORIA-DELL'ANTICO

 

I gioielli ma anche gli oggetti d’arredo, le auto, i vestiti e perfino le caffettiere come tutto ciò che acquistiamo hanno sempre avuto un valore simbolico. La loro essenza era la rappresentazione di ruoli sociali ben definiti e riconoscibili. Un po’ per qualsiasi cosa ma per la casa e ancor più per i gioielli le simbologie si sprecavano… Potere e sottomissione, affiliazione, appartenenza, onore, forza, coraggio, saggezza, fecondità, ovviamente ricchezza, religiosità, devozione, trasgressione…
Bei tempi! (…o brutti, fate voi)
In quest’epoca senza dei, in cui il tempo e i ruoli scorrono liquidi, in cui la struttura della famiglia e delle ricorrenze ad essa legate lasciano il tempo che trovano, gli oggetti in cui ci identificavamo non rappresentano quasi più nulla. Sono diventati perfino inadeguati a mostrare l’ovvio: la ricchezza, il ruolo sociale, il potere.
In questi anni, fatti di giochi senza senso, guardiamo con nostalgia ai simboli e ai valori che solo cinquant’anni fa regolavano ancora le nostre relazioni.
Non si stava meglio quando si stava peggio. Certo che però ci piace giocherellare ancora con le insegne che un tempo rappresentavano ruoli e valori carichi di emozioni, indiscutibili immagini di un mondo sparito con la Coca–cola e i pop–corn.
Ci riferiamo tutti alla memoria dell’antico come ad un ultimo baluardo contro la perdita di senso.
Fare design oggi non può prescindere dalla storia, dal prendere a prestito forme simboliche che si trasfigurano in sberleffi ironici o in evocazioni romantiche, in giochi colti o semplici copia–incolla di decorazioni, disegni e immagini di tempi che attraverso le nebbie della memoria ci rassicurano.
Pensando all’opera di Alessandro Mendini che ci ha lasciati da poco e insieme a lui a tutti i maestri del moderno val la pena ricordare come la memoria del passato sia ancora il terreno su cui far crescere il nuovo.