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Scrivere il profilo aziendale

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Il Profilo Aziendale o il Company Profile, come volete, è quella mezza pagina dove scriviamo sempre le stesse cose.
Una volta stava a pagina cinque della brochure cartonata, poi si è moltiplicata sui pieghevoli e sulle cartoline ed è esplosa sulle home dei siti di quasi tutte le aziende.

Nonno Evaristo nel lontano 1895 aprì bottega in un sottoscala di via Dei Cardatori a…
Niente male eh?! In una riga avremmo risposto a piú della metá delle famose “five W’s” come in un film americano.
Invece spesso iniziamo a scrivere… “Siamo un’azienda moderna, giovane e dinamica, integrata, dalla solida struttura manageriale, leader indiscussa nella creazione, produzione e distribuzione di baratelle e tirapacchi sia maschili che femminili…” E  continuiamo “…la soddisfazione del cliente sta alla base della nostra filosofia aziendale…” Insomma ci incensiamo e tiriamo a lucido senza dire le cose essenziali, senza presentarci davvero.

In pochi abbiamo il coraggio di metterci la faccia nonostante ovunque dilaghino i selfie e di sequestri di persona, per fortuna, non si senta più parlare.
In pochi abbiamo il coraggio di dire… Eccomi qua! Son mi el paròn! E mostrare con la faccia quel po’ di carattere che ha fatto l’impresa. Una faccia sorridente o arcigna, ironica o seriosa col telefono in mano… Una faccia che dica qualcosa!

Proviamo a tirar fuori cose non banali… Con una faccia che se piove e tira vento o ci sono quaranta gradi come oggi e l’aria condizionata é andata a ramengo é comunque la faccia di uno che racconta la sua storia. Di quando, dove, come e perché… Certo! Ma anche di tante altre cose… Che corriamo all’alba lungo il fiume (lasciate perdere che son fissato!) o che daremmo un anno di vita per cambiare tutto. Raccontiamo dei mille successi ma soprattutto di quell’unica sconfitta che poi conta piú di tutto.

Usiamo un linguaggio diretto, semplice, raccontiamo un aneddoto, rifacciamoci a una canzone, a un film , un libro… Parliamo dei mille prodotti bellissimi, importanti, dei brevetti e degli attestati, ma più di tutto raccontiamo di quel sogno che ancora teniamo nel cassetto e che sará una sorpresa, un regalo…
E sicuro… la moglie, il marito, i figli…. La famiglia… ma che non sia per forza mulino bianco.

Perchè non raccontare che é iniziato tutto con un gran colpo di fortuna, per un’intuizione geniale… e poi la fatica di un milione di notti in bianco quasi a doverseli far perdonare.

Scriviamo il Profilo Aziendale come un racconto vero, che ci renda credibili e faccia venir voglia di incontrarci.

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Le due anime della creatività

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Avete una personalità creativa?
Annamaria  Testa ci scrive su Nuovo e Utile citando studi interessanti che mettono in fila  le caratteristiche  che distinguono quelli più creativi da quelli meno.
Prendiamo le 10 doti/difetti che individuano i creativi secondo uno di questi studi. (quello di Fast Company  che  utilizza le ricerche di Mihaly Csikszentmihalyi – si pronuncia più o meno Cisemihàli) e guardiamoli assieme:

1) Grande energia fisica ma propensione alla quiete e al riposo.

2) Acutezza e candore.

3) Giocosità e disciplina, responsabilità e irresponsabilità.

4) Immaginazione e fantasia alternate a un radicato senso della realtà.

5) Estroversione e introversione, simultaneamente

6) Compresenza di umiltà e orgoglio

7) Tendenza a uscire dagli stereotipi di genere (uomini più femminili,  donne più maschili)

8) Conservazione (nel senso del radicamento in una cultura) e ribellione.

9) passione e contemporanea obiettività sul proprio lavoro

10) Apertura e sensibilità, che generano molta pena e molta gioia.

Ecco! La cosa  fondamentale, si direbbe, è che per essere creativi davvero si dovrebbe essere angeli e demoni contemporaneamente.
Mi piace molto questa cosa.
E’ bello sapere che qualcuno dopo studi approfonditi su campioni significativi sia giunto alla conclusione che le persone più creative soffrono e gioiscono di più perché sono più sensibili.
Le persone più creative sono mosse dalla passione e nonostante ciò cercano di essere obiettive per dare giudizi severi innanzitutto sul proprio lavoro.
E’ gente che ama  il proprio paese, le tradizioni, i propri spazi, la propria cultura ma che vorrebbe trasformarli continuamente e non ha paura di innovare.
Sono uomini che accarezzano la propria  femminilità e donne capaci di affermare la propria mascolinità.
Sono orgogliosi del proprio lavoro, delle proprie creazioni, persone che guardano con umiltà a quanta strada c’è ancora da fare a che poca cosa sia in fondo quello che hanno fatto rispetto ai maestri, rispetto a quello che si può ancora fare.
Sono introversi e riflessivi, per lo più timidi, gente che esplode nel creare e nel comunicare.
Sono quelli che sanno  trovare le soluzioni più fantasiose e le sanno applicare alla realtà, quelli che usano l’immaginazione per trasformare le cose concretamente.
E’ bello pensare che l’energia della creatività possa essere un quieto fluire tra gioco e rigore, un triplo salto mortale tra l’acutezza del ragionamento e il candore della sorpresa:

Ho l’impressione che tutti abbiamo questo mix esplosivo dentro.
Chi si è abituato a convivere con le sue due anime, con le proprie contraddizioni, con la possibilità di essere ora molto felice e poi molto triste. Gli altri che hanno cancellato  il lato più debole della propria personalità e hanno gonfiato quello più forte così da essere più sicuri e più tranquilli.
Sarebbe bellissimo saper apprezzare i lati positivi di ciascuno, fantasia e concretezza, capacità di immaginare e di creare senza giocare inutilmente a chi è più bravo.

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FOTOGRAFIE PER IL WEB

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Come devono essere le fotografie del nostro sito?
Certamente belle! Devono essere nostre o quanto meno dovremo averne acquistato i diritti e poi devono essere leggere da caricare.
L’ideale è scattarle personalmente o farle fare da un fotografo di nostra fiducia.
Per quanto riguarda il peso dell’immagine da caricare ricordiamoci di  non superare i 200/300 kb.
Ottimizziamo le nostre immagini per il web con l’apposita funzione di Photoshop.
Usiamo i formati più idonei. JPEG per le semplici immagini, GIF per le animazioni e PNG se all’immagine avremo sovrapposto delle scritte.

Fatto questo, cioè fatte delle belle immagini, leggere e nel formato più idoneo dovremo accertarci che siano in linea con la grafica e l’immagine del nostro sito in modo tale che questo rispecchi l’identità della nostra attività.

Ovviamente a questo avremmo dovuto pensarci prima.
Portate pazienza!

Esempio semplice, sito black and white.. Molto elegante se manterremo l’intera gamma dei grigi, che diventerà sempre più aggressivo man mano che tenderemo alla monocromia, alla grafica assoluta del bianco e del nero.
Una scelta che prima o poi tenta tutti. Facciamo attenzione che fondare la propria immagine aziendale sul bianco e nero potrà essere difficile da mantenere nel lungo periodo. Chiediamoci allora se un futuro cambiamento radicale non disorienterà i nostri clienti.

Oltre alla scelta estrema e un po’ banale del bianco e nero, possono esserci altre infinite  strade per dare identità al nostro sito scegliendo un certo tipo di mood per le immagini.
Qualche esempio.

Virare leggermente la tonalità complessiva dell’immagine, dal  seppia integrale così vintage a dominanti azzurre,  viola, gialle rosse, che senza stravolgere le fotografie le caratterizzino leggermente. Guardate le immagini di Tiffany tutte leggermente dominate dall’azzurro–acqua.

Saturare i colori. Anche qui possiamo intervenire  calcando la mano ai limiti della pop–art o rendendo solo leggermente più intense le tonalità naturali.

Ovviamente un’altra strada è quella di fare esattamente il contrario: desaturare. Rendere le immagini leggermente scariche o arrivare quasi al bianco e nero con tonalità di colore pallidissime.
Agire sui colori in modo sistematico non è l’unica strada per dare identità al nostro sito e alla nostra azienda.
Il formato, l’inquadratura, il taglio delle nostre fotografie sono strumenti altrettanto efficaci.
Formati quadrati, così utili e di moda (Instagram docet) ultra –verticali (sconsigliati per via dello scroll) o super–orizzontali (molto più graditi) potranno rendere molto particolare l’esperienza visiva  al visitatore del nostro sito. A questo potremo aggiungere inquadrature deformate dai grandangoli sui primissimi piani, sfocature controllate, inquadrature ruotate, effetti di movimento…

Insomma abbiamo una gamma infinita di strumenti per usare in modo personale le immagini e rendere se non unico almeno molto riconoscibile il nostro sito.

Se decidiamo di scegliere la strada dell’effetto esagerato, non spaventiamoci, potrebbe essere quella giusta, pensiamo soltanto se siamo in grado di mantenere la stessa rotta almeno per un po’.

Realizziamo insieme le fotografie che comunicano il nostro lavoro.

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Dieci regali

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Oggi pensavo a dei regali.
A qualcosa di bello,  di originale da regalare e ho pensato che in tanti  forse volevamo comunicare le stesse cose.
Per far pensare a noi, per le persone che amiamo.
Per comunicare l’essenza della nostra azienda ai nostri clienti.
Allora ho messo giù una lista dei regali che farei. In realtà questa lista sbilenca non dà delle vere indicazioni.
Sono piuttosto delle suggestioni che potranno indicare un metodo nuovo con risultati diversi per ciascuno di noi.

Pensavo che mi piacerebbe regalare:

1 – Un sasso grande, ovale, o dalle forme strane, che sembri una grossa mela o un cuore.
Da mettere in una bella scatola di legno e regalare come fermaporte, fermacarte, ferma ricordi.

2 – Un libro già letto di cui abbiamo sottolineato le frasi più belle.
Può essere un regalo molto personale ma anche divertente, malizioso o semplicemente istruttivo.
Irrinunciabile una dedica di almeno dieci righe.

3 –Una canzone che ci ronza nella testa adesso! 
Da acquistare nel web e regalare on–line scegliendo anche l’attimo in cui  verrà ricevuta. Ovviamente con una bella dedica!

4–  Un bicchiere, una tazza, un piccolo vaso di vetro. Semplici o coloratissimi, da acquistare nella vetreria artigiana a Murano o su una bancarella. Suggerendo di usare il nostro bellissimo contenitore come un portamatite.

5 – Una nostra foto, o quella della persona a cui vogliamo fare il regalo, o assieme… o una foto che sapete provocherà belle emozioni.
La foto deve essere bellissima! Da stampare su di un materiale insolito… Pensateci!

6 – Una maglietta! Anche se non è proprio originale.
Bianca o nera, oppure rossa o viola, ma anche gialla che avremo macchiato e bucato pensando al futuro possessore del magico… unico indumento. Packaging? Multiball trasparente sottovuoto!

7 – Una vecchia scatola di latta, quella dei biscotti di una volta.
Ma che sia originale e trasudi il suo tempo. Riempiamola di malinconia, di foulard  kitsch, di bigliettini con frasi sibilline da estrarre all’occorrenza di un consiglio bislacco o illuminante.

8 – Uno specchio rotondo o quadrato.
Su cui scrivere con vernici indelebili una dedica, un pensiero su cui… riflettere.
Qui il contenuto, il pensiero e la grafica sono importanti.
Usate la vostra calligrafia, scrivendo di getto.

9 – Regaliamo un oggetto qualunque della nostra casa.
Una cosa che ci fa compagnia da tempo. Un oggetto che il destinatario del regalo conosce e a già mostrato di apprezzare. Una piccola lampada, un soprammobile, un cuscino, uno sgabello, un piccolo contenitore, un tavolinetto. Qualcosa che comunque parlerà di noi.

10 – Un piccolo sasso di fiume.
Un sasso ovale o dalle forme strane, che possa sembrare un animale oppure a forma di cuore, o di nuvola.
Buchiamolo, non è difficile. Infiliamolo in un cordoncino o in una catena e mettiamolo in una bella scatola di legno e regaliamolo come fosse un gioiello. Una lunga dedica è indispensabile.

Cosa avete regalato di veramente insolito?
Quante strane occasioni ci sono per pensare a un regalo.

Vi capita mai di voler regalare qualcosa ai vostri clienti per comunicare l’essenza della vostra azienda?
Potremmo farlo assieme.
Qualche volta basta davvero un pensiero.

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IL COLORE VIOLA, CREATIVITA’, POTERE E TRASGRESSIONE

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Oggi, Venerdì  Santo, nella tradizione cattolica, le chiese “…mostrano in viola che Cristo è morto”.
La citazione Gucciniana di  “Venerdì  Santo” mostra passioni molto più umane che religiose.
Da quando, giovanissimo DeeJay di radio libere,  mi occupavo solo di cantautori, da allora ogni Venerdì  Santo mi viene in mente la canzone di Guccini e di questa mi resta dentro solo una parola: VIOLA.
Oggi  mi perdonerete se mi lascerò andare a raccontarvi un onirico e insensato filo di parole che si attorciglia intorno a questo colore.
Amo il VIOLA più di  tutti i colori incerti e indefinibili che amo già più di tutti, colori difficili perfino da nominare che di solito per  essere precisi ci tocca evocare immagini eloquenti  e specifichiamo…  tipo…  giallo zabaglione col vermut che ce ne saranno venti tipi, o color cacchina di neonato il cui range è ancora più ampio. E così per  turchesi… ambre, colori di vini, di mele…
Mi piacciono i colori difficili da definire, roba che tocca girare con le mazzette dei PANTONE.
Ma ho divagato. Torniamo al VIOLA che è il mio colore ed è il colore di questa giornata anche se le due cose non c’entrano nulla.
VIOLA per me è il colore di Eros e Thanatos, non il rosso come tanti vorrebbero, e però neanche quel viola/blu di cui si addobbano le chiese per il lutto.
Un viola che tende al rosso e che sa di vinacce, di sangue rappreso e di mucose erogene.
Non Marsala che per inciso se qualcuno se ne fosse già dimenticato la PANTONE  ha eletto colore dell’anno.
Il viola che amo, che interpreta la passione di Eros e di Thanatos, è un viola/rosso che sa di prugne, di uva e di sangue, sangue blu naturalmente…  che è viola eh!
Il viola, nelle composizioni grafiche, rafforza ancora  di più le sue connotazioni drammatiche se abbinato a forme curve, curve e controcurve, ellissi, forme ovoidali, a font morbidi e indefiniti. Al contrario può ristabilire equilibri di algida eleganza se va a tingere forme spigolose semplici come rettangoli e triangoli con font a bastoni.
Nella teoria dei colori il giallo si oppone al viola ed è il suo complementare.
Giallo e Viola sono sempre stati icone pop. Penso alla Marilyn di Warhol, ok, ce ne sono di tutti i colori,  però se chiudo gli occhi la vedo,  la pelle rosa fucsia con le labbra magenta (e nel ricordo chissà perché diventa tutto viola)  e i capelli gialli su uno sfondo turchese.
Il viola è il colore degli anni ’60, della rivoluzione sessantottina, del maggio francese, del design, del gruppo Menphis, di Sottsass e compagnia bella, della cultura psichedelica, della modernità leggera fatta di bevande colorate, ghiaccioli, gelati ai mirtilli, lecca lecca ovali con lo stecchino e stivaloni di plastiche lucide che correvano su su fin quasi a lambire microgonne gialle.
Il viola è il colore della trasgressione e per una strana legge del contrappasso è il colore del potere assoluto, il colore con cui si foderano corone e mitrie, il colore dell’ametista vescovile e dei paramenti sacri.
Che strano il colore viola, The Color Purple, il libro di Alice Walker e poi il film di Spielberg e ancora The Scarlet letter , di Hawthorne (che, scusate, per me è viola uguale) e i tanti film che ne sono venuti.
Mi ritrovo a raccontarvi ancora del colore viola esattamente a un anno di distanza, non me lo ricordavo.
E’ un colore strano,  fatto di emozioni,  di luci al neon nei bar di periferia, un colore dal sapore dolce di caramelle e marmellate, un colore che profuma di cioccolato di uvetta e di vaniglia (il profumo di tutte le cose intense, belle e buone).
Il viola è il colore cangiante della creatività, del design, della moda, della trasgressione, della spiritualità e della morte.
Sarebbe bello ritrovarci tutti in una specie di gruppo di analisi collettiva in cui ognuno raccontasse il suo viola, i suoi viola, le sensazioni i ricordi, gli oggetti.
Com’è il vostro viola?

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Creativo (sostantivo) VS creativo (aggettivo)

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“Creativo” è un aggettivo non un sostantivo, almeno così dovrebbe essere.
Sono uno che ha sempre pensato che chi si loda si imbroda per cui in genere ho preferito volare basso tenendo a bada un ego ballerino e lasciando che fossero gli altri a dirmi se il mio lavoro valesse qualcosa, se vi fosse un qualche contenuto che meritasse l’aggettivo “creativo”.

Invece tornando alla lapidaria affermazione iniziale dovrei nascondermi per sottrarmi al giudizio universale.
Se dovessi mettere in fila tutte le volte che mi sono attribuito l’etichetta di “Creativo” (sostantivo) la riga sottile di questa parolina rossa (di vergogna) arriverebbe in capo al mondo.

Provo a rimediare, a giustificarmi, a fare chiarezza…

Di certo sono un architetto visto che lo IUAV (l’Istituto Universitario di Venezia) una trentina di anni fa mi ha conferito il titolo cum magna laude, bacio accademico e piccola pubblicazione.
Ma poi cosa vuol dire essere un architetto? Quanti sono gli architetti che veramente possono dire di saper svolgere tutte le funzioni inerenti il loro mestiere?
Io no di sicuro. Come architetto mi sono quasi sempre occupato soltanto di tipologie distributive, di composizione, degli aspetti estetici e della rappresentazione del progetto. Tanta grafica, fotografia, costruzione di modelli, disegni, disegni e disegni usando tutte le tecniche immaginabili. Allora cos’ero? Un esperto di sistemi distributivi? Un grafico? Un prototipista? Un fotografo o un pittore?
Un po’ di tutto questo e tanto altro ma mi etichettavo semplicemente come architetto, anche perché la cosa rassicurava me e i miei clienti.
Alla fine intervenivo nella scelta dei materiali, delle finiture, dei colori… intonaci, pietre, vetri, legni, tessuti… degli arredi, dei corpi illuminanti.  Allora cos’ero? Un arredatore?
Boh! Qualche volta vi diró mi sentivo creativo (aggettivo) davvero.
Qualche volta soltanto neh!
Poi la mia attivitá principale è diventata quella di disegnare gioielli e altri oggetti di produzione industriale, progettarli, rappresentarli, seguirne l’industrializzazione e la  produzione vera e propria e alla fine del processo produttivo pensare a come vestirli, esporli e comunicarli.
Cosa sono allora? Un designer? Qualche volta faccio il modellista, il grafico, lo scenografo, il copywriter. Sì, Alla fine sempre piú scrittura, piú immagini, piú emozioni che oggetti.
Qualche volta sono creativo… Ogni tanto mi capita di fare cose creative davvero.
Eppure non é per questo che tante volte rispondendo alla richiesta di indicare cosa faccio rispondo imperterrito – il creativo – senza darci troppo peso, senza gongolare e senza vergognarmene troppo.
Scrivo creativo su qualche profilo che mi tocca compilare,  cosí, tanto per riassumere, per non privilegiare un aspetto rispetto ad un altro della mia attivitá.
Il più delle volte scrivo architetto, come sulla carta d’identitá, o art director che fa piú figo e corrisponde in gran parte a quello che faccio.
Allora confesso, sono un architetto, un designer, un grafico spesso, tante volte un copy, un direttore creativo e un sacco di altre cose che provo a fare nel migliore dei modi facendomi aiutare da un sacco di gente e… qualche volta sono perfino creativo (aggettivo).

Questo post mi é venuto di getto dopo la lettura di un articolo di Annamaria Testa la Creativa più creativa d’Italia sul suo sito nuovoeutile.it
Lei sì, merita l’etichetta, non l’unica. (Sperando non si offenda e la accetti di buon grado)

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TUTTI IN FIERA

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Settimane convulse di fiera in fiera.. fiere che si accavallano a Milano, a Vicenza, a Rimini… 
Un lavorio frenetico intorno agli ultimi ritocchi sugli stand, alle  nuove collezioni, alle immagini, alle brochure, stampe, video, modelle, receptionist … tutto un mondo da inventare che durerà quattro, cinque giorni e, si spera, alimenterà il lavoro dei prossimi mesi.
Cose che filano via lisce che proprio non ci speravi e rogne da improperi in tutte le lingue immaginabili, con un uso colorito e greve di tutti i dialetti natii che da buon lombardo/veneto non mi risparmio proprio.

Alla fine ci si arriva sempre.
In un modo o nell’altro l’azienda mostra la sua faccia.
Bella, liftata, senza nulla fuoriposto da sembrare finta o tutta sgarrupata come ci fossimo svegliati di colpo cinque minuti prima e corressimo all’appuntamento della vita con le braghe del pigiama in mano, i calzini spaiati con la faccia e l’acconciatura di chi ha sbattuto contro un tram come in quella vecchissima pubblicità che recitava:
– Scusate! Abitualmente vesto Marzotto! –  e mostrava uno stralunato impiegato di banca nel pentolone di una tribù antropofoga.

Poi c’è chi arriva in fiera esibendo il semplice splendore della faccia di tutti i giorni.
Niente trucchi pirotecnici, niente trovate esilaranti, solo se stessi, così come ci si presenta tutti i giorni al pubblico, alla clientela che ci riconosce subito con una certa soddisfazione. Si chiama Corporate Identity e non è una cosa che si trova per caso o si compra dall’agenzia strafiga, obbligatoriamente milanese, che impacchetta l’immagine della tua azienda con un bel fiocco a pois! E’ un percorso più o meno lungo, più o meno costoso, un cammino di persone che incontrano altre persone e insieme raggiungono la consapevolezza di dove vogliono andare, di chi vogliono essere, di cosa vogliono fare.

E al centro di tutto ci sei tu! Il paròn! Come si diceva affettuosamente una volta.
Padrone di un’idea che ti assomiglia, con la voglia di svilupparla e vederla crescere.
L’identità aziendale, il branding… ecc… ecc… e tutte le parolacce del marketing che vien voglia si frantumino i denti a chi le pronuncia, hanno un senso solo se partono dalla personalità dell’imprenditore, dai suoi valori, dalle sue passioni, così che sviluppando un progetto di marca, di identità aziendale si percepisca che è una cosa vera, una bella faccia che dica qualcosa, non un ghigno plastificato da contrabbandare per sorriso.
Un’azienda che produca quello che sa fare meglio, come lo sa fare meglio, senza inseguire tutti i mercati, piegandosi a tutti i venti col rischio di non avere più identità e nessun mercato.

Ecco, mi sono lasciato trascinare dalla foga!
Normale, siamo in fiera, se ne vedono di tutti i colori e si perde un po’ la testa.
Chi è andato a vestirsi di tutto punto alla boutique appena aperta in centro, chi si è messo i primi stracci che ha trovato e chi si veste da sempre in un certo modo, o almeno prova a capire a sperimentare come vuole essere, chi vuole essere, riuscendo a mostrare identità per essere riconoscibile in fiera e… dappertutto!

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FOOD PACKAGING – STORIE DI GUSTO

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2015 è l’anno di Expo: Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita. Si parla, e tanto, di cibo: padiglioni, progetti e aree tematiche, irrinunciabili quelli di Arts e Foods (expo2015 – arts&foods) e il Future Food District (expo2015 – future-food-district)

C’è cibo dappertutto: in televisione, sui libri, sui giornali, nei socialnetwork, cibo fotografato ed iperconsumato, cucinato, impiattato, condiviso, instagrammato, commentato, raccontato, discusso, criticato, osannato. Non sono più le rockband ad avere le groupies, sono gli chef. La fila si fa per entrare da Eataly, il libro più desiderato è quello di Massimo Bottura, e stellati non sono più i cieli di Van Gogh, ma i ristoranti dall’aria rarefatta di luoghi sacri di una nuova religione.

Milano è la nuova capitale del cibo, anzi, del FOOD, dove il sostantivo già inizia a farsi  packaging. Etichette vagamente hipster, shopper di tela, libri di cucina indiana dentro un sacco di canapa, scatole di cartone grezzo chiuse da un pezzo di spago. Per un cibo che prima di essere mangiato deve essere fotografato e pubblicato con almeno sei hashtag, il packaging è parte dell’esperienza stessa di consumo: materico, multisensoriale, ammicca dagli scaffali della grande distribuzione o dalle mensole di legno delle gastronomie di lusso dentro la ricca e sonnolenta provincia.

Il packaging è immagine, e l’immagine continua a vendere. Un panino al bar. la pizza da asporto, il vassoio di paste della domenica: sono i colori della scatola, la grana della carta, il lettering giusto a trasformare qualcosa di banalmente buono in una specialità gourmand, è l’hashtag stampato a raccontare chi siamo, nella rete e fuori, attraverso gli occhi di chi ci sceglie.

Vogliamo mangiare cose sane, cose buone, cose che fanno bene, e vogliamo che siano belle, coerenti: carte ruvide per fuggire via dalle raffinazioni artificiose del’industria, tinte rubate alla madre Terra perchè i coloranti sono veleno, shopper di tela dai messaggi politicamente (s)corretti per far pensare e veicolare identità e filosofie.

Cose sane e belle, per continuare a definire la nostra identità attraverso ciò che consumiamo; è l’epoca dell’oversharing, dello storytelling, del personal branding.

E la storia di chi siamo noi inizia da come vestiamo il nostro prodotto.

Che storia vuoi raccontare?

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IL NOME GIUSTO

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Quando sono nato, il nome giusto per me si era già deciso da un pezzo, o meglio l’aveva deciso mia nonna, mi sarei chiamato Maurilio, come il vescovo di Torino di allora. Sennonché all’Ospedale Maggiore di Novara poche settimane prima della mia nascita era sorto il sospetto, con relative denunce, che fossero avvenuti scambi di neonati. La direzione dell’Ospedale per rassicurare la gente si era inventata di scrivere il nome immediatamente dopo il parto sulla pancia del neonato con un pennarellone indelebile. E fu proprio nell’istante in cui mia madre avrebbe dovuto dire Maurilio con piglio sicuro che le uscí un flebile Paolo che l’ostetrica andò a stamparmi addosso per sempre. Con buona pace per mia nonna!

É una storia che raccontavo sempre ai miei figli quando erano piccoli, mostrando la pancia e invitandoli a cercare il segno leggero dell’indelebile che secondo me si vedeva ancora benissimo!

Dare un nome alle persone, alle aziende o alle cose é sempre un’avventura.

Dare il nome giusto ad un prodotto, a un’idea, a un personaggio, a un’azienda, è l’azione piú creativa che si possa compiere. 

Senza un nome le cose, le persone, le idee non esistono.

Ci sono nomi di prodotti,di personaggi, di istituzioni che tutti conosciamo. Nutella, Nike, Algida, Aspirina, Coca–Cola, Greenpeace… e poi Marilyn, Gilda…
Alcuni sono diventati famosi per le casualità della vita, altri sono stati creati per diventare famosi.
Un nome per attirare l’attenzione, per comunicare qualcosa deve suscitare delle emozioni, evocare, creare un qualche effetto.
Nella scena del film “Bianca” di Nanni Moretti che interpreta un prof. di matematica, lui arriva nella sua nuova scuola e appare il tipico edificio scolastico e lentamente la cinepresa svela l’intestazione  –  SCUOLA MEDIA STATALE MARILYN MONROE – qui l’effetto spaesamento è immediato e totale.
Come per qualsiasi tipo di progetto di comunicazione, anche per inventare un nome è fondamentale giocare con gli stereotipi – quelle immagini così fortemente codificate, rigide e largamente condivise all’interno di gruppi omogenei – tali che negandole, travisandole, ribaltandole ecc… si ottengono effetti immediati ed eclatanti.

Senza stereotipi sarebbe dura!

E’ grazie agli stereotipi che otteniamo l’effetto di sorprendere e far ridere se chiamiamo Fufi un mastino napoletano o Thor un chihuahua.
Dare il nome ad un’azienda significa far volare la fantasia, sentire qual è la sua essenza, analizzare il mondo in cui si muove e fare attenzione a poche semplici regole.

– EVITIAMO NOMI TROPPO LUNGHI
–  A meno di poterli sintetizzare in un acronimo, una sigla, che diventa il vero nome. Fabbrica Italiana Automobili Torino avrebbe dato qualche problema in più di FIAT. Tanto più oggi che deve diventare il nome di un sito, di un indirizzo e–mail, di un blog…

– ACCERTIAMOCI CHE IL DOMINIO SIA LIBERO – E’ una cosa che si fa in dieci secondi sui siti specializzati nella registrazione di domini. Inutile innamorarsi di un nome che non si potrà mai usare nel web.

– NIENTE NOMI CHE SUONINO MALE – Sembra ovvio ma non lo é. Ricordiamoci che i “Baci” Perugina, nome azzeccatissimo, in origine erano stati commercializzati come “Cazzotti”.

– ESSERE ORIGINALI – NON COPIARE – Utilizzare il nome di un brand famoso magari aggiungendo una vocale o una consonante all’inizio o alla fine piú che illegale é ridicolo!

Essere originali ci dá la possibilitá di investire sul nostro marchio senza temere di veder spazzare via tutto sul piú bello da rivalse legali.
É importante trovare il nome giusto, che suoni bene, magari con una bella storia cucita addosso. Aiuta di sicuro! Sia per creare un nuovo brand, una nuova attivitá, che per dare personalitá e riconoscibilitá ad un nuovo prodotto.

Ci sono mille modi per trovare spunto ed inventare il nome di un marchio con le carte in regola per avere successo ma quello che paga veramente é immaginare il mondo che sta intorno a quel nome, la storia che lo origina, una motivazione che vada al di lá del bello e del brutto!

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RISPONDERE ALLE E-MAIL

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Riceviamo molte e-mail ogni giorno, un po’ di tutto, cose più o meno importanti, lavoro, clienti, colleghi, fornitori e poi comunicazioni pubblicitarie, e infine immagini, pensieri inaspettati, proposte. Non è sempre necessario rispondere alle e-mail, tra tutte solo una parte richiede davvero una risposta. Facciamo però attenzione. Con la selezione che facciamo scorrendo la posta, in modo sempre più frettoloso, sul tablet o addirittura sullo smartphone rischiamo di perderci qualche contatto prezioso, e-mail interessanti, opportunità di lavoro o di crescita personale. Ma soprattutto accade sempre più spesso che ci si dimentichi di rispondere a quei messaggi che magari nell’immediato sono irrilevanti ma che potrebbero rivelarsi utilissimi in futuro.
E’ importante rispondere alle e-mail, ne va della reputazione personale e dell’immagine dell’azienda.
Meglio ancora se saremo capaci di creare una relazione empatica con il nostro interlocutore.
Non ci vuole molto.
Proviamo a non usare sempre le stesse frasi fatte, sforziamoci di immaginare la persona che abbiamo davanti e cerchiamo di essere diretti.
Non è sempre possibile uscire dagli schemi ma quando ci riusciamo, quando inneschiamo una conversazione vera ci sentiamo meglio e gratifichiamo chi ci ascolta.
Rispondiamo alle e-mail, anche a quelle che non ci sembrano molto importanti, facciamolo mettendoci in gioco riconoscendo l’individualità della persona che sta dall’altra parte.
Ogni impresa dovrebbe cogliere l’occasione, che si ripete ogni giorno con le e-mail, di comunicare la propria personalità.
L’opportunità è ancora più grande perchè pochissimi la colgono.

Quasi tutti, dalla mega-multinazionale alla bottega sotto casa, rispondono alle e-mail nello stesso modo.
Immaginatevi perciò che botta di vita e come salti agli occhi trovare qualcuno capace di parlare con la propria voce usando un linguaggio semplice e diretto. 
Rispondere alle e-mail con empatia fa crescere la reputazione personale e della propria azienda.