APRITI-SESAMO

APRITI SESAMO! Formule magiche e parole chiave

APRITI-SESAMO

 

Ognuno di noi, nel suo lavoro, sa che certe parole aprono le porte al pubblico, lo catturano e aiutano a vendere. 
Non  sto parlando di formule magiche buone per vendere ghiaccioli agli esquimesi, neanche delle parole che avvicinano, creano complicità, sembrano risolvere ogni problema e soddisfare ogni richiesta. Splendidi passpartout che però non sono parole legate solo al nostro lavoro.
Ognuno di noi ha le sue parole chiave. Parole che attirano e conquistano proprio le persone interessate ai nostri prodotti.

Se produco e vendo mobili di qualità una di queste parole sarà “legno”, altre saranno “solido” “durevole”, “caldo”, “comodo”. Parole che in parte saranno più importanti di “bello” e più attraenti di “economico”.

Se produco e vendo gioielli importanti in oro e diamanti, eseguiti a mano, ovviamente piuttosto cari, una delle mie parole chiave sarà “valore” e poi “oro” e poi ancora “eseguito a mano” e altre ancora…

Se invece produco complementi di arredo dalle forme ricercate realizzati in metallo e materie plastiche parlerò di “design” “ricerca”, “tendenza”, “colore”, “emozioni”…

Così se produco e vendo ottimi vini o carpenteria metallica, formaggi o pentole… divani o lampade…
Ognuno conosce bene le parole che fanno la differenza.
Basterà cambiare di poco la tipologia dei nostri prodotti e cambieranno decisamente il pubblico e le parole giuste per attrarlo.

Individuiamo il nostro pubblico e parliamogli con le parole che apprezza.

FOTOGRAFARE

FOTOGRAFARE LE OMBRE E LE LINEE DEI NOSTRI PRODOTTI

FOTOGRAFARE

 

Fotografare un oggetto è come dargli vita.
Sia una sedia, un anello con diamanti, una bottiglia di grappa o una giacca di finta pelle rosa, i prodotti del nostro lavoro non esistono fino a quando non vengono immortalati dalla macchina fotografica per moltiplicarsi all’infinito nel web e sulla carta stampata.

Ecco qualche idea su cose da fare e da evitare fotografando. Cose che converrebbe seguire… ma non sempre. 

AMBIENTARE, ABBINARE, ACC…
Fotografare una poltrona su di uno sfondo bianco o nel salone di una villa? In mezzo ad un prato o su una spiaggia? Vuota o con qualcuno spaparanzato sopra? Ovviamente dipende da cosa vogliamo comunicare. Resto sempre dell’idea che meno roba c’è intorno e prima si capisce chi è il protagonista.

OMBRE LUNGHE
Il disegno che tracciano gli oggetti con le loro ombre è spesso più bello degli oggetti stessi. Ombre lunghe e scure, grandi o sottili, nette o sfumate, linee diritte e curve sensuali.
L’oggetto protrebbe quasi sparire e lasciare che sia la sua ombra a parlare di lui.

ASIMMETRIE OBBLIGATORIE 
Gli oggetti devono provare a scappare dall’inquadratura, altrimenti,  se stanno lì al centro fermi come allocchi sembrano morti… Mezzi fuori e mezzi dentro sono perfetti!

MOSTRARE IL LATO OSCURO
C’è sempre un lato che non mostriamo mai. Un retro, un aspetto che riteniamo non debba interessare a nessuno. È proprio quello che potrebbe sorprendere.

FACCIAMOLI A PEZZI
Dettagli, dettagli, dettagli…
Bello il divano, ma la cucitura o il piedino potrebbero fare la differenza
Uno spigolo, un bottone, un bullone, una lamiera acidata… diamanti bianchissimi, il segno di un’imperfezione, di un materiale caldo, un tappo, una maniglia, una scatola…
Dettagli da inquadrare e mettere a fuoco con precisione chirurgica.

FOTOGRAFARE IL PRODOTTO
è un po’ come inventarlo un’altra volta.
Proporlo esattamente com’è e come non lo vedremo mai.
Come lo faremo ricordare sempre.

IL-MEDIUM-è-IL-MASSAGGIO

IL MEDIUM È IL MASSAGGIO

IL-MEDIUM-è-IL-MASSAGGIO

Comunicare il prodotto o comunicare l’azienda?

Quanto conta il mezzo? Molto.
Sarebbe perfetto dare risalto ad entrambi, purtroppo raramente è possibile.
Quando acquistiamo un qualsiasi prodotto, un gioiello, un’auto, un paio di scarpe, una bottiglia di vino, una poltrona o una mela scegliamo in base a due aspetti essenziali, raramente uniti in unica rappresentazione ideale, più spesso, l’uno a far ombra all’altro.
Il fascino e le qualità tecniche.
I valori del marchio e le prestazioni dell’oggetto, la bellezza e la funzionalità, aspetti che si fondono in una valutazione di mercato, il prezzo, dove è difficile quantificare l’apporto dell’uno e dell’altro.

Vetrine bellissime in cui il prodotto quasi non si vede, esposizioni da cui ci siamo allontanati, colpiti dal negozio, senza aver chiaro quale fosse l’offerta commerciale.

Pagine pubblicitarie con messaggi allusivi che non ci mostrano il prodotto in vendita ma ci promettono che acquistandolo avremo più potere, più sicurezza, più fascino, più… più… più…

Video in cui automobili da sogno ci portano in un altro mondo, non importa a quale velocità.

Depliant con lampade che si accendono e fanno luce. Forse una bella luce eh!

Come realizzare i sogni che tutti vogliamo vivere e vendere gli oggetti molto più reali che li abitano?

Si tratta di scegliere come e cosa comunicare.

Bisogna rinunciare a delle cose per dare risalto ad altre.
È necessario adattare il messaggio al mezzo, al contesto, al pubblico e all’obiettivo da raggiungere.

Ci sono momenti per la poesia e altri per la prosa. Spazi per ammaliare e altri per spiegare.
Tempi lunghi e attimi fuggevoli.
Ogni volta il messaggio dovrà adattarsi allo spazio e al tempo che il mezzo consente cercando però sempre di mantenere la stessa coerenza di contenuti.

Ho rubato il titolo di questo post al celebre saggio di Marshall McLuhan del 1967.
Così celebre da consentirmi il furto senza timore di fraintendimenti.

giochi-serissimi

GIOCHI SERISSIMI, PER ESSERE VERI COME NELLE FIABE

giochi-serissimiL’altro giorno c’è stata l’incredibile performance ideata da Bansky, il famoso writer inglese, che ha fatto a tagliatelle in diretta TV la “ragazza con palloncino” appena battuta da Sotheby’s per un milione di sterline. Una provocazione, una performance, l’invenzione di una storia su di un “prodotto” già famoso e già ricco di storie. Lo sberleffo di un genio al mercato dell’arte, un mercato che a sua volta si riapproprierà dello scherzo e ne farà ancora business.
Raccontare le nostre imprese è ancora più importante.

Da piccoli giocavamo alla guerra, a mamma e papá, al mercato…  e giocavamo raccontandoci e rappresentando mille storie. Ci allenavamo ai ruoli che avremmo interpretato da adulti.
Oggi, giochiamo ancora… per promuovere il nostro lavoro, per capirne meglio i meccanismi, per riprodurne le criticitá, per coinvolgere il nostro pubblico, affascinarlo, farlo discutere, coinvolgerlo…  per stringere relazioni emozionali.
Inventiamo mille cose per  dare visibilità  al nostro mondo.
Ci sono pasticceri che invogliano a creare e raccontare dolci, gioiellieri che organizzano gran concorsi di design e scrittura lussuosa, mobilieri che fanno parlare i sofá in sexi storytelling e propongono divani componibili come giochi di costruzioni. Bijoux con incisioni letterarie, scritte smaltate di frasi famose o poche parole emozionate graffite dal moroso. Arredi, abiti, gioielli, componibili e scomponibili in una varietá di giochi da far rivivere sul proprio blog, raccontare su facebook e rilanciare su Twitter. Vini prestigiosi raccontati al lume di candela mentre colori e profumi si stemperano nelle storie delle famiglie, dei luoghi, della terra e delle mani che li hanno creati.
Storie che attraversano gli oceani e lasciano sedimentare i sentimenti. Storie che trasformano clienti in amici, confidenti, compagni di strada e di giochi.
Giochi serissimi.
Quante aziende di attrezzature sportive sostengono la partecipazione di migliaia di atleti dilettanti in avventure incredibili, da raccontare in mille storie in cui i loro prodotti si mescolano e si misurano con la durezza della natura e la resilienza umana vista come un’allegra follia.
Organizziamo giochi e avventure.
Avviciniamo il nostro pubblico. Raccontiamogli con parole e immagini le imprese grandi e piccole che affrontiamo ogni giorno.
Creiamo prodotti carichi di suggestioni, de-scriviamoli come nelle fiabe perché mostrino quanto sono veri.

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LA MALA EDUCACIÓN

LA-MALA-EDUCACION__1000Rubo maleducatamente il titolo al film di Almodovar del 2004 e al talk sul sesso in cui spesso mi imbatto zappeggiando a tarda ora quando ormai non restano che televendite, Vespa e sesso per l’appunto.
Dopo il doveroso tributo al film cult del regista spagnolo e al talk con tre X di Elena di Cioccio su la 7d meglio venire a bomba senza altri fraintendimenti.

Le comunicazioni di lavoro, che avvengano telefonicamente o, come sempre più spesso via email, sms, whatsapp, skype e altre app a piacere, sono pur sempre comunicazioni e come tali mostrano chi siamo.
Un tempo le mamme passavano in rassegna i pargoli per accertarsi che mostrassero un’immagine dignitosa di sé e della famiglia di provenienza, sarà bene trasferire in azienda, in negozio e in qualsiasi ufficio o luogo di lavoro le buone pratiche materne di tanti anni fa.

Così alla rinfusa:

Non obblighiamo ad aprire PEC in continuazione, anche per comunicazioni tutt’altro che formali.

In azienda tutti gli indirizzi di posta personali dovrebbero mostrare le stesse caratteristiche. Una piccola foto che mostri con chi si parla è sempre gradita, l’indirizzo standard – nome.cognome@nomeazienda.it –  anche solo il nome va bene, poi LOGO e tutti i dati aziedali utili.

Evitiamo la politica del – ognuno fa come vuole –  comunque sia registriamoci con indirizzi di posta dignitosi evitando nomignoli, ammiccamenti, sigle strane e altre facezie.

Buongiorno o ciao, grazie, ed altri ammennicoli della cortesia non sono ancora stati cassati da leggi ad hoc.

Non ignoriamo le email di lavoro facendo finta di niente. Se capita e ce ne accorgiamo dopo giorni rispondendo iniziamo con uno – scusa – funziona sempre e mostra che non è sempre così.

Qualsiasi cosa scriviamo e chiediamo pensiamo che al di là dello schermo del pc o dello smartphone c’è sempre una persona non un’entità astratta.
Non scriviamo alle aziende ma alle persone che le rappresentano, siano l’AD o la centralinista all’ingresso.
Così per noi. Quando scriviamo rappresentiamo la nostra azienda e abbiamo la responsabilità di quello che diciamo.

Nello scrivere oltre ad essere educati e gentili cerchiamo di non essere prolissi, di andare velocemente al punto, di dare e chiedere tutte le informazioni necessarie, sottolineando e mettendo in evidenza le più importanti o quelle che temiamo possano essere ritenute superflue dal nostro interlocutore.

Potrebbe essere utile organizzare in azienda un breve meeting in cui condividere le buone prassi di utilizzo dei mezzi con cui dialogare con il nostro pubblico, clienti e fornitori.

SCRIVERE

SCRIVERE L’AZIENDA

 

SCRIVERE

 

È importante raccontare la propria attività. Soprattutto oggi, in internet non possiamo farne a meno.

Scrivere è il mio lavoro.

Scrivo per me e per aziende molto diverse tra loro: produttori di gioielleria, aziende agricole, produttori e rivenditori di mobili e oggetti di arredamento, concerie e aziende che lavorano il ferro e la plastica, Enti che offrono servizi…
Non mi pongo limiti settoriali.
Abbiamo tutti bisogno di creatività!
Racconto le aziende e la loro creatività.

Inviare NEWSLETTER come questa è uno dei modi più efficaci per farsi conoscere e per far capire cosa facciamo.
Qualche consiglio per raccontare bene la nostra azienda:

– Semplicità
La regola fondamentale è sempre quella: usare un linguaggio semplice e quanto più personale possibile.

– Senza banalità
Se vendiamo gioielli o vino o qualsiasi altra cosa, sará utile non parlare sempre e solo di quanto sono belli e buoni i nostri prodotti. L’oste dirá sempre che il suo vino è buono.
Diamo qualche consiglio mettendo a disposizione quello che sappiamo e che crediamo utile.
Manteniamo un tono leggero, spiritoso, se ne siamo capaci, evitando la sicumera del “so tutto mi”.

– Con che frequenza?
Non esiste una regola!
Se scriviamo cose interessanti, scritte bene e le inviamo al pubblico giusto, possiamo farci trovare nella posta anche due volte al giorno. Se inviamo scemenze presuntuose e scritte male anche una volta al mese sarà di troppo.

– La lunghezza dei testi.
Come sopra! Fatto salvo uno standard orientativo di 300 parole, se scrivo cose interessanti potró dilungarmi,  altrimenti  una riga sarà già troppo.

– Con personalità
Mettiamoci in gioco, tiriamo fuori la farina dal nostro sacco e mostriamo chi siamo e cosa pensiamo.

Genuinità e verità pagano sempre.

PAROLE-PERICOLOSE

PAROLE PERICOLOSE

PAROLE-PERICOLOSE

 

Quando scriviamo della nostra azienda e del nostro lavoro sulle brochure e sui cataloghi che diamo alla stampa e ancora di più sul nostro sito internet e sui profili social usiamo troppo spesso un linguaggio poco preciso. Alludiamo a una cosa e senza accorgercene ne diciamo un’altra. Così facendo indeboliamo la nostra immagine. Capita scrivendo senza consapevolezza di quello che stiamo dicendo di  raccontare prodotti e lavori che a ben guardare non sembrano i nostri.

Ci sono parole intorno alle quali giochiamo la fortuna della nostra attività, parole pericolose, da usare con le pinze.
Le due paroline più bastarde che mi vengono in mente sono MODA e LUSSO.
A queste se ne possono aggiungere tante altre. Ognuno, nel proprio settore, avrá le sue.

MODA e LUSSO
Parole che spesso vengono accomunate sebbene  in realtà esprimano tipologie di prodotti con caratteristiche lontanissime tra di loro. La variabile tempo discrimina i due termini in modo radicale ponendoli agli opposti.

La MODA per sua stessa definizione è ciclica.
Gli anni e le stagioni scandiscono il mutare dei gusti, delle mode appunto. Un oggetto di culto oggi, domani non lo sarà più, sarà passato di moda.
Il LUSSO invece cristallizza il tempo.
Il passare del tempo si sedimenta sull’oggetto aumentandone il valore. Gli oggetti di lusso sono realizzati con materiali di difficile reperibilità, da mani esperte che hanno impiegato una vita per apprendere ed affinare le tecniche per lavorare quei materiali, spesso appropriandosi del sapere di generazioni di maestri.
Nella MODA gli oggetti perdono di valore e vengono rimpiazzati da altri, nel LUSSO gli oggetti acquistano maggior valore col passare del tempo.
La MODA, quella che noi immaginiamo comunemente, è la giostra infinita delle collezioni che ogni stagione si muovono dalle passerelle ai manichini dei negozi. Nella moda per quanto raffinata e costosa non c’è LUSSO. IL LUSSO è senza tempo. Un divano alla moda potrà essere realizzato di materiali costosi ma la sua stessa produzione industriale esclude che possa definirsi oggetto di LUSSO.
La moda mira alla massima diffusione possibile. Anche quando si rivolge alle élite cerca di declinarsi verso il pubblico piú ampio possibile.
Il lusso per definizione è elitario e mira ad una clientela molto ristretta e selezionata.
Va da sé che gran parte di quelli che chiamiamo oggetti di LUSSO sono in realtà soltanto un po’ cari.
Sembrano quisquiglie lessicali, pinzillacchere da azzeccagarbugli ma in realtà cominciando a mescolare i significati di MODA e LUSSO si perdono i riferimenti per definire il proprio lavoro e diventa un gran casino comunicarlo.
Il più delle volte gli oggetti che definiamo di MODA e/o di LUSSO non appartengono a nessuna delle due categorie, raramente sono di moda e quasi mai di LUSSO.
Il danno maggiore che ci fa questo fraintendimento è quello di collocare la nostra produzione lontanissimo dal suo target, di comunicarla ad un pubblico disinteressato, o addirittura di usare un linguaggio che disorienta e allontana anche quella clientela che potrebbe essere interessata all’acquisto.

Nel tuo lavoro quali sono le parole magiche e quelle che invece sembrano farfalle ma sibilano come sassi?
Quali parole tra quelle che usi abitualmente per descrivere i tuoi prodotti potrebbero essere fraintese anche in modo pericoloso per le tue vendite? 

 

 

 

Ha-ancora-senso

ha ancora senso?

Ha-ancora-senso

Mi hanno appena dato due  bellissimi biglietti da visita. Di quelli importanti, si vede dalla carta, dal nome, da tutto, ma…
Ha ancora senso?
Intendo… scegliere un cartoncino bello, di qualità, impaginato e stampato da Dio che il nostro interlocutore depositerà direttamente tra la carta riciclabile appena ci saremo girati.
Non abbiamo neanche il rituale giapponese della presentazione a due mani che dal cuore si aprono a vassoio, gesto sottolineato da un impercettibile inchino. Ci scambiamo i riferimenti necessari alle nostre relazioni d’affari come non ce ne fregasse niente.
I biglietti da visita non ci servono neanche come pretesto per marcare con un gesto l’inizio di una relazione.
Ha ancora senso?
Appena arriva una email da uno sconosciuto google o chi per esso lo cataloga tra i nostri contatti in bell’ordine a disposizione sul nostro smartphone, sul tablet e su un paio di nuvolette digitali raggiungibili anche da un’isoletta sperduta.
Ha ancora senso stampare quintali di cataloghi dalle copertine di seta che inevitabilmente  in percentuali altissime andranno al macero?
Non fraintendetemi, mi piace la carta stampata, ho speso un sacco di soldi in libri, le tipografie, le librerie sono posti bellissimi. Ma è una battaglia persa, potremo provare a boicottare tutta la produzione e la distribuzione di testi in formato digitale ma saremo spazzati via come nuovi ridicoli luddisti.
Io ho già tradito, ho saltato la barricata da un pezzo. Compro ancora di nascosto qualche libro fatto di carta solo per mantenere il vizio, per riprodurre un piacere imparato da bambino. I nostri figli saranno gli ultimi e poi basta.
Le biblioteche resisteranno ancora un po’ poi tutto si scioglierà come tavolette di cera.
Solo le parole. I pensieri, le storie non finiranno mai, si moltiplicheranno all’infinito, e avranno sempre bisogno di una forma, una composizione, un ritmo. La grafica digitale ha altre leggi, altre frontiere, infiniti mezzi di diffusione che un po’ alla volta ci conquisteranno diventando abituali.
Nel frattempo godiamoci il fantastico tramonto dell’era della carta stampata. Scegliamo carte meravigliose, innalziamo monumenti a Fedrigoni… Stampiamo biglietti da visita dello spessore di un tramezzo e cataloghi mescolando tutte le carte del mondo.
Vi chiedo solo una cosa, facciamola finita subito con i fax!

Cercasi-architetto-cazzuto

cercasi architetto cazzuto

Cercasi-architetto-cazzuto

 

Ieri pomeriggio ero lì  che pensavo a cosa raccontare, lo sguardo perso sul 25 pollici, certe volte 5 e 1/2 sono pochini, quando mi piomba addosso la proposta indecente.

– Cercasi Architetto copywriter per relazione solida e duratura. Sei un copy in cerca di una chance per tirarsi su le maniche e farsi notare, di un ambiente giovane che va alla velocità della luce, in costante crescita e dove non ci si ferma mai? Noi cerchiamo un tipo strategico, concept friendly, scrittore mancato, oratore affabile, creativo anche nel sonno, ma soprattutto cazzuto. La bellezza non conta, meglio almeno 3/5 anni di esperienza in agenzie, magari internazionali, competenze social e tanta maturità professionale. –

In un attimo penso che sia  scritto per me, a parte le agenzie internazionali…  ok per la bellezza che non conta, ok per strategico, ok per concept friendly, per scrittore mancato…  ok per oratore affabile, ok creativo anche nel sonno… e poi mi tocca rileggere che vogliono uno cazzuto, anzi…  soprattutto cazzuto!
Cazzuto?!
A prima botta non capisco, cosa vuol dire?
Cerco tra le mie reminiscenze giovanili, ripasso con ordine le conversazioni più accese avute di recente con i miei figli… un – cazzuto  –  penso,  me  l’avranno sbattuto in faccia di sicuro. Niente! Continuo a non capire.
Mi arrendo e guglo sul Garzanti on-line.
Ecco cazzuto: m -a; pl.m. -i, -e (volg.) 1. si dice di persona particolarmente abile, brava, o di compito, impresa difficili, molto impegnativi 2. sciocco, stupido: una domanda cazzuta…
Tutto e il contrario di tutto insomma.
Propendo per il primo significato e mi sento proprio cazzuto!
Non faccio in tempo a riprendermi da tanta soddisfazione che mi arriva la Newsletter dell’Ordine. Mi informa che volendo potrei accedere gratuitamente ad un corso sull’attuale normativa sulla responsabilità, la sicurezza e i rischi nella  bonifica dei campi minati.
Sobbalzo!
Per  fare l’architetto, il copy strategico e friendly occorre di sicuro essere creativi anche nel sonno come diceva l’improbabile annuncio, ma soprattutto, è vero, bisogna essere cazzuti!

Ridisegnare-il-campionario

ridisegnare il campionario

Ridisegnare-il-campionarioSto risistemando il campionario di una bella azienda di gioielleria.
Mi hanno chiesto di fare ordine, dare identità, rendere più facile comunicare le collezioni.
Un bel lavoro tosto!
Mettere le mani sul campionario è un lavoro importante che trasforma la vita intera di un’impresa. Un lavoro complicato che però alla fine funziona sempre allo stesso modo.
Ogni volta si tratta di RIDURRE, ORDINARE, CREARE, con l’obiettivo di MOSTRARE e COMUNICARE meglio.
Qualsiasi sia l’azienda, qualsiasi sia il prodotto, gioielli come in questo caso, oppure piatti, oggetti in plastica, pelletteria, lampade, mobili o qualsiasi altra cosa, l’iter é sempre quello.

Semplificare, ridurre, scegliere cosa togliere dalla produzione, è il momento più duro. È un po’ come sopprimere dei figli. Non importa se non ricordiamo più quand’é stata l’ultima volta che abbiamo venduto quel pezzo, mettere in cantina lo stampo fa sempre male. Così cancelliamo dal catalogo 1, 2, 3, 4… 20, 50 pezzi… e il giorno dopo uno alla volta, li andiamo a ripescare dal cestino facendo mille considerazioni, arrampicandoci sugli specchi. Guardiamo le statistiche di vendita mercato per mercato, soppesiamo i numeri e alla fine troviamo sempre una buona ragione per cambiare poco o niente e lasciare l’elenco della nostra produzione bello gonfio dei soliti articoli e di aspettative inutili.

Meglio fare un passo indietro per avere un quadro d’insieme, magari andarsi a prendere qualcuno meno innamorato di qualsiasi  bric a brac accumulato in sala esposizione e determinato invece a  dare identità e appeal commerciale al nostro catalogo.

Ridisegnare il campionario è l’azione più creativa che si possa fare.
Ci vuole una visione globale rivolta al futuro ma che tenga conto di chi siamo,  del nostro passato.
Bisogna illuminare la nostra produzione di una luce nuova. Tirar  fuori i pezzi storici di collezioni evocative ed intorno a loro far coagulare le idee, iniziare a dipanare storie, sovrapporre immagini che a prima vista non dicono niente e dar vita a nuovi progetti come tasselli di un nuovo ordine.

Abbiamo già eliminato quasi metà campionario e stiamo pensando alle nuove collezioni, al nuovo sistema espositivo, ai nuovi materiali, ai nuovi colori, ai tanti strumenti di vendita, alle infinite storie da raccontare.

Riflettiamo sul nostro campionario, immaginiamo strade nuove.

tutti-su-whatsapp

tutti su whatsapp

tutti-su-whatsappOre 22,18 di un martedì qualsiasi. Ho finito da poco di correre e sto cenando. Il cellulare vibra mandando in risonanza il tavolino vicino alla TV. Me ne frego e lo lascio vibrare. Due ore dopo ripongo il libro sul comodino e faccio per mettere la sveglia alle sei e mezza ma quando lo schermo si illumina mi sorprende la preview di un messaggio su WhatsApp – Ciao Paolo, ecco l’immagine per la copertina del depliant, ci sentiamo domani. –

È una cliente di lungo corso, ci conosciamo da anni. Guardo l’immagine distrattamente, tanto so già che all’indomani, in ufficio dovrò chiederle di rispedirmela in un formato adatto alla stampa. Non rispondo, sto per chiudere e scorro la timeline… mi vengono un sacco di pensieri strani, resto in bilico tra la risata e il brivido. Vedo il messaggio con la faccina della mia cliente mescolato a quelli della mia compagna, dei miei figli, degli amici delle corse in montagna, del gruppo sul design di qua e della fotografia di là… in mezzo ai messaggi con la lista della spesa, ai cuoricini e alle faccine… Ho un giramento pensando alle infinite possibilità di errore che potrebbero capitare inviando messaggi al volo, perchè il mezzo è veloce e i messaggi scappano come sternuti, altro che piccioni viaggiatori. Mi torna in mente l’errore tragicomico della buonanotte decisamente troppo romantica inviata al gruppo delle corse invece che alla mia dolce metà. Mancherebbe solo di inviare bacini a qualche cliente. Magari a quel rude produttore di marmi. Usare whatsapp per lavoro rischia di esporci a figure barbine. Ma tutto deve essere fatto in fretta, in contemporanea con tutti… Scorro la timeline e mi viene la tentazione di sollecitare quello e chiedere a quell’altro… La mia cliente è ancora on-line, come se aspettasse una risposta… Notte!

www-sito-wow

WWW.SITO.WOW

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Navigando in Internet a caso mi capita spesso di inciampare, anche senza StumbleUpon, in siti aziendali di ogni specie… abbaglianti, bellissimi, interessanti, brutti, noiosi, dalla grafica antidiluviana, labirintici, che mi chiedono di scaricare Flash, che mi aprono subito un bel pop–up e quelli che sempre più spesso si propongono di risolvere tutti i problemi della mia vita e avanzano il loro aiuto  con una certa aggressività, come se io potessi mai avere dei dubbi sull’efficacia immediata dei mezzi che mi offrono a fronte di una modica spesa.
Ma lasciamo perdere le divagazioni e torniamo ai siti che mi stupiscono.

Resto di stucco quando, navigando siti dalla grafica curata,  finisco a scorrere le news e scopro che la più recente risale al settembre del 2010. Mi informa che l’azienda sarà presente a una fiera internazionale di lì a quindici giorni. Appena sotto la news precedente mi dice che anche nel 2009 era successa la stessa cosa… 

Mi sorprendono i siti che preventivamente aprono una pagina di benvenuto con un’animazione fantastica e mi chiedono di scegliere la lingua che più mi aggrada tra le cinque o sei a disposizione. La cosa che mi sorprende di più è l’icona che prima di ogni altra cosa mi chiede di scaricare Flash Player per poter accedere alla splendida animazione di cui si parlava prima. Tutti i dispositivi Apple non vedono Flash perché tra le altre cose dicono… “Avere Flash Player installato è un invito ad entrare rivolto ai malviventi di tutto il mondo.”

Mi lasciano così… così… quei siti che al pulsante CHI SIAMO mi raccontano un sacco di cose tranne… CHI SIAMO.
Poi ci sono siti dai testi copia incolla, dai testi buttati lì, pieni di errori, dai testi che se non c’erano i testi era meglio. Internet e google in particolare amano le cose scritte in modo comprensibile e non copiaincollate.
Una parte del mio lavoro consiste nello scrivere per il web… se serve son qua!

Un sacco di aziende hanno siti realizzati agli albori di questo millennio, intendo molto prima del 2010. Se da una parte è un bel modo per dire – noi siamo stati i primi –  ora questi siti non danno un’immagine particolarmente innovativa dell’azienda e soprattutto non sono molto funzionali.
Rispetto a vent’anni fa realizzare un sito costa dieci volte di meno però guarderei ancora con sospetto a chi butta là offerte 3×1, sconti 70% o… incredibili TUTTO GRATIS. In genere davanti a queste cose mi vien sempre da chiedermi – dov’è il trucco? – Poi mi capita di guardarci dentro e capisco.

mettiamoci-la-faccia

METTIAMOCI LA FACCIA

mettiamoci-la-faccia

 

Quante volte ci è capitato di guardare un biglietto da visita tornato a galla dal fondo di un cassetto e non ricordare assolutamente nulla del titolare. Leggere Dottor Tal Dei tali, Azienda, Telefono, e–mail e… Niente! Nessun ricordo… Nulla!
A questo punto ci sarà venuto il dubbio che possa essere successa la stessa cosa a tanti altri con la nostra targhetta ormai divenuta evanescente.
Anche voi avrete pensato, come me, che il modo migliore per farsi ricordare meglio è quello di metterci la faccia! Magari poi non l’avete mai fatta quella foto e il vostro biglietto rischia ancora di finire nel limbo fumoso dei ricordi perduti.

Ecco allora 10 idee per farla finalmente la foto!

1 – la fototessera della patente non va bene. Però come per i documenti manteniamo uno sfondo uniforme e bianco. Un bel muro andrà benissimo e sarà più facile impaginarla.

2 – Una luce di lato che dia tridimensionalità sarà perfetta… e non importa se mezzo viso rischierà di finire troppo in ombra.

3 – Un bel sorriso, uno sguardo pensieroso o un’espressione strana, andrà bene tutto, purchè non sia banale come un santino funebre… e allora via con linguacce, occhi che guardano la punta del naso, smorfie, ammiccamenti e sguardi languidi.

4 – Bello il bianco e nero ma vanno benissimo anche i colori purchè lo sfondo resti neutro. Meglio esagerare con colori sgargianti e neri profondi o grigi quasi impercettibili, posterizzazioni e tutti i filtri di Photoshop sperando alla fine di essere ancora riconoscibili.

5 – Il primissimo piano va benissimo, anche il mezzo busto funziona, evitiamo però di allargare l’inquadratura fino alla punta delle scarpe.

6 – Gli occhi sono il focus di tutto. Sono loro che anticiperanno la nostra stretta di mano.

7 – Un modo divertente di osare inquadrature poco ortodosse sarà quello di giocare con le mani davanti al nostro viso.  Un saluto militare fuori ordinanza, un pollice alzato, una mano aperta  da cui far capolino… Sono infiniti i modi in cui le mani possono parlare per noi.

8 – Quasi dimenticavo l’abbigliamento. Va bene quello che ci rappresenta meglio, camicia, giacca, t–shirt… Evitiamo di vestirci di bianco per non rischiare l’effetto testa appoggiata ad un collo che fluttua nel vuoto.

9 – Si può giocare con accessori che sottolineino la nostra personalità. Occhiali da cecati o solo per far scena, perfino scuri o a specchio, indossati sulla punta del naso o appoggiati alle labbra… cappelli di ogni foggia, cravatte, foulard…

10 – Anche il nostro cane o il gatto potrebbero entrare con successo nell’inquadratura. Perfino il nostro pappagallo, il camaleonte di casa o l’allegro serpentello che ci aspetta sempre sul divano darebbero un tocco unico al nostro profilo.

L’obiettivo è quello di farsi ricordare, di legare la nostra faccia alla nostra attività in modo che l’espressione del nostro viso dica chi siamo e anticipi il nostro saluto cordiale.

BUM!-Le-favole-del-design

BUM! Le favole del design

BUM!-Le-favole-del-design

Raccontare il design, oggi più che mai, vuol dire raccontare favole.  

Le parole si intrecciano con le forme, sottolineano le fotografie, rendono visibili  i percorsi progettuali più impervi.
La sedia sinuosa, la collana trasformista, la mantella luminescente, la bottiglia inusuale…  Storie di idee, di persone, di materiali, di scarabocchi e di tentativi andati male.
Per raccontare lo sviluppo di un’idea che diventa progetto e si materializza in qualcosa che si può toccare bisogna cercare parole vere.
Le parole delle favole.
Chi inizierebbe oggi una favola con un consumato “ C’era una volta… pà–pà rapà pà–pà pà–pà”?!
Allora facciamola finita  con  le frasi fatte, con le parole che a furia di essere ripetute non vogliono dire più niente, parole e frasi che scoppiano in bocca come palloncini.
La ricerca del mood… bum!
L’essenza del design minimal… bum!
L’inaspettata vitalità del kitsch… bum!
Il rigore monacale  del total black… bum!
Less is more… bum!
L’essenza vitale del bianco… bum!
Non si tratta di scrivere o parlare in modo più o meno semplice.
Per  raccontare i progetti bisogna avere il coraggio della verità, di raccontare le mani sporche e i tentativi sbagliati, i materiali rovinati, i confronti duri, le liti, gli amori, i tradimenti.

La ripetizione infinita di gesti meccanici fino a quando tutto viene così naturale e spontaneo che si può inventare un’altra cosa. Raccontare segni di lima sempre uguali, così per anni, fino a quando improvvisamente prendono un altro verso per errore, per noia o per voglia di inventare.
Raccontare segni e forme impossibili senza la consuetudine quotidiana con gli attrezzi e le macchine. Storie di sbagli, di idee nate male che han fatto dannare prima di lasciar venire fuori quello che funziona. Racconti di materiali duri o troppo teneri, di attese lunghe mesi, di temperature troppo alte o troppo basse, di decimi di millimetro, di meccanica, di chimica e di buon senso, racconti di matite spezzate buttate dalla finestra e di improvvisi strisci neri nati  impaginati… perfetti!
Bisogna cercare le parole vere, che funzionano come macchine emozionanti ma… 
Attenzione che bum!
La retorica a buon mercato ci aspetta.

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C’ERA UNA VOLTA…

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C’era una volta…
un uomo che salì su un albero e lì lo colse la tempesta…

C’era una volta un uomo, una donna, una famiglia…  le storie delle nostre imprese iniziano spesso così.
Saper raccontare la storia della nostra azienda può aiutarci a farla crescere.
Ci sono luoghi diversi dove funziona raccontare la propria azienda. Come introduzione al catalogo dei prodotti, nella home del sito, nei post sul blog o su Facebook, nei meeting aziendali, nei video su Youtube, nel breve spazio di un tweet, in una presentazione formale… e in un mucchio di altre situazioni fisiche e virtuali. Se sono tante le occasioni sono ancora di più i modi in cui sciorinare la narrazione. Alcune volte ci toccherà raccontare la storia dall’inizio, dalla fondazione dell’impresa o addirittura prima, quando succedevano gli eventi che avrebbero portato alla sua nascita. Altre volte sarà meglio raccontare episodi salienti della vita aziendale, episodi drammatici o comici, momenti epici di cui andar fieri e mezzi disastri che riusciamo a guardare solo perché offuscati dal velo del tempo. Altre volte ancora saranno i prodotti al centro delle nostre storie.
Qualunque sia il focus del nostro racconto, l’obiettivo sarà sempre lo stesso – EMOZIONARE –
Come si fa?!
Non è sempre e solo una questione di capacità personali, di avere o meno il dono dell’affabulazione. Esistono delle regole, delle situazioni chiave, delle funzioni che si ripetono in ogni storia. Il famoso linguista russo Vladimir Propp, nel suo “La morfologia della Fiaba” fissa uno schema in 4 punti in cui si svolgono tutte le fiabe secondo una sequenza di 31 funzioni dai tempi inalterabili. Senza dover studiare il ponderoso volume di Propp, è illuminante dare un occhio alle sue 31 funzioni, e ancora di più giocherellare con le carte che l’artista e designer Bruno Munari ne ha tratto per invogliare i bambini a creare le loro storie. Non ve le copio–incollo qui sotto. Se ne avrete voglia, se il momento sarà quello giusto, le troverete facilmente.

Sono solo uno spunto per immaginare un modo nuovo di raccontarsi.
Attenzione!!!
Non vi sto invogliando a raccontare una serie infinita di balle!
La verità è sempre molto più interessante. Si tratta solo di guardarla attraverso nuovi filtri.
Anche noi potremo raccontare le nostre storie aziendali, i nostri prodotti, come fossero fiabe… a volte leggere e a volte truculente, ma sempre a lieto fine!

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COMUNICARE SAN VALENTINO

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Tra due settimane esatte è San Valentino. Approfittiamo di questo evento per dare visibilità al nostro marchio e vendere i nostri prodotti.

Come approfittare dell’occasione per pubblicizzare sui social i nostri articoli supersanvalentinosi?
Che tono usare?
Che immagini postare?

La regola dovrebbe essere: sparigliare le carte, introdurre sorprese, far sobbalzare chi si aspetta sempre i soliti cuoricini rosa. Ci sono tanti modi diversi di farlo, di sorprendere ed emozionare… e poi ci sono anche tanti modi diversi di star dentro la tradizione usando i simboli dell’amore in modo meno mieloso e scrivendo cose interessanti con il tono adatto alla nostra azienda.

Ognuno sceglierà il modo più appropriato per dire Buon San Valentino… ma se per caso avete pensato al sesso…
Si può essere piccanti in tanti modi e ognuno troverà quello più adatto.

Non tutti hanno la fortuna di essere Chupa Chups, l’azienda spagnola di lecca lecca che l’anno scorso ha avuto gioco facile all’insegna di un imperativo  “ A San Valentino si Chupa!”
Anche noi però che produciamo e vendiamo oggetti forse meno intriganti sul versante dell’eros, abbiamo le nostre frecce da giocare.

Per il mondo dell’arredo va bene tutto, meglio quelli che hanno in catalogo un divanetto d’amore (scomodissimo!),
letti a baldacchino o fantastici, sciabordanti letti ad acqua dove il motto verdoniano “famolo strano” potrà alternarsi a qualche verso rubato alle poesie proibite di Catullo. Il poeta latino sarà più elegante ma decisamente più scabroso.

Il mondo dei gioielli deve gran parte della sua fortuna a cupido ed eros. Le immagini saranno un tripudio di forme morbide e tagli appena oltre il consentito. Collane lunghissime, scollature, labbra e mani bramose non soltanto di diamanti. A commento la solita Anaïs Nin del “Delta di Venere” tutta perle, labbra e…
Ninnoli e oggetti dalle forme quasi esplicite riempiono senza che ce ne siamo mai accorti le nostre collezioni. Fotografiamoli da vicino approfittando della curva di una spalla, di un seno, di un’anca… e accompagnamoli con la descrizione minuziosa della lucentezza sensuale della loro superficie.

L’erotismo è una fetta importante dell’amore.
Conosciamo tutti il limite oltre il quale il nostro target non gradisce più.
Alla provocazione patinata potremmo sostituire ironia e humor che riescono bene a sdrammatizzare la potenza del sesso trasformandola in energia liberatoria, sorrisi e risate di cui è fatto l’amore al pari delle ombre scure del desiderio.
Anziché Valentina di Crepax, già diventata testimonial dell’intimo più audace, useremo un repertorio da “I dolori del giovane Walter” alla Luciana Littizzetto, dove la Jolanda ha il suo bel da fare.
Perché non dare il via ad un bel conto alla rovescia da qui al 14 febbraio parafrasando ogni giorno un’estemporanea performance da Kamasutra?!

Basta un po’ di fantasia, saper dosare gli ingredienti senza calcare troppo la mano e forse riusciremo a  trovare un po’ di visibilità anche a San Valentino evitando di finire nella sterminata foresta di cuoricini rosa dove tutto si assomiglia.

Ogni occasione è buona per dare risalto al nostro  marchio e ai nostri prodotti in internet, sui social, e nel mondo vero, quello fatto di abbracci, spritz, corse e birrette in compagnia. Qualcuna si confà di più alla nostra attività, qualche altra meno.
Approfittiamone in modo intelligente.

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GADGET EMOZIONALI

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Il gadget aziendale è La ciliegina sulla torta di fiere, presentazioni, feste e di tutti gli eventi in cui l’azienda vuole farsi ricordare. Scegliere il gadget vuol dire decidere quale immagine di noi si porteranno a casa i nostri clienti e tutto il nostro pubblico.

Le penne biro sono banali, col logo stampato un po’ come viene, che ci regalano tutti in ogni occasione.
Non impazzisco quando mi regalano le bic anche se non ce l’ho con quei due gran geni di Bich e Birò!
Viva le matite e i tratto-pen neri tutta la vita!

I gadget non dovrebbero mai essere delle cose utili, o per lo meno non dovrebbe essere il loro pregio principale.
Il regalo, qualsiasi regalo, deve emozionare! È quello il suo valore!

Se proprio dobbiamo  regalare uno strumento per scrivere, una penna col logo della nostra azienda stampato sopra che sia…
una penna d’oca
una cannuccia dal pennino mai visto
gessetti rotondi, carboncini e sanguigne…
matitoni tozzi o matite sottili, sottili…
chiodi per incidere,
matite da segno, rosse e piatte da murari!

I nostri GADGET EMOZIONALI potranno essere…
tavolette di cioccolato nero ricoperte d’oro,
microassaggi di prelibatezze impensabili e… non deteriorabili!
palline da sciogliere in bocca,
nuvole di profumo appese ad un filo…
mele azzurre,
cortecce,
semi
e bacche di vaniglia

O magari…
sassi bucati,
farfalle di carta che volano davvero,
anelli di legno,
strane borse di pezza o di tyvek nero,
cucchiaini curvati,
bulloni colorati,
tattoo rimovibili,
biglietti parlanti e carte tarocche…

Alla fine…  diamogli un bel nome… e
tiriamo fuori dal cilindro una confezione originale!
Il packaging trasformerà il nostro regalo in una sorpresa. Facciamo correre la fantasia, usiamo materiali poveri in modi inusuali.
Osiamo!

Mancano sessantasei giorni a natale, 66, più di due mesi.
Quanti ne mancano alla prossima Fiera dove ci toccherà mostrare la faccia?
Abbiamo ancora un po’ di tempo.
Pensiamoci, guardiamoci intorno e…  ricordiamoci di farci ricordare!

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INVITARE AGLI EVENTI

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Chiamare a raccolta il pubblico dei nostri eventi, cene,  fiere, presentazioni, feste, degustazioni, inaugurazioni e… chi più ne ha più ne metta… non è un’azione banale come sembra.

Anche l’invito, se fatto bene, aumenterà il successo della nostra manifestazione.

Cosa fare?

Inventiamo un titolo stuzzicante. Dipenderà dal tipo di appuntamento, di cui dovrà sottolineare il tono. Scriviamolo in grande che sia immediatamente leggibile.

Scegliamo un’immagine che dica già tutto… o viceversa un segno che stupisca o incuriosisca.

Titolo e immagine saranno gli stessi per tutte le azioni di comunicazione, anzi, parleremo di vera e propria immagine coordinata dell’evento. Un’immagine che dovrà rispettare e richiamare l’identità di chi lo promuove.

Ricordiamoci di scrivere le cose essenziali. Oltre al titolo, la località precisa con via e numero civico, visto che oggi ci arriviamo tutti col navigatore o portati dallo smartphone. L’indirizzo e–mail e il numero di telefono sono indispensabili se chiediamo conferma della partecipazione aggiungendo a piè di pagina RSVP (Répondez, s’il vous plaît)

Per comporre il nostro invito, come per il manifesto e il resto, non useremo più di due Font, possibilmente semplici e leggibili.

Due modi per inviare l’invito e due mondi con variabili pressoché infinite: per posta dentro una bella busta di carta o via email…  i piccioni viaggiatori e la posta pneumatica non contano.
Tralascio di affrontare le infinite variabili cartacee, tutte bellissime e molto più costose. Se inviamo l’invito via email possiamo arrangiarci con il nostro programma di posta, oppure affidarci a programmi di email marketing nel caso di una mailing–list affollata come piazza del duomo e la necessità di avere un formato più professionale.

Se ci arrangiamo con google o altro programma di posta dovremo far attenzione alla qualità e al peso delle immagini che alleghiamo. Inutile dire che più sono leggere e meglio è, in ogni caso cerchiamo di non superare il megabyte.
Per quanto riguarda la qualità, se l’immagine contiene del testo, scegliamo i formati PDF o PNG che consentono una lettura più nitida degli elementi grafici rispetto al più usato formato JPEG.

Ci sono tanti altri modi di invitare amici e clienti o potenziali clienti ai nostri eventi. Anche modi meno formali e più veloci. Google ci mette a disposizione Calendar  e Facebook ci dà la possibilità di creare il nostro evento, di pubblicizzarlo e di invitare chi vogliamo. Possiamo creare un gruppo su  whatsapp e inviare ad ogni membro un’immagine o un  piccolo video.

Se la nostra manifestazione avrà un tono molto formale dovremo usare dei toni sobri, che non vuol dire  non si possa essere anche molto originali.
Se vorremo dare un tono esclusivo al nostro evento non ci affideremo ai social per pubblicizzarlo e invieremo gli inviti in forma cartacea per posta. A questi affiancheremo eleganti inviti digitali inviati via email.

Se invece vorremo dare la massima visibilità possibile invieremo inviti via email e useremo tutti i canali social per pubblicizzare l’evento.

In ogni caso il nostro invito dovrà avere carattere ed essere chiaro.

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RACCONTARE LA VERITÁ e VENDERE

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L’altro giorno discutevo con un cliente dei vantaggi di raccontare il suo lavoro mettendo in luce anche i lati meno appariscenti della sua attività.  Mettiti in gioco –  gli dicevo  –  parla di te, di come sei arrivato a fare questo lavoro, delle persone che ti circondano e che formano la rete di relazioni della tua azienda.
Parla della magia, dell’emozione di veder nascere le tue creazioni mettendo insieme la forza della natura e le competenze di così  tante persone.
Lui mi guardava, annuiva, approvava, ne parlavamo da un sacco di tempo, ma era percepibile in modo quasi fisico la sua ritrosia a mettere in piazza l’anima della sua azienda, la sua anima.
Per raccontarsi, fare storytelling, occorre mettere in gioco una quantità di energie infinitamente più grande di quello che occorreva per fare la cara vecchia pubblicità. Che non è morta eh!  Può servire ancora sparare uno slogan, mettere una bella foto e comprare un po’ di spazi dove pubblicarli, ma non basta più. In fin dei conti non è mai bastato. Quelli come me che si ricordano di Carosello hanno ben presente di cosa voglia dire raccontare una storia, far nascere un’emozione, far ridere e far piangere.
Raccontare del proprio lavoro, i progetti, la ricerca, i materiali, la produzione, le litigate, l’amore… che stanno dietro a una sedia, un gioiello, una bottiglia di vino… può essere fatto in migliaia di modi diversi. Mettendoci la faccia e parlando dei propri sogni, della propria famiglia, dei calli sulle mani, oppure inventando un simpatico personaggio protagonista di episodi illuminanti. Oppure tutte e due le cose messe insieme. Facendo parlare il nostro prodotto più loquace, oppure…
Quante scelte da fare!
Quasi, quasi mi ritrovo a raccontare delle cose che mi tocca scegliere ogni minuto, le parole, i materiali, i colori, le forme, il tono. Scegliere la carta e quel font, scegliere la foto, tagliarla, impaginarla, provare, fare un modellino, discutere e ridiscutere… buttare via tutto e mandare tutti a quel paese per ricominciare a scegliere.

Raccontarsi serve ad avvicinarci al nostro pubblico, ai nostri clienti, a far cadere le barriere, a far crescere la fiducia, a rendere duraturi i rapporti. Serve a mostrare i nostri prodotti attraverso il velo magico delle emozioni, serve a vestirli della nostra creatività, della nostra fatica, del nostro cuore… e serve a venderli.

Raccontiamo la verità! Vestiamola come vogliamo ma che sia la verità.
Al tempo del web, di Facebook, di Instagram, dei blog e delle newsletter c’è una sola cosa capace di distruggere tutti i nostri racconti e di trasformare lo storytelling in un boomerang, quella falsità che si percepisce immediatamente così  fastidiosa com’è… come una manciata di sabbia nelle mutande.

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HO FATTO UN SOGNO

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Ho fatto un sogno…
Stanotte ho sognato un tavolo… nero, bianco o di rovere chiaro
Come ali che si piegano in volo
sottile e solido
un tavolo fatto di sei lastre tenute insieme solo dal loro peso
un grande tavolo da pranzo quadrato… lungo… stretto…  o rotondo
un tavolo da poter riporre in soli 5 cm di spessore
Un tavolo pesante e un tavolo leggero
Era solo un sogno di lavoro.
Del resto c’è chi fa cene di lavoro, meeting e viaggi di lavoro.
Io ho solo disegnato un tavolo in un sogno di lavoro.
Non è che volessi per forza fare un tavolo da sogno
Ma era un sogno, solo un sogno

Mi sono svegliato, ho tirato tre righe, fatto due conti e quasi,
quasi va a finire che i sogni si realizzano
A qualcuno interessa realizzare un sogno?!

I sogni li realizzo con gli occhi ben aperti e in genere sono i vostri sogni.
Un tavolo di legno o d’acciaio, un flacone di plastica, gioielli da sogno…

L’immagine della tua azienda e i tuoi progetti di comunicazione
sono sogni da realizzare.