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C’ERA UNA VOLTA…

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C’era una volta…
un uomo che salì su un albero e lì lo colse la tempesta…

C’era una volta un uomo, una donna, una famiglia…  le storie delle nostre imprese iniziano spesso così.
Saper raccontare la storia della nostra azienda può aiutarci a farla crescere.
Ci sono luoghi diversi dove funziona raccontare la propria azienda. Come introduzione al catalogo dei prodotti, nella home del sito, nei post sul blog o su Facebook, nei meeting aziendali, nei video su Youtube, nel breve spazio di un tweet, in una presentazione formale… e in un mucchio di altre situazioni fisiche e virtuali. Se sono tante le occasioni sono ancora di più i modi in cui sciorinare la narrazione. Alcune volte ci toccherà raccontare la storia dall’inizio, dalla fondazione dell’impresa o addirittura prima, quando succedevano gli eventi che avrebbero portato alla sua nascita. Altre volte sarà meglio raccontare episodi salienti della vita aziendale, episodi drammatici o comici, momenti epici di cui andar fieri e mezzi disastri che riusciamo a guardare solo perché offuscati dal velo del tempo. Altre volte ancora saranno i prodotti al centro delle nostre storie.
Qualunque sia il focus del nostro racconto, l’obiettivo sarà sempre lo stesso – EMOZIONARE –
Come si fa?!
Non è sempre e solo una questione di capacità personali, di avere o meno il dono dell’affabulazione. Esistono delle regole, delle situazioni chiave, delle funzioni che si ripetono in ogni storia. Il famoso linguista russo Vladimir Propp, nel suo “La morfologia della Fiaba” fissa uno schema in 4 punti in cui si svolgono tutte le fiabe secondo una sequenza di 31 funzioni dai tempi inalterabili. Senza dover studiare il ponderoso volume di Propp, è illuminante dare un occhio alle sue 31 funzioni, e ancora di più giocherellare con le carte che l’artista e designer Bruno Munari ne ha tratto per invogliare i bambini a creare le loro storie. Non ve le copio–incollo qui sotto. Se ne avrete voglia, se il momento sarà quello giusto, le troverete facilmente.

Sono solo uno spunto per immaginare un modo nuovo di raccontarsi.
Attenzione!!!
Non vi sto invogliando a raccontare una serie infinita di balle!
La verità è sempre molto più interessante. Si tratta solo di guardarla attraverso nuovi filtri.
Anche noi potremo raccontare le nostre storie aziendali, i nostri prodotti, come fossero fiabe… a volte leggere e a volte truculente, ma sempre a lieto fine!

COMUNICARE SAN VALENTINO

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Tra due settimane esatte è San Valentino. Approfittiamo di questo evento per dare visibilità al nostro marchio e vendere i nostri prodotti.

Come approfittare dell’occasione per pubblicizzare sui social i nostri articoli supersanvalentinosi?
Che tono usare?
Che immagini postare?

La regola dovrebbe essere: sparigliare le carte, introdurre sorprese, far sobbalzare chi si aspetta sempre i soliti cuoricini rosa. Ci sono tanti modi diversi di farlo, di sorprendere ed emozionare… e poi ci sono anche tanti modi diversi di star dentro la tradizione usando i simboli dell’amore in modo meno mieloso e scrivendo cose interessanti con il tono adatto alla nostra azienda.

Ognuno sceglierà il modo più appropriato per dire Buon San Valentino… ma se per caso avete pensato al sesso…
Si può essere piccanti in tanti modi e ognuno troverà quello più adatto.

Non tutti hanno la fortuna di essere Chupa Chups, l’azienda spagnola di lecca lecca che l’anno scorso ha avuto gioco facile all’insegna di un imperativo  “ A San Valentino si Chupa!”
Anche noi però che produciamo e vendiamo oggetti forse meno intriganti sul versante dell’eros, abbiamo le nostre frecce da giocare.

Per il mondo dell’arredo va bene tutto, meglio quelli che hanno in catalogo un divanetto d’amore (scomodissimo!),
letti a baldacchino o fantastici, sciabordanti letti ad acqua dove il motto verdoniano “famolo strano” potrà alternarsi a qualche verso rubato alle poesie proibite di Catullo. Il poeta latino sarà più elegante ma decisamente più scabroso.

Il mondo dei gioielli deve gran parte della sua fortuna a cupido ed eros. Le immagini saranno un tripudio di forme morbide e tagli appena oltre il consentito. Collane lunghissime, scollature, labbra e mani bramose non soltanto di diamanti. A commento la solita Anaïs Nin del “Delta di Venere” tutta perle, labbra e…
Ninnoli e oggetti dalle forme quasi esplicite riempiono senza che ce ne siamo mai accorti le nostre collezioni. Fotografiamoli da vicino approfittando della curva di una spalla, di un seno, di un’anca… e accompagnamoli con la descrizione minuziosa della lucentezza sensuale della loro superficie.

L’erotismo è una fetta importante dell’amore.
Conosciamo tutti il limite oltre il quale il nostro target non gradisce più.
Alla provocazione patinata potremmo sostituire ironia e humor che riescono bene a sdrammatizzare la potenza del sesso trasformandola in energia liberatoria, sorrisi e risate di cui è fatto l’amore al pari delle ombre scure del desiderio.
Anziché Valentina di Crepax, già diventata testimonial dell’intimo più audace, useremo un repertorio da “I dolori del giovane Walter” alla Luciana Littizzetto, dove la Jolanda ha il suo bel da fare.
Perché non dare il via ad un bel conto alla rovescia da qui al 14 febbraio parafrasando ogni giorno un’estemporanea performance da Kamasutra?!

Basta un po’ di fantasia, saper dosare gli ingredienti senza calcare troppo la mano e forse riusciremo a  trovare un po’ di visibilità anche a San Valentino evitando di finire nella sterminata foresta di cuoricini rosa dove tutto si assomiglia.

Ogni occasione è buona per dare risalto al nostro  marchio e ai nostri prodotti in internet, sui social, e nel mondo vero, quello fatto di abbracci, spritz, corse e birrette in compagnia. Qualcuna si confà di più alla nostra attività, qualche altra meno.
Approfittiamone in modo intelligente.

GADGET EMOZIONALI

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Il gadget aziendale è La ciliegina sulla torta di fiere, presentazioni, feste e di tutti gli eventi in cui l’azienda vuole farsi ricordare. Scegliere il gadget vuol dire decidere quale immagine di noi si porteranno a casa i nostri clienti e tutto il nostro pubblico.

Le penne biro sono banali, col logo stampato un po’ come viene, che ci regalano tutti in ogni occasione.
Non impazzisco quando mi regalano le bic anche se non ce l’ho con quei due gran geni di Bich e Birò!
Viva le matite e i tratto-pen neri tutta la vita!

I gadget non dovrebbero mai essere delle cose utili, o per lo meno non dovrebbe essere il loro pregio principale.
Il regalo, qualsiasi regalo, deve emozionare! È quello il suo valore!

Se proprio dobbiamo  regalare uno strumento per scrivere, una penna col logo della nostra azienda stampato sopra che sia…
una penna d’oca
una cannuccia dal pennino mai visto
gessetti rotondi, carboncini e sanguigne…
matitoni tozzi o matite sottili, sottili…
chiodi per incidere,
matite da segno, rosse e piatte da murari!

I nostri GADGET EMOZIONALI potranno essere…
tavolette di cioccolato nero ricoperte d’oro,
microassaggi di prelibatezze impensabili e… non deteriorabili!
palline da sciogliere in bocca,
nuvole di profumo appese ad un filo…
mele azzurre,
cortecce,
semi
e bacche di vaniglia

O magari…
sassi bucati,
farfalle di carta che volano davvero,
anelli di legno,
strane borse di pezza o di tyvek nero,
cucchiaini curvati,
bulloni colorati,
tattoo rimovibili,
biglietti parlanti e carte tarocche…

Alla fine…  diamogli un bel nome… e
tiriamo fuori dal cilindro una confezione originale!
Il packaging trasformerà il nostro regalo in una sorpresa. Facciamo correre la fantasia, usiamo materiali poveri in modi inusuali.
Osiamo!

Mancano sessantasei giorni a natale, 66, più di due mesi.
Quanti ne mancano alla prossima Fiera dove ci toccherà mostrare la faccia?
Abbiamo ancora un po’ di tempo.
Pensiamoci, guardiamoci intorno e…  ricordiamoci di farci ricordare!

INVITARE AGLI EVENTI

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Chiamare a raccolta il pubblico dei nostri eventi, cene,  fiere, presentazioni, feste, degustazioni, inaugurazioni e… chi più ne ha più ne metta… non è un’azione banale come sembra.

Anche l’invito, se fatto bene, aumenterà il successo della nostra manifestazione.

Cosa fare?

Inventiamo un titolo stuzzicante. Dipenderà dal tipo di appuntamento, di cui dovrà sottolineare il tono. Scriviamolo in grande che sia immediatamente leggibile.

Scegliamo un’immagine che dica già tutto… o viceversa un segno che stupisca o incuriosisca.

Titolo e immagine saranno gli stessi per tutte le azioni di comunicazione, anzi, parleremo di vera e propria immagine coordinata dell’evento. Un’immagine che dovrà rispettare e richiamare l’identità di chi lo promuove.

Ricordiamoci di scrivere le cose essenziali. Oltre al titolo, la località precisa con via e numero civico, visto che oggi ci arriviamo tutti col navigatore o portati dallo smartphone. L’indirizzo e–mail e il numero di telefono sono indispensabili se chiediamo conferma della partecipazione aggiungendo a piè di pagina RSVP (Répondez, s’il vous plaît)

Per comporre il nostro invito, come per il manifesto e il resto, non useremo più di due Font, possibilmente semplici e leggibili.

Due modi per inviare l’invito e due mondi con variabili pressoché infinite: per posta dentro una bella busta di carta o via email…  i piccioni viaggiatori e la posta pneumatica non contano.
Tralascio di affrontare le infinite variabili cartacee, tutte bellissime e molto più costose. Se inviamo l’invito via email possiamo arrangiarci con il nostro programma di posta, oppure affidarci a programmi di email marketing nel caso di una mailing–list affollata come piazza del duomo e la necessità di avere un formato più professionale.

Se ci arrangiamo con google o altro programma di posta dovremo far attenzione alla qualità e al peso delle immagini che alleghiamo. Inutile dire che più sono leggere e meglio è, in ogni caso cerchiamo di non superare il megabyte.
Per quanto riguarda la qualità, se l’immagine contiene del testo, scegliamo i formati PDF o PNG che consentono una lettura più nitida degli elementi grafici rispetto al più usato formato JPEG.

Ci sono tanti altri modi di invitare amici e clienti o potenziali clienti ai nostri eventi. Anche modi meno formali e più veloci. Google ci mette a disposizione Calendar  e Facebook ci dà la possibilità di creare il nostro evento, di pubblicizzarlo e di invitare chi vogliamo. Possiamo creare un gruppo su  whatsapp e inviare ad ogni membro un’immagine o un  piccolo video.

Se la nostra manifestazione avrà un tono molto formale dovremo usare dei toni sobri, che non vuol dire  non si possa essere anche molto originali.
Se vorremo dare un tono esclusivo al nostro evento non ci affideremo ai social per pubblicizzarlo e invieremo gli inviti in forma cartacea per posta. A questi affiancheremo eleganti inviti digitali inviati via email.

Se invece vorremo dare la massima visibilità possibile invieremo inviti via email e useremo tutti i canali social per pubblicizzare l’evento.

In ogni caso il nostro invito dovrà avere carattere ed essere chiaro.

RACCONTARE LA VERITÁ e VENDERE

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L’altro giorno discutevo con un cliente dei vantaggi di raccontare il suo lavoro mettendo in luce anche i lati meno appariscenti della sua attività.  Mettiti in gioco –  gli dicevo  –  parla di te, di come sei arrivato a fare questo lavoro, delle persone che ti circondano e che formano la rete di relazioni della tua azienda.
Parla della magia, dell’emozione di veder nascere le tue creazioni mettendo insieme la forza della natura e le competenze di così  tante persone.
Lui mi guardava, annuiva, approvava, ne parlavamo da un sacco di tempo, ma era percepibile in modo quasi fisico la sua ritrosia a mettere in piazza l’anima della sua azienda, la sua anima.
Per raccontarsi, fare storytelling, occorre mettere in gioco una quantità di energie infinitamente più grande di quello che occorreva per fare la cara vecchia pubblicità. Che non è morta eh!  Può servire ancora sparare uno slogan, mettere una bella foto e comprare un po’ di spazi dove pubblicarli, ma non basta più. In fin dei conti non è mai bastato. Quelli come me che si ricordano di Carosello hanno ben presente di cosa voglia dire raccontare una storia, far nascere un’emozione, far ridere e far piangere.
Raccontare del proprio lavoro, i progetti, la ricerca, i materiali, la produzione, le litigate, l’amore… che stanno dietro a una sedia, un gioiello, una bottiglia di vino… può essere fatto in migliaia di modi diversi. Mettendoci la faccia e parlando dei propri sogni, della propria famiglia, dei calli sulle mani, oppure inventando un simpatico personaggio protagonista di episodi illuminanti. Oppure tutte e due le cose messe insieme. Facendo parlare il nostro prodotto più loquace, oppure…
Quante scelte da fare!
Quasi, quasi mi ritrovo a raccontare delle cose che mi tocca scegliere ogni minuto, le parole, i materiali, i colori, le forme, il tono. Scegliere la carta e quel font, scegliere la foto, tagliarla, impaginarla, provare, fare un modellino, discutere e ridiscutere… buttare via tutto e mandare tutti a quel paese per ricominciare a scegliere.

Raccontarsi serve ad avvicinarci al nostro pubblico, ai nostri clienti, a far cadere le barriere, a far crescere la fiducia, a rendere duraturi i rapporti. Serve a mostrare i nostri prodotti attraverso il velo magico delle emozioni, serve a vestirli della nostra creatività, della nostra fatica, del nostro cuore… e serve a venderli.

Raccontiamo la verità! Vestiamola come vogliamo ma che sia la verità.
Al tempo del web, di Facebook, di Instagram, dei blog e delle newsletter c’è una sola cosa capace di distruggere tutti i nostri racconti e di trasformare lo storytelling in un boomerang, quella falsità che si percepisce immediatamente così  fastidiosa com’è… come una manciata di sabbia nelle mutande.

RACCONTARE IL PRODOTTO

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Per raccontare il prodotto è indispensabile avere un prodotto da raccontare.
Lapalissiano! Una Catalanata a ricordare il sorriso ironico del buon Catalano quando declamava convinto:  “Meglio avere una moglie carina e giovane che una vecchia e brutta!”. Ovvietà insomma!
Come dire –  Meglio avere da raccontare alla propria clientela un prodotto innovativo, bellissimo e carico di fascino che uno già visto, bruttariello e banalotto! –
Invece si pretende spesso di cavar sangue dalle rape.
Fortuna che a qualsiasi cosa è possibile associare un’idea intrigante, un’immagine sorprendente, e alla fin fine è possibile raccontare storie emozionanti anche del bussolotto di detersivo da tre litri in offerta 3×2.
Non vendiamo quasi mai un prodotto per ciò che è, per il materiale, la forma, la funzione, per le sue qualità oggettive, in qualche modo misurabili.
Vendiamo e compriamo emozioni!
Pezzetti di allegria, nuvole di fascino, sottili blister di felicità, sacchi semitrasparenti d’erotismo e seduzione, scatole d’autorità e litri, litri di indispensabili, mutevoli attributi con cui puntellare la nostra instabile personalità.
E allora meglio raccontare storie, dar vita a immagini impensabili, regalare invenzioni, esaltare forme e colori. Se abbiamo per le mani qualcosa con un gran progetto dietro, un prodotto denso di contenuti sarà più facile rendere credibile il nostro racconto. Ma è forse ancora più interessante trovare quell’idea geniale capace di trasformare un oggetto senza grandi contenuti in una icona da desiderare.
Attenzione! Non sono in gioco valori quali verità, qualità, utilità, economicità… questi ognuno li valuta come crede, con i metri di giudizio di cui dispone.
Raccontare un prodotto, uno qualsiasi, bello o brutto, una genialata o una scemenza, significa trovare quell’idea, una sola, in grado di essere afferrata, capace di farsi largo lungo il sentiero affollato che transita tra il cervello e il cuore.
Un’idea soltanto, condivisibile da un largo pubblico o quantomeno dal proprio target.
Cerchiamo di immaginare chi sono le persone a cui ci rivolgiamo, che vita fanno, quanto guadagnano, cosa sognano e pensiamo a quali sono le immagini, le parole, i suoni, i sentimenti che appartengono a queste persone.
Dovremo comunicare la nostra idea di prodotto raccontandolo con video, newsletter, fotografie e post sul nostro blog o sulla nostra pagina di Facebook, le parole e le immagini dovranno raccontare la stessa storia.
In genere la semplicità del messaggio paga!

AUGURI BANALI

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Lo so, gli auguri sono banali!

È  quasi Natale, tra un attimo è Capodanno e tutti stiamo inviando regali e gadget, cesti natalizi e biglietti d’auguri o semplicemente e–mail a tutti, sms e whatsapp e messenger e segnali di fumo con tanti, tanti auguri.
La banalità è in agguato!
Noi, attenti e abilissimi, la schiviamo con mossa d’anca da twist e ci ritroviamo a inventare frasi strampalate e battute originali che neanche i polli…  L’originalità a buon mercato gioca in tandem con la banalità e dove l’una viene saltata l’altra entra a piè pari sugli stinchi.
Se scrivere le solite frasi di circostanza fa capire ai nostri destinatari quanto poco ci interessi di loro, sostituire la banalità con  eccentricità gratuite e invenzioni di bassa lega aggiunge soltanto al disinteresse l’ingombrante e fastidiosa ombra del nostro ego smisurato.

E allora?!

Saltiamo a piè pari auguri Natalizi e carabattole di contorno rischiando di passare per menefreghisti smemorati o addirittura per maleducati?
Direi di no e infatti sono qui a farveli gli auguri.
Proverò a non essere banale o stupidamente egocentrico.
Sto scrivendo alla maggior parte di voi che sanno di me solo per questa newsletter, a qualcuno che ho incontrato in azienda o  tra gli stand delle fiere e ai pochi che mi conoscono bene perché lavoriamo insieme da anni.

Per me è stato un anno duro come mai e da quel che ho visto in giro è stato così per molti. Il fatto di essere ancora in piedi e di lavorare con voi è già un gran bel risultato.
Si dice…  basta la salute! Ecco! Questa è una banalità che dico volentieri e spero condividerete con me.

Auguro a tutti di inventare un gioco nuovo ancora ogni giorno!  
Vorrei che fossimo così impegnati e seri da riuscire a non prenderci troppo sul serio!
Almeno durante le feste speriamo di riuscire a fare quel che ci pare, quello che ci piace.

Io spero di fare qualche corsa, di leggere, scrivere e dipingere, di fare un salto sulla neve in montagna con le persone a cui voglio bene.

Certo che le feste e le ricorrenze sono proprio banali!

È vero però  che sono proprio certe banalità a permetterci di sentire le stesse cose per poterle comunicare.

Allora…  AUGURI banali, previsti e aspettati a tutti.

PAROLE E IMMAGINI

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Parole e immagini sono sempre state il centro della comunicazione.
Dalla santa inquisizione alla pop-art l’immagine ha sempre trovato nella parola scritta una fedele alleata e viceversa.
Mai come oggi però hanno formato un connubio inscindibile.
Sto scrivendo queste poche righe e giá sto pensando a quale immagine potrá illustrarle meglio. Penso ad un post su Facebook e non riesco ad immaginare la mia foto o il mio video senza due righe di commento o una didascalia lapidaria. Tutto contrassegnato dall’hashtag giusto, ancora parole, parole che etichettano ed è fondamentale trovare quelle giuste, inventarsele se necessario.

Fino a qualche anno fa era importante giocare bene il connubio tra parole e immagini per comunicare l’azienda sui grandi poster autostradali e sui paginoni dei quotidiani e c’era il tempo per scegliere lo sfondo, le parole, il carattere con cui scriverle, la grafica che faceva risaltare tutto. Oggi  é mille volte più importante comunicare la propria attivitá, scegliere parole e immagini, e tocca farlo dieci, venti volte al giorno spesso senza nemmeno il tempo per capire l’effetto che farà. A volte non ci accorgiamo nemmeno di farlo!
Rispondiamo ad una mail, due righe e alleghiamo una foto per farci capire e non stiamo lì a pensare al tono che abbiamo usato, se l’immagine era quella giusta davvero o  si poteva fare meglio. Ma nessuna paura… Non abbiamo neanche il tempo di sentire il fruscio della mail che sfreccia che siamo giá pronti a rifarci scegliendo un’immagine da postare su Instagram – il re dei social oggi – decidere se aggiuncerci un filtro o postarla così… nature, scriverci due cose e aggiungerci una fila di hashtag che non finisce più. Su Facebook lo scritto diventa piú lungo e la foto deve fare lei stavolta il commento e…  possiamo anche dimenticarci degli hashtag. Un Tweet non lo vogliamo fare di corsa? Certo è complicato! Ci vuole un sacco di tempo ad essere così brevi. Concentrare tutto in 140 caratteri dando la sensazione che se avessimo avuto più spazio allora sì che sareste rimasti lì incollati a leggere… Intanto scriviamo la battuta fulminante o il commento appropriato lasciando al link sotto tutto il lavoro sporco. E anche qui una fotina piccina non ce la mettiamo?
Fatto tutto  ripensiamo alla newsletter che abbiamo inviato ai nostri cari settemila lettori. Riguardiamo la grafica, la copertina, il titolo, ci perdiamo a rileggerla. Quasi ci vengono i lucciconi per come siamo stati bravi e invece manca mezzo paragrafo alla fine che becchiamo due strafalcioni. Non li avevamo visti prima e adesso non si possono più correggere.
Dura curare la propria immagine senza sbavature. Ma non facciamoci troppi problemi, tra dieci minuti avremo giá modo di rifarci, altre parole e immagini da scegliere, da scrivere, da scattare.
Una bella foto, due parole giuste e il gioco è fatto!
O no?!

NB. Ne sapete di certo mille più di me, ma ci fosse anche uno solo con qualche dubbio, qualcuno come me insomma, visto che io di dubbi ne ho a milioni… Ecco! Chiariamo cos’è ‘sto hashtag.
L’hashtag è una parola anticipata dal carattere cancelletto, tipo #instagram, per fare un esempio banale, o #selfie per dirne uno che abbiamo usato tutti. L’hashtag serve per contrassegnare un post, in particolare su Instagram e su Twitter ma un po’ dappertutto ormai.
Così facendo, usando gli Hashtag più diffusi nei social o inventandosene di nuovi, cerchiamo di ottenere un po’ di visibilità, cuoricini su instagram, retweet e tante condivisioni in più.
L’importante è scegliere quelli giusti.

Fin qui parole e immagini per interagire e cercare di creare una propria immagine, un’identità riconoscibile.
Essere social davvero è tutta un’altra cosa.

Leggi anche
SCRIVERE PER IL WEB

Le forme del cibo

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Mi è capitato in mano un articolo sulle ragioni delle forme del cibo.
Testo colto che prendeva spunto dalla storia della cucina.

Mi ha fatto sorridere pensando a una lezione ad Architettura tanto tempo fa. Mentre si parlava di packaging, di pomodori geneticamente modificati per crescere già di forma cubica, belli facili da impilare, il mio amico e compagno di corso Gio dal fondo dell’aula aveva interrotto la lezione dicendo che la stessa cosa si stava provando a fare con le galline… per le uova.
Attimo di titubanza dell’insegnante… e risata generale con relativo “vaffa” del prof all’indirizzo dello spiritosone là in fondo.

In tempi in cui il pubblico si orienta verso cibi bio e le imperfezioni che ci regala la natura sono ben viste come testimoni di qualità, c’è tutto un mondo che ruota intorno all’invenzione di nuove forme di cibi, di piatti, di strumenti per cucinare e alle immagini con cui comunicare tutto questo.
Se perfino la matematica e i frattali ci chiariscono la  forma del broccolo che abbiamo nel piatto non sembrerà strano che le aziende più interessate al social marketing, al design, al packaging e a comunicare le loro nuove leccornie siano proprio quelle della produzione di alimenti.

Va da sé che schiere di fotografi, architetti, designer, art e copy si sono gettati su questo immenso mercato.
Da Giugiaro che per primo fa il restyling ai maccaroni perché prendano meglio il sugo, ai packaging avveniristici di uova, latte, burro e affini. Immagini tanto patinate da intimidire anche Kate Moss che non riesce a mettere in ombra nemmeno la mozzarella.

Cibo da disegnare, fotografare, impacchettare, comunicare e perfino cibo da indossare.
In questa torrida estate da ghiaccioli strani dopo la mostra “La forma del gusto” al MART di Rovereto due anni fa si è appena chiusa “Gioielli in tavola” nel neonato Museo del gioiello in Basilica Palladiana a Vicenza. 
L’evento curato da Livia Tenuta e Viola Chiara Vecchi ha messo in mostra gioielli di ogni foggia legati al tema del cibo e della tavola. Gli spaghetti in resina di Gaetano Pesce, i blob ring e le Chocolate boule di Barbara Uderzo e tante altre immaginifiche chicche hanno riproposto il cibo e la cucina come splendidi giochi simbolici.

Ci risentiamo presto per parlare di design, packaging e scrittura…
Non solo riguardante il cibo.

Nel frattempo se vi piace potete leggere anche:
FOOD PACKAGING – STORIE DI GUSTO

 

Nell’immagine “posate d’artista” di Bruno Munari

DESIGN E COMUNICAZIONE

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Design e comunicazione dovrebbero andare a braccetto!

Sembrerà lapalissiano ma è molto più facile comunicare un oggetto con un progetto interessante alle spalle, ricco di contenuti,  magari sviluppato pensando che poi quel affare lì dovrà essere descritto, fotografato… che parlare, scrivere, fotografare, filmare un oggetto buttato là, nato da un progetto raffazzonato senza alcuna consapevolezza che poi dovrà essere comunicato.

Meglio progettare pensando già a dare visibilità ai punti forti del progetto. Va da sé che quello che stiamo progettando dovrà avere elementi di forte differenziazione, qualità evidenti, caratteristiche importanti su cui lavorare con la consapevolezza che quelli saranno i temi che useremo per dare risalto al nostro oggetto disegnandone il packaging, gli espositori, scrivendone, fotografandolo e descrivendolo in tutte le occasioni e su tutti i mezzi di comunicazione.

La funzionalità e l’ergonomia saranno importanti, ma dovranno balzare agli occhi. Il colore e la forma saranno gli elementi che la fotografia potrà usare con maggiore efficacia se avranno elementi di originalità evidenti. I materiali, i processi produttivi, il ciclo vitale dell’oggetto con le sue caratteristiche di sostenibilità, la sua utilità o forse la sua “inutile” bellezza… sono solo alcuni degli infiniti elementi che possono trasformare un oggetto in un vero e proprio mezzo di comunicazione per sorreggere la propria capacità di vendita e il successo dell’azienda che l’ha prodotto.

Perché tutto ciò avvenga occorre una scintilla, un’idea che caratterizzi l’oggetto in questione, che lo renda quanto più possibile unico nel panorama del suo mercato.

Qualche esempio in cui design e comunicazione hanno formato una accoppiata vincente?

SACCO, la poltrona di Zanotta disegnata da Gatti, Paolini e Teodoro nel 1968, un oggetto diventato protagonista di film e romanzi. Un’idea, un progetto così ricco di contenuti da continuare a produrre significati diversi in tutti questi quarant’anni.

La lampada ARCO, disegnata da Achille e Piergiacomo Castiglioni per Flos nel 1962, mette insieme materiali lussuosi, una forma elegantissima e soluzioni funzionali di dettaglio perfette. Un progetto rivolto ad  illuminare con poetica precisione. Certo!  Ma soprattutto “illuminato” dall’idea geniale di eliminare il vincolo dell’ ancoraggio al soffitto, tradizionalmente al centro della stanza, con la possibilità di spostare la lampada liberamente.
ARCO è ancora un punto di riferimento per il mercato dell’illuminazione.

Potremmo scriverne una lista infinita di oggetti, più o meno belli, più o meno funzionali e utili, tutti con quel quid che li ha trasformati in totem comunicanti. Oggetti che spesso hanno dato vita a un vortice creativo di continui rimandi tra design e comunicazione col risultato di moltiplicarsi in nuovi oggetti e nuovi messaggi.

Visto che viviamo in un mondo superaffollato di parole scritte, parlate, urlate, fotografie e immagini in movimento, riviste, libri, film, e il mare magnum dei Social Network che come una spugna assorbe tutto e lo moltiplica all’infinito, dovremo provare a dotare i prodotti che vogliamo vendere di una personalità che si possa comunicare senza dover ricorrere alla solita aria fritta!  

Pensiamoci mentre progettiamo.
Il primo strumento di comunicazione di un’azienda sono i suoi prodotti.