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Il-progetto-dell'identità

IL PROGETTO DELL’IDENTITÁ

Il-progetto-dell'identità
Ieri ho pubblicato la  frase che mario nanni (con le iniziali minuscole come piace a lui), il progettista, l’inventore di Viabizzuno, l’importante azienda di sistemi di illuminazione, ha posto all’inizio del mattone bianco che è il catalogo delle sue lampade.
È un bellissimo oggetto. Mi è capitato in mano e ha acceso una lampadina da qualche parte nella mia testa.
Non per la frase in sé:
– I progetti rendono gli oggetti eterni, le mode li corrompono, gli imbecilli li copiano e li vendono agli ignoranti e ai deficienti. –
La denuncia del furto come regola, di un processo che abbandona ogni consapevolezza e diventa biecamente commerciale.
Per l’uso forte, chiaro delle parole.
Per l’identità inequivocabile che trasmette.
Mi piace Viabizzuno e tutto quello che è, che fa mario nanni.
È come un segno nero sottile su una parete.
Ho scoperto la magia della luce il giorno che l’ho vista entrare di traverso da una piccola finestra in una stanza bianca. Quando ho iniziato a fare le prime foto, ai tempi della scuola, tanti anni fa.
Volevo solo dirvelo.
Ci scegliamo perché ci piacciono le stesse cose.
Lo stesso spirito con cui fare le cose, anche quelle più diverse.

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IDEE DA COLTIVARE E PROTEGGERE

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Stringi, stringi il mio lavoro è trovare l’idea giusta .

Idee per dare più visibilità all’azienda, al marchio e al prodotto.

L’idea è lì, bella confezionata in due, tre… venti pagine che la spiegano e la raccontano, un’immagine la sintetizza e altre cento la giustificano. Quando il titolare dà l’ok inizia il percorso di guerra e ogni mossa rischia di ridurre la forza della nostra invenzione.

Il mio lavoro è vigilare, tenere il timone della creatività e navigare insieme verso l’obiettivo.
Già così non è facile ma se ci si distrae è finita.
Bisogna sempre essere consapevoli che anche una scemenza, che ne so, farsi venire la fregola di voler un biglietto da visita “diverso”, la voglia di cambiare un colore o di introdurre una forma strana… sono tutte azioni apparentemente innocue capaci di far scricchiolare la baracca.

Teniamo presente che in genere tanto più l’idea è definita e non permette varianti tanto più funziona.
Un progetto semplice, con regole precise è molto più facile da attuare che uno complicato da mille variabili.
Attenzione però che le idee rigide, quelle che ad esempio stanno in piedi appoggiandosi ad una sola invenzione, sono certamente più facili da comunicare ma sono anche più fragili.

Basta mettere in crisi la trovata su cui si basa tutto per mandare a ramengo il progetto.
Teniamo ben salda la barra di navigazione della nostra comunicazione senza farci distrarre dalle tante sirene che popolano il nostro mare.

Le belle idee vanno coltivate e protette.

Nell’immagine – Ulysses and the Sirens,
di Herbert James Draper, 1909

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SCEGLIERE, AFFERMARE LA PROPRIA IDENTITÁ

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Aiuto le Aziende a comunicare.
A mostrare nel modo migliore il loro lavoro. Le aiuto a vendere i loro prodotti e se stesse, a mostrare la loro capacità innovativa e la loro organizzazione.

Aiuto le Aziende a scegliere.

Parola importante SCEGLIERE.
Parola che ha a che fare con la propria IDENTITÁ.

Scelgo le parole.
Quelle che rappresentano i valori, il pubblico e il mercato delle aziende per cui lavoro. Cerco di parlare al cuore e alla mente delle persone.

Scelgo la carta su cui stampare.
Leggera, pesante, ruvida, liscia, goffrata, ecologica.
Scelgo il formato e il layout dell’impaginato.

Scelgo le funzionalità e i contenuti di siti Internet semplici ed emozionali. Pagine web visualizzabili su pc, smartphone e tablet per le loro avanzate caratteristiche responsive.

Scelgo le immagini, la luce, il taglio… il ritmo e l’originalità del montaggio dei video che raccontano le persone, il lavoro e i prodotti.

Scelgo colori, materiali, luci per esporre e mostrarsi. Progetto gli spazi di stand e locali  commerciali. Scelgo forme, funzioni, profumi, suoni, emozioni…

Scelgo le forme dei prodotti e la grafica del packaging che li conterrà.

Il prodotto e la sua comunicazione nascono assieme. Le forme scelte per il prodotto evocano già le parole che lo racconteranno.

C’è sempre una scelta da fare, scegliere è il mio lavoro.

AUGURI_

AUGURI!

AUGURI!

Quando le parole sono consumate non dicono più niente

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SIMMETRIA, MALATTIA INFANTILE

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È bellissimo! È simmetrico!

C’è chi ama tantissimo la simmetria e non ne può proprio fare a meno.
Attenzione! Si tratta di essere posseduti da un demone subdolo, da una malattia grave.
Per dirla brutalmente, chi ama tanto gli altarini, chi  adora la perfetta simmetria di un saint honorè e non dubita nemmeno per un istante sull’ovvietà dei calzini gemelli… non più così ovvi… Ecco… difficile dirlo ma… Chi non sopporta neppure l’idea che i comodini a lato del letto possano essere uno diverso dall’altro… ahimè! Sappia di avere una forma acuta di sindrome da simmetria. Attenzione! Non è una malattia professionale, roba da grafici, designer o architetti… tipo gomito del tennista.
No! E’ un brutto virus e ce lo becchiamo tutti senza scampo.
Malattia simile al morbillo ma senza papule. La sindrome da simmetria è lo stato normale fino ai quattordici anni, fino a quell’età optare per scelte simmetriche è inevitabile e solo pochi picchiatelli la scampano da piccoli. Con l’età adulta la questione diventa preoccupante, anche perché continuare ad avere gli stessi gusti di un moccioso, detto tra noi, non è proprio il massimo.
Tranquilli, non è semplice, ma si guarisce. Ve lo dice uno che ne ha sofferto in forma grave per un sacco d’anni. La simmetria ci vuole bene come una mamma, ci tranquillizza, fa sembrare tutto perfetto, in equilibrio, concluso… bello!
Il risultato è che ci rinchiude in una gabbia rigida e vecchia. Uscirne è dura, comporta fatica, applicazione, bisogna iniziare a fare scelte diverse, difficili, peggio che iniziare a mangiare la cicoria.
Arredare la cucina e ruotare il tavolo che prima era perfettamente parallelo alla parete dandogli una bella angolazione di 23, 24 gradi. Scegliere di avere sedie tutte diverse in giro per casa. Cambiare il proprio look e finalmente indossare calzini spaiati. Lasciare lo show-room dell’azienda mezzo vuoto con una fila di vetrine drittissima e sbilenca. Portare un orecchino solo ma lunghissimo appeso al taschino della giacca… Così via di asimmetria in asimmetria!
In men che non si dica diventerà difficilissimo anche solo pensare di arredare la propria camera da letto con due comodini uguali, immaginare di vivere con l’ingresso a tempietto greco e anche solo pensare di comporre un paragrafo di testo come fosse un’antica epigrafe.
Finalmente guariti ci verrà naturale sparigliare in asimmetrie creative a volte anche un po’ pazzarielle!
Sarà allora che ci verrà nostalgia dei bei tempi in cui un asse di simmetria risolveva tutto. Nostalgia delle siepi di bosso ai lati del vialetto, delle poltroncine uguali ai lati del caminetto… Non preoccupatevi, la sindrome da simmetria è come il morbillo, quando la si è avuta non si prende più, tanto che in qualche rarissima occasione potremo permetterci di esclamare…
È simmetrico! È bellissimo!

SENZA-REGOLE

SENZA REGOLE NON C’È PROGETTO

SENZA-REGOLE

La creativitá senza limiti è peggio di una prigione.

Senza paletti precisi si gira in tondo senza poter  prendere una direzione.
Quando lavoro ad un nuovo progetto, ad un nuovo prodotto, ad un catalogo, a un sito internet, a uno stand, o a una qualsiasi delle tante attività che investono la sfera creativa all’interno di un’impresa sono contento quando incontro un imprenditore capace di indicare i confini del progetto, che sa dare una forma al campo di gioco.

Ho bisogno di conoscere le tecnologie con cui costruisci i tuoi prodotti, funzionalità, dimensioni, materiali…  le caratteristiche principali del tuo mercato, chi sono i tuoi clienti, gli obiettivi che vuoi raggiungere.

Le tue indicazioni sono un faro per la mia creatività.

La creatività senza limiti è come un’azienda senza dirigenza, senza padroni.
Per questo prima di partire e dar la briglia all’immaginazione ti chiederò dove vuoi andare.

Mi racconterai  quello che hai in mente. Quello che ti piace e quello che proprio non digerisci.
Solo così, con i tuoi picchetti piantati a delimitare il campo e con i tuoi racconti che dipingono il nuovo orizzonte saprò dove andare a parare.

STAI SVILUPPANDO UN PROGETTO CREATIVO?
Parliamone e vediamo se c’è spazio per svilupparlo insieme.

PAROLE-PERICOLOSE

PAROLE PERICOLOSE

PAROLE-PERICOLOSE

 

Quando scriviamo della nostra azienda e del nostro lavoro sulle brochure e sui cataloghi che diamo alla stampa e ancora di più sul nostro sito internet e sui profili social usiamo troppo spesso un linguaggio poco preciso. Alludiamo a una cosa e senza accorgercene ne diciamo un’altra. Così facendo indeboliamo la nostra immagine. Capita scrivendo senza consapevolezza di quello che stiamo dicendo di  raccontare prodotti e lavori che a ben guardare non sembrano i nostri.

Ci sono parole intorno alle quali giochiamo la fortuna della nostra attività, parole pericolose, da usare con le pinze.
Le due paroline più bastarde che mi vengono in mente sono MODA e LUSSO.
A queste se ne possono aggiungere tante altre. Ognuno, nel proprio settore, avrá le sue.

MODA e LUSSO
Parole che spesso vengono accomunate sebbene  in realtà esprimano tipologie di prodotti con caratteristiche lontanissime tra di loro. La variabile tempo discrimina i due termini in modo radicale ponendoli agli opposti.

La MODA per sua stessa definizione è ciclica.
Gli anni e le stagioni scandiscono il mutare dei gusti, delle mode appunto. Un oggetto di culto oggi, domani non lo sarà più, sarà passato di moda.
Il LUSSO invece cristallizza il tempo.
Il passare del tempo si sedimenta sull’oggetto aumentandone il valore. Gli oggetti di lusso sono realizzati con materiali di difficile reperibilità, da mani esperte che hanno impiegato una vita per apprendere ed affinare le tecniche per lavorare quei materiali, spesso appropriandosi del sapere di generazioni di maestri.
Nella MODA gli oggetti perdono di valore e vengono rimpiazzati da altri, nel LUSSO gli oggetti acquistano maggior valore col passare del tempo.
La MODA, quella che noi immaginiamo comunemente, è la giostra infinita delle collezioni che ogni stagione si muovono dalle passerelle ai manichini dei negozi. Nella moda per quanto raffinata e costosa non c’è LUSSO. IL LUSSO è senza tempo. Un divano alla moda potrà essere realizzato di materiali costosi ma la sua stessa produzione industriale esclude che possa definirsi oggetto di LUSSO.
La moda mira alla massima diffusione possibile. Anche quando si rivolge alle élite cerca di declinarsi verso il pubblico piú ampio possibile.
Il lusso per definizione è elitario e mira ad una clientela molto ristretta e selezionata.
Va da sé che gran parte di quelli che chiamiamo oggetti di LUSSO sono in realtà soltanto un po’ cari.
Sembrano quisquiglie lessicali, pinzillacchere da azzeccagarbugli ma in realtà cominciando a mescolare i significati di MODA e LUSSO si perdono i riferimenti per definire il proprio lavoro e diventa un gran casino comunicarlo.
Il più delle volte gli oggetti che definiamo di MODA e/o di LUSSO non appartengono a nessuna delle due categorie, raramente sono di moda e quasi mai di LUSSO.
Il danno maggiore che ci fa questo fraintendimento è quello di collocare la nostra produzione lontanissimo dal suo target, di comunicarla ad un pubblico disinteressato, o addirittura di usare un linguaggio che disorienta e allontana anche quella clientela che potrebbe essere interessata all’acquisto.

Nel tuo lavoro quali sono le parole magiche e quelle che invece sembrano farfalle ma sibilano come sassi?
Quali parole tra quelle che usi abitualmente per descrivere i tuoi prodotti potrebbero essere fraintese anche in modo pericoloso per le tue vendite? 

 

 

 

LA-BELLEZZA

LA BELLEZZA, il palcoscenico perfetto della natura

LA-BELLEZZA

 

Ho trascorso gli ultimi due giorni nella foresta del Cansilio a camminare da solo per i boschi. Il telefono non prendeva, nessuna connessione, benedetta Wind. I boschi di faggi completamente privi di sottobosco sono di una bellezza da togliere il fiato. Ordinati, puliti, profumati, con le piante che escono da un tappeto omogeneo di foglie color bronzo. Per l’ennesima volta la natura mi é sembrata il palcoscenico perfetto per l’uomo. Perché l’uomo ci cammini e basta come stavo facendo io, oppure perché ci costruisca le sue opere lasciandosi ispirare dalla pagina incredibile su cui può disegnare. Percorsi, città, abitazioni, sculture, segni, scenografie.

E invece non siamo capaci.

Non sappiamo cosa sia la semplicità, l’essenza. Non sappiamo cosa sia la forza, la violenza, il coraggio… perché sono ridicole le nostre casine che disseminiamo dappertutto nonostante leggi e leggine che servono solo a costringerci a far peggio come non fossimo già capaci da soli.

Non sappiamo cosa sia lo spazio vuoto.

Non sappiamo che una scatola di vetro può essere già troppo. Che un muro di cemento alto fino in cielo può non essere abbastanza. Che una cittá dovrebbe essere articolata e compatta come il corpo di un animale. Per questo una cittá non può crescere a dismisura.

Non ce ne frega niente che tutto quello che tiriamo su finisca per comporre il paesaggio di tutti.

Dobbiamo tornare a cercare la bellezza. A comporre il disordine, ad approfittare del caos per lasciare anche un segno soltanto che valga la pena ricordare.

CREATIVI-VS-AZIENDE

CREATIVI VS AZIENDE

CREATIVI-VS-AZIENDE

 

Sei daccordo con me che il lavoro creativo in azienda si fa in due?
Sono certo di sì. Il creativo da una parte e l’azienda con chi la rappresenta dall’altra.  Da parte dell’azienda sarebbe utile trarre i maggiori benefici dalla collaborazione con i professionisti che paga mettendoli nelle migliori condizioni per fare il loro lavoro.
Cercare di rendere chiari gli obiettivi.
Fornire tutti gli strumenti e le informazioni utili disponibili.
Fissare dei budget credibili, adatti agli obiettivi che ci si prefigge.
Definire dei tempi congrui.

Soprattutto avere fiducia reciproca, remare tutti nella stessa direzione.
Se invece si vuole assoldare un killer… (scusami, dato il verbo mi è scappato) un designer, un copy, un art–director, un social–media manager o qualsiasi altra figura di professionista perché faccia da manovale realizzando pedissequamente quello che frulla in testa al titolare o a chi per esso, l’idea è sbagliata. Sono soldi buttati dalla finestra. Peggio, soldi spesi per farsi del male.
Se poi le idee che frullano in capo alla direzione aziendale e che si vogliono imporre al creativo di turno sono tantissime e molto confuse possiamo star certi che sarà un bagno di sangue (per restare in tema con il killer di prima).
Scegliersi perché c’è stima, perché c’è feeling è fondamentale.
Teniamo presente che chi propone soluzioni creative è sempre in una posizione di debolezza nei confronti di chi le vaglia e dovrebbe approvarle. Qualcuno bravo diceva    distruggere un’idea creativa é semplicissimo, basta indire una riunione  –  e sappiamo tutti come si svolgano certe riunioni/macelleria.
Sviluppare progetti creativi non è una guerra di tutti contro tutti per affermare la propria bravura o il proprio potere.
Quello tra Creativo e Direzione Aziendale dovrebbe essere un incontro di competenze diverse, la ricerca di soluzioni adatte a far crescere l’azienda.

Quando ci incontriamo meglio guardarci in faccia e capire se si possa davvero lavorare insieme.

Wow!-Meglio-un-asino-volante-che-un-cavallo-da-corsa!

Wow! Meglio un asino volante che un cavallo da corsa

Wow!-Meglio-un-asino-volante-che-un-cavallo-da-corsa!

Ci sono oggetti fantastici, elaborati grafici perfetti, sistemi espositivi che funzionano davvero e packaging che sembrano fatti apposta per contenere il loro prodotto. Eppure in pochi si accorgono di tanta perfezione. Forse sono così buoni proprio perché nessuno se ne accorge.
Non mi piacciono.
Amo le esagerazioni che si fanno notare. Mi piacciono quei difetti che fanno esclamare – Wow! Si vede che  dietro a questa cosa c’è un’idea… c’è un progetto… –
Ogni cosa esiste sempre su due piani.
Il primo è quello funzionale in cui si soddisfano tutte le richieste e il nostro prodotto assolve al suo compito. L’impaginato è coerente e leggibile, la vetrina mostra e il packaging contiene correttamente e protegge. Su questo primo piano avrò già infilato di sicuro anche cose che non hanno nulla di funzionale. Avrò scelto una forma anziché un’altra che avrebbe potuto funzionare ugualmente, deciso un colore o un font che mi piacevano più di altri, e così via in modo più o meno consapevole, facendo attenzione che tutto alla fine funzionasse.
Il secondo piano è quello delle emozioni, della comunicazione.
Ho sempre pensato che se si vuole comunicare un prodotto, raggiungere un pubblico, sarebbe meglio iniziare a pensarci subito. Creare oggetti che oltre a rispondere a tutti i requisiti funzionali richiesti sappiano attrarre l’attenzione ed emozionare. Oggetti che in qualche modo si vendano da soli o che comunque aiutino molto a farlo.
Per riuscirci spesso bisogna tornare sul piano funzionale e distruggere qualcosa di quella perfezione che ci soddisfaceva così tanto. Qualche volta occorre mandare in malora tutto. Ci sono invenzioni formali, idee, forme estetiche così emozionanti che portano a distruggere anche il progetto più curato, quello che ci aveva impegnati e ci aveva soddisfatto. Non importa. Non se ne accorgerà nessuno.
Davanti ad un oggetto, una forma, una qualsiasi cosa che emoziona non ci facciamo mai domande. Quando compriamo una cosa che ci piace davvero e ci emoziona facciamo passare in secondo piano tutte le nostre aspettative funzionali. Sappiamo già che con quella caffettiera non faremo mai il caffè ma la compriamo lo stesso, felici di tenerla come una scultura in libreria. Siamo certi che non ci siederemo mai su quella poltroncina che pure ci darà una strana emozione quando l’accarezzeremo con lo sguardo passando nell’ingresso di casa.
Gli acquisti più gratificanti sono sempre quelli che non servono a niente.
Oggetti inutili, che da soli salvano un brand, che da soli riescono ad occupare le pagine dei giornali e le stanze delle nostre case.
Meglio un asino volante che un cavallo da corsa!

Ha-ancora-senso

ha ancora senso?

Ha-ancora-senso

Mi hanno appena dato due  bellissimi biglietti da visita. Di quelli importanti, si vede dalla carta, dal nome, da tutto, ma…
Ha ancora senso?
Intendo… scegliere un cartoncino bello, di qualità, impaginato e stampato da Dio che il nostro interlocutore depositerà direttamente tra la carta riciclabile appena ci saremo girati.
Non abbiamo neanche il rituale giapponese della presentazione a due mani che dal cuore si aprono a vassoio, gesto sottolineato da un impercettibile inchino. Ci scambiamo i riferimenti necessari alle nostre relazioni d’affari come non ce ne fregasse niente.
I biglietti da visita non ci servono neanche come pretesto per marcare con un gesto l’inizio di una relazione.
Ha ancora senso?
Appena arriva una email da uno sconosciuto google o chi per esso lo cataloga tra i nostri contatti in bell’ordine a disposizione sul nostro smartphone, sul tablet e su un paio di nuvolette digitali raggiungibili anche da un’isoletta sperduta.
Ha ancora senso stampare quintali di cataloghi dalle copertine di seta che inevitabilmente  in percentuali altissime andranno al macero?
Non fraintendetemi, mi piace la carta stampata, ho speso un sacco di soldi in libri, le tipografie, le librerie sono posti bellissimi. Ma è una battaglia persa, potremo provare a boicottare tutta la produzione e la distribuzione di testi in formato digitale ma saremo spazzati via come nuovi ridicoli luddisti.
Io ho già tradito, ho saltato la barricata da un pezzo. Compro ancora di nascosto qualche libro fatto di carta solo per mantenere il vizio, per riprodurre un piacere imparato da bambino. I nostri figli saranno gli ultimi e poi basta.
Le biblioteche resisteranno ancora un po’ poi tutto si scioglierà come tavolette di cera.
Solo le parole. I pensieri, le storie non finiranno mai, si moltiplicheranno all’infinito, e avranno sempre bisogno di una forma, una composizione, un ritmo. La grafica digitale ha altre leggi, altre frontiere, infiniti mezzi di diffusione che un po’ alla volta ci conquisteranno diventando abituali.
Nel frattempo godiamoci il fantastico tramonto dell’era della carta stampata. Scegliamo carte meravigliose, innalziamo monumenti a Fedrigoni… Stampiamo biglietti da visita dello spessore di un tramezzo e cataloghi mescolando tutte le carte del mondo.
Vi chiedo solo una cosa, facciamola finita subito con i fax!

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IL FILO ROSSO

Nella presentazione sul mio sito, ho raccontato le cose che mi piacciono.
Ho preso al volo quello che mi è venuto in mente.
Raccontare quello che piace mi sembra un buon metodo per far capire chi sono a chi pensa di lavorare con me. Credo si scelgano i collaboratori perchè un filo rosso ci unisce, per mille motivi spesso incomprensibili, il caso forse… però una certa affinità di gusti aiuta.

Facciamo un gioco: un materiale / un oggetto
Provate a farlo anche voi, magari capiterà di pensare alla stessa cosa.

Se penso VETRO mi vengono in mente le “Bolle” di Wirkkala per Venini, leggere, evanescenti come la nebbia.

Il MARMO per me è Nero o Bianco anche se il Rosa del Portogallo è bellissimo come il Verde Alpi. Mi viene in mente il bel blocco di Carrara bianco venato di grigio che sta alla base della lampada Arco disegnata da Achille Castiglioni per Flos.

Il LEGNO è uno dei materiali che amo di più. Mi ricorda i tavoli di Scarpa, Valmarana e Quatour, disegnati per Gavina.

I TESSUTI bellissimi si riconoscono al volo anche senza essere grandi intenditori. Amo tutte le cose di Renata Bonfanti, tappeti, arazzi, tovaglie… Quando penso a lei penso al suo laboratorio a Mussolente e me lo ricordo vetrato e immerso nel bosco anche se poi credo non sia proprio così.

L’ACCIAIO mi ricorda ancora Scarpa. La struttura e le viti del Doge, il tavolo dal top in cristallo. Poi l’acciaio per me è l’arco del monumento a Gaetano Marzotto a Valdagno, una delle cose fatte tanto tempo fa che mi piace ancora. L’acciaio era la fibra forte e l’esuberanza coinvolgente di Antonio Rancan che ha realizzato il mio disegno con le sue mani.

L’ALLUMINIO è un materiale splendido ma un po’ vanitoso e modaiolo, sarà per la sua leggerezza, per gli ambienti che frequenta, macchine di lusso, cucine eleganti… Non posso farci niente ma mi sono innamorato di JUICY SALIF di Philippe Starck appena l’ho visto e ho pena per chi pensa ancora che sia uno spremiagrumi come Alessi vorrebbe darci ad intendere.

Con la PLASTICA vivo un rapporto di amore/odio. Mi piacciono quasi tutti gli arredi in plastica (quante plastiche esistono!) disegnati tra gli anni ‘60 e ‘70 dai grandi designer italiani. Avevo una colonna dei componibili di Anna Castelli Ferrieri che oggi Kartell produce anche nelle versioni oro e argento.

ORO è stato il metallo della mia quotidianità per tanti anni, quello che mi ha visto nascere e crescere come designer. Ricordo tutti i gioielli che ho disegnato, soprattutto quelli che non hanno mai visto la produzione e sono rimasti sulla carta. Quello che ho amato di più è stato un anello di cui non ricordo più il nome, Onda forse. Una lastra curva d’oro giallo opaco che si contorceva come un nastro di Moebius impazzito. Creato vent’anni fa in NANIS, di questo anello e di tutta la parure ricordo le foto della donna bionda che lo indossava.

Ammetto di essermi lasciato prendere la mano, ogni materiale è stato il pretesto per un tuffo nei ricordi. E a voi questi materiali che oggetti hanno ricordato?

 

 

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I TEMPI DELLA CREATIVITÁ

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All’inizio c’è l’idea improvvisa, il gesto, l’appunto veloce, il segno che chiarisce tutto, i momenti dell’ideazione.

Poi segue il ritmo del progetto, il tempo fatto di gesti ragionati in cui l’idea diventa concreta.
Alla fine c’è il tempo della lentezza, dell’apparente inoperosità, della riflessione.
Forse sarebbe meglio dire della sedimentazione. Il tempo lungo che trascorre aspettando che la percezione di una forma diventi consapevole.
Quante volte il disegno della curva di un oggetto, il progetto di una seduta, di un contenitore, di un ornamento, dopo i disegni o addirittura dopo la realizzazione del prototipo, quante volte siamo rimasti cosí, sospesi, come nell’attesa che debba ancora succedere qualcosa. Lì inizia il tempo necessario per digerire il prodotto dell’azione creativa, lasciare dissolvere le emozioni che ci hanno sostenuto e cogliere l’essenza. Pulire lo sguardo da incrostazioni emotive per vedere meglio e riuscire a giudicare, accettare il risultato o intervenire di nuovo.
Così per un testo, per la pubblicazione di un’immagine. Dovremmo prenderci del tempo per riflettere anche prima di pubblicare due righe su Facebook o un video su Instagram.
Invece i  tempi della creatività all’interno delle aziende sono compressi dalla necessità di rendere immediatamente produttivi i costi. E’ normale che spesso la riflessione venga percepita come “perdita di tempo”. Non è così. Allora bisogna trovare il modo di introdurre momenti di verifica durante l’iter progettuale.
La creatività è fatta di
continui STOP and GO anche per rendere più veloce il giudizio finale, approvare o cestinare, e alla fine dare in pasto al pubblico il nostro lavoro.

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UN OTTO MARZO INFINITO

L’otto Marzo dovrebbe essere tutti i giorni!
Se sei d’accordo condividi la cartolina qui sotto… 

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Perchè è sempre LA FESTA DELLA DONNA!

 

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IL PRODOTTO DA GIOVANI

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Il prodotto da giovani non esiste!
Mi capita tutti i giorni di discutere del pubblico a cui è diretto un certo prodotto. Per semplificare, oggetto di lusso, della tradizione, fattura artigianale, prezzo elevato… il target è tra i quaranta e i sessanta, viceversa easy, modaiolo, di fattura industriale, slegato dai valori della tradizione, prezzo contenuto…  sarà un prodotto rivolto ad un target tra i 18 e i trenta/quarant’anni.
Troppo semplice!

Il ragionamento appena fatto sembra lapalissiano ma non lo è per niente. Il dato anagrafico oggi coincide solo marginalmente con le capacità di spesa e con i valori di riferimento. C’è un gran rimescolamento di ruoli, di valori, di necessità da appagare.
A prescindere dal portafogli, infatti per ogni fascia di mercato le logiche si ripetono, dalla fine degli anni sessanta la “giovinezza”, l’essere, l’apparire o l’essere considerati “giovani” è diventato un valore assoluto che se ne abbia consapevolezza o meno.
Figli tra i 18 e i trent’anni e genitori con venti trent’anni di più, frequentiamo gli stessi locali, ci vestiamo allo stesso modo, mangiamo e beviamo le stesse cose, facciamo vacanze simili.
Addirittura negli ultimi dieci anni ci siamo scambiati di posto. I ragazzini arcistufi di condividere jeans stracciati e scarpe da ginnastica con papà e mamma hanno iniziato a vestirsi e ad atteggiarsi come gli idoli dei nonni riempiendo le strade di cloni di Audrey Hepburn e Gregory Peck  sullo sfondo di una rediviva filosofia/moda/cultura hipster e rimescolando tutto.
Noi genitori non ci siamo lasciati spiazzare. In un secondo ci siamo buttati in questo tritamode prendendo quello che piaceva di più, le cose più facili… barbe, ciuffi e andandoci a riprendere le camicie a quadri sottratte dai nostri figli ai nostri genitori  appena l’altro ieri.
Poveri ragazzi, tutto inutile. Vogliamo essere sempre giovani. Qualsiasi nuova moda inventiate o riesumiate dalle nostre cassepanche sarà immediatamente anche la nostra.
Cari stilisti, designer, chef stellati, inventori di carabattole e artigiani inarrivabili…  Sia che s’inventi un aggeggio di plastica fluo o che si lavorino materiali nobilissimi con perizia manuale eccelsa l’obiettivo dovrà essere lo stesso:  farci sentire tutti… ggggiovani!
Quindi non esiste il “prodotto da giovani”.
O forse sì!
Di certo sono quelli comprati dagli ultracinquantenni.

Per disegnare e comunicare i valori del tuo prodotto occorre riflettere sull’identità della tua azienda, sui tuoi valori. Occorre essere veri.
Se vuoi, possiamo lavorarci insieme.

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IMPERFEZIONI PLASTICHE

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Il fascino dell’imperfezione non è per tutti i materiali, c’è materia e materia.
Diamo per scontato che siano i materiali naturali come i legni, le pietre, i metalli e i tessuti a mostrare il loro lato più vitale nelle imperfezioni.
Certo i nodi del legno, le sue fessurazioni, le scalfiture e i cambi di colore dovuti all’uso e al tempo lo rendono ancora più piacevole e vivo. Un oggetto di legno racconta la sua storia e ha i segni dell’uso che se ne è fatto. Molto spesso è molto più bello vecchio che nuovo.
Le pietre sono migliaia di anni che raccontano la nostra voglia di bellezza. Sculture, cattedrali, gioielli col tempo e con l’uso diventano vivi. Portano i nostri segni addosso e noi possiamo andare a cercare il ricordo di chi siamo stati nelle crepe, nelle scheggiature, nelle superfici consumate.
Vi sono invece materiali di sintesi verso i quali spesso non sappiamo come porci, non sappiamo che valore dare ai segni e alle imperfezioni dovute alle lavorazioni, all’usura, al trascorrere del tempo.

Le plastiche sono ovviamente al centro di questa riflessione.
Per plastica intendo un mare di materiali anche molto diversi tra loro che gli esperti preferiscono catalogare come materiali polimerici.
Se ne avete voglia fatevi una gugglata e vi si aprirà un mondo!
A me interessa quanto siamo disposti ad accettare i segni dell’usura delle materie plastiche, le imperfezioni della loro costruzione.

Partiamo dal fatto che un prodotto realizzato, poniamo caso, con un processo di stampa rotazionale del polietilene, necessita spesso di una finitura artigianale per mostrare superfici “perfette”.
Quindi non è possibile raccogliere  tutti gli oggetti o gli arredi realizzati in plastica sotto lo stesso tetto.
Ci sono grandi idee realizzate su splendidi progetti, con grande cura e altre invece di nessun valore e davvero dozzinali.

Chiaramente soltanto le prime meritano di star qui a discutere delle loro imperfezioni…
Spesso sono oggetti così solidi che dureranno in eterno, di sicuro più di noi… e già questo ce li fa amare e odiare allo stesso tempo.
Sta passando adesso la prima generazione che lascerà in eredità a figli e nipoti poltroncine in polietilene e contenitori in ABS, di cui sono fatti per esempio i mattoncini Lego.
Credo che anche gli oggetti in plastica possano raccontare storie di traslochi e cambi di destinazione d’uso con i segni lasciati dal tempo e dall’incuria.

Non è possibile pensare che oggetti che fanno parte della nostra cultura, magari progettati da designer di fama internazionale come Joe Colombo, Achille Castiglioni o Gae Aulenti, siano da buttare via perchè macchie, abrasioni e striature ne hanno cambiato l’aspetto.
Vorrei capire, al di là del modernariato, oltre il valore storico di questi oggetti, che emozioni sono ancora in grado di suscitare i vecchi oggetti in plastica che abbiamo in casa.
Saremo tra i primi ad avere consapevolezza di questa mutazione generazionale.

Solo recentemente abbiamo tolto alla plastica il marchio infamante di simbolo del consumismo per scoprire la sua vocazione ecologica.
Ieri era uno dei materiali più inquinanti e oggi invece salva le foreste sostituendo il legno in molti usi.
Evviva la plastica!

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COM’È BELLO ESAGERARE

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Poco meno di un anno fa parlavo di ESAGERARE come tecnica creativa.
Secondo me uno dei modi più proficui di  risultati interessanti nell’affrontare qualsiasi tipo di progetto creativo, sia d’architettura che di productdesign, grafica, packaging… e tutto quello che vi viene in mente.

A esagerare dicevo… non si sbaglia mai!

Ho provato a googlare –  ESAGERARE FA BENE –  e il risultato è stato:
Mai esagerare… Guai a esagerare… Non bisogna esagerare… Attenzione a non esagerare… Tutto fa bene senza esagerare… Basta non esagerare… Va bene, ma non esagerare…

Una litania universale e unidirezionale a favore dell’equilibrio e della misura.

Ok! Per gran parte delle affermazioni sono d’accordo. Pensate che mi sono ridotto ad accettare perfino che la corsa fa bene… ma senza esagerare. Cosa che qualche anno fa avrei attribuito di certo solo a qualche medico fumatore e panzone indivanato!
Tutta colpa dell’età che avanza… ma non intacca certo la mia creatività!

Infatti voglio produrvi un’altra lista di ESAGERAZIONI per arricchire gli spunti forse troppo poetici dell’anno scorso.

–  Una pagina del catalogo, formato A3, tutta bianca con solo una piccola foto 6×6 e una lunga didascalia dal formato tutto da inventare.

–  Un depliant completamente rosso, stampato in rosso, con foto rosse.
Quante tonalità ha il rosso?! (Ma un’eccezione la facciamo!)

–  Un Negozio metà completamente nero… e l’altra metà completamente rosa… (ma poteva essere: pervinca, lilla, salvia, limone… d’oro).

–  Un’esposizione lunghissima dai percorsi labirintici e strettissimi che tocca chiedere permesso per passare anche se siamo solo in due.

–  Un sito internet fatto di segni quasi nascosti e immagini e testi bellissimi quasi impossibili da trovare.
Alla faccia di tutta la SEO del mondo. (che poi ci facciamo trovare lo stesso eh!)

–  Un ambiente grandissimo e bassissimo… e un soffitto pieno di fori da infilarci la testa.

–  Un packaging molle! Completamente viscido e molle. Magari col nostro gioiello immerso in un gel profumato.

–  Una lampada enorme e quasi invisibile da spenta.

–  Una Newsletter  bellissima e illeggibile ma… piena zeppa di call to action!

Pensiamo a come potremmo cambiare un prodotto, una presentazione, un sistema espositivo, un packaging… esagerando in qualcosa.
Come sempre, esagerare comporta capacità di rinuncia, ci vuole coerenza e rigore.

Visto che si parlava di call to action, ve ne chiedo una piccola piccola di azione.
Se vi piace, e solo in quel caso… mettetemi un MI PIACE sulla pagina Facebook.

 

 

Un anno fa avevo scritto  IDEE ESAGERATE

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IL VUOTO DA NON PERDERE

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Il vuoto, lo spazio dilatato, è segno di importanza!

Sto impaginando un giornale aziendale. Ho scelto un formato quadrato, grande, da piegare in quattro. Non è la prima volta che uso questo formato ma adesso voglio lasciare vuoto almeno metá dello spazio che ho a disposizione in modo che le immagini e i testi occupino le pagine come personaggi su di un palcoscenico.

Tante pagine, quattro volte più grandi di un A4, e un sacco di spazio.

Un paragrafo viene evidenziato dalle righe vuote che lo incorniciano, la pagina bianca mette in risalto l’inizio di un nuovo capitolo. Più grande è il vuoto più i segni grafici sono forti e pieni pathos. Una foto isolata a cui giustapporre un blocco di testo giustificato a sinistra e nient’altro.

Lo spazio vuoto dà importanza a tutto.
ECCO DIECI VUOTI DA NON PERDERE:

– IL VUOTO IN VETRINA
L’esposizione in qualsiasi ambiente e per soddisfare qualsiasi richiesta necessita di superfici omogenee, di spazi dilatati, di oggetti isolati.

– IL VUOTO NEL DEPLIANT
La grafica del nostro depliant deve avere spazi vuoti, pagine bianche, grandi immagini isolate.
Ciò che mostriamo e vogliamo comunicare è importante e merita di non soffocare.

– IL VUOTO NELLE IMMAGINI
I nostri prodotti e la nostra azienda devono avere tutto lo spazio che meritano nelle immagini con cui comunichiamo. Scegliamo sfondi omogenei ed evitiamo come la peste i sovraffollamenti.

– IL VUOTO DA ABITARE
Se ne abbiamo la possibilità scandiamo con vuoti gli spazi che abitiamo, la casa e i luoghi del lavoro.

– IL VUOTO COME SILENZIO
Il silenzio è il vuoto per eccellenza, infatti nel vuoto non si propaga nessun rumore.
Togliamo le musiche di sottofondo che non hanno motivo d’essere e immaginiamo la forza del silenzio.

– IL VUOTO DELLA FORMA
Disegnare un oggetto significa trovare un equilibrio di forme. Tutto ciò è assenza più che moltiplicazioni di segni.
Isoliamo la curva sinuosa che abbiamo disegnato per lo schienale della sedia, per il manico del bricco o per l’elemento clou della nostra ultima collezione di gioielli.

– IL VUOTO COME ESSENZA
Il nostro logo dovrà parlare di noi alla prima occhiata.
Liberiamolo da tutto ciò che non serve.

– IL VUOTO COME ASSENZA
L’assenza di sovrastrutture, di coperture, di mascherature… il vuoto come assenza del superfluo.

– IL VUOTO NEL WEB
Abbiamo paura che la home page del nostro sito sia troppo vuota?
Proviamo invece a pensarla quasi vuota davvero.
In mezzo al surplus di immagini e parole che inondano tutti forse sarebbe più visibile e utile.

– IL VUOTO COME BUIO
Un negozio buio? Emozionante e difficile!
Il buio dovrebbe essere usato così come dovremmo usare la luce. Con attenzione e consapevolezza.

Il buio, la luce, il vuoto e il pieno, la rarefazione e l’affollamento, il silenzio e il rumore o la musica… sono tutti elementi indispensabili per progettare gli spazi e gli oggetti e per presentare e comunicare le idee e i prodotti.
Dobbiamo ricordarci di usarli e imparare a calibrarli.

ATTENZIONE!
Prima di fare il silenzio e il vuoto, prima di creare spazio intorno a qualcosa, assicuriamoci che quella sia esattamente la cosa che vogliamo comunicare e far vedere. Accertiamoci che meriti davvero tutta questa attenzione e vestiamola come si deve.

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SCEGLIERE LE PAROLE

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Come per tutte le cose ci sono  parole che mi piacciono e altre che proprio non sopporto.
Probabilmente quelle che mi piacciono le collego ad esperienze positive e le altre a qualche giornata nera, a un mal di stomaco o a una litigata. Questo avviene da quando ero piccolo e ormai,  in tutti questi anni, ho messo insieme due eserciti, quello delle parole nere, quelle che mi piacciono e quello delle verdi, un bel colore per carità, ma che non c’entra niente con le parole, con la scrittura. Le parole nere le immagino stampate con un elegante carattere Helvetica sottile. Quelle verdi che non sopporto le associo al Comic Sans, un font proprio brutto.
Ce ne sono alcune che non so proprio quando e come siano finite da una parte o dall’altra.
Non sono tante le parole della cui bruttezza o bellezza sia diventato consapevole. Un centinaio forse e adesso che mi metto a pensarci svaniscono tutte.
Non c’entrano filosofie o chissà quali motivazioni culturali. E’ una cosa di pancia e di orecchie . Ci sono parole che mi piacciono perché mi suonano bene e altre che invece sento proprio brutte, cacofoniche… ecco una brutta parola che però non ha bisogno di spiegazioni.
In mezzo un’accecante deserto di sale dove sono messe a seccare le altre parole che uso e sento tutti i giorni senza che solletichino alcun giudizio.  Parole bianche.
Ecco!
Qualche esempio, anche se mi scappano via tutte, come sempre le parole quando servono.

EFFERVESCENTE  – Sarà la doppia ff iniziale e quel sc che mi sa proprio di bollicine. Molto meglio di gasato… vi pare?!

INGARBUGLIATO/A – Bella no?! Dá l’idea di una parola da districare.

VARIEGATO/A – non la sopporto! Secondo me sta bene solo sull’etichetta di certi gelati e invece viene usata in continuazione al posto di vario/a

ESTERNARE – Starà per buttare fuori… ma non mi piace

ABBRACCIARE – bella più di tutte, perché ci vogliono due bb e due cc per stringere forte con affetto un’altra persona.

TENEREZZA – una parola leggera e pesante nello stesso tempo, fresca e calda.

FELICITAZIONI – Niente a che fare con la felicità!

CORDIALMENTE – L’ho usata anch’io tante volte eh! Faccio pubblica ammenda… è così lontana  dalla cordialità.

Parole che ci piacciono e altre che ci danno fastidio…in mezzo il mare di sale bianco dove essiccano le parole che non ci emozionano.

Mi capita qualche volta di accorgermi di aver usato una parola che in quel contesto sta come i cavoli a merenda, di sentirla suonare male, di sentirla lontana come non fosse mia.
Stiamo attenti a come usiamo le parole.
Facciamo uno sforzo per scegliere quelle semplici,
“Le parole sono tutto ciò che abbiamo, meglio che siano quelle giuste”. (R.Carver)

 Ditemelo se scrivo parole che non sopportate!

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IL CLIENTE NON È SOLO QUELLO CHE PAGA

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La committenza, il cliente non è solo quello che paga!
Per un creativo il cliente è molto di più.
Perché diciamocelo… possiamo essere i creativi più bravi del pianeta ma senza un committente che scelga il nostro lavoro non facciamo proprio niente.
E questo molto al di là delle pur importanti questioni economiche.
Certo il cliente è quello che paga il nostro lavoro… ma fa molto di più.
Tanto che, secondo me, se un committente adempie fino in fondo al suo ruolo dobbiamo riconoscergli almeno metà del merito del successo del nostro lavoro.

Prima di tutto ci valuta e ci sceglie… e spesso lo fa non solo dopo aver valutato il nostro curriculum ma il più delle volte anche in base ad una sorta di sesto senso, di feeling magico che nasce chissà come.
Ed è proprio grazie a questo rapporto particolare che è possibile dirsi le cose in faccia, magari litigare duro per arrivare alla fine ad ottenere qualcosa che probabilmente nessuno dei due all’inizio avrebbe immaginato.

Se non c’è questo feeling meglio lasciar perdere che di rogne ne abbiamo già lo stesso tutti in abbondanza.

Poi il cliente, quando è il momento, deve saper scegliere e decidere.
Aiutato, supportato dal nostro lavoro e dai nostri consigli ma deve sapersi accollare le responsabilità che gli competono
Anche la scelta di lasciare carta bianca al creativo di turno è una scelta. Una scelta, secondo me, il più delle volte sbagliata, ma pur sempre una opzione rispettabile se fatta consapevolmente.
Una scelta sbagliata perché così facendo il committente rinuncia ad un bel viaggio in compagnia del creativo che ha scelto e si perde la possibilità di capire, di discutere le scelte, di impare e di insegnare.

Una scelta impossibile quando si affronta il progetto e la messa in produzione di un nuovo prodotto.
Ho disegnato di tutto, dal cucchiaio alla città si diceva per darsi delle arie una volta. Certo ho messo un po’ di me in… case… uffici, interni, mobili di tutti i tipi, gioielli a go–go, sistemi espositivi, stand, progetti grafici e di comunicazione… ma non sarei mai riuscito a rendere credibile il mio lavoro senza uno scambio continuo di conoscenze e di idee con il “paròn” dell’azienda, con gli operai e gli artigiani e con tutti quelli che da sempre conoscono il “come si fa”.

La riuscita di un buon edificio, di un mobile bello e funzionale o solo semplicemente emozionante, di un oggetto che funziona e che avrà un mercato è dovuta alla capacità di dialogare tra progettista, committente e maestranze tecniche.
E questo funziona sempre per ogni rapporto tra creativi e aziende…

Giusto stamattina me ne stavo incantato ad ascoltare uno degli imprenditori orafi con cui collaboro raccontarmi di dettagli tecnici, di lavorazioni straordinarie… a metà della chiacchierata la battuta fulminante di uno degli artigiani che creano le sue splendide collezioni…
Basta che alla fine siamo d’accordo!
Ecco sì, discutiamo, scambiamoci informazioni e cresciamo insieme cercando una soluzione che soddisfi tutti.

Scegliamoci bene!

Leggi anche:  “Ancora sulla creatività, ovvero l’arte di scegliere”