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Piacere! Scrivere la presentazione aziendale

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Scrivere la presentazione aziendale è semplice!
Sul sito web il menù standard prevede sempre un pulsante CHI SIAMO, magari scritto in qualche altro modo ma la sostanza non cambia. Poi, all’inizio di un catalogo, nella cartella stampa, quando presentiamo un nuovo prodotto… insomma, ci rivolgiamo ad un pubblico che non sempre ci conosce già e in qualche modo tocca presentarci.
Facciamolo bene.

1 – Semplice
Scriviamo in modo semplice e chiaro. Periodi brevi, pochi aggettivi e avverbi, evitiamo termini troppo tecnici e sigle incomprensibili ai più.

2 – Chi siamo?
Se rispondiamo alla domanda –  Chi siamo? – sarà bene rispondere davvero. Le aziende sono fatte di persone… evitiamo di cominciare con “La nostra filosofia è…”. Scriviamo nomi, ruoli, competenze e magari, se ne siamo capaci, un aneddoto spiritoso. Sempre meglio raccontare la verità e non inventare tanto per scrivere qualcosa.

3 – Leader
Evitiamo di dire che siamo i leader nel nostro settore. È falso! Se fossimo davvero i leader non ci passerebbe mai per la testa di scriverlo.

4 – Prodotti
Cosa facciamo, che prodotto/servizio vendiamo.
Poche righe dovrebbero spiegare cosa offriamo. Due immagini scelte con cura, il logo, la grafica, il contesto avrebbero già dovuto spiegarlo prima delle parole.

5 – La storia
Va bene dare il giusto peso al trisavolo che nei primi anni del secolo scorso… Perfetto! Però cerchiamo di essere brevi. Diamo risalto alle attività degli ultimi anni.

6 – La filosofia
Ce l’abbiamo davvero una filosofia aziendale? Sì? Bene! Allora scriviamola e diamole risalto perché siamo tra i pochi ad averne una. Se non ce l’abbiamo non inventiamocela.

7 – Ciao! Funziona come tra le persone
Ricordiamoci che ci stiamo presentando. Non funziona molto diversamente da quando incontriamo qualcuno a cui teniamo e ci presentiamo parlando pochi minuti. Se raccontassimo tutto probabilmente ci prenderebbero per matti.
Molto meglio fare una bella impressione. Essere veri. Creare i presupposti per incontrarci ancora e approfondire la conoscenza.

8 – L’abito fa il monaco
Essere veri non significa mai essere sciatti, maleducati… brutti, sporchi e cattivi! A meno che il nostro prodotto non richieda una certa quantità di… trasciume. Ma anche in quel caso converrà fare attenzione che il carattere utilizzato sia leggibile, che i paragrafi siano impaginati con uno stile coerente, che non ci siano errori di grammatica e magari che il tutto abbia una certa originalità. Tanto per farci ricordare.

9  – Adattiamoci al mezzo
Dove pubblicheremo la nostra presentazione? Sito web, cartella stampa, depliant, catalogo, slide… Dovremo tagliare, ingrandire, aggiungere immagini, dividere per punti, concentrare tutto in un video di trenta secondi, poche parole in un biglietto o ci toccherà commissionare un romanzo ad uno scrittore.

A situazioni diverse a pubblici diversi, mezzi e modi diversi di presentarci.

10 – Regole che valgono sempre
Semplicità, verità, coerenza, immediatezza…

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BUM! Le favole del design

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Raccontare il design, oggi più che mai, vuol dire raccontare favole.  

Le parole si intrecciano con le forme, sottolineano le fotografie, rendono visibili  i percorsi progettuali più impervi.
La sedia sinuosa, la collana trasformista, la mantella luminescente, la bottiglia inusuale…  Storie di idee, di persone, di materiali, di scarabocchi e di tentativi andati male.
Per raccontare lo sviluppo di un’idea che diventa progetto e si materializza in qualcosa che si può toccare bisogna cercare parole vere.
Le parole delle favole.
Chi inizierebbe oggi una favola con un consumato “ C’era una volta… pà–pà rapà pà–pà pà–pà”?!
Allora facciamola finita  con  le frasi fatte, con le parole che a furia di essere ripetute non vogliono dire più niente, parole e frasi che scoppiano in bocca come palloncini.
La ricerca del mood… bum!
L’essenza del design minimal… bum!
L’inaspettata vitalità del kitsch… bum!
Il rigore monacale  del total black… bum!
Less is more… bum!
L’essenza vitale del bianco… bum!
Non si tratta di scrivere o parlare in modo più o meno semplice.
Per  raccontare i progetti bisogna avere il coraggio della verità, di raccontare le mani sporche e i tentativi sbagliati, i materiali rovinati, i confronti duri, le liti, gli amori, i tradimenti.

La ripetizione infinita di gesti meccanici fino a quando tutto viene così naturale e spontaneo che si può inventare un’altra cosa. Raccontare segni di lima sempre uguali, così per anni, fino a quando improvvisamente prendono un altro verso per errore, per noia o per voglia di inventare.
Raccontare segni e forme impossibili senza la consuetudine quotidiana con gli attrezzi e le macchine. Storie di sbagli, di idee nate male che han fatto dannare prima di lasciar venire fuori quello che funziona. Racconti di materiali duri o troppo teneri, di attese lunghe mesi, di temperature troppo alte o troppo basse, di decimi di millimetro, di meccanica, di chimica e di buon senso, racconti di matite spezzate buttate dalla finestra e di improvvisi strisci neri nati  impaginati… perfetti!
Bisogna cercare le parole vere, che funzionano come macchine emozionanti ma… 
Attenzione che bum!
La retorica a buon mercato ci aspetta.

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C’ERA UNA VOLTA…

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C’era una volta…
un uomo che salì su un albero e lì lo colse la tempesta…

C’era una volta un uomo, una donna, una famiglia…  le storie delle nostre imprese iniziano spesso così.
Saper raccontare la storia della nostra azienda può aiutarci a farla crescere.
Ci sono luoghi diversi dove funziona raccontare la propria azienda. Come introduzione al catalogo dei prodotti, nella home del sito, nei post sul blog o su Facebook, nei meeting aziendali, nei video su Youtube, nel breve spazio di un tweet, in una presentazione formale… e in un mucchio di altre situazioni fisiche e virtuali. Se sono tante le occasioni sono ancora di più i modi in cui sciorinare la narrazione. Alcune volte ci toccherà raccontare la storia dall’inizio, dalla fondazione dell’impresa o addirittura prima, quando succedevano gli eventi che avrebbero portato alla sua nascita. Altre volte sarà meglio raccontare episodi salienti della vita aziendale, episodi drammatici o comici, momenti epici di cui andar fieri e mezzi disastri che riusciamo a guardare solo perché offuscati dal velo del tempo. Altre volte ancora saranno i prodotti al centro delle nostre storie.
Qualunque sia il focus del nostro racconto, l’obiettivo sarà sempre lo stesso – EMOZIONARE –
Come si fa?!
Non è sempre e solo una questione di capacità personali, di avere o meno il dono dell’affabulazione. Esistono delle regole, delle situazioni chiave, delle funzioni che si ripetono in ogni storia. Il famoso linguista russo Vladimir Propp, nel suo “La morfologia della Fiaba” fissa uno schema in 4 punti in cui si svolgono tutte le fiabe secondo una sequenza di 31 funzioni dai tempi inalterabili. Senza dover studiare il ponderoso volume di Propp, è illuminante dare un occhio alle sue 31 funzioni, e ancora di più giocherellare con le carte che l’artista e designer Bruno Munari ne ha tratto per invogliare i bambini a creare le loro storie. Non ve le copio–incollo qui sotto. Se ne avrete voglia, se il momento sarà quello giusto, le troverete facilmente.

Sono solo uno spunto per immaginare un modo nuovo di raccontarsi.
Attenzione!!!
Non vi sto invogliando a raccontare una serie infinita di balle!
La verità è sempre molto più interessante. Si tratta solo di guardarla attraverso nuovi filtri.
Anche noi potremo raccontare le nostre storie aziendali, i nostri prodotti, come fossero fiabe… a volte leggere e a volte truculente, ma sempre a lieto fine!

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RACCONTARE IL PRODOTTO

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Per raccontare il prodotto è indispensabile avere un prodotto da raccontare.
Lapalissiano! Una Catalanata a ricordare il sorriso ironico del buon Catalano quando declamava convinto:  “Meglio avere una moglie carina e giovane che una vecchia e brutta!”. Ovvietà insomma!
Come dire –  Meglio avere da raccontare alla propria clientela un prodotto innovativo, bellissimo e carico di fascino che uno già visto, bruttariello e banalotto! –
Invece si pretende spesso di cavar sangue dalle rape.
Fortuna che a qualsiasi cosa è possibile associare un’idea intrigante, un’immagine sorprendente, e alla fin fine è possibile raccontare storie emozionanti anche del bussolotto di detersivo da tre litri in offerta 3×2.
Non vendiamo quasi mai un prodotto per ciò che è, per il materiale, la forma, la funzione, per le sue qualità oggettive, in qualche modo misurabili.
Vendiamo e compriamo emozioni!
Pezzetti di allegria, nuvole di fascino, sottili blister di felicità, sacchi semitrasparenti d’erotismo e seduzione, scatole d’autorità e litri, litri di indispensabili, mutevoli attributi con cui puntellare la nostra instabile personalità.
E allora meglio raccontare storie, dar vita a immagini impensabili, regalare invenzioni, esaltare forme e colori. Se abbiamo per le mani qualcosa con un gran progetto dietro, un prodotto denso di contenuti sarà più facile rendere credibile il nostro racconto. Ma è forse ancora più interessante trovare quell’idea geniale capace di trasformare un oggetto senza grandi contenuti in una icona da desiderare.
Attenzione! Non sono in gioco valori quali verità, qualità, utilità, economicità… questi ognuno li valuta come crede, con i metri di giudizio di cui dispone.
Raccontare un prodotto, uno qualsiasi, bello o brutto, una genialata o una scemenza, significa trovare quell’idea, una sola, in grado di essere afferrata, capace di farsi largo lungo il sentiero affollato che transita tra il cervello e il cuore.
Un’idea soltanto, condivisibile da un largo pubblico o quantomeno dal proprio target.
Cerchiamo di immaginare chi sono le persone a cui ci rivolgiamo, che vita fanno, quanto guadagnano, cosa sognano e pensiamo a quali sono le immagini, le parole, i suoni, i sentimenti che appartengono a queste persone.
Dovremo comunicare la nostra idea di prodotto raccontandolo con video, newsletter, fotografie e post sul nostro blog o sulla nostra pagina di Facebook, le parole e le immagini dovranno raccontare la stessa storia.
In genere la semplicità del messaggio paga!

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AUGURI BANALI

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Lo so, gli auguri sono banali!

È  quasi Natale, tra un attimo è Capodanno e tutti stiamo inviando regali e gadget, cesti natalizi e biglietti d’auguri o semplicemente e–mail a tutti, sms e whatsapp e messenger e segnali di fumo con tanti, tanti auguri.
La banalità è in agguato!
Noi, attenti e abilissimi, la schiviamo con mossa d’anca da twist e ci ritroviamo a inventare frasi strampalate e battute originali che neanche i polli…  L’originalità a buon mercato gioca in tandem con la banalità e dove l’una viene saltata l’altra entra a piè pari sugli stinchi.
Se scrivere le solite frasi di circostanza fa capire ai nostri destinatari quanto poco ci interessi di loro, sostituire la banalità con  eccentricità gratuite e invenzioni di bassa lega aggiunge soltanto al disinteresse l’ingombrante e fastidiosa ombra del nostro ego smisurato.

E allora?!

Saltiamo a piè pari auguri Natalizi e carabattole di contorno rischiando di passare per menefreghisti smemorati o addirittura per maleducati?
Direi di no e infatti sono qui a farveli gli auguri.
Proverò a non essere banale o stupidamente egocentrico.
Sto scrivendo alla maggior parte di voi che sanno di me solo per questa newsletter, a qualcuno che ho incontrato in azienda o  tra gli stand delle fiere e ai pochi che mi conoscono bene perché lavoriamo insieme da anni.

Per me è stato un anno duro come mai e da quel che ho visto in giro è stato così per molti. Il fatto di essere ancora in piedi e di lavorare con voi è già un gran bel risultato.
Si dice…  basta la salute! Ecco! Questa è una banalità che dico volentieri e spero condividerete con me.

Auguro a tutti di inventare un gioco nuovo ancora ogni giorno!  
Vorrei che fossimo così impegnati e seri da riuscire a non prenderci troppo sul serio!
Almeno durante le feste speriamo di riuscire a fare quel che ci pare, quello che ci piace.

Io spero di fare qualche corsa, di leggere, scrivere e dipingere, di fare un salto sulla neve in montagna con le persone a cui voglio bene.

Certo che le feste e le ricorrenze sono proprio banali!

È vero però  che sono proprio certe banalità a permetterci di sentire le stesse cose per poterle comunicare.

Allora…  AUGURI banali, previsti e aspettati a tutti.

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SCEGLIERE LE PAROLE

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Come per tutte le cose ci sono  parole che mi piacciono e altre che proprio non sopporto.
Probabilmente quelle che mi piacciono le collego ad esperienze positive e le altre a qualche giornata nera, a un mal di stomaco o a una litigata. Questo avviene da quando ero piccolo e ormai,  in tutti questi anni, ho messo insieme due eserciti, quello delle parole nere, quelle che mi piacciono e quello delle verdi, un bel colore per carità, ma che non c’entra niente con le parole, con la scrittura. Le parole nere le immagino stampate con un elegante carattere Helvetica sottile. Quelle verdi che non sopporto le associo al Comic Sans, un font proprio brutto.
Ce ne sono alcune che non so proprio quando e come siano finite da una parte o dall’altra.
Non sono tante le parole della cui bruttezza o bellezza sia diventato consapevole. Un centinaio forse e adesso che mi metto a pensarci svaniscono tutte.
Non c’entrano filosofie o chissà quali motivazioni culturali. E’ una cosa di pancia e di orecchie . Ci sono parole che mi piacciono perché mi suonano bene e altre che invece sento proprio brutte, cacofoniche… ecco una brutta parola che però non ha bisogno di spiegazioni.
In mezzo un’accecante deserto di sale dove sono messe a seccare le altre parole che uso e sento tutti i giorni senza che solletichino alcun giudizio.  Parole bianche.
Ecco!
Qualche esempio, anche se mi scappano via tutte, come sempre le parole quando servono.

EFFERVESCENTE  – Sarà la doppia ff iniziale e quel sc che mi sa proprio di bollicine. Molto meglio di gasato… vi pare?!

INGARBUGLIATO/A – Bella no?! Dá l’idea di una parola da districare.

VARIEGATO/A – non la sopporto! Secondo me sta bene solo sull’etichetta di certi gelati e invece viene usata in continuazione al posto di vario/a

ESTERNARE – Starà per buttare fuori… ma non mi piace

ABBRACCIARE – bella più di tutte, perché ci vogliono due bb e due cc per stringere forte con affetto un’altra persona.

TENEREZZA – una parola leggera e pesante nello stesso tempo, fresca e calda.

FELICITAZIONI – Niente a che fare con la felicità!

CORDIALMENTE – L’ho usata anch’io tante volte eh! Faccio pubblica ammenda… è così lontana  dalla cordialità.

Parole che ci piacciono e altre che ci danno fastidio…in mezzo il mare di sale bianco dove essiccano le parole che non ci emozionano.

Mi capita qualche volta di accorgermi di aver usato una parola che in quel contesto sta come i cavoli a merenda, di sentirla suonare male, di sentirla lontana come non fosse mia.
Stiamo attenti a come usiamo le parole.
Facciamo uno sforzo per scegliere quelle semplici,
“Le parole sono tutto ciò che abbiamo, meglio che siano quelle giuste”. (R.Carver)

 Ditemelo se scrivo parole che non sopportate!

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PAROLE E IMMAGINI

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Parole e immagini sono sempre state il centro della comunicazione.
Dalla santa inquisizione alla pop-art l’immagine ha sempre trovato nella parola scritta una fedele alleata e viceversa.
Mai come oggi però hanno formato un connubio inscindibile.
Sto scrivendo queste poche righe e giá sto pensando a quale immagine potrá illustrarle meglio. Penso ad un post su Facebook e non riesco ad immaginare la mia foto o il mio video senza due righe di commento o una didascalia lapidaria. Tutto contrassegnato dall’hashtag giusto, ancora parole, parole che etichettano ed è fondamentale trovare quelle giuste, inventarsele se necessario.

Fino a qualche anno fa era importante giocare bene il connubio tra parole e immagini per comunicare l’azienda sui grandi poster autostradali e sui paginoni dei quotidiani e c’era il tempo per scegliere lo sfondo, le parole, il carattere con cui scriverle, la grafica che faceva risaltare tutto. Oggi  é mille volte più importante comunicare la propria attivitá, scegliere parole e immagini, e tocca farlo dieci, venti volte al giorno spesso senza nemmeno il tempo per capire l’effetto che farà. A volte non ci accorgiamo nemmeno di farlo!
Rispondiamo ad una mail, due righe e alleghiamo una foto per farci capire e non stiamo lì a pensare al tono che abbiamo usato, se l’immagine era quella giusta davvero o  si poteva fare meglio. Ma nessuna paura… Non abbiamo neanche il tempo di sentire il fruscio della mail che sfreccia che siamo giá pronti a rifarci scegliendo un’immagine da postare su Instagram – il re dei social oggi – decidere se aggiuncerci un filtro o postarla così… nature, scriverci due cose e aggiungerci una fila di hashtag che non finisce più. Su Facebook lo scritto diventa piú lungo e la foto deve fare lei stavolta il commento e…  possiamo anche dimenticarci degli hashtag. Un Tweet non lo vogliamo fare di corsa? Certo è complicato! Ci vuole un sacco di tempo ad essere così brevi. Concentrare tutto in 140 caratteri dando la sensazione che se avessimo avuto più spazio allora sì che sareste rimasti lì incollati a leggere… Intanto scriviamo la battuta fulminante o il commento appropriato lasciando al link sotto tutto il lavoro sporco. E anche qui una fotina piccina non ce la mettiamo?
Fatto tutto  ripensiamo alla newsletter che abbiamo inviato ai nostri cari settemila lettori. Riguardiamo la grafica, la copertina, il titolo, ci perdiamo a rileggerla. Quasi ci vengono i lucciconi per come siamo stati bravi e invece manca mezzo paragrafo alla fine che becchiamo due strafalcioni. Non li avevamo visti prima e adesso non si possono più correggere.
Dura curare la propria immagine senza sbavature. Ma non facciamoci troppi problemi, tra dieci minuti avremo giá modo di rifarci, altre parole e immagini da scegliere, da scrivere, da scattare.
Una bella foto, due parole giuste e il gioco è fatto!
O no?!

NB. Ne sapete di certo mille più di me, ma ci fosse anche uno solo con qualche dubbio, qualcuno come me insomma, visto che io di dubbi ne ho a milioni… Ecco! Chiariamo cos’è ‘sto hashtag.
L’hashtag è una parola anticipata dal carattere cancelletto, tipo #instagram, per fare un esempio banale, o #selfie per dirne uno che abbiamo usato tutti. L’hashtag serve per contrassegnare un post, in particolare su Instagram e su Twitter ma un po’ dappertutto ormai.
Così facendo, usando gli Hashtag più diffusi nei social o inventandosene di nuovi, cerchiamo di ottenere un po’ di visibilità, cuoricini su instagram, retweet e tante condivisioni in più.
L’importante è scegliere quelli giusti.

Fin qui parole e immagini per interagire e cercare di creare una propria immagine, un’identità riconoscibile.
Essere social davvero è tutta un’altra cosa.

Leggi anche
SCRIVERE PER IL WEB

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IL COLORE DELLE PAROLE

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Il tono della nostra voce ci distingue, meglio scegliere con cura il colore delle parole.
Stamattina un’amica che scrive su un blog frequentatissimo mi parlava di stile, di registro, di mood. Mi diceva, sì va bene quel pizzico di umorismo e di ironia ma badando a non esagerare, a non usare mai toni caustici o sarcastici.
Aveva ragione, il suo stile lo esige, le persone cercano nel suo blog l’aria leggera e piena di sole di un sabato mattina a metà Aprile con le ombre e il sole che giocano tra i palazzi storici del corso mentre aprono le botteghe alla moda e il fioraio all’angolo fa a gara con la pasticceria di fronte a prenderci per il naso.
Lei usa parole azzurre, lilla, pervinca che si alternano a quelle che sanno di pane appena sfornato, zuppe, caffè, vaniglia e il ritmo è da brezza primaverile, un‘aria già tiepida ma frizzante.
Perfetto! E poi novità, novità, novità…e autoironia e leggerezza…
Una scrittura mai stucchevole sempre in perfetto equilibrio tra dolce e salato.
Poi invece, cambiato blog, c’è chi tira merda e prende a scudisciate in faccia con post al vetriolo e tweet che magari ci fanno pure ridere ma sono come quando sbatti lo stinco e ti giri, sorridi… no! Fatto niente… mapporcasozzadiunaputt…
Ma ce lo siamo cercato noi eh! Perché lui scrive così, di quelle cose lì perché sa che ci piacciono.
Sa che corriamo a leggere l’ultima stronzata (scritta da dio), quelle tre righe che ti spiegano il sesso o la morte o solo il niente di un martedì mattina…
Volgarità esibita con destrezza, sarcasmo, nichilismo, tagli netti come rasoi… un altro mood, nient’altro che parole e stile diversi, altri ritmi e altri colori.
Parole nere o bianche, rosse, color terra, viola scuro. Parole sparate a raffica e sospese nel nulla di quei tre puntini… che ti lasciano immaginare quello che vuoi.
Parole che pensavo servissero solo a stupire e che invece intrigano adolescenti e li portano dritti dritti a un e–commerce di t–shirt e felpe e jeans skinny e microgonne in lurex e accessory decisamente dark.
Pubblico generalista? Piccole e grandi nicchie? Tutto ha una sua voce, un colore che se ne sia consapevoli o meno.
Chi legge il blog intrigante e leggero per sapere dove trovare il regalino giusto, per stupire ed essere sempre aggiornato all’ultima tendenza non è detto disdegni poi gli antri bui dove bollono i calderoni mefitici e dove lo stregone di turno si trastulla rovesciandoci lo stomaco come un calzino.
Siamo fatti di tante cose e ne cerchiamo sempre di nuove.
Però se vogliamo attrarre le persone interessate a noi, ai nostri prodotti e ai nostri servizi è meglio se proviamo ad essere riconoscibili, a vestire anche il nostro linguaggio sul web con i nostri colori scegliendo le parole giuste.
Al di là degli estremi ci sono un’infinità di gradazioni possibili, di toni giusti, ma soprattutto di parole e stili che ci appartengono e in cui ci riconosciamo.
Possiamo essere allegri allegri e scrivere da far ridere a crepapelle oppure far sorridere soltanto, usare parole che emozionino fino alle lacrime o pervadano di una sottile malinconia. Possiamo essere dei tecnici competenti ed usare un tono dottorale o essere ugualmente preparati e comunicare tutto il nostro sapere con leggerezza e autoironia. Possiamo decantare la bellezza e la preziosità delle nostre collezioni con processioni di superlativi e parolone che sanno solo su Wikipedia o inventarne di preziose, semplici e limpide come diamanti. Possiamo descrivere le qualità tecniche della nostra produzione usando il linguaggio degli addetti ai lavori o colorando con i toni del nostro stile anche la descrizione della lavorazione più hi–tec.

La nostra identità e quella della nostra azienda è fatta anche dalle parole che scegliamo, dal tono, dal ritmo della nostra voce che diventa  scrittura e immagini sul nostro sito internet, sul blog, sui social, sulle news che ci rappresentano e mostrano al mondo la nostra faccia.
Cerchiamo che sia riconoscibile…  che sia davvero la nostra faccia.

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Di cosa parliamo quando parliamo di storytelling

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Chi si laureava in lettere fino a dieci anni fa spesso sognava di trasformare il romanzo che teneva nel cassetto in un classico della letteratura, e intanto pagava le bollette facendo il copywriter per qualche agenzia di pubblicità. Chi si laurea oggi lavora già da anni come content writer, storyteller, web content editor.
Tutto il resto del mondo annuisce con convinzione chiedendosi mentalmente che cosa voglia poi dire.

Il “caro, vecchio” copywriting, quello di Mad Men, quello di What Women Want e di tutte le rom-com sulle agenzie pubblicitarie, consiste nel compito a volte esaltante e molto più spesso ingrato di scrivere i testi di accompagnamento delle campagne pubblicitarie. Questo comprende l’Headline, cioè il titolo principale, il body-copy, che è il breve testo esplicativo lungo poche righe che eventualmente lo accompagna, ed il payoff, cioè la frase che conclude e firma la campagna. Se questa prevede più soggetti, il payoff rimane lo stesso, e scolpisce l’identità del brand. Celeberrimo è l’esempio del Just do it che non ha neppure bisogno del segno grafico per farci immediatamente pensare “Nike.”

Così come l’ADV tradizionale, la “pubblicità”, insomma, il copywriting continua a rivestire un ruolo fondamentale nella comunicazione, e nella maggior parte dei casi è determinante per il successo di una campagna. Allo stesso modo della pubblicità “tradizionale”, però, nell’epoca del cosiddetto Web 2.0 non basta più. Serve un approccio diverso, che integri e sviluppi il percorso delineato dal copywriting tradizionale trasformandolo in un’azione molto più ampia e strutturata.

La brand identity oggi si costruisce attraverso lo storytelling, letteralmente “raccontare storie”: la comunicazione unidirezionale della pagina pubblicitaria è stata sostituita dalla costruzione di racconti, di storie, attraverso testi ma anche e soprattutto video ed immagini in grado di costruire conversazioni con il pubblico.

Lo scopo di chi usa lo storytelling e di chi costruisce narrative, cioè sistemi di senso – che diventano racconti su di sé, sui propri marchi o i propri prodotti – è instaurare una relazione profonda con il proprio pubblico: non lo si vuole solo informare, lo si vuole coinvolgere attivamente. In questo tipo di attività gioca un ruolo fondamentale la cosiddetta “scrittura creativa”, o creative writing, di cui parleremo presto.

PS: il titolo di questo post è un libero adattamento da quello di “Di che cosa parliamo quando parliamo d’amore”, un libro di Raymond Carver, uno dei maggiori maestri di scrittura creativa, autore della fondamentale raccolta di saggi “Il mestiere di scrivere.”

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Uno Stand fantastico a VicenzaOro

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Stand fantastico della Buendia Jewels nell’angolo a destra appena dentro VicenzaOro.
Alto, altissimo, trasparente, luminoso con personalissime grafiche psichedeliche.
Un’impalpabile evanescente cascata di tulle bianco punteggiata dai led.
Il logo volava alto. Lettere di sottili neon rossi.
Il sistema espositivo digitale e quattro stampanti 3d trasformavano le immagini in gioielli dorati da regalare al pubblico accalcato.
La vecchia receptionist dai paramenti turchesi seduta al centro sotto il faro pulsante riceveva uno ad uno gli uomini e le donne in fila.
Una figura corpulenta, coperta da un velo rosso, con un cenno della mano, ruotando solo leggermente il polso, ammetteva il primo al cospetto della vecchia e subito dopo con un gesto più deciso fermava quello che seguiva.
La signora in abiti di scena turchesi parlottava due minuti con ogni astante, sembrava fissare appuntamenti, scriveva un appunto, compilava una cedola che staccava e consegnava ai suoi interlocutori trattenendone la ricevuta. La dea bendata distribuiva i numeri della lotteria.
Impossibile non accorgersi della fila lunga fino ai tornelli d’ingresso che rallentava tutto il giorno l’accesso alla fiera.
Ho scattato cinquanta, cento foto col mio vecchio iphone imballato ma una volta arrivato a casa c’erano macchie e basta.
Sensori di disturbo? Troppi spritz?!
Che stand fantastico però!

Morale:
Uno stand fantastico può diventare realtà.
Dovrebbe essere la realtà di tutte le nostre presenze in qualsiasi fiera
Sia che creiamo gioielli, scarpe, arredi, abiti o qualsiasi altra cosa.
Perchè la personalità delle tua azienda non ha la forma di una scatoletta!

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Alberi di Natale

albero-di-Natale-2013_634pxNatale è passato e gli alberi di Natale che restano addobbati fino all’Epifania, qualche volta fino a carnevale, con quel loro vestito fuoriposto mi danno sui nervi. Alberi di Natale piccolissimi come “arbre magique” o grandi come campanili, carichi di palle e di luci o monocromi coni minimal restano accesi a far festa quando le feste se ne sono andate da un pezzo. A poche ore dalla fine dell’anno e dall’inizio di tutte le aspettative del mondo gli alberi di Natale ci stanno come  le robe vecchie, ci tengono legati all’anno passato e vien voglia di buttarli di sotto. Ma quelli grandi, gli alberi di Natale nelle piazze dei municipi, nei parcheggi dei centri commerciali e delle grandi aziende, quelli ce li terremo fino a Pasqua, fino a ferragosto, qualcuno resterà lì fischiettando e a fine ottobre dell’anno prossimo gongolerà felice d’aver fregato tutti sul tempo. Quante sono le aziende che gli addobbi natalizi li spengono e basta, troppo lavoro, troppa fatica, troppi costi, si toglie la spina e chilometri di lucine colorate spente si impolverano tutto l’anno.
C’è solo un albero di Natale che mi piacerebbe restasse acceso sempre. A qualche chilometro da casa mia. Un ippocastano, un platano, un olmo, non so, di giorno non lo guardo mai, di certo non è un sempreverde cimiteriale o un pezzo di pineta scivolata a valle. Un albero normale, con le foglie caduche, che fa ombra d’estate e lascia passare la luce d’inverno. Sta nel giardino davanti una conceria che d’estate qualche volta puzza e d’inverno ci regala un albero di Natale bellissimo. Un albero di neve luminosa con le lucine bianche che disegnano il tronco e tutti i rami anche quelli più sottili. Un albero di Natale così mi piacerebbe anche col caldo d’agosto con le foglie che farebbero ombra alle lucine bianche e lo trasformerebbero in un’abat-jour verde.

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X–RUN storie di corsa

X-RUN_storie_di_corsa_634Splendida rivista di corsa X–RUN, una rivista che racconta storie di corsa.
Come scrivono nella home del loro sito: “La prima rivista a parlare esclusivamente di storie di corsa. Niente tabelle, niente recensioni di materiale, niente consigli sull’alimentazione… “ Insomma non ci si trova tutta quella paccottiglia delle riviste specializzate che vista una volta, vista per sempre! Quasi non mi piace chiamarla rivista, per me è un bel libro che racconta delle persone che corrono, delle emozioni, della fatica e del divertimento, dei sentieri di montagna e dell’asfalto della città, storie di corsa.
E poi è bella! Scusate se è poco ma il suo formato, sembra proprio un libro, la sua grafica pulita, il taglio mai scontato delle immagini ne fanno una splendida pubblicazione.
La consiglio a tutti quelli che amano la corsa, la lettura, la grafica e la fotografia.

www.xrun.eu

 

 

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Raccontare storie per vendere sogni…

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Tutte le aziende hanno la necessità di descrivere la loro attività, di raccontare quello che fanno, di promuovere i loro prodotti. Nel tempo del web 2.0 la scrittura è diventata uno strumento ancora più importante. Ma raccontare una storia per vendere un prodotto significa trasformare il prodotto nel protagonista della storia. Il più grande spot pubblicitario a cui abbia assistito è stato il film del 2001 Cast Away di R. Zemeckis con Tom Hanks. La storia racconta di un dipendente di Fed-ex disperso su di un’isola deserta dopo la caduta dell’aereo della compagnia di spedizioni su cui viaggiava. All’inizio è il rapporto totalizzante tra il dirigente e la sua azienda. Quanto è grande, bella e buona Fed-Ex, com’è efficiente Fed-Ex. Poi l’aereo precipita e lui, l’unico superstite, raccoglie tutti i pacchi Fed-Ex che il mare restituisce. Tra questi tutti ricorderanno, spot nello spot, il mitico pallone della Wilson, che una volta macchiato con l’impronta insanguinata del palmo della mano si trasformerà nell’unico amico sull’isola deserta, il Signor Wilson appunto. Così mentre per due anni Tom Hanks culla la speranza del ritorno alla vita civile su tutto giganteggia l’aura invisibile di Fed-Ex e il pacco con il logo dalle ali dorate come ancora di salvezza. Sull’aereo durante il sospirato ritorno altro spot nello spot a favore della gazzosa Dr Pepper buttata lì per vedere chi la ricordava come bevanda preferita da Forrest Gump (il personaggio da Oscar di Tom Hanks).

Ecco qua! Niente di meglio di una bella storia per raccontare un prodotto. Un orologio, una pietra preziosa, una località turistica, una bibita analcolica, una marca di aerei o di automobili… Chi non ricorda l’alfa rossa spider, star de “Il laureato” con Dustin Hoffman del ’67, e la vespa di “Vacanze Romane” di W. Wyler del ‘53 con Audrey Hepburn. Il cinema è sempre stato il mezzo per comunicare il prodotto importante, meglio se di lusso. Bulgari cresce e diventa “BULGARI” grazie anche a Cinecittà, alla dolce vita e… al David di Donatello, inteso come premio cinematografico.
Il cinema dunque, ma non solo, c’è una grande richiesta di scrittura creativa, di racconti, storie, romanzi che facciano rivivere le emozioni contenute nel rombo di un motore, in un gioiello, in una grande casa di moda, ”Il diavolo veste Prada” prima di diventare il film che tanti hanno visto è stato un romanzo scritto da Lauren Weisberger. Ovviamente non sto parlando di fare grande cinema, di fare letteratura ma di far conoscere un prodotto, di farlo desiderare, di renderlo “simpatico”, fare marketing narrativo e vendere.
Le aziende però, specialmente quelle più piccole, ­­­sono spesso frenate di fronte alla prospettiva di romanzare un pezzettino della loro attività. C’è bisogno di una personalità forte e di strumenti affilati per esibirsi o far esibire la propria azienda al di fuori dell’agone classico del mercato, sul terreno molto più scivoloso della narrazione di fantasia.

Chi volesse approfondire:
MARKETING NARRATIVO
Usare lo storytelling nel marketing contemporaneo.
A. Fontana, J. Sassoon, R. Soranzo
Ed. Franco Angeli­­

 

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La scrittura di DFW – Una cosa divertente che non farò mai più

una-cosa-divertente-che-non-farò-mai-più_634Un consiglio per una lettura divertente, leggera e nello stesso tempo raffinata  e colta… vi butto lì l’indagine giornalistica di David Foster Wallace sull’industria americana delle crociere di lusso “Una cosa divertente che non farò mai più”. DFW ci permette di farci una vacanza standocene beatamente in poltrona! Il reportagecommissionato a Wallace dalla rivista Harper’s, descrive una settimana di crociera extralusso ai Caraibi in cui il grande scrittore americano tratteggia i caratteri dei passeggeri e dell’equipaggio mettendo a nudo il proprio spaesamento.
Un modo per sorridere magari in modo amaro su una certa industria del turismo. DFW ci dà ancora una volta un saggio della sua incomparabile scrittura, tanto da farci pensare che avrebbe saputo rendere interessante e piacevole un testo ormai desueto come l’elenco del telefono. La forza di una scrittura semplice e diretta come un calcio negli stinchi.
PS – Chi leggesse per la prima volta un testo di DWF tenga presente che non è possibile saltare a piè pari le note a piè di pagina!

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Fare fotografie del fare fotografie

In “ TENNIS, TV TRIGONOMETRIA, TORNADO e altre cose divertenti che non farò mai più.” David F. Wallace  riporta un brano bellissimo tratto da “RUMORE BIANCO” uno dei capolavori di Don DeLillo.

“Diversi giorni dopo Murray mi chiese se sapevo qualcosa di un’attrazione turistica nota come il fienile più fotografato d’America. Guidammo per ventidue miglia nella campagna intorno a Farmington. C’erano prati e alberi di melo. Recinzioni bianche si srotolavano lungo i campi. Ben presto apparvero le prime insegne. IL FIENILE PIU’ FOTOGRAFATO D’AMERICA. Ne contammo cinque prima di arrivare sul posto… Camminammo per un sentierino fino alla collinetta che serviva ad ottenere una vista migliore. Tutti avevano macchine fotografiche; c’era qualcuno con treppiede, lenti speciali, filtri. Un uomo dentro un baracchino vendeva cartoline e diapositive del fienile, fotografato proprio da lì. Ci mettemmo vicino a un boschetto e guardammo i fotografi. Murray mantenne un silenzio prolungato, ogni tanto scribacchiava qualcosa su un taccuino. Alla fine disse: “Nessuno vede il fienile”. Seguì un lungo silenzio. “Una volta che hai visto le insegne per il fienile, diventa impossibile vedere il fienile”. Si ammutolì di nuovo. Persone con macchine fotografiche scendevano dalla collinetta, subito rimpiazzate da altri. “Non siamo qui per catturare un’immagine. Siamo qui per mantenerne una. Lo capisci, Jack? E’ un’accumulazione di energie senza nome”. Ci fu un altro lungo silenzio. L’uomo nel baracchino vendeva cartoline e diapositive. “Essere qui è una specie di resa spirituale. Vediamo solo ciò che vedono gli altri. Le migliaia che sono state qui nel passato, coloro che verranno in futuro. Abbiamo accettato di essere parte di una percezione collettiva. Questo letteralmente colora la nostra visione. In un certo senso è un’esperienza religiosa, come ogni turismo”. Ne derivò un altro silenzio. “Fanno fotografie del fare fotografie”, disse.”

E’ l’essenza del turismo!

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“Open” l’autobiografia di Andre Agassi

Era un pezzo che volevo leggere “Open” l’autobiografia di Andre Agassi. Da quando Alessandro Baricco aveva inserito il libro tra i cinquanta che gli erano piaciuti di più negli ultimi dieci anni. Tra tutti, quello che mi aveva colpito era stato proprio Agassi. Forse perché non mi aspettavo di trovarcelo. Forse per la copertina con la sua faccia e quello sguardo che fulmina. Poi perché amo lo sport, e per il tennis ho sempre avuto un debole anche se ci ho giocato pochissimo. Da maratoneta affascinato dagli sport estremi, dagli ultratrail, dagli ironman ho scoperto nel racconto di Andre Agassi il tennis estremo dei tornei del grande slam. Un racconto affascinante in cui il tennis è metafora di tutto, in cui un padre padrone non lascia spazio al destino. Una scrittura asciutta che descrive il pauroso saliscendi di un uomo nato con la racchetta in mano. Da leggere.

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La grande bellezza

Cos’è la grande bellezza per Sorrentino? Il titolo del film sembra riferito allo splendore della città eterna a cui sono dedicate le sequenze iniziali dal Gianicolo e a cui fa da sfondo in tutto il film con interni maestosi e solitarie visioni notturne. Oppure la grande bellezza è la vita stessa, disseminata di occasioni perse. Jep Gambardella, lo scrittore/giornalista protagonista del film vive consapevolmente lo sciupìo di una vita fagocitata dalla mondanità più fatua. La sua tagliente capacità di giudicare è ammorbidita dallo sguardo benevolo sulle fragilità umane: «Siamo tutti sull’orlo della disperazione, non abbiamo altro rimedio che farci compagnia, prenderci un po’ in giro». La narrazione cresce lentamente con sempre maggiore intensità fino a spampanarsi nell’ultima mezz’ora con la comparsa della santa, personaggio di cui avrei volentieri fatto a meno. Al di là di ogni personale supposizione Il significato del film sta tutto nella citazione iniziale (l’esergo, come scrive la raffinata Natalia Aspesi)  tratto da Viaggio al termine della notte di Céline: «Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario. Ecco, la sua forza, va dalla vita alla morte. Uomini, bestie, città e cose, è tutto inventato… ».  Non c’è posto per lezioni di morale.