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I SEGNI GIUSTI, per dare forza al nostro logo

I-SEGNI-DEL-LOGO
Pensi di cambiare logo?
Allora devi immaginare la tua forma, quella che ti rappresenta meglio.
Ti serve un restyling? Aggiungi un segno che dica in modo chiaro e veloce quello che fai.

Una freccia per esempio è un segno che indica tante cose.
Velocità, precisione, efficacia, crescita…  Molto dipende dalla sua forma. Se sarà grande o piccola, se ingloberà completamente il logo o lo sottolineerà  soltanto… In che direzione punterà, di che colore sarà…

Un quadrato dirà stabilità, sicurezza, pesantezza, solidità, concretezza… 
Ma anche  tante altre cose.
Basterà una rotazione per trasformare la sua fiera stabilità nell’immagine dell’accelerazione e del pericolo. L’abbinamento a colori chiari per comunicare spiritualità e fantasia. Se Arrotondiamo gli angoli e lo ammorbidiamo come un tiramisù comunicherà golosità, ergonomia, comodità…

Il triangolo rosso da sempre è l’immagine del pericolo.
Se però il rosso diventa azzurro o viola la sua natura cambia e si impregnerà di connotati religiosi. Se diventa scuro sarà ancora una freccia, se…

Ogni forma può assumere significati diversi, esprimerli in forme decise o solo accennate, trasgredire o affermare.
Pensiamo a quante forme ci ne sono e quante ne possiamo inventare.
Troviamo il segno giusto per noi e… facciamo attenzione!
Le immagini, nel bene e nel male, parlano più chiaramente e velocemente di qualsiasi parola.

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CAMBIARE LOGO

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In quanti stiamo pensando ad un logo nuovo?
È una parte del mio lavoro, normale che mi capiti di pensarci spesso. Anche voi,  per un motivo o per l’altro,  so che ogni tanto ci pensate. Una nuova azienda, una nuova linea di prodotti, oppure voglia di cambiare immagine o di imporne una nuova, necessità di fare ordine, di colpire con più precisione il proprio target. Capita spesso che l’azienda cresca  e che chi l’aveva fondata tanti anni prima imponendole un LOGO velocemente e senza dare alla questione troppo peso si trovi poi crescendo a fare i conti con mercati molto più schizzinosi di quelli che aveva affrontato all’inizio e con la necessità di rinnovare la propria immagine.
Cambiare LOGO non è un giochetto ma non è neppure la fine del mondo.
Quando si inizia a percepire che l’immagine della propria azienda  e il LOGO che la rappresenta danno segni di inadeguatezza meglio cercare velocemente di capire il costo dell’operazione e pianificare i passi della transizione. Aspettare porterà a costi sempre più alti.
Il costo materiale di affidare l’incarico ad un professionista come me di progettare il nuovo logo e l’immagine coordinata che ne consegue è sicuramente molto inferiore rispetto alle implicazioni economiche e organizzative che avrà sull’azienda. Si tratta di pensare alla sostituzione di un sacco di cose. Buttare via carte intestate, buste, cartelline, biglietti da visita… e fin qui poca cosa, poi viene il bello. Rifare packaging, sistemi espositivi, ripensare cataloghi e modalità di marchiare i prodotti…
Fortunatamente cambiare immagine sul web è molto più semplice e aiuta  a dare indicazioni sul nuovo corso. Perché la difficoltà maggiore, dopo aver affrontato tutti i costi del restyling, sarà comunicare la nuova immagine alla rete vendita, coinvolgerla e far sentire l’importanza del cambiamento. Rendere tutti i partner commerciali strumenti del nuovo corso con l’adeguamento delle loro vetrine magari all’altro capo del mondo.
Non è un passo che si può fare in una settimana ma quando si comincia a percepirne la necessità meglio farlo al più presto perché l’azienda cresce e cambiare dopo costerà sempre di più.
Va da sé che il progetto del nuovo LOGO e il concept  della nuova CORPORATE IDENTITY stanno alla base di tutto.
È importante scegliere con cura.
Nonostante l’urgenza darsi i tempi per  far decantare le emozioni.
Non si tratta di fare una scelta e basta ma di iniziare un nuovo cammino.

Se vuoi possiamo farlo insieme, chiamami.

NON-LO-FACCIO-MAI

non lo faccio mai…

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Non lo faccio mai…
ma forse ogni tanto meglio farlo
intendo promuovere direttamente il mio lavoro, così senza tanti preamboli, di solito preferisco raccontare di design, grafica, fotografia, web, interior design, packaging, exhibition design, scrittura… e un po’ tutto quello che interessa o capita a me che di lavoro vendo idee, progetto e creo materiali per aiutare le aziende a migliorare i propri prodotti e a comunicarli.
Chi sono, ed esattamente cosa faccio?
Di me continuo a dire che sono un architetto e un maratoneta, o viceversa, come preferite, continuo a dirlo nonostante le mie corsette siano diventate sempre più rare e lente. Mi piace lo spirito della corsa di lunga e lunghissima distanza, la determinazione un po’ folle necessaria ad arrivare in fondo. Una voglia di fare sempre meglio, di trarre motivazione da ogni sfida che aiuta anche nel lavoro. Dipingo, scrivo, fotografo anche solo per passione. Appena laureato ho fatto l’architetto, quello che progetta le case e i piani urbanistici, poi il caso mi ha portato dentro la fabbrica. Una fabbrica di gioielli che avevo progettato io. Dentro l’azienda ho fatto tutto quello che un creativo può fare, ho disegnato collezioni e pezzi unici, gioielli innovativi e altri sulle tracce della tradizione, immaginato campagne stampa, seguito shooting fotografici, impaginato cataloghi, inventato slogan, montato video, progettato corner in negozi prestigiosi e inventato stand e vetrine per le Fiere più importanti. Ho vissuto l’arrivo di internet come una grande opportunità per tutti portandoci l’immagine aziendale, scrivendo newsletter, scattando foto e creando i materiali da condividere sui social network.
Quasi dieci anni fa, ho deciso di allargare il mio raggio d’azione mettendo al servizio di ogni tipo di azienda  l’esperienza maturata dall’interno del mondo produttivo. Da allora ho disegnato mobili e ceramiche, accessori d’argento, oggetti di plastica, di marmo e di metallo, disegni per tessuti, tanti LOGO, la grafica istituzionale e l’immagine coordinata per aziende molto diverse tra loro.
Dico sempre che il mio lavoro vale solo la metà del risultato finale, l’altra metà ce la mettete voi condividendo idee, informazioni e stimoli senza i quali non sarebbe mai possibile dare forma e valore al vostro lavoro e comunicare un’immagine forte e coerente della vostra impresa.

Per lavorare insieme serve un feeling senza il quale non si fa niente,
chiamami
Paolo Marangon
335 496048

Chi-sono

Chi sono?

Chi-sono

 

Chi sono?!
A volte mi vengono dei seri dubbi che la gente sappia rispondere ad una domanda così semplice.
Quando do un’occhiata al sito di un’azienda, a quello di qualche professionista o al sito di una qualsiasi società di servizi, la prima cosa che vado a vedere è… Chi sono.
La fregatura é che la maggior parte delle volte quando clicco sul pulsante del menù principale – Chi sono – o – About – o – Chi siamo – trovo un’altra cosa. Trovo quello che la gente fa. Come se avessi cliccato il pulsante cosa faccio, cosa facciamo. In realtà la maggior parte delle volte lo so già benissimo cosa si fa in quel sito. Perché se sto navigando un sito di giardinaggio so che probabilmente il titolare farà il giardiniere, se guardo un sito di consulenze so di sicuro che i titolari fanno i consulenti. Insomma so sempre cosa si fa sui siti che vedo. Il più delle volte invece è difficile sapere chi sono le persone che svolgono quelle attività.
È un peccato perché a me interessa molto chi sono, il più delle volte mi interessa più di quello che fanno. Credo che tantissima gente voglia sapere con chi ha a che fare. Penso ci siano infiniti modi per dirlo, per presentarsi, mostrando tanto o poco di sé, dicendo cose apparentemente futili o fatti essenziali, l’importante secondo me è provarci.  Mettere una foto, dire quello che ci piace, svelare un sogno… cose semplici, senza preoccuparsi troppo. É come allungare una mano e dire – Piacere, eccomi! –
Io ci ho provato, magari non dicendo tutto quello che il visitatore del mio sito vorrebbe sapere, però ho messo lì quello che sono, forse quello che ero. Adesso dovrei già cambiare, aggiungere, togliere.
Ho raccontato i miei gusti e siccome i gusti cambiano sarebbe ora di aggiornarli. Sarebbe ora di cambiare la foto, che non può rimanere come un’icona quella per sempre. Il nostro sito internet dovrà avere certamente un aspetto più istituzionale dei profili social su cui pubblichiamo il nostro quotidiano ma sarà meglio evitare il deposito della polvere.
È Pasqua, è iniziata una nuova stagione e forse è il momento di dare una bella rassettata anche al nostro sito.
Se serve una mano sono qua!

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Piacere! Scrivere la presentazione aziendale

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Scrivere la presentazione aziendale è semplice!
Sul sito web il menù standard prevede sempre un pulsante CHI SIAMO, magari scritto in qualche altro modo ma la sostanza non cambia. Poi, all’inizio di un catalogo, nella cartella stampa, quando presentiamo un nuovo prodotto… insomma, ci rivolgiamo ad un pubblico che non sempre ci conosce già e in qualche modo tocca presentarci.
Facciamolo bene.

1 – Semplice
Scriviamo in modo semplice e chiaro. Periodi brevi, pochi aggettivi e avverbi, evitiamo termini troppo tecnici e sigle incomprensibili ai più.

2 – Chi siamo?
Se rispondiamo alla domanda –  Chi siamo? – sarà bene rispondere davvero. Le aziende sono fatte di persone… evitiamo di cominciare con “La nostra filosofia è…”. Scriviamo nomi, ruoli, competenze e magari, se ne siamo capaci, un aneddoto spiritoso. Sempre meglio raccontare la verità e non inventare tanto per scrivere qualcosa.

3 – Leader
Evitiamo di dire che siamo i leader nel nostro settore. È falso! Se fossimo davvero i leader non ci passerebbe mai per la testa di scriverlo.

4 – Prodotti
Cosa facciamo, che prodotto/servizio vendiamo.
Poche righe dovrebbero spiegare cosa offriamo. Due immagini scelte con cura, il logo, la grafica, il contesto avrebbero già dovuto spiegarlo prima delle parole.

5 – La storia
Va bene dare il giusto peso al trisavolo che nei primi anni del secolo scorso… Perfetto! Però cerchiamo di essere brevi. Diamo risalto alle attività degli ultimi anni.

6 – La filosofia
Ce l’abbiamo davvero una filosofia aziendale? Sì? Bene! Allora scriviamola e diamole risalto perché siamo tra i pochi ad averne una. Se non ce l’abbiamo non inventiamocela.

7 – Ciao! Funziona come tra le persone
Ricordiamoci che ci stiamo presentando. Non funziona molto diversamente da quando incontriamo qualcuno a cui teniamo e ci presentiamo parlando pochi minuti. Se raccontassimo tutto probabilmente ci prenderebbero per matti.
Molto meglio fare una bella impressione. Essere veri. Creare i presupposti per incontrarci ancora e approfondire la conoscenza.

8 – L’abito fa il monaco
Essere veri non significa mai essere sciatti, maleducati… brutti, sporchi e cattivi! A meno che il nostro prodotto non richieda una certa quantità di… trasciume. Ma anche in quel caso converrà fare attenzione che il carattere utilizzato sia leggibile, che i paragrafi siano impaginati con uno stile coerente, che non ci siano errori di grammatica e magari che il tutto abbia una certa originalità. Tanto per farci ricordare.

9  – Adattiamoci al mezzo
Dove pubblicheremo la nostra presentazione? Sito web, cartella stampa, depliant, catalogo, slide… Dovremo tagliare, ingrandire, aggiungere immagini, dividere per punti, concentrare tutto in un video di trenta secondi, poche parole in un biglietto o ci toccherà commissionare un romanzo ad uno scrittore.

A situazioni diverse a pubblici diversi, mezzi e modi diversi di presentarci.

10 – Regole che valgono sempre
Semplicità, verità, coerenza, immediatezza…

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IL PRODOTTO DA GIOVANI

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Il prodotto da giovani non esiste!
Mi capita tutti i giorni di discutere del pubblico a cui è diretto un certo prodotto. Per semplificare, oggetto di lusso, della tradizione, fattura artigianale, prezzo elevato… il target è tra i quaranta e i sessanta, viceversa easy, modaiolo, di fattura industriale, slegato dai valori della tradizione, prezzo contenuto…  sarà un prodotto rivolto ad un target tra i 18 e i trenta/quarant’anni.
Troppo semplice!

Il ragionamento appena fatto sembra lapalissiano ma non lo è per niente. Il dato anagrafico oggi coincide solo marginalmente con le capacità di spesa e con i valori di riferimento. C’è un gran rimescolamento di ruoli, di valori, di necessità da appagare.
A prescindere dal portafogli, infatti per ogni fascia di mercato le logiche si ripetono, dalla fine degli anni sessanta la “giovinezza”, l’essere, l’apparire o l’essere considerati “giovani” è diventato un valore assoluto che se ne abbia consapevolezza o meno.
Figli tra i 18 e i trent’anni e genitori con venti trent’anni di più, frequentiamo gli stessi locali, ci vestiamo allo stesso modo, mangiamo e beviamo le stesse cose, facciamo vacanze simili.
Addirittura negli ultimi dieci anni ci siamo scambiati di posto. I ragazzini arcistufi di condividere jeans stracciati e scarpe da ginnastica con papà e mamma hanno iniziato a vestirsi e ad atteggiarsi come gli idoli dei nonni riempiendo le strade di cloni di Audrey Hepburn e Gregory Peck  sullo sfondo di una rediviva filosofia/moda/cultura hipster e rimescolando tutto.
Noi genitori non ci siamo lasciati spiazzare. In un secondo ci siamo buttati in questo tritamode prendendo quello che piaceva di più, le cose più facili… barbe, ciuffi e andandoci a riprendere le camicie a quadri sottratte dai nostri figli ai nostri genitori  appena l’altro ieri.
Poveri ragazzi, tutto inutile. Vogliamo essere sempre giovani. Qualsiasi nuova moda inventiate o riesumiate dalle nostre cassepanche sarà immediatamente anche la nostra.
Cari stilisti, designer, chef stellati, inventori di carabattole e artigiani inarrivabili…  Sia che s’inventi un aggeggio di plastica fluo o che si lavorino materiali nobilissimi con perizia manuale eccelsa l’obiettivo dovrà essere lo stesso:  farci sentire tutti… ggggiovani!
Quindi non esiste il “prodotto da giovani”.
O forse sì!
Di certo sono quelli comprati dagli ultracinquantenni.

Per disegnare e comunicare i valori del tuo prodotto occorre riflettere sull’identità della tua azienda, sui tuoi valori. Occorre essere veri.
Se vuoi, possiamo lavorarci insieme.

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DESIGN E COMUNICAZIONE, TUTTO CAMBIA

 

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Design e comunicazione, tutto cambia.
Il design moderno, tutta la creatività moderna sono segnati dal rifiuto della decorazione.
Buttati in cantina i merletti della nonna, piallati i riccioli e ori dai buffet e dai controbuffet, raddrizzati i caratteri tipografici, bastoni senza più grazie, tolte modanature, bugnati e tutte le incrostazioni possibili dalle facciate dei palazzi ci siamo ritrovati a contemplare un vuoto che ai più non è piaciuto molto.
Il moderno non viene vissuto come l’affascinante affermazione della tecnologia, la rarefazione essenziale delle forme, lo studio di elementi  funzionali e pratici,  ma come freddezza, povertà, vuoto.
Per questo costruiamo chalet di montagna magari con un bel paio di palme in giardino.
Per questo siamo finiti a vivere circondati da un mare di roba caratterizzata dal non avere nessuna particolare caratteristica estetica, e diciamolo… nessuno stile! Che parolaccia da secolo scorso.
Telefonini ultrapiatti, lucidi e lisci come saponette studiati da designer multimilionari, televisori ultrapiatti che tocca leggere le istruzioni per trovare il pulsante ON–OFF, automobili levigate come frecce che ci chiedono dove vogliamo andare…  un mondo di tecnologia mescolato ai centrini della nonna che sfondate le porte delle cantine si sono riappropriati dei salotti buoni e già che c’erano hanno preso le forme di porta telefonini rococò, abat–jour con le farfalle e un’infinità di ghirigori che non hanno più memoria dei codici estetici dell’ottocento e si reinventano con risultati a volte sorprendenti .
In questo baillamme di cose belle e brutte, antiche e moderne, falso–antiche e quasi–moderne–ma–non–troppo se un’azienda cerca la propria identità deve iniziare un’analisi non molto diversa da quella psicanalitica… auguroni e buon viaggio! Perfino le parole assumono forme e significati ogni volta diversi. Scritture semplici, lineari e dirette si mescolano a vagonate di superlativi assoluti e tutto diventa ad un tratto… petaloso!
L’Accademia della Crusca si sveglia e come in un racconto di De Amicis il mondo è tutto “petaloso”, c’è anche la mestrina dalla penna rossa e piccoli scrivani ferraresi.  E  pensare che quando Forattini definì “risparmiosa” la Fiat Uno la sua pubblicità venne definita… vomitosa.

Tutto cambia.

Occorrono nervi saldi e la capacità di guardarsi intorno, buon naso e la capacità di contemplare l’errore come un compagno di viaggio. L’importante è intraprendere  il proprio cammino intuendo quando è necessario cambiare e agendo rapidamente.
Dalla decorazione ottocentesca, dai centrini alle parole e alle frasi di una scrittura arzigogolata al tritatutto della nostra quotidianità occorre sapersi mostrare e farsi riconoscere con una forte identità.
Nuovo Design? Nuova immagine aziendale? Nuova scrittura, slogan, fotografia… nuova comunicazione?
L’importante è che sia la nostra comunicazione!

Troviamo quella giusta insieme.

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TUTTI IN FIERA

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Fiere importanti in vista all’inizio di questo 2016.
Si accavallano tutte all’inizio dell’anno. Iniziamo con VicenzaOro dal 22 al 27 Gennaio preceduta di pochissimo da IMM, la grande rassegna del mobile a Colonia dal 18 al 24 e in contemporanea a Maison Object a Parigi dal 22 al 26 Gennaio e il SIGEP a Rimini con dolci e Gelati dal 23 al 27, per chiudere il mese con HOMI a Milano dal 29 al 1 Febbraio. A febbraio dal 14 al 17 a Milano va di scena la pelletteria, borse e scarpe con MIPEL e MICAM. Dal 17 al 24 marzo BaselWorld attirerà l’attenzione a Basilea di tutti i gioiellieri del mondo. Ad Aprile praticamente in contemporanea Vinitaly a Verona dal 10al 13 e il Salone del Mobile a Milano dal 12 al 17 chiuderanno la primavera.
Scusatemi se ne ho tralasciate di importanti per voi.

Fiere, stand, identità aziendale da proporre in modo forte e coordinato.
Le esposizioni internazionali spronano le aziende di ogni settore a guardarsi allo specchio e ad affilare gli strumenti di marketing per presentarsi al pubblico nel modo più convincente possibile.

E’ un lavoro immane, lo conosco bene!

Si approfitta dell’evento fieristico per presentare le ultime collezioni, il prodotto di punta, il brevetto, la lavorazione esclusiva.
Il prodotto è il centro dell’immagine aziendale, se comunica da sé ci risparmia un sacco di fatica.

E  poi fotografie, grafica, stampa, copywriting… il depliant, la brochure, il catalogo generale o della singola collezione, il pieghevole che illustra le specifiche del prodotto o fa  sfavillare la sua immagine patinata, insomma la carta stampata vuole ancora il suo tributo d’inchiostro che internet ha solo moltiplicato a dismisura.
Tutto poi rimbalza sul sito e da lì sul blog, su Facebook e su tutti i social dov’è obbligatorio esserci cercando di mostrare il lato più coinvolgente e innovativo dell’azienda. Ecco allora Newsletter, post a go–go, countdown come fossimo a Cape Canaveral, e inviti che impazzano e percorrono le mailing–list di mezzo mondo.

Brainstorming infernali per tirar fuori dal cilindro il gadget perfetto per farsi ricordare… elegante, utile, allegro. Una piccola sorpresa per far dire – Lo voglio! –  senza dilapidare un capitale.

E dopo tutto questo e molto altro ancora c’è lo stand, il luogo in cui tutto si concentra in quei pochi giorni di visibilità e confronto tra competitor. Il momento in cui ognuno mostra il meglio di sé, gioielli, arredi, tecnologia, prelibatezze, servizi di ogni genere e tanta, tanta  moda.
Per questa prima metà dell’anno i giochi sono fatti, molti stand sono già pronti. Servirà fare attenzione durante le giornate di lavoro se le scelte fatte siano da confermarsi o no. Varrà la pena guardarsi attorno e testare sia la funzionalità che l’impatto emotivo del proprio allestimento.
I giorni in cui si vive la fiera sono il momento migliore, oltre che a fare affari, anche per mettere a punto la macchina per gli appuntamenti che seguiranno.

Ci vediamo in Fiera!

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PAZZA IDEA

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Che idea rubare il titolo a Patty Pravo!
L’idea è quella cosa che viene prima di tutto. Semplice no?!
Non ho nessuna intenzione di filosofeggiare, anzi sto parlando di una cosa molto concreta e utile.

La cosa più utile e necessaria per tutti quelli che hanno un’impresa, un’attività qualsiasi.

Quante idee abbiamo cercato nell’ultimo anno?
Almeno una di queste di sicuro.

Come si chiamerà la mia azienda, il mio bar, la mia società… e quale sarà il suo marchio? Non sembra ma abbiamo spalancato le porte a una valanga di altre domande.
Sarà un acronimo o un nome con un significato compiuto? Userò il mio nome o un nome di fantasia? E da qui un’altra infinita serie di domande su questioni quali l’originalità, il copywriting, l’uso del nome scelto nel web, la pronuncia e il significato in altre lingue… e altro ancora.

Dovendo poi scegliere il marchio, l’insegna, il logo… chiamatelo come volete, quel segno grafico normalmente composto da un disegno di lettere e immagini riconoscibili, ecco che tante altre domande ci affolleranno i pensieri. Colori, forme, coerenza,  la brevettazione, i risultati di stampa, le modalità d’uso sui vari mezzi e supporti…

Fatto che abbiamo risposto a queste domande l’altro ieri o cinquant’anni fa, queste tornano tutti i giorni a riproporsi investendo nel più profondo il nostro lavoro.

Mille domande sulla forma dei nostri prodotti, il famoso “design”, sui colori che scegliamo, sulle forme del packaging e le modalità di presentazione, sulla grafica del nostro catalogo, la carta, i font… e poi il sito web e le parole giuste per raccontarci. Sia che produciamo sedie o brioches… camicie, lampade o biciclette… che  abbiamo un bar o una tintoria, la storia non cambia.

Avete fatto caso che non sono tanto le risposte la cosa importante?
Difficile darsi risposte, a volte anche semplici, se non ci si pone la domanda giusta.

Torniamo allora all’uovo e alla gallina… alla nostra pazza idea che abbiamo dimenticato là all’inizio.

Non credete che sarebbe tutto molto più semplice, intendo porsi le domande e darsi le risposte, se avessimo una sorta di grande idea madre da cui discende tutto?

Se avessimo deciso per esempio che la nostra attività è “ECOLOGICA”diretta emanazione del ciclo vitale della natura, che i nostri colori sono i colori delle stagioni, che i nostri materiali saranno naturali, ecc…

Oppure amiamo da pazzi lo sport e allora ci viene bene scegliere i colori le forme e i linguaggi tra le mille opzioni offerte da quel mondo.

Oppure ancora, siamo innamorati della pulizia delle forme, del rigore, dell’essenza delle cose, abbiamo deciso che gli unici colori sopportabili sono il bianco e il nero possibilmente entro quadrati o cerchi.
Se adoriamo l’usurata sentenza di Mies Van Der Rohe “Less is More”, allora sarà facile fare scelte anche molto difficili.

In un mondo in cui per comunicare serve essere prima di tutto riconoscibili, non sarebbe male riflettere su chi e come dorremmo essere.
Così poi tutto diventa più semplice.
Non importa se stiamo appena iniziando a pensare alla nostra impresa o se invece stiamo progettando la nostra ennesima collezione.

COERENZA
Ecco!
Non proprio così semplice eh!
Fatta una scelta di campo, bianco rosso o nero che sia, sportiva, ecologica o minimal, tanto per usare parole ugualmente consumate dall’uso, non sarà una passeggiata scegliere sempre in modo coerente.

Nel caso servisse un aiuto sono qua.

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Creativo (sostantivo) VS creativo (aggettivo)

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“Creativo” è un aggettivo non un sostantivo, almeno così dovrebbe essere.
Sono uno che ha sempre pensato che chi si loda si imbroda per cui in genere ho preferito volare basso tenendo a bada un ego ballerino e lasciando che fossero gli altri a dirmi se il mio lavoro valesse qualcosa, se vi fosse un qualche contenuto che meritasse l’aggettivo “creativo”.

Invece tornando alla lapidaria affermazione iniziale dovrei nascondermi per sottrarmi al giudizio universale.
Se dovessi mettere in fila tutte le volte che mi sono attribuito l’etichetta di “Creativo” (sostantivo) la riga sottile di questa parolina rossa (di vergogna) arriverebbe in capo al mondo.

Provo a rimediare, a giustificarmi, a fare chiarezza…

Di certo sono un architetto visto che lo IUAV (l’Istituto Universitario di Venezia) una trentina di anni fa mi ha conferito il titolo cum magna laude, bacio accademico e piccola pubblicazione.
Ma poi cosa vuol dire essere un architetto? Quanti sono gli architetti che veramente possono dire di saper svolgere tutte le funzioni inerenti il loro mestiere?
Io no di sicuro. Come architetto mi sono quasi sempre occupato soltanto di tipologie distributive, di composizione, degli aspetti estetici e della rappresentazione del progetto. Tanta grafica, fotografia, costruzione di modelli, disegni, disegni e disegni usando tutte le tecniche immaginabili. Allora cos’ero? Un esperto di sistemi distributivi? Un grafico? Un prototipista? Un fotografo o un pittore?
Un po’ di tutto questo e tanto altro ma mi etichettavo semplicemente come architetto, anche perché la cosa rassicurava me e i miei clienti.
Alla fine intervenivo nella scelta dei materiali, delle finiture, dei colori… intonaci, pietre, vetri, legni, tessuti… degli arredi, dei corpi illuminanti.  Allora cos’ero? Un arredatore?
Boh! Qualche volta vi diró mi sentivo creativo (aggettivo) davvero.
Qualche volta soltanto neh!
Poi la mia attivitá principale è diventata quella di disegnare gioielli e altri oggetti di produzione industriale, progettarli, rappresentarli, seguirne l’industrializzazione e la  produzione vera e propria e alla fine del processo produttivo pensare a come vestirli, esporli e comunicarli.
Cosa sono allora? Un designer? Qualche volta faccio il modellista, il grafico, lo scenografo, il copywriter. Sì, Alla fine sempre piú scrittura, piú immagini, piú emozioni che oggetti.
Qualche volta sono creativo… Ogni tanto mi capita di fare cose creative davvero.
Eppure non é per questo che tante volte rispondendo alla richiesta di indicare cosa faccio rispondo imperterrito – il creativo – senza darci troppo peso, senza gongolare e senza vergognarmene troppo.
Scrivo creativo su qualche profilo che mi tocca compilare,  cosí, tanto per riassumere, per non privilegiare un aspetto rispetto ad un altro della mia attivitá.
Il più delle volte scrivo architetto, come sulla carta d’identitá, o art director che fa piú figo e corrisponde in gran parte a quello che faccio.
Allora confesso, sono un architetto, un designer, un grafico spesso, tante volte un copy, un direttore creativo e un sacco di altre cose che provo a fare nel migliore dei modi facendomi aiutare da un sacco di gente e… qualche volta sono perfino creativo (aggettivo).

Questo post mi é venuto di getto dopo la lettura di un articolo di Annamaria Testa la Creativa più creativa d’Italia sul suo sito nuovoeutile.it
Lei sì, merita l’etichetta, non l’unica. (Sperando non si offenda e la accetti di buon grado)

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TUTTI IN FIERA

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Settimane convulse di fiera in fiera.. fiere che si accavallano a Milano, a Vicenza, a Rimini… 
Un lavorio frenetico intorno agli ultimi ritocchi sugli stand, alle  nuove collezioni, alle immagini, alle brochure, stampe, video, modelle, receptionist … tutto un mondo da inventare che durerà quattro, cinque giorni e, si spera, alimenterà il lavoro dei prossimi mesi.
Cose che filano via lisce che proprio non ci speravi e rogne da improperi in tutte le lingue immaginabili, con un uso colorito e greve di tutti i dialetti natii che da buon lombardo/veneto non mi risparmio proprio.

Alla fine ci si arriva sempre.
In un modo o nell’altro l’azienda mostra la sua faccia.
Bella, liftata, senza nulla fuoriposto da sembrare finta o tutta sgarrupata come ci fossimo svegliati di colpo cinque minuti prima e corressimo all’appuntamento della vita con le braghe del pigiama in mano, i calzini spaiati con la faccia e l’acconciatura di chi ha sbattuto contro un tram come in quella vecchissima pubblicità che recitava:
– Scusate! Abitualmente vesto Marzotto! –  e mostrava uno stralunato impiegato di banca nel pentolone di una tribù antropofoga.

Poi c’è chi arriva in fiera esibendo il semplice splendore della faccia di tutti i giorni.
Niente trucchi pirotecnici, niente trovate esilaranti, solo se stessi, così come ci si presenta tutti i giorni al pubblico, alla clientela che ci riconosce subito con una certa soddisfazione. Si chiama Corporate Identity e non è una cosa che si trova per caso o si compra dall’agenzia strafiga, obbligatoriamente milanese, che impacchetta l’immagine della tua azienda con un bel fiocco a pois! E’ un percorso più o meno lungo, più o meno costoso, un cammino di persone che incontrano altre persone e insieme raggiungono la consapevolezza di dove vogliono andare, di chi vogliono essere, di cosa vogliono fare.

E al centro di tutto ci sei tu! Il paròn! Come si diceva affettuosamente una volta.
Padrone di un’idea che ti assomiglia, con la voglia di svilupparla e vederla crescere.
L’identità aziendale, il branding… ecc… ecc… e tutte le parolacce del marketing che vien voglia si frantumino i denti a chi le pronuncia, hanno un senso solo se partono dalla personalità dell’imprenditore, dai suoi valori, dalle sue passioni, così che sviluppando un progetto di marca, di identità aziendale si percepisca che è una cosa vera, una bella faccia che dica qualcosa, non un ghigno plastificato da contrabbandare per sorriso.
Un’azienda che produca quello che sa fare meglio, come lo sa fare meglio, senza inseguire tutti i mercati, piegandosi a tutti i venti col rischio di non avere più identità e nessun mercato.

Ecco, mi sono lasciato trascinare dalla foga!
Normale, siamo in fiera, se ne vedono di tutti i colori e si perde un po’ la testa.
Chi è andato a vestirsi di tutto punto alla boutique appena aperta in centro, chi si è messo i primi stracci che ha trovato e chi si veste da sempre in un certo modo, o almeno prova a capire a sperimentare come vuole essere, chi vuole essere, riuscendo a mostrare identità per essere riconoscibile in fiera e… dappertutto!

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QUESTIONE DI STILE

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Progettare un oggetto con una propria personalità è una questione di stile.
Cosa sará mai questo stile?! Lo stile é fatto di segni riconoscibili, di colori, di forme, di un insieme di simboli che appartengono ad un gruppo sociale, ad un territorio ad un certo periodo storico.
Barocco, Gotico, Rococó, Luigi XVI, Impero, Liberty, Biedermeier, Decó, Moderno, Pop, e poi chi piú ne ha piú ne metta, tutta questione di stile!
Non é architettura, non arte, neanche arredamento o design, non sono accessori o moda. Sono tutte queste cose messe insieme che in un certo momento assumono certe forme, una certa decorazione o nessuna decorazione, certi colori e certi materiali, un vento colorato gonfio di un profumo preciso che sparge ovunque certi segni riconoscibili.
Come sarebbe bello, tranquillizzante, semplice avere uno stile a cui attingere per disegnare case, divani, piatti, sedie, scarpe, abiti, gioielli, pettinature.
Ma ce l’abbiamo! La moda, no?!!! Ecco! Tutto quello che abbiamo é un venticello che ad ogni stagione cambia direzione, colore, forma.
Valori: zero!
Forme persistenti: zero!
Decorazioni condivise e riconoscibili: zero!
Il nostro stile é quello liquido e coloratissimo in cui tutto e il contrario di tutto vanno sempre benissimo!
Tutti possono inventarsi uno stile.
Renderlo esclusivo, personalissimo e affermarlo facendo spuntare ovunque imitatori. Basta crearsi delle forme, assumere dei colori, sposare un certo sapore, restare fedeli ad un mix preciso di segni che ci siamo scelti.

Ci vuole un progetto! Mai come in questi tempi liquidi vale la pena cercare di averne uno.

Rubare una copia sbagliata di una poltrona barocca e coprirla con una texture colorata presa da un paesaggio di Seurat, o con le geometrie di Mondrian.
Trasformare un orecchino Decò in un oggetto hi-tec o in un monocromo pop.
Fingere un’antica scrittura mesopotamica per decorare il piano di un tavolo.

Contaminazione! Questo è lo stile del nostro tempo.

Ci vuole cultura, coraggio, creatività, per mescolare il sacro con il profano, sensibilità lontane secoli e migliaia di chilometri. E’ una questione di stile nuova, che torna a investire i modi di vivere, uno stile fatto da un’infinità di microcosmi che si incontrano, si scambiano informazioni, si fondono dando vita a nuove filosofie, nuovi cibi, nuove sensibilità, creando oggetti mai visti prima.
Siamo un po’ allo sbando, persi in una fantastica discarica di tesori in disuso, un immenso patchwork in cui è impossibile individuare uno stile con le vecchie caratteristiche che ogni stile ha sempre avuto prima.
In questo oceano ondoso ogni azienda ha la necessità di mostrare un proprio stile, la forza di distinguersi nel grande patchwork, come una pezza un po’ più grande, o più colorata, o fatta di un materiale strano, o lucida, magari dalla superficie ispida, o con una forma diversa da tutte le altre. 
E’ molto più di una questione di stile!

Nell’immagine – Poltrona Proust di Alessandro Mendini: riedizione Geometrica.

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W L’ITALIA, fare branding per l’italian style

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Altro che Italian Style!
Tiriamo fuori il tricolore e gridiamo W L’ITALIA ogni quattro anni solo quando arrivano i mondiali di calcio.
Anche le imprese che esportano la nostra produzione più raffinata sventolano la bandiera italiana piuttosto raramente, non mettono il simbolo dell’italianità in evidenza sui loro prodotti, sul packaging, sulla stampa, sui loro siti internet e francamente sembrano fregarsene di affermare il valore della creatività italiana nel mondo.
Nonostante il riconoscimento assoluto dei nostri marchi più prestigiosi, non siamo riusciti a creare un’aura commerciale intorno al  nostro tricolore.
Non un marchio del Made in Italy che già esiste e non ha nulla a che fare con la bandiera ma un uso creativo diffuso e diversificato del bianco, rosso e verde che esprima la gioiosa affermazione della creatività italiana e dell’italian style.
Ok, non è facile con un simbolo così poco grafico, così simile a tanti altri.
L’esempio più eclatante di un uso commerciale diffuso del vessillo nazionale è l’Union Jack, proprio la bandiera dei nostri avversari di domenica notte. La “perfida Albione” ha piantato la sua bandiera in tutto il mondo più con la musica dei Beatles e dei Rolling Stones che con le conquiste coloniali. La bandiera inglese è diventata un simbolo dissacrante di libertà e creatività negli anni sessanta diffondendo ovunque il rock esplosivo di Mick Jagger e la moda trasgressiva di Mary Quant. Anche la “Stars and Stripes” americana è diventata un simbolo grafico, un vero e proprio brand commerciale sull’onda dell’egemonia culturale dilagata in occidente dopo la seconda guerra mondiale.
Ora, con lo spostamento repentino del baricentro commerciale mondiale verso oriente, c’è una inaspettata richiesta di storia, di cultura, di un innato senso estetico, di un italian style di cui siamo immeritatamente portatori. I nostri brand storici come Ferrari, Armani… insieme alle giovani aziende emergenti dovrebbero usare più spesso il tricolore per identificare la creatività diffusa che ci contraddistingue.
Tricolore come impronta di cultura, storia e bellezza necessarie al mondo non come icona nazional–popolare autoreferenziale. Giochiamo con i nostri simboli, lasciamoceli rubare, facciamo sì che un’onda lunga di creatività tricolore affermi l’Italian Style inondando il mondo a partire ancora una volta da là dove sorge il sole e ci amano di più!

PS – Con l’Inghilterra vinciamo noi 2 a 0.

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Stagione di Fiere

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Questa è stagione di Fiere ed Eventi importanti. Una dopo l’altra si snocciola il meglio della produzione Italiana, gioielleria, abbigliamento, oggettistica, calzature, pelletteria, design, arredamento, vini e cibi di qualità, solo per citare alcuni dei settori più importanti che in questi primi mesi dell’anno espongono la loro produzione.
In sessanta giorni ho visitato cinque eventi espositivi immergendomi in un caleidoscopio allucinante di immagini. Mi sono sfilati davanti migliaia di stand, dal più piccolo tre per tre dell’azienda artigianale alle strutture delle multinazionali grandi come mezzo campo da calcio.
In comune spesso l’invisibilità!
Com’è possibile essere invisibili occupando mezzo padiglione? Direte voi.
Semplice! Facciamo tutti la stessa cosa!

Ovviamente non proprio uguale, uguale. Qualche differenza anche sostanziale c’è, andando ad osservare bene qualche stand è più alto, qualche altro è più aperto, qualcuno è pieno zeppo di colori e di cose, qualche altro sembra una stanza vuota ed infine ci sono poi stand davvero innovativi e interessanti, pochi ma ci sono.
Allora non è vero che gli stand sono tutti uguali! Direte voi.
Invece sì! Facciamo tutti grande attenzione ad esporre bene i nostri prodotti, ad accogliere nel modo migliore i clienti, ad organizzare i nostri spazi per lavorare con efficienza. Ci facciamo tutti le stesse domande e più o meno ci diamo le stesse risposte, finendo per assomigliarci come gocce d’acqua.
In pochi diamo importanza ad esporre la personalità del nostro marchio. Ci chiediamo troppo poco: chi sono? Quali sono i miei punti di forza, i valori importanti che mi caratterizzano. Come posso differenziarmi dai miei concorrenti? Riflettiamo troppo raramente intorno all’identità della nostra azienda.
Se in più imprese ci facessimo queste domande avremmo immagini più vivide della nostra presenza in fiera. Ci sarebbero stand davvero interessanti e racconteremmo storie diverse. Ciascuno di noi sarebbe presente sulla scena del mercato con una propria forte individualità.
Tutto ciò è fondamentale se vogliamo affermare il nostro marchio, per essere riconoscibili in ogni occasione, nelle fiere ancora di più!

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Al tempo della modernità liquida.

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Cosa sono il lavoro, la creatività e la comunicazione nel tempo della modernità liquida?
Cambia tutto! La famiglia, l’azienda, la scuola, il tempo libero, la politica, la religione e tutto il resto si trasformano così velocemente che non siamo più in grado di capire  chi siamo e dove stiamo andando.
Non ci sono più abitudini consolidate e non ci parliamo più anche se ci diamo un sacco di mi piace su fb.
Viviamo due vite, una fisica e una virtuale. Vite che si sovrappongono, si dilatano e si staccano.
Niente ha più una forma precisa. Come l’acqua adattiamo la nostra presunta modernità a contenitori che cambiano forma in ogni momento. Brutto, bello, buono, cattivo, giusto, sbagliato sono concetti sempre più relativi.
In questa giostra priva di riferimenti chi si cimenta per lavoro con la produzione di oggetti, di parole e di immagini vive in un continuo stato di inadeguatezza.  La moda con il suo rincorrersi delle stagioni diventa il massimo della certezza. La felicità!
Tutto cambia e ogni cosa deve essere reinventata ogni giorno.
Plachiamo l’ansia che ci prende con surrogati di stabilità. Nuove mise, oggetti totem, tatuaggi, nuove religioni, diete, nuovi sport.
Le aziende più brave vendono felicità e ci assicurano che acquistando i loro prodotti avremo in cambio l’identità che desideriamo e la sicurezza aleatoria  che per una stagione potremo smettere di correre ad inseguire una nuova immagine di noi stessi.
Navigare la modernità liquida non è solo incertezza e corsa affannosa a ridefinire la nostra immagine. Creatività e comunicazione diventano stimolanti forme di espressione se accettiamo il rischio del cambiamento. Se facciamo nostra la diversità che diventa ricchezza e fuga dall’omologazione. Dobbiamo sperimentare il nuovo fino a rischiare d’apparire vecchi. Dobbiamo prenderci Il rischio di uscire dal web e incontrare le persone per strada. Cerchiamo di usare parole precise, dal significato chiaro. Non cediamo ad ogni piè sospinto alla spiritosaggine cretina, alla melensa  frasetta da cioccolatino che fa tanto “fans, friends and followers”.
Tutto si muove e dobbiamo reinventarci in fretta, ogni giorno, ma prima di affrontare il mare in tempesta leghiamoci saldi a qualche grosso tronco che galleggi sempre.  Manteniamo forti le nostre capacità critiche, cerchiamo una morale e diamoci qualche principio irrinunciabile.
Portiamoci qualcosa di vecchio in questo viaggio nella modernità liquida: un’emozione, qualche passione e un po’ di consapevolezza.

Queste righe prendono spunto dal saggio “Modernità liquida” di Zygmunt Bauman senza nessuna pretesa di riassumerlo visto che lì si parla quasi sempre d’altro.

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AUGURI ORIGINALI

AUGURIOvviamente per le festività volevo fare a  tutti tantissimi auguri.
Ovviamente, da buon creativo, volevo fare degli auguri originali.
Ovviamente tutte le idee più o meno “nuove” che mi sono venute in mente non mi sono piaciute. A quel punto mi sono chiesto se è proprio necessario uscire sempre dagli schemi. Mi sono risposto che sì è necessario se si vuole far arrivare il messaggio a destinazione. Bisogna uscire dagli schemi!
Ecco allora che vi faccio degli auguri originali!
Trasgredire non è poi così difficile. Basta fermarsi un attimo e pensare a quello che si sta facendo. Nel fare gli auguri, per esempio, trasgredire significa non dover essere spiritosi per forza, non dover inventare sistemi unici al mondo e soprattutto non accontentarsi di frasi fatte da parole ammuffite con il muschio del presepio dell’anno scorso. Tanti cari auguri! – Bum! – Un felice anno nuovo! – Bum! – Buon Natale e buon Capodanno! – Bum! – Uno splendido Natale e un felice Anno nuovo! – Bum! – Auguri di tante cose belle! – Bum! – Pace a tutti per Natale! –  Bum! – Tanti auguri a te e alla tua famiglia! – Bum! Bum! Bum!
Tutte belle parole s’intende, ma quante volte le abbiamo sentite, scorrono via senza lasciare nessuna traccia.
Per Natale vi auguro di non litigare per il parcheggio in centro e di riposarvi un po’, nient’altro. Per l’anno nuovo invece vi faccio un augurio impegnativo, lo faccio anche a me stesso, alla mia compagna e ai miei figli.
Mi piacerebbe che riuscissimo ad essere consapevoli di quello che facciamo, di quello che diciamo. Come per gli auguri, vorrei che la smettessimo di usare sempre le stesse parole che non vogliono dire niente. Facciamo quello che ci piace, quello che ci interessa davvero. Diventiamo consapevoli delle nostre scelte, del poco tempo che abbiamo.
Mi auguro di leggere dei bei libri, di vedere dei bei film, di scrivere, fotografare e dipingere tanto, di fare delle lunghe corse in montagna.
Vi auguro di fare quello a cui tenete veramente!
Voglio usare bene il mio tempo e auguro a tutti di fare altrettanto! Questi i miei auguri originali.
Ci  sentiamo nel 2014

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LA SFIDA DELLA FIDUCIA

FIDUCIA_634pxChi l’ha detto che fidarsi è bene, non fidarsi é meglio?!
Qualche anno fa mio fratello Piero ebbe la brillante idea di regalare a tutti per Natale “LA SFIDA DELLA FIDUCIA” il saggio di Stephen M. R. Covey sulla necessità vitale del sentimento della fiducia. Da buon intellettuale snob ho sempre considerato questi manualetti di marketing come romanzetti rosa cosí lasciai il libro a dormire nella zona meno frequentata della mia libreria.
Sapevo che me lo sarei ritrovato tra le mani.
Senza fiducia non funziona niente! Non esiste possibilità di agire con successo a meno di un enorme esborso di tempo. Se ci pensiamo bene non siamo in grado di fare proprio nulla senza fidarci della gente che ci circonda. Provate per un attimo a pensare di viaggiare in auto su un’autostrada affollata, la nostra A4 va benissimo come esempio. Mentre guidate a velocitá sostenuta immaginate che le persone che guidano intorno a voi siano dei pazzi suicidi che potrebbero frenare improvvisamente e senza motivo, cambiare corsia di colpo e magari invertire la marcia tanto per vedere l’effetto che fa. Ecco se pensassimo davvero una  cosa del genere credo che eviteremmo le autostrade.
Invece ci troviamo spesso a lavorare in situazioni in cui la fiducia reciproca lascia molto a desiderare e ciò comporta da parte di tutti l’introduzione di meccanismi di sicurezza che rallentano e rendono pesante e poco produttivo il lavoro e sempre più complicate le relazioni. Diceva Gandhi “Dal momento in cui si sospettano le finalitá di una persona, qualsiasi cosa faccia diventa compromettente”.
E’ facile immaginare come il lavoro di tutti noi dipenda da quanto possiamo fidarci gli uni degli altri, senza fiducia avremo sempre dei problemi.
La fiducia sta alla base del concetto di MARCA, non è possibile ipotizzare la costruzione di un marchio, immaginare strategie di marketing per affermare il nome di un’azienda senza avere ben chiaro che quello che si sta cercando di fare non è nient’altro che creare intorno all’azienda una nuvola di rapporti di fiducia.
Cercare la fiducia dei clienti ovviamente, ma non solo, stabilire rapporti di fiducia con i fornitori, con i dipendenti, con i mezzi di informazione, con le associazioni sul proprio territorio. Niente e nessuno deve essere escluso.
Il concetto che mi é piaciuto di più del libro di Covey è che la fiducia non è un sentimento immodificabile ma cambia. Possiamo vedere svanire la fiducia nelle persone che ci stanno intorno e agire per ricostruirla. Soprattutto possiamo iniziare in qualsiasi momento a creare fiducia intorno a noi, consapevoli che “il momento migliore per piantare un albero è vent’anni fa. Il secondo momento migliore è oggi”
Date retta! Fidarsi è bene!

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Sei in bianco e nero o a colori?

 

bianco-e-nero-o-a-colori_634L’immagine della tua azienda, del tuo negozio o quella che dai di te stesso è in bianco e nero o a colori? Hai scelto un codice colore preciso dalla palette di Pantone e l’hai declinato in tutte le sfumature possibili o il tuo mondo è fatto di percentuali di nero?
Hai scelto colori vivaci o tinte pastello? Colori caldi o freddi?
Non è facile scegliere il colore o semplicemente l’effetto cromatico che ci contraddistingue, la tonalità che ci rappresenta di più. Ovviamente non esiste una sola scelta corretta e, come per tutte le cose, l’importante è essere consapevoli della scelta fatta o, come purtroppo spesso avviene, di non aver fatto nessuna scelta.
Solo se si ha una visione chiara di se stessi, di come la propria azienda viene comunicata, è possibile gestire le scelte di tutti i giorni e progettare i cambiamenti.
L’uomo ama i colori e ha impiegato tutta la sua storia per riprodurre quanto più fedelmente possibile l’abbagliante tavolozza della natura. La comunicazione di se stessi e del proprio brand si scontrerà sempre prima o poi con questo richiamo al “colore” come necessità primordiale. Distinguersi per affermarsi è un’azione culturale, che potremmo definire in qualche modo “anti–naturale”. Se voglio essere riconosciuto devo essere diverso. Se il mondo è a colori sarò tentato di togliere i colori per stupire, attirare l’attenzione con il bianco e nero. Se i colori naturali hanno un certo grado di saturazione proverò ad aumentarla all’inverosimile trovando nei colori saturi la mia divisa. Al contrario potrò scegliere una gradazione di tinte quasi impercettibili per raggiungere lo stesso obiettivo. Ovviamente ognuna di queste scelte comporta l’identificazione o la negazione di uno stereotipo. Lusso uguale a tonalità delicate, affermazione che si può condividere ma che è stata contraddetta da tante grandi marche, Valentino con il suo rosso tanto per fare un esempio. Colori caldi e intensi per le aziende che producono abbigliamento e accessori sportivi, l’arancione di Nike.
Il bianco e nero totale, l’espressione del design e dell’eleganza, dell’assenza di fronzoli inutili, la scelta che più di ogni altra incarna l’abusato motto del moderno “less is more”.
Una scelta all’apparenza facile che invece nasconde la necessità di una volontà ferrea.
Non è facile rinunciare ai colori, li abbiamo dentro e vogliono venir fuori!
Alla fine la domanda più importante che dobbiamo porci dopo aver fatto la nostra scelta cromatica, bianco e nero o a colori, sarà: “Riuscirò ad esserle fedele?!”
Scegliamo con la giusta consapevolezza ma senza apprensioni paralizzanti perché comunque, statene certi, tutto cambierà.