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INQUADRARE e TAGLIARE

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Saper inquadrare e tagliare cambia le fotografie.

Una foto, un’immagine può essere bella oppure brutta, al di là dello scatto fotografico, delle infinite possibilità di elaborazione grafica e di fotoritocco oggi disponibili.

Il modo di tagliare e impaginare una foto la cambia completamente.
Qualche riflessione sul momento dello scatto.

Quando scattiamo una foto, per hobby, per passione, per divertimento, ci viene spontaneo scegliere  immediatamente il taglio che vogliamo dare alla nostra immagine. È una delle prime azioni creative che facciamo: inquadriamo. Scegliendo una certa inquadratura, magari in una frazione di secondo, in quell’attimo ne scartiamo centinaia di altre possibili.
Bello! Fa parte del gioco.
Se però l’immagine che stiamo scattando, o un fotografo sta scattando per noi, farà parte di un progetto di comunicazione, forse varrà la pena, dopo aver scelto il tipo di inquadratura, allargare un po’ il campo di ripresa  per  consentirci di utilizzare quell’immagine  modificando successivamente il taglio. Potremo così utilizzare la stessa immagine in composizioni grafiche molto diverse senza spendere ore a clonare pezzi di sfondo con risultati spesso dubbi.

Teniamo presente che tanto più l’immagine che stiamo scattando è significativa e bella, tanto più vorremo utilizzarla a corredo di strumenti diversi, che richiedono tagli diversi.

È la legge dell’immagine coordinata, la stessa foto dovrà poter occupare formati orizzontali e verticali mantenendo, se possibile, la stessa carica emozionale.

Saper inquadrare e tagliare fa la differenza.

Vale sempre la pena allargare l’inquadratura, anche se al momento vi sembrerà di aver tolto qualcosa allo scatto, anche se, mentre lo suggerite al vostro fotografo, vi guarderà come si guarda un cretino che sta rovinando il suo lavoro. Come un ladro che gli sta rubando un po’ del suo spazio creativo.
Ha ragione.
Poi, al momento del taglio sarà come scattare di nuovo!

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Oggetti fotogenici

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Ci sono oggetti fotogenici?
Una persona può sembrarci bella o brutta, addirittura spesso abbiamo la presunzione di definirla bella o brutta e stop!
Cercando un modello o una modella per le nostre foto scegliamo tutti più o meno gli stessi tipi.
E per gli oggetti?
Le aziende e i commercianti che devono fotografare i prodotti per le pagine dei loro cataloghi hanno idea di quali siano quelli più fotogenici?
Non é che ogni oggetto venga bene allo stesso modo.
Per ogni categoria commerciale ci sono prodotti che fanno sempre la loro porca figura e altri che per quanto ci si impegni non mostrano mai il loro lato migliore.
Un po’ di esempi per capirci.

Arredamento.
Una sedia, una poltroncina, uno sgabello verranno sempre benone, un armadio a sei ante al confronto non dará mai le stesse soddisfazioni fotografiche.
Gioielleria.
Sará più facile fotografare un anello, per brutto che sia, che un qualsiasi splendido paio di orecchini per non parlare di qualche collanina anche se tempestata di diamanti.
Abbigliamento.
Con le scarpe andiamo sul sicuro… A dover fotografare solo pantaloni c’é da restare in braghe di tela!
Cartoleria.
Una penna per banale che sia avrà sempre modo di stupirci… un quaderno con i suoi fogli bianchi… decisamente meno.
Attrezzatura per la cucina.
Posate, mestoli e coltellacci saranno personaggi intriganti per le foto dei nostri cataloghi. Anche i bicchieri hanno un’anima glamour!  Pentoloni e taglieri invece ci daranno da pensare.
Profumeria.
Boccette e boccettine, pennellini, rossetti, cremine dalle confezioni intriganti… Ecco un settore dove sembra tutto facile…
Attrezzature sportive.
Palle, manubri e racchette da tennis avranno gioco facile a stracciare attrezzature più ingombranti e meno fotogeniche come tapis–roulant e cyclette.
Elettronica di consumo.
Telefonini, televisori e tablet sono sempre più rettangoli nero/grigi sottili che da spenti dicono poco… volete mettere l’incontro vis a vis della vostra macchina fotografica con… un’altra macchina fotografica!
Elettrodomestici.
Frigoriferi, lavatrici, forni e lavastoviglie sono per lo più cuboni bianchi. Meglio la forza plastica di un aspirapolvere, di un phon o di un ventilatore!

Ecco! Mi sono dilungato anche troppo a dividere i prodotti in oggetti fotogenici e no.
Ma cosa rende gli oggetti fotogenici?
Vediamo.
Le dimensioni e la compattezza.
Un oggetto piccolo e compatto permette d’essere fotografato da diversi punti di vista rimandando in genere immagini interessanti.
Una certa semplicità.
Un oggetto semplice (ma non troppo) con contenuti estetici immediatamente percepibili consentirà al fotografo di far leva su questi evidenziandoli.
Materiali omogenei.
Le superfici omogenee mettono in risalto le forme ed aiutano la luce a disegnarne l’immagine.

Alla fine una riflessione semplice.
Se per il nostro catalogo non saremo obbligati a descrivere ogni singolo pezzo in modo troppo didascalico allora potremo giocare con i dettagli più interessanti, magari ingrandendoli a dismisura o inventando prospettive inusuali.
A queste foto di grande impatto emozionale accosteremo le immagini descrittive.
Certo poi un catalogo è fatto di tanto altro… grafica, testi, carta, idee…
Soprattutto idee! Come ogni cosa del resto.
 
Quali sono gli oggetti più fotogenici che ti vengono in mente?

 

Nell’immagine – pendenti in sasso di fiume oro giallo e diamanti
paolo marangon design

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FOTOGRAFIE PER IL WEB

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Come devono essere le fotografie del nostro sito?
Certamente belle! Devono essere nostre o quanto meno dovremo averne acquistato i diritti e poi devono essere leggere da caricare.
L’ideale è scattarle personalmente o farle fare da un fotografo di nostra fiducia.
Per quanto riguarda il peso dell’immagine da caricare ricordiamoci di  non superare i 200/300 kb.
Ottimizziamo le nostre immagini per il web con l’apposita funzione di Photoshop.
Usiamo i formati più idonei. JPEG per le semplici immagini, GIF per le animazioni e PNG se all’immagine avremo sovrapposto delle scritte.

Fatto questo, cioè fatte delle belle immagini, leggere e nel formato più idoneo dovremo accertarci che siano in linea con la grafica e l’immagine del nostro sito in modo tale che questo rispecchi l’identità della nostra attività.

Ovviamente a questo avremmo dovuto pensarci prima.
Portate pazienza!

Esempio semplice, sito black and white.. Molto elegante se manterremo l’intera gamma dei grigi, che diventerà sempre più aggressivo man mano che tenderemo alla monocromia, alla grafica assoluta del bianco e del nero.
Una scelta che prima o poi tenta tutti. Facciamo attenzione che fondare la propria immagine aziendale sul bianco e nero potrà essere difficile da mantenere nel lungo periodo. Chiediamoci allora se un futuro cambiamento radicale non disorienterà i nostri clienti.

Oltre alla scelta estrema e un po’ banale del bianco e nero, possono esserci altre infinite  strade per dare identità al nostro sito scegliendo un certo tipo di mood per le immagini.
Qualche esempio.

Virare leggermente la tonalità complessiva dell’immagine, dal  seppia integrale così vintage a dominanti azzurre,  viola, gialle rosse, che senza stravolgere le fotografie le caratterizzino leggermente. Guardate le immagini di Tiffany tutte leggermente dominate dall’azzurro–acqua.

Saturare i colori. Anche qui possiamo intervenire  calcando la mano ai limiti della pop–art o rendendo solo leggermente più intense le tonalità naturali.

Ovviamente un’altra strada è quella di fare esattamente il contrario: desaturare. Rendere le immagini leggermente scariche o arrivare quasi al bianco e nero con tonalità di colore pallidissime.
Agire sui colori in modo sistematico non è l’unica strada per dare identità al nostro sito e alla nostra azienda.
Il formato, l’inquadratura, il taglio delle nostre fotografie sono strumenti altrettanto efficaci.
Formati quadrati, così utili e di moda (Instagram docet) ultra –verticali (sconsigliati per via dello scroll) o super–orizzontali (molto più graditi) potranno rendere molto particolare l’esperienza visiva  al visitatore del nostro sito. A questo potremo aggiungere inquadrature deformate dai grandangoli sui primissimi piani, sfocature controllate, inquadrature ruotate, effetti di movimento…

Insomma abbiamo una gamma infinita di strumenti per usare in modo personale le immagini e rendere se non unico almeno molto riconoscibile il nostro sito.

Se decidiamo di scegliere la strada dell’effetto esagerato, non spaventiamoci, potrebbe essere quella giusta, pensiamo soltanto se siamo in grado di mantenere la stessa rotta almeno per un po’.

Realizziamo insieme le fotografie che comunicano il nostro lavoro.

CONTATTAMI

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Vista serale del Pasubio dal rifugio Fraccaroli (2239 slm) sul Carega

 

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Vista serale del Pasubio dal rifugio Fraccaroli (2239 slm) sul Carega

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Foto in bianco e nero

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Una turista giapponese si affaccia a una finestra della Pedrera  mentre telefona. Una foto così come tante, che desaturata acquista un certo fascino nelle tonalità dei grigi. Il bianco e nero esalta la composizione e le forme, cancella il tempo, riempie di significati anche le situazioni più banali, gli oggetti più insignificanti. Anche la foto più stupida in bianco e nero si trasforma e comunica messaggi inaspettati.

Cos’è successo? Com’è avvenuta la magia?
Semplice! Siamo usciti dalla realtà. L’immagine che stiamo guardando non è più la foto di una bella ragazza che guarda dalla finestra o di un panzone che legge il giornale sdraiato sulla sabbia. L’immagine in bianco e nero, ma anche quella dove i colori sono stati stravolti da una saturazione eccessiva o sono diventati pastelli polverosi, comunica il pensiero, l’emozione, l’intento creativo. La realtà per quanto bella sia è noiosa, la creatività emoziona sempre!

Robert Mapplethorpe, 
Ken Moody
1983

Fotografia tra arte passione e gioco.

C’è stato un periodo quando avevo 16, 17 anni in cui la fotografia era quasi tutto. Pellicola medio formato 6×6 o 6×9, tassativamente bianco e nero, bagno trasformato in camera oscura, pellicole e foto stese ad asciugare come biancheria fresca di bucato. Si sperimentavano i trucchi dei fotografi famosi, il flou che allora dilagava grazie a David Hamilton e ancor di più alle sue fanciulle in fiore… poi mi ero vergognato di un giochetto così commercialmente abusato e avevo trovato nei bianchi e neri perfetti di Mapplethorpe una nuova ispirazione e il riscatto creativo. Sognavo di possedere una irraggiungibile Hasselblad e di fotografare Lysa Lion.
Oggi che la fotografia, le immagini, sono un pezzo importante del mio lavoro ho un miliardo di certezze in meno e più voglia di sperimentare di allora. Ammiro tanti artisti ma nessuno mi affascina più come accadeva a metà degli anni settanta. Apprezzo la qualità infinita del grande formato ma trovo divertente e infinitamente creativa la possibilità di usare la macchina fotografica dello smartphone in qualsiasi momento, per un appunto, per raccontare una cosa su facebook o twitter, per raccogliere un’immagine, una luce che non rivedrò più. Trovo idiota la demonizzazione, da parte di tanti fighetti, della moltiplicazione popolare delle possibilità espressive. Spero si diffondano presto insieme alle sempre maggiori possibilità creative anche una maggiore cultura artistica e una nuova coscienza estetica per cambiare questo cesso di mondo!

Nell’immagine sopra – Robert Mapplethorpe, Ken Moody, 1983

www.mapplethorpe.org

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Fotografia, gatti e smartphone

Da quando, grazie ai cellulari, fotografare è diventato un gesto comune come grattarsi, i nostri animali domestici… cani, gatti, pappagallini e pesci rossi, ma soprattutto i gatti,  sono diventati star internazionali. Grazie alla condivisione sulla rete i nostri fuffy e black hanno album fotografici molto più corposi di Angelina Jolie e Brad Pitt messi insieme. Potevo esimermi dal riservare a Perla un trattamento analogo a quello dei suoi competitors in rete? Certo che no! Purtroppo Perla non è una gatta molto social, preferisce decisamente grattarsi e della rete e delle mie foto non gliene frega niente. Se in casa c’è un accenno di festa e il numero dei convenuti eccede lo standard massimo sopportabile di cinque persone lei fa armi e bagagli e veleggia verso lidi meno affollati. Appena mi avvicino con aria furtiva per catturare un primo piano gli si drizza il pelo e cambia aria con la velocità… di un gatto appunto! Perciò avvilito, mi ritrovo con immagini sempre mosse o sfuocate o… mentre dorme, l’unico momento in cui posso tentare uno scatto senza vederla fuggire. Nella foto che pubblico in cui mi guarda irritata Perla non ha certo l’aria da vamp che esibiscono le sue colleghe a quattro zampe regine di istagram e di facebook!

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Fare fotografie del fare fotografie

In “ TENNIS, TV TRIGONOMETRIA, TORNADO e altre cose divertenti che non farò mai più.” David F. Wallace  riporta un brano bellissimo tratto da “RUMORE BIANCO” uno dei capolavori di Don DeLillo.

“Diversi giorni dopo Murray mi chiese se sapevo qualcosa di un’attrazione turistica nota come il fienile più fotografato d’America. Guidammo per ventidue miglia nella campagna intorno a Farmington. C’erano prati e alberi di melo. Recinzioni bianche si srotolavano lungo i campi. Ben presto apparvero le prime insegne. IL FIENILE PIU’ FOTOGRAFATO D’AMERICA. Ne contammo cinque prima di arrivare sul posto… Camminammo per un sentierino fino alla collinetta che serviva ad ottenere una vista migliore. Tutti avevano macchine fotografiche; c’era qualcuno con treppiede, lenti speciali, filtri. Un uomo dentro un baracchino vendeva cartoline e diapositive del fienile, fotografato proprio da lì. Ci mettemmo vicino a un boschetto e guardammo i fotografi. Murray mantenne un silenzio prolungato, ogni tanto scribacchiava qualcosa su un taccuino. Alla fine disse: “Nessuno vede il fienile”. Seguì un lungo silenzio. “Una volta che hai visto le insegne per il fienile, diventa impossibile vedere il fienile”. Si ammutolì di nuovo. Persone con macchine fotografiche scendevano dalla collinetta, subito rimpiazzate da altri. “Non siamo qui per catturare un’immagine. Siamo qui per mantenerne una. Lo capisci, Jack? E’ un’accumulazione di energie senza nome”. Ci fu un altro lungo silenzio. L’uomo nel baracchino vendeva cartoline e diapositive. “Essere qui è una specie di resa spirituale. Vediamo solo ciò che vedono gli altri. Le migliaia che sono state qui nel passato, coloro che verranno in futuro. Abbiamo accettato di essere parte di una percezione collettiva. Questo letteralmente colora la nostra visione. In un certo senso è un’esperienza religiosa, come ogni turismo”. Ne derivò un altro silenzio. “Fanno fotografie del fare fotografie”, disse.”

E’ l’essenza del turismo!

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Storie di un fotografo

Chiusa un mese fa la mostra alla Casa dei Tre Oci a Venezia, Le opere di Gianni Berengo Gardin si sono trasferite a palazzo Reale a Milano per la sua più importante rassegna “Storie di un fotografo” a cura di Denis Curti. Anche chi non lo conosce avrà visto mille volte le sue immagini in bianco e nero. I suoi scatti indagano una quotidianità mai banale, raccontano storie vere, la sua osservazione della realtà emoziona senza l’uso di effetti speciali. Da domani 14 giugno fino all’8 settembre.
www.mostraberengogardin.it