I-PACCHI-DI-NATALE

I PACCHI DI NATALE

I-PACCHI-DI-NATALEOk, sono in ritardo, lo so!
Magari però non sono l’unico e comunque mi farò perdonare con 7 confezioni natalizie eccezionali. E se non fossero proprio natalizie? Amen! Anzi, meglio…  così  potremo usarle tutto l’anno.
1 – Food &Wine tra il minimal e il vintage
Roba da vino, dolci, formaggi e salsicce. Prendiamo carte color nebbia, bianche, salvia, turchesi…  e guai a chi tira fuori… carta da zucchero… forse gialline… importante che siano ruvide e spesse e magari tutte operate, come la carta roccia dei presepi.
Abbiniamoci un tessuto, una maglia… incolliamoci la  silhouette nera di una nuvola o di un gatto…
Accartocciamo tutto attorno con un sapiente giro di rafia color Natale e voilà c’est fait!
2 – I sacchetti del pane.
A proposito di carte un po’ così… prendiamo i sacchetti del pane e aggiungiamoci quello che vogliamo, proprio come col pane. Scritte, disegni, scarabocchi tracciati in fretta col pennarello largo… un cartone colorato,  un pezzo di feltro  e chiudiamo il nostro sacchetto con uno spillone di legno come quelli per gli stuzzichini.
3 – Un guanto!
Una calza di lana grossa… Uff! No che non è la befana! Nera o rossa… un guanto di paillette, ci infiliamo il nostro profumo, la grappa, un libro (sforzando un po’) e chiudiamo usando l’altro guanto… l’altra calza, ma non allo stesso modo, avvolgendo, tappando, arrotolando…
4 – Un vecchio libro.
Cerchiamo in fondo alla libreria, in seconda fila e tiriamo fuori quel vecchio libro grosso come un mattone con la copertina rigida, apriamolo a metà e…
I bibliofili mi perdonino ma ci sarà mai un posto più intrigante per  nascondere orecchini di smeraldi o semplicemente un pezzo da cento che un vecchio trattato di geologia?
5 – Un altro libro… non libro.
Due lastre di poliuretano nero, quello bello spesso, denso… costa una cifra, accontentiamoci di una cosa soft,scaviamole un po’ e farciamole come sandwich.
Per fissare il tutto una fascetta come fosse il premio Strega.
6 – Un libro vero!
Un libro che vi sia piaciuto davvero tanto, che ne so, Murakami, Roth, King…
quello che piace a voi purchè sia sempre un bel mattone che è meglio per accoppiarlo al regalo vero… una bottiglia di vino rosso che costi almeno dieci volte il libro, un chilo di Asiago, un tartufo bianco d’Alba… Leggere a stomaco vuoto non è bello e nemmeno mangiare senza la compagnia di una bella storia.
Legare tutto con un filo rosso d’Arianna.
7 – Basta il pensiero!
Quante volte abbiamo detto – Basta il pensiero! – E poi è proprio del pensiero che quasi sempre ci dimentichiamo. Allora proviamo a racchiudere il significato del nostro regalo avvolgendolo con un filo di parole lungo abbastanza da racchiudere tutto.
Che bello fare regali a Natale! Ancora di più impacchettarli con niente.

Buon Natale!

IL-PACKAGING-PERFETTO

IL PACKAGING PERFETTO

IL-PACKAGING-PERFETTOIl packaging perfetto deve emozionare.
Una scatola bianca o nera, oppure rossa o d’oro, magari di legno o di sabbia…
Una grafica inaspettata, la superficie morbida o dura, di carta o d’acciaio, deve dire tutto del suo contenuto con nulla.
Può essere trasparente e mostrare ciò che contiene, ma lo può fare in modo molto diverso. Contenendo, proteggendo solamente, oppure aggiungendo valore e significato all’oggetto che contiene, rendendolo di fatto diverso.
Progettare il packaging giusto, che accresca il valore del prodotto industriale che contiene, sia un prodotto di lusso o di largo consumo, significa prima di tutto progettare un contenitore corretto che svolga le funzioni del proteggere e del contenere, trovare le soluzioni più economiche, contenere il peso e il volume, disegnare una grafica che dia istruzioni precise.

Una volta a posto con le norme di legge e con la necessità di comunicare le modalità d’uso, di conservazione o semplicemente le qualità estetiche del contenuto, a quel punto… conviene  cominciare daccapo provando a fare le stesse cose in un modo diverso.

Tutte le domande poste prima dovranno comunque trovare le risposte migliori, ma non è detto che siano sempre quelle.
Non si tratta di essere eccentrici, di giocare a inventare stravaganze, anzi a volte il percorso giusto potrebbe essere proprio quello opposto.
Semplificare, ridurre, modulare.
Un lavoro lento e duro come quello dell’acqua che leviga i sassi.
Il progetto del packaging spesso induce riflessioni importanti anche sul design dell’oggetto che dovrà contenere.
Fosse stato più lungo o più corto, o quell’elemento fosse stato disegnato diversamente, allora avremmo…
Peccato che raramente si possa ricominciare tutto dall’inizio.
Il packaging perfetto nasce dal progetto globale del prodotto e del suo contenitore con effetti qualche volta sorprendenti.

A volte il packaging perfetto non è una scatola ma sono parole che avvolgono.

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FOOD PACKAGING – STORIE DI GUSTO

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2015 è l’anno di Expo: Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita. Si parla, e tanto, di cibo: padiglioni, progetti e aree tematiche, irrinunciabili quelli di Arts e Foods (expo2015 – arts&foods) e il Future Food District (expo2015 – future-food-district)

C’è cibo dappertutto: in televisione, sui libri, sui giornali, nei socialnetwork, cibo fotografato ed iperconsumato, cucinato, impiattato, condiviso, instagrammato, commentato, raccontato, discusso, criticato, osannato. Non sono più le rockband ad avere le groupies, sono gli chef. La fila si fa per entrare da Eataly, il libro più desiderato è quello di Massimo Bottura, e stellati non sono più i cieli di Van Gogh, ma i ristoranti dall’aria rarefatta di luoghi sacri di una nuova religione.

Milano è la nuova capitale del cibo, anzi, del FOOD, dove il sostantivo già inizia a farsi  packaging. Etichette vagamente hipster, shopper di tela, libri di cucina indiana dentro un sacco di canapa, scatole di cartone grezzo chiuse da un pezzo di spago. Per un cibo che prima di essere mangiato deve essere fotografato e pubblicato con almeno sei hashtag, il packaging è parte dell’esperienza stessa di consumo: materico, multisensoriale, ammicca dagli scaffali della grande distribuzione o dalle mensole di legno delle gastronomie di lusso dentro la ricca e sonnolenta provincia.

Il packaging è immagine, e l’immagine continua a vendere. Un panino al bar. la pizza da asporto, il vassoio di paste della domenica: sono i colori della scatola, la grana della carta, il lettering giusto a trasformare qualcosa di banalmente buono in una specialità gourmand, è l’hashtag stampato a raccontare chi siamo, nella rete e fuori, attraverso gli occhi di chi ci sceglie.

Vogliamo mangiare cose sane, cose buone, cose che fanno bene, e vogliamo che siano belle, coerenti: carte ruvide per fuggire via dalle raffinazioni artificiose del’industria, tinte rubate alla madre Terra perchè i coloranti sono veleno, shopper di tela dai messaggi politicamente (s)corretti per far pensare e veicolare identità e filosofie.

Cose sane e belle, per continuare a definire la nostra identità attraverso ciò che consumiamo; è l’epoca dell’oversharing, dello storytelling, del personal branding.

E la storia di chi siamo noi inizia da come vestiamo il nostro prodotto.

Che storia vuoi raccontare?

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Si vende che è una bellezza

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Un prodotto curato, ben vestito si vende che è una bellezza!
Tutti abbiamo qualcosa da vendere tutti i giorni. Se siamo aziende produttrici le nostre merci ai negozi, se siamo negozianti una certa gamma di prodotti, se siamo artigiani la nostra manualità e la nostra esperienza, servizi se offriamo servizi, se siamo professionisti le nostre competenze.
Tutti vendiamo noi stessi.

E la mattina prima di uscire di casa tutti ci diamo un’occhiata allo specchio per garantirci che la nostra immagine corrisponda a quello che vorremmo comunicare di noi, da Miss Mondo al Gobbo di Notre Dame funziona più o meno così per tutti.
A parità di prezzo e con le stesse qualità intrinseche, gli oggetti, i servizi, e le professionalità che si offrono in modo più curato o mostrando un’immagine più appropriata vendono molto di più.
Direte che è ovvio.
Mica vero!
Basta fare un giro tra le bancarelle del mercato per rendersi conto che questa consapevolezza non appartiene a tutti. Basta guardare le vetrine dei negozi, alcune curate in modo perfetto in cui il prodotto balza letteralmente fuori, altre disastrate che se non ci fossero sarebbe meglio.
Basta navigare tra i siti internet delle aziende per vederne di cotte e di crude. Tra i tantissimi siti ben fatti, aggiornati, dalle splendide immagini e dai contenuti allettanti, si incontrano reperti archeologici e grafiche traballanti, testi scritti come pensierini delle elementari ma con paroloni altisonanti, immagini come santini sbiaditi.
I prodotti poi sono vestiti in tutti i modi. Ci sono oggetti che vengono proposti in confezioni meravigliose e altri, della stessa categoria, che vengono buttati sul banco nudi e crudi, semiagonizzanti. 
Sappiamo tutti quanto sia importante un packaging appropriato, accattivante, che qualche volta addirittura ci sorprenda per l’invenzione, la grafica, i materiali inusuali, scatole, carte, shopper, etichette, foglietti delle garanzie con le istruzioni, nastri, velluti e rasi, cartoni speciali e plastiche stampate, estruse o soffiate.
Un bel packaging fa metà della vendita, conferma, esalta o distrugge le qualità dell’oggetto che contiene.
Così per l’immagine delle aziende.
Investire in design e comunicazione paga. E’ l’essenza dell’azienda se diamo per scontate le caratteristiche qualitative dei servizi e dei prodotti che si offrono.
Un prodotto funzionale, progettato bene, ricco di contenuti innovativi, dalle innegabili qualità estetiche si vende che è una bellezza! Se poi lo si comunica con cura, con testi e immagini appropriate vestendolo con un packaging che ne enfatizza il fascino ed infine esponendolo in uno spazio corretto e con la giusta luce, il gioco è fatto!
Meglio una cosa utile e bella che una inutile e brutta, diceva un noto personaggio televisivo di qualche anno fa.
Ovvio! Ma mica tanto!

 

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Sesso e packaging

Il packaging svolge un ruolo centrale nella comunicazione di qualsiasi prodotto. Certe volte la confezione comunica più di tutte le parole possibili. Anche quando il linguaggio più diretto potrebbe diventare scabroso, quando è il sesso l’argomento centrale. Qui davvero non sono servite le parole, è bastato infrangere lo standard del confezionamento delle capsule nei blister e il messaggio è diventato lampante! Grandissimo insegnamento: quando si lavora all’interno di standard precostituiti, quando “…si è sempre fatto così!”, proprio quando sembra impossibile inventare qualcosa di nuovo a volte basta rompere quello schema per rendere lampante il messaggio, l’innovazione… per dare visibilità a un’idea, a un prodotto. Semplice e geniale!
Peccato che l’idea sia servita solo per una confezione pubblicitaria ideata dall’agenzia Ogilvy & Mather di Praga.