Articoli

storie-007-dal-mondo-nuovo_della-bellezza_1-1

storia 007 dal mondo nuovo – della bellezza

“…la bellezza è un diritto! Porca Eva! La bellezza è un diritto!” Cosí Stefano Massini concludeva il suo intervento settimanale in tv a Piazza Pulita ieri sera. Grande Stefano Massini come sempre. Giusto! Salviamo la bellezza, il teatro, la musica, l’architettura, la scultura, la moda, il design, la scrittura, la poesia… Più di un diritto, la bellezza dovrebbe essere un dovere. Dovrebbe essere obbligatorio costruire città belle, oggetti belli, paesaggi belli, abiti belli, edifici belli… Dovremmo essere circondati ovunque da bellezza. Dovremmo provarci almeno. Per farlo dovremmo sapere cos’è la bellezza, educare alla bellezza. Per creare bellezza ci vuole talento e educazione. Ci vuole orecchio, ci vuole occhio, mano, istinto, cultura. Bisogna  avere il coraggio di negare l’asserzione idiota che “…non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace.” Ciò che piace a chi?! La bellezza è fatta di regole e di trasgressioni. Di persone che per doti e cultura sanno maneggiare suoni, forme, spazi, luci, materiali, colori, parole… Tutto questo ha poco a che fare con l’arte. L’arte è spesso trasgressione dura, appropriazione e decontestualizzazione della bruttezza, l’arte è capace di rendere bella la bruttezza. L’arte però è una piccolissima parte del nostro quotidiano. L’enormitá della bruttezza è tutto quello che ci circonda in ogni momento. Sono le case, le strade, le città e tutta la paccottiglia che incontriamo ovunque. La bruttezza è la banalità del linguaggio. L’incuria con cui distruggiamo il passato e la faccia tosta con cui fingiamo di proteggerlo.
La bellezza è davvero una delle cose più importanti che dovremmo avere. Dove c’è bellezza c’è giustizia, c’è salute, forse c’è anche un po’ di felicità. 

storie-005-dal-mondo-nuovo_1-1

storia 005 dal mondo nuovo

È il momento di farsi venire qualche buona idea, meglio se nuova. Ma sarebbe fantastico anche copiarne bene qualcuna che già funziona. Chi più chi meno la stiamo cercando tutti. L’idea, quella cosa intorno a cui si costruiscono le aziende, i brand, soprattutto i brand. Proviamo allora a fare un po’ di concepting, a inventarci prodotti, packaging, forme, sistemi distributivi, modi di comunicare. Roba tipo acqua calda, buchi con la menta intorno, gioielli componibili, commestibili, magliette camaleontiche, idee azzurre e al profumo di mare, monoprodotti e materiali super ecologici, video in pianosequenza, tutto trasparente o total black. Dietro ad ogni buon marchio c’è un’idea. Fatto a mano, super tecnico, vintage, design-design, old-style, minimal, new-romantic, soft, rock, easy, fai da te, bellissimo che non serve a niente, funzionale, utile, snob, fashion, graphic, plastic free, vera pelle… Progetti emozionanti dove alla fine i conti tornano. Testi scritti come li avrebbe pensati la Mussi, la mia maestra di quinta, o tirati come lastre lucide. Riccioli e sberle. Attenti a non smarrirsi seguendo un filo che doveva portarci a casa. Maledetta Arianna. Un brand può essere accogliente come un Sacco o comodo come una Frau difficile che emozioni come un  grande sasso appoggiato sul parquet. Quest’inverno potremo abbinare le mascherine a paesaggi diversi o sempre e solo alla corsia dei surgelati? Il progetto paga sempre. Scegliere, scegliere, scegliere. Colori, ispirazioni, romanzi rosa, gialli, noir, sfumature di tutto, percussioni violente, Vivaldi, Mozart, Battiato, ronzii elettronici, legni, plastiche, cotoni, elastam, gomma, pietra, vetri e pensieri lisci. Mi basterebbe trovare un nuovo azzurro Tiffany.

storie-004-dal-mondo-nuovo_1-1

storia 004 dal mondo nuovo

Fuori c’è già una Primavera sfolgorante. Ci hanno tolto il limite dei famosi 200 mt chiedendoci in alternativa di non allontanarci troppo da casa. Gli ultramaratoneti vivranno la cosa a modo loro. Io ho risolto, visto che al momento non riesco a correre con la mascherina continuerò a fare il circuito casalingo. Grande rettilineo tavolo da pranzo, tripla chicane all’esterno dei divani, curva parabolica lungo tavolino rotondo, diagonale interna tra i divani e fine del giro di nuovo sul rettilineo lungo del tavolo da pranzo, 20 metri che moltiplicati per 300 giri all’ora fanno giusti 6 km. I numeri dicono ritmo da passeggiata con annessa lettura di giornale ma vi posso assicurare che l’effetto è diverso. Rigenerato da un’attività apparentemente così cretina posso rimettermi a lavorare. E via di smart working. Newsletter e post come piovesse, grafica coordinata, logo, impaginati, siti internet e poi i trent’anni di tutti. Non ci crederete ma tra i 25 e i 35 anni fa sono nate un sacco di aziende. Anniversari già festeggiati con gran sfoggio di iniziative e altri che aspettavano solo queste belle giornate per mostrarsi e dare inizio agli eventi. Niente paura. Quello che non faremo a luglio sposteremo a settembre o a ottobre e se non sarà quest’anno sarà l’anno prossimo. Non potrà essere bisesto come questo. Avremo più tempo per organizzare celebrazioni ancora più evocative. Per festeggiare meglio. Magari per farci venire idee più brillanti e spendere meno. È incredibile quante sono le iniziative originali che vi siete inventati. Quante ne abbiamo costruite insieme. Tutte importanti, tutte direttamente legate alle storie delle imprese, così diverse e così simili. Trent’anni, molti di più o qualcuno di meno, restano un tempo fantastico da ripercorrere di slancio per proiettarsi ancora una volta in un nuovo mondo. Appoggiarsi al passato per prendere slancio e volare verso il futuro. Quelle che contano sono poche cose. La memoria, le relazioni, i valori che non si sono consumati e la voglia di realizzare ancora progetti che sembravano irrealizzabili, stupidi e invece erano solo acerbi. È passato un tempo bellissimo e il futuro è tutto quello che abbiamo.

storie-003-dal-mondo-nuovo_b

storia 003 dal mondo nuovo

Finisco adesso di immaginare come andrà a finire questa storia. Suona il telefono, tiro un sospiro. Là fuori c’è ancora qualcosa. È normale lavorare appesi al telefono. In questo momento il nostro smartphone sta diventando molto più di uno strumento di lavoro, più del giocattolo tecnologico che ci permette di comunicare, informarci, divertirci, condividere, imparare, leggere, fotografare, scrivere, creare, dipingere, ascoltare, viaggiare, pagare, misurare, giocare, guardare… e fare un’altra infinità di cose. A guardare quello che sta succedendo in Cina, a Wuhan, ci toccherà usare il telefonino come un lasciapassare che all’occorrenza diventerà il nostro secondino. l’App è quasi pronta. Ci dirà – Ok! Puoi uscire, puoi passare – o viceversa – No! Fermo lì! Sta a casa. Fatti curare -. Sarà il guardiano, l’infermiere, il medico, l’amico e anche quel gran figlio di puttana che ci inchioderà dove siamo senza darci vie di scampo. Ci toccherà dire ok, ci sto. Pur di andare a farmi una corsa, una passeggiata, un viaggio qualunque, mi andrà bene che si sappia tutto di me. Dove vado, con chi, quando, la mia temperatura, il battito… e più in là chissà che altro. Ci gioco come fosse un cucciolo di tigre e mi faccio un selfie. Sto dodici ore al giorno dietro lo schermo di un computer ma non perdo la vista. Telefonare per ore, leggere email telegrafiche o ripetitive e lunghe come serie televisive acuisce tutti i sensi. Sento i silenzi, il vuoto e la solitudine delle stanze reali. Bianche o buie, vuote, spigolose o calde… stanze di vita quotidiana diceva qualcuno. Raccontare le aziende, i prodotti, ha un po’ del raccontare queste giornate attraversate dal vuoto, dal silenzio e dall’immobilità che nascondono irrequietezza, ansia, gioia, paura, allegria, noia, bellezza, superfici, colori, squilli di telefono, sussurri e grida. Come raccontare di collane, spille, tagliacarte, di bottiglie pregiate, poltrone, orecchini, bulloni, stampi, modelle…
Racconti con tanti personaggi, travestimenti, buoni e cattivi, dialoghi, dettagli, paesaggi dentro cui si muovono i protagonisti, lampade, tavolini, foulard… oggetti che improvvisamente si animano e diventano angeli e demoni. Ieri era il trentesimo anniversario del primo episodio di Twin Peaks. Sento le prime note del tema… tum, tum… tum, tum… Ascolto il silenzio assordante delle strade deserte di questa notte e mi chiedo ancora… Chi ha ucciso Laura Palmer?

storie-002-dal-mondo-nuovo_1-1

storia 002 dal mondo nuovo

La notte tra domenica e lunedì è nevicato sulle colline intorno a casa. La spolverata bianca è arrivata fin quasi in pianura innevando Marana, la mia montagna. Mi è presa la fregola di comprarmi i ramponcini, quelli da mettere alle scarpe da trail. Forse quest’autunno o la primavera prossima verranno buoni.
Passo questi giorni di clausura forzata davanti al computer cercando di continuare a lavorare come sempre. Non è facile, i silenzi, le assenze, anziché rendere il lavoro più spedito mi mettono ansia. Come se il mondo là fuori fosse finito davvero. Fare design, comunicare il lavoro delle imprese al tempo del COVID19 sfiora l’assurdo, sembra d’essere in un vecchio film di Buñuel, in un racconto di King. Come qualche anno fa di sera tardi sull’A31 appena aperta, dopo mezz’ora senza anima viva intorno, in un flash dei fari, vedevo sempre la stessa ragazzina in camicia da notte bianca che attraversava traballante l’asfalto su una bici sgangherata e quando le ero addosso si girava e mi mostrava le orbite vuote. Non mi faccio fregare da questi scherzi della mente. Mi invento subito il mondo nuovo che deve esserci già lì fuori e non sarà tanto diverso da quello vecchio. Non saremo più buoni o più bravi, non faremo oggetti più belli o cose molto più interessanti ma ho la sensazione che saremo diventati tutti più consapevoli di un sacco di cose che non sto qua a contare. Il rischio è di sporcarsi di banalità da fare schifo. Abbiamo già iniziato a tirar fuori le vecchie foto, a raccontarci storie di mondi che esistevano molto prima di Instagram. È come se avessimo paura ma desiderassimo da morire svegliarci con i Beatles in diretta alla radio. Penso al restyling di un logo importante e mi ritrovo a giocare con concetti che maneggio con nonchalance e che forse non hanno già più senso. Parole come Vintage, Moderno, Minimal… a che mondo appartengono? Posto la foto di una modella sulla pagina Facebook di un cliente e devo correggere tre volte la storia del suo sorriso. Scrivo di aziende solide della filiera della meccanica che si rimbalzano l’hashtag #iopagoifornitori. Chiodi a espansione piantati nella roccia perché nessuno scivoli giù. Fuori un po’ piove e un po’ c’è il sole. Sembra una primavera come tante mentre Mauro ed Elisa provano a far tornare normale la morte nella casa di riposo di Merlara e io ho voglia di raccontare storie di gente che lavora e poi magari fa sport e pensa anche a scemenze. Penso agli aneddoti dell’incisore, l’artigiano che fa il lavoro più noioso del mondo e rende l’oro come velluto, alle storie nascoste dietro le lenti che amplificano lo sguardo ironico di un incassatore di diamanti. Penso alle mani del tappezziere che accarezza mille volte lo stesso tessuto prezioso. Film, racconti veri o solo immaginati, canzoni… Penso agli amici distillatori e a Faber che al culmine della sua malinconia chiedeva: – …tu che lo vendi cosa ti compri di migliore? –
Siamo in quarantena, nevica ad Aprile e non so come sarà il mondo nuovo. Annuso l’aria che tira in giardino, è più pulita, guardo in su verso Marana e passano le immagini di tutte le ultime corse.
Tiro un respiro forte.

storie-001-dal-mondo-nuovo

storia 001 dal mondo nuovo

Rocconto storie, scrivo, pubblico sui social dei clienti cercando di evitare le banalità e le cretinerie che la situazione troppo spesso ispira. Guardo avanti con determinazione e tutta la leggerezza che posso. È un periodo di merda per tutti. Lo so, sento i racconti dal fronte della mia compagna e degli amici che stanno in prima linea e nonostante siano tutti eccezionali mi mettono i brividi. È il momento di restare centrati, di non farsi prendere dal panico, di cancellare la paura e l’ansia. Non mi aiuta non poter più correre fuori. Un divieto che investe una parte importante della mia vita. Corro quindici, venti chilometri da trent’anni quasi tutti i giorni sulle ciclabili e sulle strade di campagna che circondano il posto dell’Alto Vicentino dove vivo. Bene, potrei fare nome e cognome dei runner che ho incrociato in questi anni da Montebello a Valdagno e l’elenco messo in colonna sarebbe più corto della lista della spesa. Ora invece sembra che tutti stiano andando in crisi d’astinenza da corsetta. Vabbè, so’ misteri. Io salto la corda davanti alla tv e non ci penso.
La settimana scorsa ho chiesto il potenziamento della connessione internet di casa che ogni due per tre saltava. Il commerciale di turno mi ha portato le scartoffie da firmare alla velocità di Spiderman ma poi… sa i tempi… data la situazione… ecco… Speriamo che la connessione sia decente oggi per la laurea on-line di mia figlia. La prima volta in assoluto allo IUAV. Studenti e professori della commissione tutti a casa in teleconferenza. Sperem! Certo è che laurearsi così… Vabbè! Lo racconterà ai suoi nipoti. Amen.
Questo è il momento buono per le aziende che vogliono iniziare a comunicare, per fare due riflessioni sul campionario, per pensare a nuove strategie o affilare gli strumenti da usare appena sarà possibile. Diamo una rinfrescata al sito, troviamo il modo migliore per gestire i social, pensiamo a produrre testi, video e nuovi materiali fotografici di qualità… Forse è il momento di pensare a nuovi prodotti, razionalizzare la produzione, togliere i rami secchi dal catalogo… Non è un gioco, lo so, il mondo si è fermato, lo so, ma non possiamo fare nient’altro che farci trovare vivi quando tornerà a girare.

STUPIRE-stupire

STUPIRE… SENZA CONIGLI


Oggi voglio spiegarvi come costruire una bomba con le poche cose che tutti abbiamo in casa…

Pensate sia impazzito?
No! Volevo solo stupirvi

“Al mio amico Adolfo, capitava molto spesso di venire a un appuntamento, non so, con una ruota di Volkswagen sotto il braccio. 
Era un ragazzo strano che amava molto stupire. Alle donne non regalava mai fiori, no, un chilo di pere, due etti di formaggio. Un giorno sostituì il freno della macchina con un pedale di batteria, tum, morto. Sembrerà strano ma nessuno si è stupito. Ecco, anche davanti alle persone più stravaganti, dopo un po’ tu sai sempre da quale parte fanno uscire il coniglio. Lo sai, zip zip, nessuna sorpresa.” (Giorgio Gaber – Il Coniglio)

Amo stupire.
Faccio un sacco di cose e mi tocca anche raccontarle per cui, il più delle volte non si stupisce nessuno.
Progetto un nuovo stand, disegno un oggetto, penso al montaggio di un video, scrivo il post per un blog, provo a raccontare storie… e ogni volta mi piacerebbe stupire.
Mi piace da morire l’effetto oooooh!

Mi piacciono gli aquiloni acrobatici e le bolle di sapone giganti, far uscire le farfalle dai libri, i boschi dagli alberi colorati, e i maiali blu. Le cose gigantesche o quelle piccolissime, scrivere una cosa che sembra non si capisca niente e invece alla fine… oooooh!

Depliant fatti di un’idea, fogli bianchi, grafiche tridimensionali con materiali mai usati, packaging che sembrano giocattoli, immagini così semplici come non ci si era mai pensato, lame di luci o immensi batuffoli di cotone, buio improvviso e… oooooh!
Che bella l’espressione della sorpresa! Quella bocca un po’ aperta, gli occhi sgranati e quel sorriso leggero che fa pensare a un deficiente… ma no! È solo lo smarrimento di non aver previsto, è sorpresa, è magia.
Provate a immaginare di presentare le vostre cose così, di mettere ai vostri clienti degli occhiali che mostrino i vostri prodotti sotto una nuova meravigliosa luce.
Amo quegli occhi che si accendono di pagliuzze gialle e fanno oooooh!!!

AUGURI_

AUGURI, di chiacchiere, libri, corse e risate… 

AUGURI

AUGURI!
A me, a quelli che mi conoscono solo per questa newsletter, a chi ho incontrato in azienda e tra gli stand delle fiere e a quelli che mi conoscono bene per i tanti lavori fatti insieme.

Auguri di camminate, chiacchiere, libri, corse e risate, giochi e lavori che valgano la pena non solo per il guadagno ma per quanto si riesce a fare, per un po’ di soddisfazione, di bellezza, di utilità.

Auguri di conoscere persone con cui stare bene, di risolvere piccoli e grandi conflitti, di imparare qualcosa di nuovo, di prendere un cane e un gatto.

Auguri di regali che servano a vedere sorrisi.

Auguri di stare con i figli a parlare di tutto quello che hanno visto e hanno fatto, di cinema, sport, lavoro, libri  e tutto quello che interessa a loro.

Auguri di corse lunghe da condividere. Di giri in bici. Di fatica divertente e di malinconie senza tristezze, di piccoli viaggi pieni di cose nuove da vedere.

Auguri di ore passate in cucina a preparare risotti, paste e torte per quelli che si fermano a bere due bottiglie di vino buono. Di domeniche pomeriggio passate a vedere film strepitosi e poi a leggere oppure a far niente.

Auguri di evitare le solite arrabbiature per niente.

Auguri di scrivere tutto quello che aspetta d’essere scritto da una vita. Di mantenere la memoria delle cose importanti, di tutte le persone che hanno lasciato un segno e anche di più. Di star bene perché, come diceva mia nonna Piera, quando c’è la salute c’è tutto.

Auguri a me e a tutti di giorni di festa e un 2020 sereno.

l'importante è finire

L’IMPORTANTE È FINIRE

l'importante-è-finire

Quando inizio un disegno so più o meno quello che voglio realizzare ma non so quando finirò. Magari bastano due linee che non avevo previsto e tutto finisce lì, certe volte invece tocca tratteggiare per ore come zappare la terra o mescolare colori e sembra non si finire mai.
Quando si finisce un’opera creativa?
Non necessariamente un’opera d’arte ma un fare di cui non si sa tutto, la ricerca di un equilibrio o al contrario di una provocazione o peggio di una cosa che non sappiamo bene come sia. Quando finisce?
Quando lo decidiamo noi, quando non c’è più tempo, quando il cliente dice basta. Una cosa è certa, l’importante è finire. Senza la parola fine non c’è niente.

Fare un’opera d’arte o molto più semplicemente impaginare un catalogo, scrivere due righe di un post, progettare uno stand, dar vita ad un nuovo prodotto,  sono azioni creative che necessitano di una conclusione. C’è sempre un momento in cui l’artista, il creativo, il grafico, il designer, ma anche l’imprenditore, il cuoco, lo scrittore devono chiudere, firmare, passare ad altre mani e dire basta, per me è finito.

C’è chi va diritto al punto e chi la mena all’infinito.
Chi pensa che la perfezione non sia di questo mondo e chi invece è convinto abiti al piano di sotto. Chi è felice di quello che fa e termina il suo lavoro per iniziarne uno nuovo e chi sta lì a girarci intorno pensando che prima o poi accadrà qualcosa e solo allora  sarà tutto perfetto.

Per parte mia, amo l’ansia della scadenza.
Quando il tempo diventa sottile e bisogna presentare il tanto o il poco, il bello o il brutto che si è fatto.
Poi faremo un altro disegno, un altro progetto, comporremo altre musiche, scriveremo altre cose, immagineremo altre imprese, produrremo altro… ma adesso basta, l’importante è finire, è finito. 

Regali-per-i-clienti

REGALI PER I CLIENTI, GADGET, OMAGGI…

Regali-per-i-clienti

Anche quest’anno in questo periodo, per fortuna c’è chi lo fa molto prima, eccoci qui a pensare ai regali, ai gadget, a piccoli e grandi doni che ogni anno rivolgiamo ai clienti.
Io qui a ripetere le stesse importanti cose di sempre come fosse l’evento del millennio.

Chiamiamoli come vogliamo, sono quei gesti che mostrano ai nostri clienti l’attenzione che abbiamo per loro. Piccole o grandi cose per farci ricordare, per definire ancora un po’ la nostra immagine.

Possiamo inventarci quello che vogliamo. Raramente potremmo usare la fantasia così, senza limiti, e invece la sola parola, regali, ci ingabbia in strutture mentali rigide portandoci a ripetere, ripetere, ripetere…

Le solite cose buone, magari dolci. Sapori della tradizione, profumo di cioccolato, zenzero e canditi.  La differenza la fa il packaging.
Prendete tutta la tradizione di cui siete capaci e mettetela in confezioni che non c’entrino niente. Palle nere, sacchi avana, tubi di pelo fucsia…

Piccole trasgressioni. Roba dal design incomprensibile, arte, moda, piccoli oggetti dalle superfici lisce, cose dal significato ambiguo e dalla funzione incerta.
Diamo spazio alla comunicazione visiva. Contenitori essenziali e decorazioni creative.

Amo le matite e odio la diabolica penna a sfera che resta il gadget per eccellenza. Evitiamola come la peste. Se invece proprio non sappiamo resistere, va benissimo una Bic Cristal o una Montegrappa, dipende dal badget.
La personalizzazione può cambiare tutto.

Ricordiamoci che il packaging è il regalo. 
Quello che si vede subito. Nasconde e annuncia la sorpresa. Fa provare il primo piacere alla vista e al tatto. Racconta il tempo impiegato, la dedizione, la cultura e il gusto. 

È il pensiero quello che conta.
Non è un abusato modo di dire. È proprio vero che il pensiero è quello che conta. Per questo dobbiamo renderlo visibile.
Scriverlo è il modo più semplice per comunicarlo ma non è l’unico.
Gaber diceva che un’idea per essere vera bisognerebbe poterla mangiare. Proviamo a far sentire come sono vere le cose che scriviamo.

Perché il nostro regalo serva a qualcosa. Magari a tante cose.
Anche a farci ricordare con un sorriso.

LE-REGOLE-DEL-BELLO

LE REGOLE DEL BELLO

LE-REGOLE-DEL-BELLO

Mi aveva insegnato a vedere le forme delle cose, a comporre linee e superfici, volumi, colori e forme come fosse un gioco. Mettere insieme tutto facendo nascere emozioni improvvise, veloci straniamenti, sorprese, paesaggi.
Le regole del bello erano semplici, in realtà era una sola, togli tutto, cerca la perfezione del nulla. Bastava andare con lui a comprare una poltrona, una pentola, un bicchiere. Lo spigolo inutilmente arrotondato di un oggetto qualunque lo mandava in bestia. Mi spiegava l’infelicità del bracciolo di una sedia, l’accostamento gramo di curve e controcurve.
Non sapeva scegliere niente se non guardando alla sua forma.
Come il sacerdote di una religione severa non ammetteva scappatoie, incoerenze, trasgressioni leggere, insignificanti stramberie.

Molti anni dopo avevo capito cosa non andava nel castello teorico che mi ero bevuto come acqua fresca e che gli studi avevano modificato pochissimo.
Ero dovuto diventare anch’io, mio malgrado, uno dei tanti celebranti delle liturgie del design prima di accorgermi del lato ridicolo della cosa e finalmente scoppiassi a ridere.

Solo allora avevo imparato a non prendere più troppo sul serio gli slogan lapidari del moderno salmodiati dai suoi chierici.

Così adesso mi diverto a riempire fogli immensi di ghirigori e a disporre specchi sbilenchi.

Metto le cose fuoriposto.

Guardo di traverso quelli che non hanno mai visto una matita ma – tira un po’ di qua, un po’ più su, riduci un attimo…– e alla fine non hanno dubbi  – …adesso sì che è bello! –

Ammiro chi conosce le regole e ci sa giocare. Chi butta all’aria le carte e cerca strade nuove.

Alla fine della fiera mi ritrovo ad essere tutto e il contrario di tutto.
Mi piacciono i muri, quelli rotti.  Le regole del bello stanno dentro labirinti da cui è più divertente uscire con un salto.

CORRERE

CORRERE E NON ARRIVARE MAI

CORRERESono già a Natale, anche se non è ancora ferragosto. Disegno packaging di panettoni e sono già in Primavera, al Vinitaly mentre scarabocchio le scatole e la grafica di un nuovo vino. C’è fretta di inventare una serie infinita di cose per celebrare i cinquant’anni d’attività di quell’altra azienda… cinquant’anni che cadranno nel 2022.

Una perenne corsa col tempo.
Dai! Che è tardi!
Fortuna che di corse contro il tempo ne ho fatte tante, più corse lunghe che corte, corse lente lungo sentieri e dentro i boschi o sul solito asfalto della mia ciclabile martoriata da lavori infiniti.
Correre e non pensare a niente. Sentire l’appoggio dei piedi e misurare il respiro, nelle cuffie il solito ritmo del Boss.
Inventare tutti i giorni  la forma di qualcosa, la copertina di un catalogo, l’etichetta di un vino, il bracciolo di una poltroncina, lo spazio di uno stand, la luce di un video o il taglio di una foto… fa uscire dal tempo, fa restare giovani e rende vecchi come querce.
È come correre. Non importa la strada, il più delle volte non me ne frega niente se il posto è bello o brutto. Importa correre, sentire il mio tapasciare, i piedi che sbattono e l’aria che entra.
Come disegnare un tavolo, scrivere un post, creare un logo nuovo. È  lavoro, ripetizione di gesti, di pensieri che fanno sempre gli stessi sentieri per arrivare in posti mai visti prima.
Creatività e corsa hanno gli stessi ritmi lenti e infiniti. Il tratteggio fitto della mia matita e i numerini del cronometro che girano sotto il GPS.
Mi hanno sempre fatto sorridere quelli che mi parlavano entusiasti o depressi di ispirazione. La creatività per me è sempre stata lavoro quotidiano, tirare una riga vicino all’altra tutti i giorni, scrivere parole a paginate cancellandone metà, scattare un milione di foto… correre i miei cento chilometri tutte le settimane sognando di non arrivare mai.

IMPERFEZIONI

IMPERFEZIONI – “La vita ha più gusto quando la bevi cruda.”

IMPERFEZIONII testi impaginati alla viva il parroco!
Pazienza il web, dove il responsive ormai fa quello che vuole, ma la stampa no! Pagine giustificate senza giustificazioni, parole lasciate sole alla fine di un paragrafo, righe abbandonate sulla pagina bianca come spazzatura. Capisco che non è obbligatorio sapere di “vedove” e di “orfane”, vabbè ma basta solo un’occhiata per evitare certe schifezze.

Il design tanto per fare.
Forme strane  che non c’entrano niente, incrostazioni per coprire, decorazioni buttate lì. Invenzioni inutili, brutte, fatte solo per stupire che rendono gli oggetti vecchi ancora prima di essere prodotti.
Non me ne frega niente della funzione. Esageriamo, stupiamo! Ma con un minimo di stile.

Le imperfezioni di progetti cretini.
Guarnizioni che saltano via, incavi impossibili da pulire, lampadine insostituibili, materiali del piffero… Fotografie tagliate con la roncola e impaginate da ubriachi.

Le mie imperfezioni, quelle peggiori.
Puntini di sospensione come se piovesse, ripetizioni a go-go che quando tocca fare in fretta restano lì a futura memoria.  “La vita ha più gusto quando la bevi cruda.” Prendere al volo slogan che passano alle due di notte anche se non c’entrano niente e scriverli dove capita come avesse telefonato la Testa per dirmi di infilarceli.

Chiamiamole imperfezioni…

SALVE-parole-spazzatura_2

SALVE! PAROLE SPAZZATURA

SALVE-parole-spazzaturaSalve!
Eh! Salve… che saluto viscido!
No! Non per la parola che è un bel saluto…  in fondo si augura buona salute…
– Salve – mi capita di dirlo troppo spesso, senza pensarci e mi fa schifo.

La butto lì col vicino di casa e mi esce  –  Sao –  sì – Sao! –
perchè proprio mentre io gli sto dicendo –  Salve –
lui mi dice – ciao –
Cerco di correggere il tiro proprio a metà parola mentre sto cercando di  farla sparire e esce un  – Sao –  ridicolo.

Facciamo così anche nelle email di lavoro.

Salve… Ufff!!!

Qualche decennio fa decisi di buttare via –  cordiali saluti –  non se ne poteva più.
Ero stufo di vederli alla fine di tutte le email che ricevevo e mi dissi che non potevo fare lo stesso.
Ho iniziato a salutare con – a presto –.

Mi sembrava fico, diverso…  Adesso, dopo aver consumato qualche milionata di – a presto – non ne sono più tanto sicuro.

Tutta questa tirata su – Salve – ciao – buongiorno – cordialmente, tanti saluti e a presto… Per dire che le parole si consumano come le gomme della macchina.

Le gomme le cambiamo perché ad un certo punto ci viene paura di andare a sbattere. Continuiamo invece ad usare sempre le stesse parole anche se un po’ alla volta finiscono per non servire più a niente.
Continuiamo a dirle imperterriti e diventiamo trasparenti, invisibili…  inutili anche noi…

Scriviamo presentazioni sul nostro sito aziendale che sembrano indirizzate a qualche ufficio UCAS sperduto nel deserto.
Mandiamo email tutte uguali.

Bisognerebbe essere veri, dire delle cose che ci riguardino davvero… nelle email come nei contatti reali, faccia a faccia, di tutti i giorni.

Non c’è differenza.

La posta elettronica, whatsapp, il blog, il sito web aziendale e tutti i social sono solo dei mezzi  di comunicazione che ci danno più opportunità di contattare la gente, parlarci, magari vendere più di quanto non fosse possibile fare solo col telefono e con la posta tradizionale qualche decennio fa.

Non sono gli strumenti, la differenza la fanno le parole, quelle vere che ancora incidono, non quelle che ripetiamo tutti senza nemmeno pensare a quello che diciamo…

Anche tu hai parole da buttare via?
Quali sono le tue parole consumate?

scegliere_2

SCEGLIERE, AFFERMARE LA PROPRIA IDENTITÁ

scegliere

Aiuto le Aziende a comunicare.
A mostrare nel modo migliore il loro lavoro. Le aiuto a vendere i loro prodotti e se stesse, a mostrare la loro capacità innovativa e la loro organizzazione.

Aiuto le Aziende a scegliere.

Parola importante SCEGLIERE.
Parola che ha a che fare con la propria IDENTITÁ.

Scelgo le parole.
Quelle che rappresentano i valori, il pubblico e il mercato delle aziende per cui lavoro. Cerco di parlare al cuore e alla mente delle persone.

Scelgo la carta su cui stampare.
Leggera, pesante, ruvida, liscia, goffrata, ecologica.
Scelgo il formato e il layout dell’impaginato.

Scelgo le funzionalità e i contenuti di siti Internet semplici ed emozionali. Pagine web visualizzabili su pc, smartphone e tablet per le loro avanzate caratteristiche responsive.

Scelgo le immagini, la luce, il taglio… il ritmo e l’originalità del montaggio dei video che raccontano le persone, il lavoro e i prodotti.

Scelgo colori, materiali, luci per esporre e mostrarsi. Progetto gli spazi di stand e locali  commerciali. Scelgo forme, funzioni, profumi, suoni, emozioni…

Scelgo le forme dei prodotti e la grafica del packaging che li conterrà.

Il prodotto e la sua comunicazione nascono assieme. Le forme scelte per il prodotto evocano già le parole che lo racconteranno.

C’è sempre una scelta da fare, scegliere è il mio lavoro.

APRITI-SESAMO-2

APRITI SESAMO! Formule magiche e parole chiave

APRITI-SESAMO

 

Ognuno di noi, nel suo lavoro, sa che certe parole aprono le porte al pubblico, lo catturano e aiutano a vendere. 
Non  sto parlando di formule magiche buone per vendere ghiaccioli agli esquimesi, neanche delle parole che avvicinano, creano complicità, sembrano risolvere ogni problema e soddisfare ogni richiesta. Splendidi passpartout che però non sono parole legate solo al nostro lavoro.
Ognuno di noi ha le sue parole chiave. Parole che attirano e conquistano proprio le persone interessate ai nostri prodotti.

Se produco e vendo mobili di qualità una di queste parole sarà “legno”, altre saranno “solido” “durevole”, “caldo”, “comodo”. Parole che in parte saranno più importanti di “bello” e più attraenti di “economico”.

Se produco e vendo gioielli importanti in oro e diamanti, eseguiti a mano, ovviamente piuttosto cari, una delle mie parole chiave sarà “valore” e poi “oro” e poi ancora “eseguito a mano” e altre ancora…

Se invece produco complementi di arredo dalle forme ricercate realizzati in metallo e materie plastiche parlerò di “design” “ricerca”, “tendenza”, “colore”, “emozioni”…

Così se produco e vendo ottimi vini o carpenteria metallica, formaggi o pentole… divani o lampade…
Ognuno conosce bene le parole che fanno la differenza.
Basterà cambiare di poco la tipologia dei nostri prodotti e cambieranno decisamente il pubblico e le parole giuste per attrarlo.

Individuiamo il nostro pubblico e parliamogli con le parole che apprezza.

SCRIVERE-CON-CARATTERE_2

SCRIVERE CON CARATTERE

SCRIVERE-CON-CARATTERE

 

Quando scriviamo ci concentriamo sui contenuti, su quello che vogliamo dire. Quasi simultaneamente cominciamo a dar forma al nostro testo.

Forma, intendo proprio forma.
Un bel blocco di sette o otto righe compatte con una lunga descrizione. Un testo tutto seghettato con frasi brevi che vanno subito a capo per riportare un dialogo veloce o un elenco di idee flash. Un grassetto magari tutto maiuscolo per una citazione importante.

Il testo si fa leggere in prima battuta dagli occhi e ci parla già,  senza bisogno di farsi comprendere. Va da sé che un testo può essere brutto o bellissimo, può attrarre o respingere, può essere frivolo o serio e tutto ciò per come abbiamo sistemato le parole. Possiamo farle fluire o interromperle continuamente, ritmarle, lasciare righe semivuote o riempire le nostre pagine minuziosamente.

Evitiamo come la peste le vedove e le orfane.
Si chiamano così la prima e l’ultima riga di un paragrafo abbandonate all’inizio e alla fine delle pagine, separandole dal loro paragrafo. Fatto questo possiamo comporre il nostro testo “quasi” come vogliamo.
È un peccato che nel web vedove e orfane abbondino. Tutto deve essere responsive e i testi si adattano in un lampo ai dispositivi che usiamo fregandosene dell’estetica.

Prima di stampare o pubblicare sul web tocca la scelta più importante.
Decidere il carattere, il font.
“Carattere” dice già tutto. È il font che dá davvero carattere ai nostri testi. Scegliere lettere disegnate in modo semplice e lineare come i “bastoni” mostra un certo carattere, scegliere lettere aggraziate ne mostra un altro, prendere uno degli infiniti font di fantasia mostra altri caratteri ancora.
Ci sono molte migliaia di font a cui attingere per dare carattere ai nostri testi ma in realtà quelli che funzionano davvero sono molti di meno.

Un consiglio semplice, semplice al limite del banale.
Non usate font strani.
Mille volte meglio sembrare privi di fantasia che comporre una pagina inguardabile o illeggibile.
Certi padri nobili della grafica mi hanno accusato di usare troppo l’Helvetica Extralight. Hanno ragione! Amo l’iPhone solo perché Paul Ive, il capo dei designer di Apple ha scelto l’Helvetica Extralight per rilanciare il melafonino. Ma hanno ragione. L’extralight è davvero troppo sottile e qualche volta non si legge proprio. A malincuore meglio il più leggibile light anche se meno bello.

Mi piacciono i caratteri storici che sono passati direttamente dal piombo al web, come i Bodoni, i Garamond, i Times, I Futura… e poco altro.
Tutta roba che si fa leggere.

Scegliamo font che ci piacciono e che siano facili da gestire.
Gruppi di font completi di Bold, Italic, Condensed, Outline, Light e di quel po’ di extra che serve sempre. Scegliamo i nostri “Bastoni” e le nostre “Grazie” e prima di cambiare con qualcos’altro pensiamoci.

Prendiamo i caratteri di fantasia solo quando servono. 
Ce ne sono di splendidi per i “titoli”, per i “capolettera”, per la “grafica”.
Il resto è solo fantasia. La nostra.
Roba da maneggiare con attenzione.

SCRIVERE

SCRIVERE L’AZIENDA

 

SCRIVERE

 

È importante raccontare la propria attività. Soprattutto oggi, in internet non possiamo farne a meno.

Scrivere è il mio lavoro.

Scrivo per me e per aziende molto diverse tra loro: produttori di gioielleria, aziende agricole, produttori e rivenditori di mobili e oggetti di arredamento, concerie e aziende che lavorano il ferro e la plastica, Enti che offrono servizi…
Non mi pongo limiti settoriali.
Abbiamo tutti bisogno di creatività!
Racconto le aziende e la loro creatività.

Inviare NEWSLETTER come questa è uno dei modi più efficaci per farsi conoscere e per far capire cosa facciamo.
Qualche consiglio per raccontare bene la nostra azienda:

– Semplicità
La regola fondamentale è sempre quella: usare un linguaggio semplice e quanto più personale possibile.

– Senza banalità
Se vendiamo gioielli o vino o qualsiasi altra cosa, sará utile non parlare sempre e solo di quanto sono belli e buoni i nostri prodotti. L’oste dirá sempre che il suo vino è buono.
Diamo qualche consiglio mettendo a disposizione quello che sappiamo e che crediamo utile.
Manteniamo un tono leggero, spiritoso, se ne siamo capaci, evitando la sicumera del “so tutto mi”.

– Con che frequenza?
Non esiste una regola!
Se scriviamo cose interessanti, scritte bene e le inviamo al pubblico giusto, possiamo farci trovare nella posta anche due volte al giorno. Se inviamo scemenze presuntuose e scritte male anche una volta al mese sarà di troppo.

– La lunghezza dei testi.
Come sopra! Fatto salvo uno standard orientativo di 300 parole, se scrivo cose interessanti potró dilungarmi,  altrimenti  una riga sarà già troppo.

– Con personalità
Mettiamoci in gioco, tiriamo fuori la farina dal nostro sacco e mostriamo chi siamo e cosa pensiamo.

Genuinità e verità pagano sempre.