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storia 014 dal mondo nuovo – della faccia e dei selfie

Capita il giorno che mi faccio un mare di selfie, con gli occhiali, senza occhiali, con lo sguardo serio che guarda in macchina dritto, impalato, come nelle foto tessere, oppure rido come un cretino e poi provo a fare un sorriso compiacente come a dire, ma sì sono una brava persona e un attimo dopo faccio gli occhi da matto, tipo killer scappato di galera. È la dura legge di chi deve vendersi. Perchè ok, scrivo, disegno, progetto, fotografo, metto insieme storyboard per video, invento logo e creo grafiche e impaginati di cataloghi e di banner, compongo gif animate e trovo concept intorno a cui fare art direction per corporate identity. È vero costruisco mockup di packaging, di stand di sgabelli e lampade ma alla fine, fatta salva un po’ di scrittura che poi è la stessa cosa, mi tocca vendere la faccia (niente battute facili, grazie). Sono io, quello che riesco a comunicare, quello che conta, ed è così un po’ per tutti. La mia faccia in genere non mi piace e mi consolo sapendo che quasi nessuno si piace, e per fortuna a forza di fotografarmi la punta del grosso naso che mi ritrovo ho imparato che così è meglio che cosà, che per sembrare naturale devo far sì che qualcuno mi fotografi di nascosto, che è meglio non ridere e che sorridere è anche peggio. Ecco da quando c’è internet e Facebook, che non a caso è il libro delle facce, e Instagram e tutto il resto bisogna metterci la faccia. È il primo modo di comunicare, il più semplice. Possiamo dire un sacco di cose, che tipi siamo, con foto semplici, creative, elaborate, eccentriche, tagliate, ironiche, trasgressive, dove ci facciamo vedere bene o dove non si capisce un tubo. Vanno bene tutte, evitiamo come la peste di mettere sui social il ritratto del cane o peggio di lasciare la silhouette grigia standard che non fa pensare a niente di buono.

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storia 009 dal mondo nuovo – del nome delle cose

Il nome delle cose cambia le cose. È un periodo in cui mi tocca pensare al nome di un nuovo tavolino, all’effetto che farà il nome di una borsa ad un certo pubblico anziché ad un altro… Capita, non si sa come, che si sommino nelle stesse giornate ricerche simili, necessità apparentemente uguali. Dare il nome ad un oggetto, a un’azienda, al proprio cane, non parliamo dei figli, è come farli nascere davvero solo allora. Lo dico con cognizione di causa visto che una delle storie epiche che mi hanno sempre raccontato in famiglia riguarda proprio il mio nome. Di come mi dovessi chiamare in un modo deciso da sempre e poi in un battito di ciglia mia madre me ne avesse imposto un altro. Le storie di tutti i nomi si assomigliano. Ore, giorni di brainstorming annullati da uno starnuto. Ricerche di mercato mandate a puttane dal ba-ba di un neonato. Eppure se l’intuizione può essere e spesso è magia, l’attribuzione definitiva deve sottostare a qualche regola. Chiamare Cuggi un nuovo marchio della moda non è scorretto è idiota. Un nome troppo lungo o difficile da pronunciare non sarà un buon viatico per niente e nessuno. Mi fa ancora sorridere ripensare a Troisi cha attribuiva la cattiva educazione dei figli alla lunghezza del nome. Luca! Imperativo. A-les-san-dro… Ciao. Come per mille altre cose quello che vale è il mix giusto di creatività e semplicità. C’è poi la cosa più importante che mette in secondo piano tutto, bello, brutto, lungo, corto, il suono più o meno giusto e tutto il resto. La necessità di una storia. Un nome senza storia nasce sempre monco. Non è necessario portare il nome di un antenato che non tornò dalle crociate. Basterà dare il nome del posto dove è cresciuto l’albero alla marmellata, quello di un sogno ad un figlio. Il nome di un sorriso ad una birra, quello della ricamatrice ad un abito. Chiamare la propria impresa col nome di una bimba incontrata per strada dall’altra parte del mondo e il nuovo divano col nome buffo del vicino di casa. Inizia sempre tutto con una storia da raccontare, il c’era una volta il nome con cui iniziano tutte le storie…

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storia 005 dal mondo nuovo

È il momento di farsi venire qualche buona idea, meglio se nuova. Ma sarebbe fantastico anche copiarne bene qualcuna che già funziona. Chi più chi meno la stiamo cercando tutti. L’idea, quella cosa intorno a cui si costruiscono le aziende, i brand, soprattutto i brand. Proviamo allora a fare un po’ di concepting, a inventarci prodotti, packaging, forme, sistemi distributivi, modi di comunicare. Roba tipo acqua calda, buchi con la menta intorno, gioielli componibili, commestibili, magliette camaleontiche, idee azzurre e al profumo di mare, monoprodotti e materiali super ecologici, video in pianosequenza, tutto trasparente o total black. Dietro ad ogni buon marchio c’è un’idea. Fatto a mano, super tecnico, vintage, design-design, old-style, minimal, new-romantic, soft, rock, easy, fai da te, bellissimo che non serve a niente, funzionale, utile, snob, fashion, graphic, plastic free, vera pelle… Progetti emozionanti dove alla fine i conti tornano. Testi scritti come li avrebbe pensati la Mussi, la mia maestra di quinta, o tirati come lastre lucide. Riccioli e sberle. Attenti a non smarrirsi seguendo un filo che doveva portarci a casa. Maledetta Arianna. Un brand può essere accogliente come un Sacco o comodo come una Frau difficile che emozioni come un  grande sasso appoggiato sul parquet. Quest’inverno potremo abbinare le mascherine a paesaggi diversi o sempre e solo alla corsia dei surgelati? Il progetto paga sempre. Scegliere, scegliere, scegliere. Colori, ispirazioni, romanzi rosa, gialli, noir, sfumature di tutto, percussioni violente, Vivaldi, Mozart, Battiato, ronzii elettronici, legni, plastiche, cotoni, elastam, gomma, pietra, vetri e pensieri lisci. Mi basterebbe trovare un nuovo azzurro Tiffany.

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storia 004 dal mondo nuovo

Fuori c’è già una Primavera sfolgorante. Ci hanno tolto il limite dei famosi 200 mt chiedendoci in alternativa di non allontanarci troppo da casa. Gli ultramaratoneti vivranno la cosa a modo loro. Io ho risolto, visto che al momento non riesco a correre con la mascherina continuerò a fare il circuito casalingo. Grande rettilineo tavolo da pranzo, tripla chicane all’esterno dei divani, curva parabolica lungo tavolino rotondo, diagonale interna tra i divani e fine del giro di nuovo sul rettilineo lungo del tavolo da pranzo, 20 metri che moltiplicati per 300 giri all’ora fanno giusti 6 km. I numeri dicono ritmo da passeggiata con annessa lettura di giornale ma vi posso assicurare che l’effetto è diverso. Rigenerato da un’attività apparentemente così cretina posso rimettermi a lavorare. E via di smart working. Newsletter e post come piovesse, grafica coordinata, logo, impaginati, siti internet e poi i trent’anni di tutti. Non ci crederete ma tra i 25 e i 35 anni fa sono nate un sacco di aziende. Anniversari già festeggiati con gran sfoggio di iniziative e altri che aspettavano solo queste belle giornate per mostrarsi e dare inizio agli eventi. Niente paura. Quello che non faremo a luglio sposteremo a settembre o a ottobre e se non sarà quest’anno sarà l’anno prossimo. Non potrà essere bisesto come questo. Avremo più tempo per organizzare celebrazioni ancora più evocative. Per festeggiare meglio. Magari per farci venire idee più brillanti e spendere meno. È incredibile quante sono le iniziative originali che vi siete inventati. Quante ne abbiamo costruite insieme. Tutte importanti, tutte direttamente legate alle storie delle imprese, così diverse e così simili. Trent’anni, molti di più o qualcuno di meno, restano un tempo fantastico da ripercorrere di slancio per proiettarsi ancora una volta in un nuovo mondo. Appoggiarsi al passato per prendere slancio e volare verso il futuro. Quelle che contano sono poche cose. La memoria, le relazioni, i valori che non si sono consumati e la voglia di realizzare ancora progetti che sembravano irrealizzabili, stupidi e invece erano solo acerbi. È passato un tempo bellissimo e il futuro è tutto quello che abbiamo.

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storia 003 dal mondo nuovo

Finisco adesso di immaginare come andrà a finire questa storia. Suona il telefono, tiro un sospiro. Là fuori c’è ancora qualcosa. È normale lavorare appesi al telefono. In questo momento il nostro smartphone sta diventando molto più di uno strumento di lavoro, più del giocattolo tecnologico che ci permette di comunicare, informarci, divertirci, condividere, imparare, leggere, fotografare, scrivere, creare, dipingere, ascoltare, viaggiare, pagare, misurare, giocare, guardare… e fare un’altra infinità di cose. A guardare quello che sta succedendo in Cina, a Wuhan, ci toccherà usare il telefonino come un lasciapassare che all’occorrenza diventerà il nostro secondino. l’App è quasi pronta. Ci dirà – Ok! Puoi uscire, puoi passare – o viceversa – No! Fermo lì! Sta a casa. Fatti curare -. Sarà il guardiano, l’infermiere, il medico, l’amico e anche quel gran figlio di puttana che ci inchioderà dove siamo senza darci vie di scampo. Ci toccherà dire ok, ci sto. Pur di andare a farmi una corsa, una passeggiata, un viaggio qualunque, mi andrà bene che si sappia tutto di me. Dove vado, con chi, quando, la mia temperatura, il battito… e più in là chissà che altro. Ci gioco come fosse un cucciolo di tigre e mi faccio un selfie. Sto dodici ore al giorno dietro lo schermo di un computer ma non perdo la vista. Telefonare per ore, leggere email telegrafiche o ripetitive e lunghe come serie televisive acuisce tutti i sensi. Sento i silenzi, il vuoto e la solitudine delle stanze reali. Bianche o buie, vuote, spigolose o calde… stanze di vita quotidiana diceva qualcuno. Raccontare le aziende, i prodotti, ha un po’ del raccontare queste giornate attraversate dal vuoto, dal silenzio e dall’immobilità che nascondono irrequietezza, ansia, gioia, paura, allegria, noia, bellezza, superfici, colori, squilli di telefono, sussurri e grida. Come raccontare di collane, spille, tagliacarte, di bottiglie pregiate, poltrone, orecchini, bulloni, stampi, modelle…
Racconti con tanti personaggi, travestimenti, buoni e cattivi, dialoghi, dettagli, paesaggi dentro cui si muovono i protagonisti, lampade, tavolini, foulard… oggetti che improvvisamente si animano e diventano angeli e demoni. Ieri era il trentesimo anniversario del primo episodio di Twin Peaks. Sento le prime note del tema… tum, tum… tum, tum… Ascolto il silenzio assordante delle strade deserte di questa notte e mi chiedo ancora… Chi ha ucciso Laura Palmer?

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storia 002 dal mondo nuovo

La notte tra domenica e lunedì è nevicato sulle colline intorno a casa. La spolverata bianca è arrivata fin quasi in pianura innevando Marana, la mia montagna. Mi è presa la fregola di comprarmi i ramponcini, quelli da mettere alle scarpe da trail. Forse quest’autunno o la primavera prossima verranno buoni.
Passo questi giorni di clausura forzata davanti al computer cercando di continuare a lavorare come sempre. Non è facile, i silenzi, le assenze, anziché rendere il lavoro più spedito mi mettono ansia. Come se il mondo là fuori fosse finito davvero. Fare design, comunicare il lavoro delle imprese al tempo del COVID19 sfiora l’assurdo, sembra d’essere in un vecchio film di Buñuel, in un racconto di King. Come qualche anno fa di sera tardi sull’A31 appena aperta, dopo mezz’ora senza anima viva intorno, in un flash dei fari, vedevo sempre la stessa ragazzina in camicia da notte bianca che attraversava traballante l’asfalto su una bici sgangherata e quando le ero addosso si girava e mi mostrava le orbite vuote. Non mi faccio fregare da questi scherzi della mente. Mi invento subito il mondo nuovo che deve esserci già lì fuori e non sarà tanto diverso da quello vecchio. Non saremo più buoni o più bravi, non faremo oggetti più belli o cose molto più interessanti ma ho la sensazione che saremo diventati tutti più consapevoli di un sacco di cose che non sto qua a contare. Il rischio è di sporcarsi di banalità da fare schifo. Abbiamo già iniziato a tirar fuori le vecchie foto, a raccontarci storie di mondi che esistevano molto prima di Instagram. È come se avessimo paura ma desiderassimo da morire svegliarci con i Beatles in diretta alla radio. Penso al restyling di un logo importante e mi ritrovo a giocare con concetti che maneggio con nonchalance e che forse non hanno già più senso. Parole come Vintage, Moderno, Minimal… a che mondo appartengono? Posto la foto di una modella sulla pagina Facebook di un cliente e devo correggere tre volte la storia del suo sorriso. Scrivo di aziende solide della filiera della meccanica che si rimbalzano l’hashtag #iopagoifornitori. Chiodi a espansione piantati nella roccia perché nessuno scivoli giù. Fuori un po’ piove e un po’ c’è il sole. Sembra una primavera come tante mentre Mauro ed Elisa provano a far tornare normale la morte nella casa di riposo di Merlara e io ho voglia di raccontare storie di gente che lavora e poi magari fa sport e pensa anche a scemenze. Penso agli aneddoti dell’incisore, l’artigiano che fa il lavoro più noioso del mondo e rende l’oro come velluto, alle storie nascoste dietro le lenti che amplificano lo sguardo ironico di un incassatore di diamanti. Penso alle mani del tappezziere che accarezza mille volte lo stesso tessuto prezioso. Film, racconti veri o solo immaginati, canzoni… Penso agli amici distillatori e a Faber che al culmine della sua malinconia chiedeva: – …tu che lo vendi cosa ti compri di migliore? –
Siamo in quarantena, nevica ad Aprile e non so come sarà il mondo nuovo. Annuso l’aria che tira in giardino, è più pulita, guardo in su verso Marana e passano le immagini di tutte le ultime corse.
Tiro un respiro forte.

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storia 001 dal mondo nuovo

Rocconto storie, scrivo, pubblico sui social dei clienti cercando di evitare le banalità e le cretinerie che la situazione troppo spesso ispira. Guardo avanti con determinazione e tutta la leggerezza che posso. È un periodo di merda per tutti. Lo so, sento i racconti dal fronte della mia compagna e degli amici che stanno in prima linea e nonostante siano tutti eccezionali mi mettono i brividi. È il momento di restare centrati, di non farsi prendere dal panico, di cancellare la paura e l’ansia. Non mi aiuta non poter più correre fuori. Un divieto che investe una parte importante della mia vita. Corro quindici, venti chilometri da trent’anni quasi tutti i giorni sulle ciclabili e sulle strade di campagna che circondano il posto dell’Alto Vicentino dove vivo. Bene, potrei fare nome e cognome dei runner che ho incrociato in questi anni da Montebello a Valdagno e l’elenco messo in colonna sarebbe più corto della lista della spesa. Ora invece sembra che tutti stiano andando in crisi d’astinenza da corsetta. Vabbè, so’ misteri. Io salto la corda davanti alla tv e non ci penso.
La settimana scorsa ho chiesto il potenziamento della connessione internet di casa che ogni due per tre saltava. Il commerciale di turno mi ha portato le scartoffie da firmare alla velocità di Spiderman ma poi… sa i tempi… data la situazione… ecco… Speriamo che la connessione sia decente oggi per la laurea on-line di mia figlia. La prima volta in assoluto allo IUAV. Studenti e professori della commissione tutti a casa in teleconferenza. Sperem! Certo è che laurearsi così… Vabbè! Lo racconterà ai suoi nipoti. Amen.
Questo è il momento buono per le aziende che vogliono iniziare a comunicare, per fare due riflessioni sul campionario, per pensare a nuove strategie o affilare gli strumenti da usare appena sarà possibile. Diamo una rinfrescata al sito, troviamo il modo migliore per gestire i social, pensiamo a produrre testi, video e nuovi materiali fotografici di qualità… Forse è il momento di pensare a nuovi prodotti, razionalizzare la produzione, togliere i rami secchi dal catalogo… Non è un gioco, lo so, il mondo si è fermato, lo so, ma non possiamo fare nient’altro che farci trovare vivi quando tornerà a girare.

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STUPIRE… SENZA CONIGLI


Oggi voglio spiegarvi come costruire una bomba con le poche cose che tutti abbiamo in casa…

Pensate sia impazzito?
No! Volevo solo stupirvi

“Al mio amico Adolfo, capitava molto spesso di venire a un appuntamento, non so, con una ruota di Volkswagen sotto il braccio. 
Era un ragazzo strano che amava molto stupire. Alle donne non regalava mai fiori, no, un chilo di pere, due etti di formaggio. Un giorno sostituì il freno della macchina con un pedale di batteria, tum, morto. Sembrerà strano ma nessuno si è stupito. Ecco, anche davanti alle persone più stravaganti, dopo un po’ tu sai sempre da quale parte fanno uscire il coniglio. Lo sai, zip zip, nessuna sorpresa.” (Giorgio Gaber – Il Coniglio)

Amo stupire.
Faccio un sacco di cose e mi tocca anche raccontarle per cui, il più delle volte non si stupisce nessuno.
Progetto un nuovo stand, disegno un oggetto, penso al montaggio di un video, scrivo il post per un blog, provo a raccontare storie… e ogni volta mi piacerebbe stupire.
Mi piace da morire l’effetto oooooh!

Mi piacciono gli aquiloni acrobatici e le bolle di sapone giganti, far uscire le farfalle dai libri, i boschi dagli alberi colorati, e i maiali blu. Le cose gigantesche o quelle piccolissime, scrivere una cosa che sembra non si capisca niente e invece alla fine… oooooh!

Depliant fatti di un’idea, fogli bianchi, grafiche tridimensionali con materiali mai usati, packaging che sembrano giocattoli, immagini così semplici come non ci si era mai pensato, lame di luci o immensi batuffoli di cotone, buio improvviso e… oooooh!
Che bella l’espressione della sorpresa! Quella bocca un po’ aperta, gli occhi sgranati e quel sorriso leggero che fa pensare a un deficiente… ma no! È solo lo smarrimento di non aver previsto, è sorpresa, è magia.
Provate a immaginare di presentare le vostre cose così, di mettere ai vostri clienti degli occhiali che mostrino i vostri prodotti sotto una nuova meravigliosa luce.
Amo quegli occhi che si accendono di pagliuzze gialle e fanno oooooh!!!

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LA GENTE DEL MIO LAVORO

 

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Nel mio lavoro mi capita di incontrare gente di ogni tipo.
Fotografi bravissimi capaci di farmi vedere cose che non vedevo. Tipografi  e grafici che rimpiangono i vecchi strumenti del mestiere ma poi si aggrappano ai loro Mac come a figli. Imprenditori di ogni genere. A me toccano sempre i più creativi, quelli che mi cercano solo perché quelli come noi si attirano come  le nuvole. Trovo artigiani che con le mani sanno fare tutto costretti a passare carte. Incontro orafi che cercano tutti i giorni una forma nuova. Distillatori che come maghi mescolano il vento, la terra, il legno e l’acqua e ne esce un silenzio buono rotto da un po’ d’allegria. C’è chi trancia e piega lamiere grosse un dito con presse alte come una casa e costruisce stampi con la precisione sottile di un capello biondo. Chi fa bulloni, dadi e staffe che tengono insieme i pezzi dei posti dove viviamo. Gente che sa cos’è la bellezza perché ce l’ha dentro, che cuce tessuti preziosi e difficili intorno a forme ancora non viste, che rende prezioso un cuscino e comoda un’asse di ciliegio. Incontro imprenditori che a una cert’ora ne hanno due palle e aspettano che sia notte per chiamare dall’altra parte del globo.
C’è chi cura fiori, mele e uva leggendo vecchi libri color canna da zucchero e studia la terra da chimico, geologo sciamano.
Ho incontrato persone che conoscono tutti e girano per il mondo e altre che stanno Sempre ferme a incidere lastre d’oro grandi come uova di colibrì. Modelle bellissime e tecnici delle luci capaci di rendere morbidi chiodi piantati in lastre di marmo. Videomaker geniali e vanesi, web designer simpatici e saccenti, sviluppatori di software, commercialisti, pr, avvocati, psicologi e runner…
Ho visto la mia faccia riflessa negli occhi di tutta questa gente e le poche volte che mi sono piaciuto poi è stato bello lavorarci.

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NON CAMBIARE NIENTE e VIVERE FELICI

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Qualche ottimo motivo per non cambiare un bel niente e vivere felici.

Perchè struggersi l’anima, il cervello e il portafogli dinanzi all’ineluttabile evidenza che il Logo ha  cinque o sei pantone di troppo, il sito internet non è responsive, lo stand in fiera comunica supercazzole a gogo ma non il marchio,  l’ultimo post sui social risale a prima di Mark e i prodotti messi in catalogo cinque anni fa erano più o meno simili a quelli dei lustri precedenti così come il catalogo.

Ottimo!

Avere un sito responsive non serve a niente. Anche perché se i contenuti non sono aggiornati l’unica utilità potrebbe essere forse quella di fornire il numero di telefono… Mah! E il numero di telefono sarà aggiornato?

I social sono una gran perdita di tempo.  Se proprio proprio meglio il bar che uno spritz dà più soddisfazione di sicuro.

Il logo super colorato è strafigo. Se poi l’ha disegnato il famoso cugino è motivo in più per non cambiarlo per niente al mondo.

Lo stand in fiera è costato un botto, di metterci anche un logo fuori più visibile non se ne parla. Poi ci sono un sacco di biglietti da visita infilati fuori, sul cristallo della vetrina, che da soli fanno già comunicazione.

Fare prodotti nuovi? Da escludere, quelli vecchi si vendono ancora benissimo e poi… toccherebbe anche rifare il catalogo.

Non si capisce perché si dovrebbe rifare il catalogo visto che i prodotti sono sempre quelli, i clienti vecchi ce l’hanno già e non ci sono clienti nuovi che ne richiedano uno diverso.

Si fa per ridere ovviamente. Ci diamo tutti un gran da fare per migliorare, per crescere, anche se dietro al paradosso, all’ironia ogni tanto ci lambisce il pensiero di lasciare tutto com’è.

Certo non si tratta di cambiare per cambiare ma il design e la comunicazione sono da sempre i motori delle aziende. Molto prima di internet, molto prima del marketing…

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SALVE! PAROLE SPAZZATURA

SALVE-parole-spazzaturaSalve!
Eh! Salve… che saluto viscido!
No! Non per la parola che è un bel saluto…  in fondo si augura buona salute…
– Salve – mi capita di dirlo troppo spesso, senza pensarci e mi fa schifo.

La butto lì col vicino di casa e mi esce  –  Sao –  sì – Sao! –
perchè proprio mentre io gli sto dicendo –  Salve –
lui mi dice – ciao –
Cerco di correggere il tiro proprio a metà parola mentre sto cercando di  farla sparire e esce un  – Sao –  ridicolo.

Facciamo così anche nelle email di lavoro.

Salve… Ufff!!!

Qualche decennio fa decisi di buttare via –  cordiali saluti –  non se ne poteva più.
Ero stufo di vederli alla fine di tutte le email che ricevevo e mi dissi che non potevo fare lo stesso.
Ho iniziato a salutare con – a presto –.

Mi sembrava fico, diverso…  Adesso, dopo aver consumato qualche milionata di – a presto – non ne sono più tanto sicuro.

Tutta questa tirata su – Salve – ciao – buongiorno – cordialmente, tanti saluti e a presto… Per dire che le parole si consumano come le gomme della macchina.

Le gomme le cambiamo perché ad un certo punto ci viene paura di andare a sbattere. Continuiamo invece ad usare sempre le stesse parole anche se un po’ alla volta finiscono per non servire più a niente.
Continuiamo a dirle imperterriti e diventiamo trasparenti, invisibili…  inutili anche noi…

Scriviamo presentazioni sul nostro sito aziendale che sembrano indirizzate a qualche ufficio UCAS sperduto nel deserto.
Mandiamo email tutte uguali.

Bisognerebbe essere veri, dire delle cose che ci riguardino davvero… nelle email come nei contatti reali, faccia a faccia, di tutti i giorni.

Non c’è differenza.

La posta elettronica, whatsapp, il blog, il sito web aziendale e tutti i social sono solo dei mezzi  di comunicazione che ci danno più opportunità di contattare la gente, parlarci, magari vendere più di quanto non fosse possibile fare solo col telefono e con la posta tradizionale qualche decennio fa.

Non sono gli strumenti, la differenza la fanno le parole, quelle vere che ancora incidono, non quelle che ripetiamo tutti senza nemmeno pensare a quello che diciamo…

Anche tu hai parole da buttare via?
Quali sono le tue parole consumate?

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APRITI SESAMO! Formule magiche e parole chiave

APRITI-SESAMO

 

Ognuno di noi, nel suo lavoro, sa che certe parole aprono le porte al pubblico, lo catturano e aiutano a vendere. 
Non  sto parlando di formule magiche buone per vendere ghiaccioli agli esquimesi, neanche delle parole che avvicinano, creano complicità, sembrano risolvere ogni problema e soddisfare ogni richiesta. Splendidi passpartout che però non sono parole legate solo al nostro lavoro.
Ognuno di noi ha le sue parole chiave. Parole che attirano e conquistano proprio le persone interessate ai nostri prodotti.

Se produco e vendo mobili di qualità una di queste parole sarà “legno”, altre saranno “solido” “durevole”, “caldo”, “comodo”. Parole che in parte saranno più importanti di “bello” e più attraenti di “economico”.

Se produco e vendo gioielli importanti in oro e diamanti, eseguiti a mano, ovviamente piuttosto cari, una delle mie parole chiave sarà “valore” e poi “oro” e poi ancora “eseguito a mano” e altre ancora…

Se invece produco complementi di arredo dalle forme ricercate realizzati in metallo e materie plastiche parlerò di “design” “ricerca”, “tendenza”, “colore”, “emozioni”…

Così se produco e vendo ottimi vini o carpenteria metallica, formaggi o pentole… divani o lampade…
Ognuno conosce bene le parole che fanno la differenza.
Basterà cambiare di poco la tipologia dei nostri prodotti e cambieranno decisamente il pubblico e le parole giuste per attrarlo.

Individuiamo il nostro pubblico e parliamogli con le parole che apprezza.

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FOTOGRAFARE LE OMBRE E LE LINEE DEI NOSTRI PRODOTTI

FOTOGRAFARE

 

Fotografare un oggetto è come dargli vita.
Sia una sedia, un anello con diamanti, una bottiglia di grappa o una giacca di finta pelle rosa, i prodotti del nostro lavoro non esistono fino a quando non vengono immortalati dalla macchina fotografica per moltiplicarsi all’infinito nel web e sulla carta stampata.

Ecco qualche idea su cose da fare e da evitare fotografando. Cose che converrebbe seguire… ma non sempre. 

AMBIENTARE, ABBINARE, ACC…
Fotografare una poltrona su di uno sfondo bianco o nel salone di una villa? In mezzo ad un prato o su una spiaggia? Vuota o con qualcuno spaparanzato sopra? Ovviamente dipende da cosa vogliamo comunicare. Resto sempre dell’idea che meno roba c’è intorno e prima si capisce chi è il protagonista.

OMBRE LUNGHE
Il disegno che tracciano gli oggetti con le loro ombre è spesso più bello degli oggetti stessi. Ombre lunghe e scure, grandi o sottili, nette o sfumate, linee diritte e curve sensuali.
L’oggetto protrebbe quasi sparire e lasciare che sia la sua ombra a parlare di lui.

ASIMMETRIE OBBLIGATORIE 
Gli oggetti devono provare a scappare dall’inquadratura, altrimenti,  se stanno lì al centro fermi come allocchi sembrano morti… Mezzi fuori e mezzi dentro sono perfetti!

MOSTRARE IL LATO OSCURO
C’è sempre un lato che non mostriamo mai. Un retro, un aspetto che riteniamo non debba interessare a nessuno. È proprio quello che potrebbe sorprendere.

FACCIAMOLI A PEZZI
Dettagli, dettagli, dettagli…
Bello il divano, ma la cucitura o il piedino potrebbero fare la differenza
Uno spigolo, un bottone, un bullone, una lamiera acidata… diamanti bianchissimi, il segno di un’imperfezione, di un materiale caldo, un tappo, una maniglia, una scatola…
Dettagli da inquadrare e mettere a fuoco con precisione chirurgica.

FOTOGRAFARE IL PRODOTTO
è un po’ come inventarlo un’altra volta.
Proporlo esattamente com’è e come non lo vedremo mai.
Come lo faremo ricordare sempre.

IL-MEDIUM-è-IL-MASSAGGIO

IL MEDIUM È IL MASSAGGIO

IL-MEDIUM-è-IL-MASSAGGIO

Comunicare il prodotto o comunicare l’azienda?

Quanto conta il mezzo? Molto.
Sarebbe perfetto dare risalto ad entrambi, purtroppo raramente è possibile.
Quando acquistiamo un qualsiasi prodotto, un gioiello, un’auto, un paio di scarpe, una bottiglia di vino, una poltrona o una mela scegliamo in base a due aspetti essenziali, raramente uniti in unica rappresentazione ideale, più spesso, l’uno a far ombra all’altro.
Il fascino e le qualità tecniche.
I valori del marchio e le prestazioni dell’oggetto, la bellezza e la funzionalità, aspetti che si fondono in una valutazione di mercato, il prezzo, dove è difficile quantificare l’apporto dell’uno e dell’altro.

Vetrine bellissime in cui il prodotto quasi non si vede, esposizioni da cui ci siamo allontanati, colpiti dal negozio, senza aver chiaro quale fosse l’offerta commerciale.

Pagine pubblicitarie con messaggi allusivi che non ci mostrano il prodotto in vendita ma ci promettono che acquistandolo avremo più potere, più sicurezza, più fascino, più… più… più…

Video in cui automobili da sogno ci portano in un altro mondo, non importa a quale velocità.

Depliant con lampade che si accendono e fanno luce. Forse una bella luce eh!

Come realizzare i sogni che tutti vogliamo vivere e vendere gli oggetti molto più reali che li abitano?

Si tratta di scegliere come e cosa comunicare.

Bisogna rinunciare a delle cose per dare risalto ad altre.
È necessario adattare il messaggio al mezzo, al contesto, al pubblico e all’obiettivo da raggiungere.

Ci sono momenti per la poesia e altri per la prosa. Spazi per ammaliare e altri per spiegare.
Tempi lunghi e attimi fuggevoli.
Ogni volta il messaggio dovrà adattarsi allo spazio e al tempo che il mezzo consente cercando però sempre di mantenere la stessa coerenza di contenuti.

Ho rubato il titolo di questo post al celebre saggio di Marshall McLuhan del 1967.
Così celebre da consentirmi il furto senza timore di fraintendimenti.

giochi-serissimi

GIOCHI SERISSIMI, PER ESSERE VERI COME NELLE FIABE

giochi-serissimiL’altro giorno c’è stata l’incredibile performance ideata da Bansky, il famoso writer inglese, che ha fatto a tagliatelle in diretta TV la “ragazza con palloncino” appena battuta da Sotheby’s per un milione di sterline. Una provocazione, una performance, l’invenzione di una storia su di un “prodotto” già famoso e già ricco di storie. Lo sberleffo di un genio al mercato dell’arte, un mercato che a sua volta si riapproprierà dello scherzo e ne farà ancora business.
Raccontare le nostre imprese è ancora più importante.

Da piccoli giocavamo alla guerra, a mamma e papá, al mercato…  e giocavamo raccontandoci e rappresentando mille storie. Ci allenavamo ai ruoli che avremmo interpretato da adulti.
Oggi, giochiamo ancora… per promuovere il nostro lavoro, per capirne meglio i meccanismi, per riprodurne le criticitá, per coinvolgere il nostro pubblico, affascinarlo, farlo discutere, coinvolgerlo…  per stringere relazioni emozionali.
Inventiamo mille cose per  dare visibilità  al nostro mondo.
Ci sono pasticceri che invogliano a creare e raccontare dolci, gioiellieri che organizzano gran concorsi di design e scrittura lussuosa, mobilieri che fanno parlare i sofá in sexi storytelling e propongono divani componibili come giochi di costruzioni. Bijoux con incisioni letterarie, scritte smaltate di frasi famose o poche parole emozionate graffite dal moroso. Arredi, abiti, gioielli, componibili e scomponibili in una varietá di giochi da far rivivere sul proprio blog, raccontare su facebook e rilanciare su Twitter. Vini prestigiosi raccontati al lume di candela mentre colori e profumi si stemperano nelle storie delle famiglie, dei luoghi, della terra e delle mani che li hanno creati.
Storie che attraversano gli oceani e lasciano sedimentare i sentimenti. Storie che trasformano clienti in amici, confidenti, compagni di strada e di giochi.
Giochi serissimi.
Quante aziende di attrezzature sportive sostengono la partecipazione di migliaia di atleti dilettanti in avventure incredibili, da raccontare in mille storie in cui i loro prodotti si mescolano e si misurano con la durezza della natura e la resilienza umana vista come un’allegra follia.
Organizziamo giochi e avventure.
Avviciniamo il nostro pubblico. Raccontiamogli con parole e immagini le imprese grandi e piccole che affrontiamo ogni giorno.
Creiamo prodotti carichi di suggestioni, de-scriviamoli come nelle fiabe perché mostrino quanto sono veri.

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LA MALA EDUCACIÓN

LA-MALA-EDUCACION__1000Rubo maleducatamente il titolo al film di Almodovar del 2004 e al talk sul sesso in cui spesso mi imbatto zappeggiando a tarda ora quando ormai non restano che televendite, Vespa e sesso per l’appunto.
Dopo il doveroso tributo al film cult del regista spagnolo e al talk con tre X di Elena di Cioccio su la 7d meglio venire a bomba senza altri fraintendimenti.

Le comunicazioni di lavoro, che avvengano telefonicamente o, come sempre più spesso via email, sms, whatsapp, skype e altre app a piacere, sono pur sempre comunicazioni e come tali mostrano chi siamo.
Un tempo le mamme passavano in rassegna i pargoli per accertarsi che mostrassero un’immagine dignitosa di sé e della famiglia di provenienza, sarà bene trasferire in azienda, in negozio e in qualsiasi ufficio o luogo di lavoro le buone pratiche materne di tanti anni fa.

Così alla rinfusa:

Non obblighiamo ad aprire PEC in continuazione, anche per comunicazioni tutt’altro che formali.

In azienda tutti gli indirizzi di posta personali dovrebbero mostrare le stesse caratteristiche. Una piccola foto che mostri con chi si parla è sempre gradita, l’indirizzo standard – nome.cognome@nomeazienda.it –  anche solo il nome va bene, poi LOGO e tutti i dati aziedali utili.

Evitiamo la politica del – ognuno fa come vuole –  comunque sia registriamoci con indirizzi di posta dignitosi evitando nomignoli, ammiccamenti, sigle strane e altre facezie.

Buongiorno o ciao, grazie, ed altri ammennicoli della cortesia non sono ancora stati cassati da leggi ad hoc.

Non ignoriamo le email di lavoro facendo finta di niente. Se capita e ce ne accorgiamo dopo giorni rispondendo iniziamo con uno – scusa – funziona sempre e mostra che non è sempre così.

Qualsiasi cosa scriviamo e chiediamo pensiamo che al di là dello schermo del pc o dello smartphone c’è sempre una persona non un’entità astratta.
Non scriviamo alle aziende ma alle persone che le rappresentano, siano l’AD o la centralinista all’ingresso.
Così per noi. Quando scriviamo rappresentiamo la nostra azienda e abbiamo la responsabilità di quello che diciamo.

Nello scrivere oltre ad essere educati e gentili cerchiamo di non essere prolissi, di andare velocemente al punto, di dare e chiedere tutte le informazioni necessarie, sottolineando e mettendo in evidenza le più importanti o quelle che temiamo possano essere ritenute superflue dal nostro interlocutore.

Potrebbe essere utile organizzare in azienda un breve meeting in cui condividere le buone prassi di utilizzo dei mezzi con cui dialogare con il nostro pubblico, clienti e fornitori.

SCRIVERE

SCRIVERE L’AZIENDA

 

SCRIVERE

 

È importante raccontare la propria attività. Soprattutto oggi, in internet non possiamo farne a meno.

Scrivere è il mio lavoro.

Scrivo per me e per aziende molto diverse tra loro: produttori di gioielleria, aziende agricole, produttori e rivenditori di mobili e oggetti di arredamento, concerie e aziende che lavorano il ferro e la plastica, Enti che offrono servizi…
Non mi pongo limiti settoriali.
Abbiamo tutti bisogno di creatività!
Racconto le aziende e la loro creatività.

Inviare NEWSLETTER come questa è uno dei modi più efficaci per farsi conoscere e per far capire cosa facciamo.
Qualche consiglio per raccontare bene la nostra azienda:

– Semplicità
La regola fondamentale è sempre quella: usare un linguaggio semplice e quanto più personale possibile.

– Senza banalità
Se vendiamo gioielli o vino o qualsiasi altra cosa, sará utile non parlare sempre e solo di quanto sono belli e buoni i nostri prodotti. L’oste dirá sempre che il suo vino è buono.
Diamo qualche consiglio mettendo a disposizione quello che sappiamo e che crediamo utile.
Manteniamo un tono leggero, spiritoso, se ne siamo capaci, evitando la sicumera del “so tutto mi”.

– Con che frequenza?
Non esiste una regola!
Se scriviamo cose interessanti, scritte bene e le inviamo al pubblico giusto, possiamo farci trovare nella posta anche due volte al giorno. Se inviamo scemenze presuntuose e scritte male anche una volta al mese sarà di troppo.

– La lunghezza dei testi.
Come sopra! Fatto salvo uno standard orientativo di 300 parole, se scrivo cose interessanti potró dilungarmi,  altrimenti  una riga sarà già troppo.

– Con personalità
Mettiamoci in gioco, tiriamo fuori la farina dal nostro sacco e mostriamo chi siamo e cosa pensiamo.

Genuinità e verità pagano sempre.

PAROLE-PERICOLOSE

PAROLE PERICOLOSE

PAROLE-PERICOLOSE

 

Quando scriviamo della nostra azienda e del nostro lavoro sulle brochure e sui cataloghi che diamo alla stampa e ancora di più sul nostro sito internet e sui profili social usiamo troppo spesso un linguaggio poco preciso. Alludiamo a una cosa e senza accorgercene ne diciamo un’altra. Così facendo indeboliamo la nostra immagine. Capita scrivendo senza consapevolezza di quello che stiamo dicendo di  raccontare prodotti e lavori che a ben guardare non sembrano i nostri.

Ci sono parole intorno alle quali giochiamo la fortuna della nostra attività, parole pericolose, da usare con le pinze.
Le due paroline più bastarde che mi vengono in mente sono MODA e LUSSO.
A queste se ne possono aggiungere tante altre. Ognuno, nel proprio settore, avrá le sue.

MODA e LUSSO
Parole che spesso vengono accomunate sebbene  in realtà esprimano tipologie di prodotti con caratteristiche lontanissime tra di loro. La variabile tempo discrimina i due termini in modo radicale ponendoli agli opposti.

La MODA per sua stessa definizione è ciclica.
Gli anni e le stagioni scandiscono il mutare dei gusti, delle mode appunto. Un oggetto di culto oggi, domani non lo sarà più, sarà passato di moda.
Il LUSSO invece cristallizza il tempo.
Il passare del tempo si sedimenta sull’oggetto aumentandone il valore. Gli oggetti di lusso sono realizzati con materiali di difficile reperibilità, da mani esperte che hanno impiegato una vita per apprendere ed affinare le tecniche per lavorare quei materiali, spesso appropriandosi del sapere di generazioni di maestri.
Nella MODA gli oggetti perdono di valore e vengono rimpiazzati da altri, nel LUSSO gli oggetti acquistano maggior valore col passare del tempo.
La MODA, quella che noi immaginiamo comunemente, è la giostra infinita delle collezioni che ogni stagione si muovono dalle passerelle ai manichini dei negozi. Nella moda per quanto raffinata e costosa non c’è LUSSO. IL LUSSO è senza tempo. Un divano alla moda potrà essere realizzato di materiali costosi ma la sua stessa produzione industriale esclude che possa definirsi oggetto di LUSSO.
La moda mira alla massima diffusione possibile. Anche quando si rivolge alle élite cerca di declinarsi verso il pubblico piú ampio possibile.
Il lusso per definizione è elitario e mira ad una clientela molto ristretta e selezionata.
Va da sé che gran parte di quelli che chiamiamo oggetti di LUSSO sono in realtà soltanto un po’ cari.
Sembrano quisquiglie lessicali, pinzillacchere da azzeccagarbugli ma in realtà cominciando a mescolare i significati di MODA e LUSSO si perdono i riferimenti per definire il proprio lavoro e diventa un gran casino comunicarlo.
Il più delle volte gli oggetti che definiamo di MODA e/o di LUSSO non appartengono a nessuna delle due categorie, raramente sono di moda e quasi mai di LUSSO.
Il danno maggiore che ci fa questo fraintendimento è quello di collocare la nostra produzione lontanissimo dal suo target, di comunicarla ad un pubblico disinteressato, o addirittura di usare un linguaggio che disorienta e allontana anche quella clientela che potrebbe essere interessata all’acquisto.

Nel tuo lavoro quali sono le parole magiche e quelle che invece sembrano farfalle ma sibilano come sassi?
Quali parole tra quelle che usi abitualmente per descrivere i tuoi prodotti potrebbero essere fraintese anche in modo pericoloso per le tue vendite? 

 

 

 

Ha-ancora-senso

ha ancora senso?

Ha-ancora-senso

Mi hanno appena dato due  bellissimi biglietti da visita. Di quelli importanti, si vede dalla carta, dal nome, da tutto, ma…
Ha ancora senso?
Intendo… scegliere un cartoncino bello, di qualità, impaginato e stampato da Dio che il nostro interlocutore depositerà direttamente tra la carta riciclabile appena ci saremo girati.
Non abbiamo neanche il rituale giapponese della presentazione a due mani che dal cuore si aprono a vassoio, gesto sottolineato da un impercettibile inchino. Ci scambiamo i riferimenti necessari alle nostre relazioni d’affari come non ce ne fregasse niente.
I biglietti da visita non ci servono neanche come pretesto per marcare con un gesto l’inizio di una relazione.
Ha ancora senso?
Appena arriva una email da uno sconosciuto google o chi per esso lo cataloga tra i nostri contatti in bell’ordine a disposizione sul nostro smartphone, sul tablet e su un paio di nuvolette digitali raggiungibili anche da un’isoletta sperduta.
Ha ancora senso stampare quintali di cataloghi dalle copertine di seta che inevitabilmente  in percentuali altissime andranno al macero?
Non fraintendetemi, mi piace la carta stampata, ho speso un sacco di soldi in libri, le tipografie, le librerie sono posti bellissimi. Ma è una battaglia persa, potremo provare a boicottare tutta la produzione e la distribuzione di testi in formato digitale ma saremo spazzati via come nuovi ridicoli luddisti.
Io ho già tradito, ho saltato la barricata da un pezzo. Compro ancora di nascosto qualche libro fatto di carta solo per mantenere il vizio, per riprodurre un piacere imparato da bambino. I nostri figli saranno gli ultimi e poi basta.
Le biblioteche resisteranno ancora un po’ poi tutto si scioglierà come tavolette di cera.
Solo le parole. I pensieri, le storie non finiranno mai, si moltiplicheranno all’infinito, e avranno sempre bisogno di una forma, una composizione, un ritmo. La grafica digitale ha altre leggi, altre frontiere, infiniti mezzi di diffusione che un po’ alla volta ci conquisteranno diventando abituali.
Nel frattempo godiamoci il fantastico tramonto dell’era della carta stampata. Scegliamo carte meravigliose, innalziamo monumenti a Fedrigoni… Stampiamo biglietti da visita dello spessore di un tramezzo e cataloghi mescolando tutte le carte del mondo.
Vi chiedo solo una cosa, facciamola finita subito con i fax!