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AUGURI_

AUGURI!

AUGURI!

Quando le parole sono consumate non dicono più niente

FA-SUCCEDERE-QUALCOSA

FA’ SUCCEDERE QUALCOSA

FA-SUCCEDERE-QUALCOSA
Fa’ succedere qualcosa.
Trova un prato in un bel posto.
Una piazza.
Una spiaggia.
Un parcheggio sempre vuoto di un’area industriale.
Fissa un appuntamento.
Usa tutta la fantasia che ti circonda e spendi meno soldi che puoi.
Non badare a risparmiare.
Cerca un coro di bambini.
Fa’ un po’ di musica.
Abbraccia e ridi.
Accendi un fuoco e canta.

Offri qualcosa di buono e di caldo da bere.
Fatti duemila selfie con tutti.
Non aspettarti niente.
Invita a prendere dalla festa un ricordo.
Collegati su un grande schermo con chi è lontano.
Manda un pezzetto di festa a chi non è potuto venire.
Inventa un  regalo da fare tutti insieme ai bambini che cantano.
Qualcosa che si ricorderanno.
Inventa un gioco e un ballo,
Aspetta la sera, l’alba, la neve.
Ascolta il silenzio, il vento, la pioggia, le chiacchiere e i sorrisi.

Mancano meno di due mesi a Natale e se hai deciso di regalare qualcosa ai tuoi clienti fa’ in  fretta.
È già tardi.
Scegli, acquista, confeziona e spedisci.

Oppure fatti venire un’altra idea.

giochi-serissimi

GIOCHI SERISSIMI, PER ESSERE VERI COME NELLE FIABE

giochi-serissimiL’altro giorno c’è stata l’incredibile performance ideata da Bansky, il famoso writer inglese, che ha fatto a tagliatelle in diretta TV la “ragazza con palloncino” appena battuta da Sotheby’s per un milione di sterline. Una provocazione, una performance, l’invenzione di una storia su di un “prodotto” già famoso e già ricco di storie. Lo sberleffo di un genio al mercato dell’arte, un mercato che a sua volta si riapproprierà dello scherzo e ne farà ancora business.
Raccontare le nostre imprese è ancora più importante.

Da piccoli giocavamo alla guerra, a mamma e papá, al mercato…  e giocavamo raccontandoci e rappresentando mille storie. Ci allenavamo ai ruoli che avremmo interpretato da adulti.
Oggi, giochiamo ancora… per promuovere il nostro lavoro, per capirne meglio i meccanismi, per riprodurne le criticitá, per coinvolgere il nostro pubblico, affascinarlo, farlo discutere, coinvolgerlo…  per stringere relazioni emozionali.
Inventiamo mille cose per  dare visibilità  al nostro mondo.
Ci sono pasticceri che invogliano a creare e raccontare dolci, gioiellieri che organizzano gran concorsi di design e scrittura lussuosa, mobilieri che fanno parlare i sofá in sexi storytelling e propongono divani componibili come giochi di costruzioni. Bijoux con incisioni letterarie, scritte smaltate di frasi famose o poche parole emozionate graffite dal moroso. Arredi, abiti, gioielli, componibili e scomponibili in una varietá di giochi da far rivivere sul proprio blog, raccontare su facebook e rilanciare su Twitter. Vini prestigiosi raccontati al lume di candela mentre colori e profumi si stemperano nelle storie delle famiglie, dei luoghi, della terra e delle mani che li hanno creati.
Storie che attraversano gli oceani e lasciano sedimentare i sentimenti. Storie che trasformano clienti in amici, confidenti, compagni di strada e di giochi.
Giochi serissimi.
Quante aziende di attrezzature sportive sostengono la partecipazione di migliaia di atleti dilettanti in avventure incredibili, da raccontare in mille storie in cui i loro prodotti si mescolano e si misurano con la durezza della natura e la resilienza umana vista come un’allegra follia.
Organizziamo giochi e avventure.
Avviciniamo il nostro pubblico. Raccontiamogli con parole e immagini le imprese grandi e piccole che affrontiamo ogni giorno.
Creiamo prodotti carichi di suggestioni, de-scriviamoli come nelle fiabe perché mostrino quanto sono veri.

UNA-CREATIVITÁ-ESAGERATA

UNA CREATIVITÁ ESAGERATA

UNA-CREATIVITÁ-ESAGERATA

 

Esagerare è una gran bella tecnica creativa.
Nella realtà quasi sempre il mio lato folle che tende a produrre “esagerazioni” è mitigato da consapevolezza, rigore, senso del limite, funzionalità… e da clienti con budget molto precisi.
Alla faccia di tutti quelli convinti che  –  si possa far tutto, purchè non si esageri  – vi racconto per l’ennesima volta  un po’ di esagerazioni creative.

– Collezioni fatte di frammenti rubati ovunque. Materiali, forme, colori, stili da rimescolare in un nuovo tempo, in una nuova forma, in uno stile che appartiene solo a noi.

–  Un LOGO semplice, un segno, uno solo, sottolineato da un breve pay–off straniante.

– I colori naturali sono una noia. Ma esistono i colori naturali? Meglio colori acidi, fluo, pastelli appena percettibili o saturi come schiaffi.

– Vetrine invisibili. Da svelare al tatto, al suono di parole magiche, digitando password licenziose.

–  Un grande stand? Bisogna accentuare verticalità o orizzontalità.

– Un piccolo stand? Può diventare immenso con un’idea semplice, un materiale usato in modo originale, una  trasparenza, una luce, una chiusura.

– Fotografiamo con pochissima o tantissima luce. Sotto e sovraesposizione a go–go.

– Il racconto del lavoro, dell’azienda, la didascalia di un prodotto…  scritte con parole inusuali, semplici, emozionanti, con il ripetersi ritmico di un suono, la descrizione ripetitiva di un momento.

– Prodotti che parlano, anelli grandi, rotondi come palle di Natale, cuscini da attorcigliare, mensole da arrotolare…

– Lo spazio vuoto e la pagina bianca sono gli spazi più creativi su cui far galleggiare grandi immagini in movimento.

– Cataloghi da esplorare attraverso i colori, senza i numeri delle pagine.

Dimentichiamoci per un secondo del buon senso, delle regole, dell’equilibrio e della misura… ci sarà tempo poi di segnare il limite, di rendere funzionale, comprensibile, economico…
Salviamo l’idea esagerata, quel guizzo che non merita di trasformarsi in un brodino tiepido.

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ROSA, ROSA, ROSA…

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Come per tutti i colori composti esistono infinite tonalità di rosa. Dal rosellina tenue, quasi impalpabile al rosa shoking che come dice il nome equivale a una cartellata sul muso.
Il ROSA è sempre una variante del rosso e anche nelle tonalità più tenui mantiene, magari in dosi omeopatiche, la carica vitale e l’aggressività del colore primario da cui nasce. Per questo in passato era il colore ad esclusivo uso maschile lasciando all’azzurro “vergineo” rappresentare la femminilità.
Oggi il rosa è il colore più pop che ci sia, trasgressivo, leggero, allegro e provocatoriamente unisex.
Nell’interior design e nella grafica, nell’abbigliamento e nella ceramica è un colore che ama farla da padrone in total look percorsi da decori e fili d’oro, colore che moltiplica le sue valenze pop e dal nero che ne argina  il dilagare in contrasti positivo–negativo.
Come il rosso, il bianco, il nero e l’oro che ne costituiscono la palette ideale di riferimento è un colore dalla forte carica simbolica. Impregnato da un sottile erotismo, dilaga nella passione sfrenata accostandosi a texture geometriche o nature, nere e oro. Il bianco ci gioca con ironica innocenza esaltando sino all’eccesso il suo lato puerile.
Un colore che esprime libertà, audacia e gioia di vivere.

NATALE ARRIVA PRIMA

NATALE ARRIVA PRIMA

NATALE ARRIVA PRIMA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quest’anno pare che Natale lo si voglia anticipare di quindici giorni.
Sembra che la notizia bomba verrà annunciata tra poco.
Ecco allora in fretta e furia come ogni anno qualche ideuzza per regali, gadget e pensierini aziendali.
Magari solo un appunto da tener buono per un’altra occasione…Il gadget per una fiera, un evento…

1 – Tempo. È  tempo di regalare tempo!
Un regalone bello grosso da fare solo a persone speciali. Andate lì e dite – Eccomi qua, che facciamo? –
Un regalo difficile che presuppone che l’altro sia disposto a ricambiare nello stesso istante.
Meglio inviare coupon in tagli da un’ora, un giorno…
Attenzione a non esagerare.

2 – Charity.
Mille cause degne di sostegno…
Anche questo un regalo difficile che ha più a che fare con la testa e il cuore che con il portafogli.
Un promemoria per mantenerci vivi.

3 – Prove d’autore.
Modelli di carta, lampade monouso, giochi, piccole sculture…
Un bel sistema per testare un nuovo prodotto.

4 – Wine and Food.
Sapori inebrianti in forme sorprendenti.
Prelibatezze infilate in confezioni dalle grafiche concettuali.
Monodosi emozionali, boule morbide e trasparenti… geometriche porzioni di pozioni inebrianti.

5 – Oggetti da collezione.
Creazioni artigianali o scemenze creative da ripetere ogni anno con variazioni minime.
Piccoli o grandi oggetti che segnano il passare degli anni, pietre miliari che resteranno lì a imperitura memoria della vostra generosità o meglio… della vostra creatività!

6 – Libri.
Un libro non deve mancare mai.
Commissionato apposta… o scelto in modo un po’ provocatorio.

7 – Arte!
La stampa artigianale disegnata da voi o meglio ancora dal vostro treenne…
Voglio vedere chi avrà il coraggio di criticare.

8 -Scatole!
Di legno, di carta, di plastica, di latta… Modernissima o vintage, quelle dei biscotti di una volta o una cosa lucida dal coperchio affilato come un rasoio. Scatole che lascino fantasticare di regali costosissimi.
Scatole rigorosamente vuote!

9 – Antistress.

Scacciapensieri che ce n’è tanto bisogno, palline antistress morbide e dorate…

10 – Dal web.
Un ebook, uno screensaver, una gif divertente, un’app… creatività, musica, giochi e magari un audiolibro per rendere proficuo il tempo passato in coda in autostrada o per sentire meno la fatica di una corsa.

Idee, solo quattro idee per provare ad essere creativi anche a Natale.
Mi raccomando di aggiungere sempre due righe evitando le frasi fatte.  Si deve sentire che sono parole nostre anche se a scrivere è l’azienda.

Attenzione che quest’anno Natale arriva molto prima!

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VECCHIE e NUOVE EMOZIONI

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Vecchio e nuovo, aggiustare, restaurare, recuperare, sono concetti semplici che nella pratica sfociano in due azioni molto diverse  –  ripristinare l’oggetto o l’edificio così com’era prima dell’invecchiamento o del danneggiamento  cercando per quanto possibile di rendere invisibile l’intervento  –  oppure ridare funzionalità a ciò che era stato danneggiato dal tempo o dall’incuria mettendo in evidenza, dando risalto all’intervento, usando materiali moderni in contrasto con quelli originari.
Queste poche righe sono solo brevi riflessioni personali senza alcuna presunzione di aggiungere alcunché alla moderna teoria del restauro consolidata da Giovannoni fino a Dezzi Bardeschi.

Do per assodato che da molto tempo chiunque si occupa di restauro e di design condivida questa seconda prassi come l’unica corretta. L’unica in grado di mettere in evidenza i pregi dell’antico e del moderno. Di prendere il danno come occasione, non per ripristinare, ma per andare oltre e creare qualcosa di nuovo che sommi le virtù dell’antico e del contemporaneo.

Questa prassi consolidata, nell’attività di restauro di edifici ed oggetti antichi di pregio, potrebbe e dovrebbe essere presa a prestito, con tutte le riflessioni e le varianti possibili, per la produzione artigianale o industriale (perché no?) di nuovi oggetti a partire dal riciclo di cose vecchie o usurate.

Nuovi oggetti che contengano il fascino dell’antico o semplicemente recuperino il vecchio, che esibiscano le loro imperfezioni come fregi preziosi ed esaltino il connubio tra materiali e gusti diversi in un emozionante e poetica riproposizione.

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TROVARE UNA BUONA IDEA

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Per farla semplice potremmo dividere la creatività in due momenti, trovare una buona idea e poi renderla realizzabile.

Poche semplici cose che mi piace condividere.

1 – TROVARE UNA BUONA IDEA
Non so a voi ma a me le idee non vengono a star lì a pensarle ma mentre lavoro, provo e riprovo, mentre scarabocchio, mentre ritaglio immagini dalle riviste o scorro milionate di pixel sui social… e dopo giornate a tagliare, scarabocchiare e cercare… l’idea buona viene in autostrada alle nove di sera… e non sarebbe mai arrivata senza tutto il lavoro fatto prima…

2 – NON FARSELA SCAPPARE
Quando scocca la scintilla non c’è mai una matita nel raggio di un chilometro e mi dico sempre me la scrivo dopo a casa… Ecco! L’idea sembra sempre così luminosa da non poter essere dimenticata. Invece puntualmente evapora nel nulla. Meglio non fidarsi della memoria e appuntarsela (per fortuna oggi tutti i cellulari sono anche degli ottimi registratori).

3 – L’IDEA DEVE ESSERE INNOVATIVA
Se non fa luccicare gli occhi e esclamare – wow!!! – che idea è! Allora meglio guardare la questione di sguincio, prenderla obliqua. Se sto pensando al logo per un’azienda che crea gioielli non penserò ai gioielli,  se fosse invece il logo per un’azienda agricola che produce vino non penserò al vino, e così  via… Apple non ha un computer come logo, Nike non ha delle scarpe e Ferrari non ha un’auto. Se si producono arredi meglio non cercare idee sfogliando riviste d’arredamento. Tutto per cercare di realizzare qualcosa che non ci sia già là fuori.

4 – FACCIAMOLA FUNZIONARE
Trovata una buona idea siamo solo a metà strada. Ora occorre renderla funzionale agli obiettivi. Una seduta dovrà rispettare le regole dell’ergonomia e un logo dovrà essere leggibile in tutte le situazioni, un catalogo dovrà esporre esaurientemente i prodotti e una caffettiera fare un ottimo caffè. Tutto ciò senza dimenticarsi dell’idea iniziale.
Qui inizia un tira e molla tra le ragioni estetiche dell’innovazione e quelle funzionali consolidate nel tempo.

5 – SEMPLIFICARE
Trovo che un buon metodo sia togliere tutto quello che non serve. Una volta tolto tutto, daremo forma all’essenziale cercando quell’equilibrio in cui non è  più possibile aggiungere e togliere nulla. Non è un gioco facile distinguere l’essenziale dal superfluo.
Per cominciare eliminerei le cose complicate a favore di quelle semplici.

6 – BENE… NON MEGLIO
L’importante è conoscere il percorso, sapere che non capita mai di arrivare fino in fondo. Evitiamo estenuanti corpo a corpo con la perfezione. Non si tratta di accontentarsi ma di lavorare per obiettivi entro tempi stabiliti. Il meglio non esiste, ci sono le cose fatte bene, quelle dietro le quali si intravvede un progetto.

7 – L’IMPORTANTE È FINIRE 
Diamoci una scadenza precisa, la data di una fiera, una ricorrenza da onorare, un’evento, un concorso a cui partecipare. Se non ce l’abbiamo fissiamola noi la nostra deadline, senza possibilità di sgarrare.
Perché l’importante è… finire!

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AUGURI BANALI

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Lo so, gli auguri sono banali!

È  quasi Natale, tra un attimo è Capodanno e tutti stiamo inviando regali e gadget, cesti natalizi e biglietti d’auguri o semplicemente e–mail a tutti, sms e whatsapp e messenger e segnali di fumo con tanti, tanti auguri.
La banalità è in agguato!
Noi, attenti e abilissimi, la schiviamo con mossa d’anca da twist e ci ritroviamo a inventare frasi strampalate e battute originali che neanche i polli…  L’originalità a buon mercato gioca in tandem con la banalità e dove l’una viene saltata l’altra entra a piè pari sugli stinchi.
Se scrivere le solite frasi di circostanza fa capire ai nostri destinatari quanto poco ci interessi di loro, sostituire la banalità con  eccentricità gratuite e invenzioni di bassa lega aggiunge soltanto al disinteresse l’ingombrante e fastidiosa ombra del nostro ego smisurato.

E allora?!

Saltiamo a piè pari auguri Natalizi e carabattole di contorno rischiando di passare per menefreghisti smemorati o addirittura per maleducati?
Direi di no e infatti sono qui a farveli gli auguri.
Proverò a non essere banale o stupidamente egocentrico.
Sto scrivendo alla maggior parte di voi che sanno di me solo per questa newsletter, a qualcuno che ho incontrato in azienda o  tra gli stand delle fiere e ai pochi che mi conoscono bene perché lavoriamo insieme da anni.

Per me è stato un anno duro come mai e da quel che ho visto in giro è stato così per molti. Il fatto di essere ancora in piedi e di lavorare con voi è già un gran bel risultato.
Si dice…  basta la salute! Ecco! Questa è una banalità che dico volentieri e spero condividerete con me.

Auguro a tutti di inventare un gioco nuovo ancora ogni giorno!  
Vorrei che fossimo così impegnati e seri da riuscire a non prenderci troppo sul serio!
Almeno durante le feste speriamo di riuscire a fare quel che ci pare, quello che ci piace.

Io spero di fare qualche corsa, di leggere, scrivere e dipingere, di fare un salto sulla neve in montagna con le persone a cui voglio bene.

Certo che le feste e le ricorrenze sono proprio banali!

È vero però  che sono proprio certe banalità a permetterci di sentire le stesse cose per poterle comunicare.

Allora…  AUGURI banali, previsti e aspettati a tutti.

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I TRASFORMISTI

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Tra i tanti modi di affrontare il progetto di un oggetto, di qualunque tipo, mi ha sempre divertito molto pormi nell’ottica di come si potrà trasformare. È un gioco a sorprendere… E a me piacciono molto le sorprese… almeno quelle belle!

Gioielli che si moltiplicano e racchiudono in sé due o tre gioielli diversi.
Sedute che si transformano, si allargano, si stringono e cambiano colore.
Lampade che cambiano forma e luce.
Tavoli che si aggregano e disintegrano, si allungano e si piegano.
Ecco qualcuno di questi oggetti intriganti, tanto per fare qualche esempio importante:

– CAMPODORO  il tavolo che si scompone e ricompone di Paolo Pallucco per De Padova.

– MULTICHAIR  la poltrona di B-LINE progettata da Joe Colombo. Un giocoso, splendido modo di cambiare punto di vista sul mondo!

– WINK –  la poltrona di Cassina disegnata da Toshiyuki Kita, chaise-longue e tutto quello che volete…sapendo che in realtà è un topo! Ma non ditelo a nessuno che ve l’ho detto.

 – TRASFORMISTI  Autentica magia! Collane, orecchini e tanti altri gioielli “trasformisti” inventati da NANIS (anche col mio piccolo contributo).

  UTO  I coni di Foscarini disegnati da Gerard Sanmartí e Gabriele Schiavon. Da appendere agli alberi o sopra il tavolo in cucina, oppure da lasciare a terra… magari raggruppate in un gran fascio. (ma le lampade sono tutte un po’ trasformiste… si accendono e spengono!)

I Trasformisti sollecitano la creatività, come giochi ci fanno tornare bambini.
Sono i veri protagonisti del DESIGN EMOZIONALE.

I TRASFORMISTI COMUNICANO!
Tutti gli oggetti che hanno questa vena ludica comunicano già da soli.
In vetrina attirano l’attenzione, stupiscono e si fanno ricordare. Forniscono mille spunti per presentarsi al pubblico sia nel punto vendita che su tutti i mezzi di informazione.

I TRASFORMISTI SONO IL REGALO PERFETTO… EMOZIONANO!

 

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SCEGLIERE LE PAROLE

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Come per tutte le cose ci sono  parole che mi piacciono e altre che proprio non sopporto.
Probabilmente quelle che mi piacciono le collego ad esperienze positive e le altre a qualche giornata nera, a un mal di stomaco o a una litigata. Questo avviene da quando ero piccolo e ormai,  in tutti questi anni, ho messo insieme due eserciti, quello delle parole nere, quelle che mi piacciono e quello delle verdi, un bel colore per carità, ma che non c’entra niente con le parole, con la scrittura. Le parole nere le immagino stampate con un elegante carattere Helvetica sottile. Quelle verdi che non sopporto le associo al Comic Sans, un font proprio brutto.
Ce ne sono alcune che non so proprio quando e come siano finite da una parte o dall’altra.
Non sono tante le parole della cui bruttezza o bellezza sia diventato consapevole. Un centinaio forse e adesso che mi metto a pensarci svaniscono tutte.
Non c’entrano filosofie o chissà quali motivazioni culturali. E’ una cosa di pancia e di orecchie . Ci sono parole che mi piacciono perché mi suonano bene e altre che invece sento proprio brutte, cacofoniche… ecco una brutta parola che però non ha bisogno di spiegazioni.
In mezzo un’accecante deserto di sale dove sono messe a seccare le altre parole che uso e sento tutti i giorni senza che solletichino alcun giudizio.  Parole bianche.
Ecco!
Qualche esempio, anche se mi scappano via tutte, come sempre le parole quando servono.

EFFERVESCENTE  – Sarà la doppia ff iniziale e quel sc che mi sa proprio di bollicine. Molto meglio di gasato… vi pare?!

INGARBUGLIATO/A – Bella no?! Dá l’idea di una parola da districare.

VARIEGATO/A – non la sopporto! Secondo me sta bene solo sull’etichetta di certi gelati e invece viene usata in continuazione al posto di vario/a

ESTERNARE – Starà per buttare fuori… ma non mi piace

ABBRACCIARE – bella più di tutte, perché ci vogliono due bb e due cc per stringere forte con affetto un’altra persona.

TENEREZZA – una parola leggera e pesante nello stesso tempo, fresca e calda.

FELICITAZIONI – Niente a che fare con la felicità!

CORDIALMENTE – L’ho usata anch’io tante volte eh! Faccio pubblica ammenda… è così lontana  dalla cordialità.

Parole che ci piacciono e altre che ci danno fastidio…in mezzo il mare di sale bianco dove essiccano le parole che non ci emozionano.

Mi capita qualche volta di accorgermi di aver usato una parola che in quel contesto sta come i cavoli a merenda, di sentirla suonare male, di sentirla lontana come non fosse mia.
Stiamo attenti a come usiamo le parole.
Facciamo uno sforzo per scegliere quelle semplici,
“Le parole sono tutto ciò che abbiamo, meglio che siano quelle giuste”. (R.Carver)

 Ditemelo se scrivo parole che non sopportate!

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Case da esseri felici

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L’altra sera pensavo che ho passato quasi metá della mia vita professionale a progettare case e che ne ho ancora voglia.

Mi piace quello che ho fatto in questi anni. Progettare oggetti piccoli come gioielli, sedie, vasi d’argento, lampade… e vederli realizzare velocemente. Mi piace pensare al packaging che li vestirá, alle parole che li racconteranno, alle vetrine dove saranno esposti… É un unico progetto, complesso e spesso molto coinvolgente.

Ho voglia di pensare a persone che abitino degli spazi creati da me. Immaginare di cambiargli la vita costruendo le loro case.
Una casa nuova può rendere felice chi la abita o farlo sentire irrimediabilmente triste. Può dare l’avvio a un nuovo pezzo di vita o imprigionare in una sorta di gabbia finale.
Mi piacciono le case che hanno un’anima, quelle che per un qualche strano caso hanno messo insieme progettista e committenti intorno ad un’idea, quelle che sono nate, prima ancora di uno scarabocchio su di un pezzo di carta, da una relazione intrigante.

Mi é capitato di vivere per diciotto anni in una casa magica (nell’immagine la planimetria) mentre si stava pian piano decomponendo.
Mentre la abitavo il proprietario, un ufficiale di marina, mi raccontava infinite storie dei tempi del progetto, delle intuizioni dell’architetto veneziano suo amico che l’aveva progettata. Della relazione controversa che si era stabilita tra loro.
Non c’era mai stata l’opportunitá di conoscere questo collega più anziano che avevo cominciato a stimare vivendo tra le mura della “nave” come la gente del paese chiamava quei muri curvi.
Incredibilmente però, dieci anni dopo la morte del mio padrone di casa e dopo anni che non abitavo piú lì, l’ho incontrato per caso il mio architetto veneziano e ne sono diventato anche un po’ amico.

Che belle le case capaci di regalare emozioni alla vita delle persone che le abitano e a quelle che le guardano da lontano.
Le mie case sono alte come torri oppure si sviluppano quasi sotto terra. Sono uno striscio di vetro lucente che taglia la collina o pareti mute di sassi neri. Prismi simmetrici da abitare salutandosi dalla finestra. Cubi di vetro lasciati in mezzo al bosco o pareti lunghissime che si avvitano in spirali infinite.
Sono finestre immense o pertugi larghi come fessure, porte dalle forme strane e muri bianchi.

Aspetto chi sappia guardare un pezzo di cielo e rischiare tanto da essere felice.

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Dieci regali

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Oggi pensavo a dei regali.
A qualcosa di bello,  di originale da regalare e ho pensato che in tanti  forse volevamo comunicare le stesse cose.
Per far pensare a noi, per le persone che amiamo.
Per comunicare l’essenza della nostra azienda ai nostri clienti.
Allora ho messo giù una lista dei regali che farei. In realtà questa lista sbilenca non dà delle vere indicazioni.
Sono piuttosto delle suggestioni che potranno indicare un metodo nuovo con risultati diversi per ciascuno di noi.

Pensavo che mi piacerebbe regalare:

1 – Un sasso grande, ovale, o dalle forme strane, che sembri una grossa mela o un cuore.
Da mettere in una bella scatola di legno e regalare come fermaporte, fermacarte, ferma ricordi.

2 – Un libro già letto di cui abbiamo sottolineato le frasi più belle.
Può essere un regalo molto personale ma anche divertente, malizioso o semplicemente istruttivo.
Irrinunciabile una dedica di almeno dieci righe.

3 –Una canzone che ci ronza nella testa adesso! 
Da acquistare nel web e regalare on–line scegliendo anche l’attimo in cui  verrà ricevuta. Ovviamente con una bella dedica!

4–  Un bicchiere, una tazza, un piccolo vaso di vetro. Semplici o coloratissimi, da acquistare nella vetreria artigiana a Murano o su una bancarella. Suggerendo di usare il nostro bellissimo contenitore come un portamatite.

5 – Una nostra foto, o quella della persona a cui vogliamo fare il regalo, o assieme… o una foto che sapete provocherà belle emozioni.
La foto deve essere bellissima! Da stampare su di un materiale insolito… Pensateci!

6 – Una maglietta! Anche se non è proprio originale.
Bianca o nera, oppure rossa o viola, ma anche gialla che avremo macchiato e bucato pensando al futuro possessore del magico… unico indumento. Packaging? Multiball trasparente sottovuoto!

7 – Una vecchia scatola di latta, quella dei biscotti di una volta.
Ma che sia originale e trasudi il suo tempo. Riempiamola di malinconia, di foulard  kitsch, di bigliettini con frasi sibilline da estrarre all’occorrenza di un consiglio bislacco o illuminante.

8 – Uno specchio rotondo o quadrato.
Su cui scrivere con vernici indelebili una dedica, un pensiero su cui… riflettere.
Qui il contenuto, il pensiero e la grafica sono importanti.
Usate la vostra calligrafia, scrivendo di getto.

9 – Regaliamo un oggetto qualunque della nostra casa.
Una cosa che ci fa compagnia da tempo. Un oggetto che il destinatario del regalo conosce e a già mostrato di apprezzare. Una piccola lampada, un soprammobile, un cuscino, uno sgabello, un piccolo contenitore, un tavolinetto. Qualcosa che comunque parlerà di noi.

10 – Un piccolo sasso di fiume.
Un sasso ovale o dalle forme strane, che possa sembrare un animale oppure a forma di cuore, o di nuvola.
Buchiamolo, non è difficile. Infiliamolo in un cordoncino o in una catena e mettiamolo in una bella scatola di legno e regaliamolo come fosse un gioiello. Una lunga dedica è indispensabile.

Cosa avete regalato di veramente insolito?
Quante strane occasioni ci sono per pensare a un regalo.

Vi capita mai di voler regalare qualcosa ai vostri clienti per comunicare l’essenza della vostra azienda?
Potremmo farlo assieme.
Qualche volta basta davvero un pensiero.

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IL COLORE VIOLA, CREATIVITA’, POTERE E TRASGRESSIONE

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Oggi, Venerdì  Santo, nella tradizione cattolica, le chiese “…mostrano in viola che Cristo è morto”.
La citazione Gucciniana di  “Venerdì  Santo” mostra passioni molto più umane che religiose.
Da quando, giovanissimo DeeJay di radio libere,  mi occupavo solo di cantautori, da allora ogni Venerdì  Santo mi viene in mente la canzone di Guccini e di questa mi resta dentro solo una parola: VIOLA.
Oggi  mi perdonerete se mi lascerò andare a raccontarvi un onirico e insensato filo di parole che si attorciglia intorno a questo colore.
Amo il VIOLA più di  tutti i colori incerti e indefinibili che amo già più di tutti, colori difficili perfino da nominare che di solito per  essere precisi ci tocca evocare immagini eloquenti  e specifichiamo…  tipo…  giallo zabaglione col vermut che ce ne saranno venti tipi, o color cacchina di neonato il cui range è ancora più ampio. E così per  turchesi… ambre, colori di vini, di mele…
Mi piacciono i colori difficili da definire, roba che tocca girare con le mazzette dei PANTONE.
Ma ho divagato. Torniamo al VIOLA che è il mio colore ed è il colore di questa giornata anche se le due cose non c’entrano nulla.
VIOLA per me è il colore di Eros e Thanatos, non il rosso come tanti vorrebbero, e però neanche quel viola/blu di cui si addobbano le chiese per il lutto.
Un viola che tende al rosso e che sa di vinacce, di sangue rappreso e di mucose erogene.
Non Marsala che per inciso se qualcuno se ne fosse già dimenticato la PANTONE  ha eletto colore dell’anno.
Il viola che amo, che interpreta la passione di Eros e di Thanatos, è un viola/rosso che sa di prugne, di uva e di sangue, sangue blu naturalmente…  che è viola eh!
Il viola, nelle composizioni grafiche, rafforza ancora  di più le sue connotazioni drammatiche se abbinato a forme curve, curve e controcurve, ellissi, forme ovoidali, a font morbidi e indefiniti. Al contrario può ristabilire equilibri di algida eleganza se va a tingere forme spigolose semplici come rettangoli e triangoli con font a bastoni.
Nella teoria dei colori il giallo si oppone al viola ed è il suo complementare.
Giallo e Viola sono sempre stati icone pop. Penso alla Marilyn di Warhol, ok, ce ne sono di tutti i colori,  però se chiudo gli occhi la vedo,  la pelle rosa fucsia con le labbra magenta (e nel ricordo chissà perché diventa tutto viola)  e i capelli gialli su uno sfondo turchese.
Il viola è il colore degli anni ’60, della rivoluzione sessantottina, del maggio francese, del design, del gruppo Menphis, di Sottsass e compagnia bella, della cultura psichedelica, della modernità leggera fatta di bevande colorate, ghiaccioli, gelati ai mirtilli, lecca lecca ovali con lo stecchino e stivaloni di plastiche lucide che correvano su su fin quasi a lambire microgonne gialle.
Il viola è il colore della trasgressione e per una strana legge del contrappasso è il colore del potere assoluto, il colore con cui si foderano corone e mitrie, il colore dell’ametista vescovile e dei paramenti sacri.
Che strano il colore viola, The Color Purple, il libro di Alice Walker e poi il film di Spielberg e ancora The Scarlet letter , di Hawthorne (che, scusate, per me è viola uguale) e i tanti film che ne sono venuti.
Mi ritrovo a raccontarvi ancora del colore viola esattamente a un anno di distanza, non me lo ricordavo.
E’ un colore strano,  fatto di emozioni,  di luci al neon nei bar di periferia, un colore dal sapore dolce di caramelle e marmellate, un colore che profuma di cioccolato di uvetta e di vaniglia (il profumo di tutte le cose intense, belle e buone).
Il viola è il colore cangiante della creatività, del design, della moda, della trasgressione, della spiritualità e della morte.
Sarebbe bello ritrovarci tutti in una specie di gruppo di analisi collettiva in cui ognuno raccontasse il suo viola, i suoi viola, le sensazioni i ricordi, gli oggetti.
Com’è il vostro viola?

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L’effetto oooooh!

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Ieri un cliente mi ha chiesto:
– Fai un sacco di cose, progetti stand, scrivi, disegni oggetti, ti inventi i video…
Ma cos’è che ti piace davvero fare?! La cosa che ti piace di più.
Di botto gli ho risposto che la cosa che mi piace fare di più è stupire.

Avete presente quando si mostra a un bambino piccolo come si fanno le bolle di sapone?!
Non quelle normali, col tubetto del sapone liquido e il cerchietto, ma quelle giganti fatte con un litro di sole piatti e 10 di acqua in un catino grande e un cerchio da hula–oop che lui ci può saltare dentro… che la prima volta che gliele mostri gli brillano gli occhi e resta lì a bocca aperta e fa…
– Oooooooooh! –
Ecco mi piace da morire quel oooooooooh!
L’effetto oooooh!

Gli acquiloni, le farfalle che escono dai libri, i boschi dagli alberi colorati, e i maiali blu. Le cose gigantesche o quelle piccolissime, scrivere una cosa che sembra non si capisca niente e invece alla fine oooooooooh!
Depliant fatti di un’idea, fogli bianchi, grafiche tridimensionali con materiali mai usati, packaging che sembrano giocattoli, immagini così semplici che non ci si era mai pensato, luci come lame o come immensi batuffoli di cotone, buio improvviso e…  oooooooooh!

Che bella l’espressione della sorpresa! L’effetto oooooh!
Quella bocca un po’ aperta, gli occhi sgranati e quel sorriso leggero che detto così farebbero pensare a un deficiente… ma no! E’ solo lo smarrimento di non aver previsto, sorpresa, magia.

Ecco provate a immaginare di presentare le vostre cose così, di mettere ai vostri clienti degli occhiali rosa che mostrino i vostri prodotti sotto una nuova meravigliosa luce e… oooooh!

Amo quegli occhi che si accendono di pagliuzze gialle e fanno oooooh!

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Uno scarabocchio per pensare.

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Il tipo di disegno più utile è lo scarabocchio.
Quel modo così veloce di schizzare un’idea  che non si ha il tempo di aggiustare, cancellare, rifare.
La matita deve essere morbida da sporcare le mani ma va bene anche un pennarello, una biro. Purchè si abbia quel feeling perfetto col segno da tracciare fili leggeri come capelli che improvvisamente diventano segnacci grossi, macchie piene.
Scarabocchiare è un esercizio da coltivare prima con metodico rigore e poi riempiendo gli spazi di una telefonata, di una riunione pallosa, trasformando il nulla in idee magiche o semplicemente rilassando la mente con un milione di tratti ripetuti in sfumature infinite come sferruzzare centrini all’uncinetto. L’allenamento allo scarabocchio verrà buono quando meno te lo aspetti. Per capire la forma di un oggetto che abbiamo pensato solo a metà, per spiegare un’idea o comunicare un’emozione.
Ecco forse dove sarà difficile trovare mezzi digitali che diano le stesse sensazioni, la matita, la carta. I risultati no, ci sono già, tavolette magiche, sensori di pressione, pennelli digitali capaci di rendere qualsiasi effetto. Ma scarabocchiare sarà sempre quell’altra cosa, una matita 6b, un foglio di carta giallino magari già macchiato d’inchiostro viola e un’esercizio fisico del disegno paragonabile a una corsetta in montagna. Scarabocchio una curva poi un’altra che si discosta pochissimo, un tratteggio sottile e una segno veloce, lungo prima forte e poi sottile che quasi esce dal foglio.