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Il-progetto-dell'identità

IL PROGETTO DELL’IDENTITÁ

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Ieri ho pubblicato la  frase che mario nanni (con le iniziali minuscole come piace a lui), il progettista, l’inventore di Viabizzuno, l’importante azienda di sistemi di illuminazione, ha posto all’inizio del mattone bianco che è il catalogo delle sue lampade.
È un bellissimo oggetto. Mi è capitato in mano e ha acceso una lampadina da qualche parte nella mia testa.
Non per la frase in sé:
– I progetti rendono gli oggetti eterni, le mode li corrompono, gli imbecilli li copiano e li vendono agli ignoranti e ai deficienti. –
La denuncia del furto come regola, di un processo che abbandona ogni consapevolezza e diventa biecamente commerciale.
Per l’uso forte, chiaro delle parole.
Per l’identità inequivocabile che trasmette.
Mi piace Viabizzuno e tutto quello che è, che fa mario nanni.
È come un segno nero sottile su una parete.
Ho scoperto la magia della luce il giorno che l’ho vista entrare di traverso da una piccola finestra in una stanza bianca. Quando ho iniziato a fare le prime foto, ai tempi della scuola, tanti anni fa.
Volevo solo dirvelo.
Ci scegliamo perché ci piacciono le stesse cose.
Lo stesso spirito con cui fare le cose, anche quelle più diverse.

Tà,-tà,-tà,-l'emozione-della-ripetizione

Tà, Tà, Tà… L’emozione della ripetizione

Tà,-tà,-tà,-l'emozione-della-ripetizione


La ripetizione è uno dei gesti creativi più semplici e sorprendenti. 
La musica non è fatta di continue ripetizioni? A volte di variazioni minime.

Un semplice gesto se moltiplicato diventa danza, corsa, lavoro, teatro…

Un pasticcino è goloso.
Un grande vassoio di macaron colorati ci ipnotizzano senza scampo.

Un bricco di plastica rosso è un pezzo di plastica. Cento bricchi di plastica rossa sono una esposizione, una scenografia.

Un piatto di ceramica ricoperto d’oro è un piatto d’oro. Può essere bello o brutto. Mille piatti d’oro appesi a una parete alta cento metri tolgono il fiato.

Una macchia è una macchia e può fare pure schifo… cento macchie che si ripetono sempre uguali sono una texture.

Due pareti di sassi neri che sorreggono una copertura e che racchiudono uno spazio alto e stretto tra due vetrate sono una casa. Mille case così sono una strada, un labirinto, un sogno, un incubo…

Una sedia rossa appesa al soffitto è un segno straniante. Cento sedie argentate disposte in cerchi concentrici attorno ad una sedia rossa appesa al soffitto sono una scenografia. 

Ogni ripetizione che immaginiamo, ogni texture, ogni griglia, squadra, esposizione, catalogo, ogni composizione “con una regola” che inventiamo è lo spazio ideale delle nostre trasgressioni. 

W-la-libertà

W LA LIBERTÁ di essere creativi

W-la-libertà

 

Prendo spunto dalla diatriba  di questi giorni tra Messner e ‪Jovanotti per dire qualcosa sui limiti da porre alla creatività, all’inventiva, all’innovazione e perché no, alla bellezza. Per chi non sapesse, Messner ha dichiarato che se fosse per lui, il concerto del Jova a Plan de Corones, a 2275 metri di altezza nel cuore delle Dolomiti, non si farebbe mai.
Jovanotti rassicura sul suo impegno a tutela del territorio interessato dai suoi maxi eventi di questa estate, l’altro sarà a Rimini. Fin qui la disputa. Immaginate il quadro con sullo sfondo Woodstock, i Pink Floyd a Venezia, Modena Park di Vasco e le polemiche sul milione e mezzo di persone che hanno attraversato il lago d’Iseo sulle Floating Piers di Christo e Jeanne-Claude tre anni fa.
Tutto bellissimo! Compresi i tanto vituperati Pin Floi resi mitici dai Pitura Freska.

Il paesaggio e le città vengono distrutti tutti i giorni da ben altro, non dalle folle attratte dagli eventi della creatività pop.

Su questo si può essere d’accordo oppure no. Che la creatività abbia bisogno di abbattere i limiti e di coinvolgere la gente credo invece possa essere un pensiero condiviso. Che si debba sempre fare tutto il possibile perchè, Natura, Ambiente, Territorio, Città, e incolumità di tutti i partecipanti siano tutelati è fuori discussione.

Qualche volta la creatività è provare ad andare oltre, tentare di inventare qualcosa di nuovo.

Portare per un momento il silenzio dove c’è sempre stato il rumore e per un giorno fare invadere dalla musica luoghi sempre silenziosi.

Stare immobili dove dappertutto è movimento e ballare, creare cinematismi dove sempre tutto è stato fermo. 

Stampare immagini sui palazzi e sulle strade.

Tagliare il paesaggio con segni sorprendenti. 

È difficile e penso comporti un’organizzazione folle ma creare eventi che coinvolgano molte migliaia di persone è un modo per diffondere la bellezza, per emozionare e unire.

Dovremmo pensarci quando progettiamo i nostri eventi aziendali. Cose mille volte più piccole ma che possiamo immaginare con dinamiche molto simili a certi grandi eventi collettivi.
Qualsiasi sia il tema del nostro progetto,  invece di ripercorrere sempre le stesse strade fatte di divieti e sensi unici varrebbe la pena sparigliare le carte, fermarsi a riflettere e imboccare strade nuove.

OCCHIO-e-TEMPO

CI VUOLE OCCHIO E TEMPO

OCCHIO-e-TEMPO

 

Se non si ha occhio non si fa niente.
Niente architettura, niente grafica, niente pittura, niente fotografia, niente scenografia, niente design…
Per niente si chiamano arti visive.
Ci vuole occhio! 
Così come per suonare ci vuole orecchio e devi averlo tutto anzi parecchio come diceva il grande Jannacci.
Ma una volta che hai avuto la fortuna di avere un occhio capace di distinguere una bella linea da una sbilenca devi sperare che ti diano anche il tempo per accorgertene.
Bisogna aspettare perché le forme si rivelino. 
Spesso basta un attimo ma tante volte quella che sembrava una scelta  perfetta due ore o due giorni dopo mostra i suoi lati storti.
Purtroppo il tempo è sempre troppo poco, sempre meno.
Spesso nelle aziende giunti al momento di far entrare in gioco la creatività si ha troppa fretta di finire e difficilmente si possono programmare pause di riflessione. Così capita che un lavoro lo si debba fare tre volte oppure che ci si accontenti.
Mettiamo in campo per tempo l’occhio e diamogli il tempo di abituarsi alla luce!

IL-DESIGN

IL DESIGN, CENT’ANNI DI SOLITUDINE

IL-DESIGN
In questi giorni si celebra l’anniversario della fondazione della BAUHAUS. La scuola di architettura, arte e design fondata a Dessau nel 1919 da Walter Gropius, trasferita a Berlino nel 1932 e chiusa definitivamente nel 1935 per le imposizioni discriminatorie del nazismo.
Con la BAUHAUS iniziava un modo nuovo di intendere il prodotto industriale, riconoscibile dall’unità d’intenti tra forme d’arte e sistemi produttivi.

Dopo cento anni la parola DESIGN è sulla bocca di tutti ma il suo significato si è annacquato sciogliendosi in mille accezioni nebulose.
Di certo, se è cresciuto il numero dei progettisti capaci di coniugare funzionalità e ricerca estetica nella consapevolezza del loro ruolo, desiderosi di offrire all’industria e agli acquirenti oggetti belli e costruiti bene, non si può dire che si sia diffusa in modo altrettanto convincente una cultura estetica moderna.

Tiriamo in ballo ad ogni piè sospinto il “less is more” di Mies Van der Rohe che dalla BAUHAUS portò in America e da lì nel mondo i principi del moderno, quelli che oggi mescoliamo con decorazioni e ricerche creative spesso molto sopra le righe.
Dal fashion design all’interior design è ormai lecito tutto in una fruizione di massa che per lo più ignora ogni riferimento, ogni ironia, in un consumo individuale senza regole se non quelle antitetiche del sorprendere e del rassicurare.

Sono passati cent’anni, cent’anni di solitudine per il design che si rivolge ancora e forse più di allora ad una ristretta élite culturale mentre il mercato offre mille cose diverse in un minestrone digeribile a tutti.

In un mercato così vario se offriamo prodotti di qualità dobbiamo affrontare il percorso arduo di informare, spiegare, acculturare e costruire un nostro pubblico che apprezzerà senza riserve il lavoro fatto perché lui possa farne parte.

simmetria-malattia-infantile

SIMMETRIA, MALATTIA INFANTILE

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È bellissimo! È simmetrico!

C’è chi ama tantissimo la simmetria e non ne può proprio fare a meno.
Attenzione! Si tratta di essere posseduti da un demone subdolo, da una malattia grave.
Per dirla brutalmente, chi ama tanto gli altarini, chi  adora la perfetta simmetria di un saint honorè e non dubita nemmeno per un istante sull’ovvietà dei calzini gemelli… non più così ovvi… Ecco… difficile dirlo ma… Chi non sopporta neppure l’idea che i comodini a lato del letto possano essere uno diverso dall’altro… ahimè! Sappia di avere una forma acuta di sindrome da simmetria. Attenzione! Non è una malattia professionale, roba da grafici, designer o architetti… tipo gomito del tennista.
No! E’ un brutto virus e ce lo becchiamo tutti senza scampo.
Malattia simile al morbillo ma senza papule. La sindrome da simmetria è lo stato normale fino ai quattordici anni, fino a quell’età optare per scelte simmetriche è inevitabile e solo pochi picchiatelli la scampano da piccoli. Con l’età adulta la questione diventa preoccupante, anche perché continuare ad avere gli stessi gusti di un moccioso, detto tra noi, non è proprio il massimo.
Tranquilli, non è semplice, ma si guarisce. Ve lo dice uno che ne ha sofferto in forma grave per un sacco d’anni. La simmetria ci vuole bene come una mamma, ci tranquillizza, fa sembrare tutto perfetto, in equilibrio, concluso… bello!
Il risultato è che ci rinchiude in una gabbia rigida e vecchia. Uscirne è dura, comporta fatica, applicazione, bisogna iniziare a fare scelte diverse, difficili, peggio che iniziare a mangiare la cicoria.
Arredare la cucina e ruotare il tavolo che prima era perfettamente parallelo alla parete dandogli una bella angolazione di 23, 24 gradi. Scegliere di avere sedie tutte diverse in giro per casa. Cambiare il proprio look e finalmente indossare calzini spaiati. Lasciare lo show-room dell’azienda mezzo vuoto con una fila di vetrine drittissima e sbilenca. Portare un orecchino solo ma lunghissimo appeso al taschino della giacca… Così via di asimmetria in asimmetria!
In men che non si dica diventerà difficilissimo anche solo pensare di arredare la propria camera da letto con due comodini uguali, immaginare di vivere con l’ingresso a tempietto greco e anche solo pensare di comporre un paragrafo di testo come fosse un’antica epigrafe.
Finalmente guariti ci verrà naturale sparigliare in asimmetrie creative a volte anche un po’ pazzarielle!
Sarà allora che ci verrà nostalgia dei bei tempi in cui un asse di simmetria risolveva tutto. Nostalgia delle siepi di bosso ai lati del vialetto, delle poltroncine uguali ai lati del caminetto… Non preoccupatevi, la sindrome da simmetria è come il morbillo, quando la si è avuta non si prende più, tanto che in qualche rarissima occasione potremo permetterci di esclamare…
È simmetrico! È bellissimo!

FA-SUCCEDERE-QUALCOSA

FA’ SUCCEDERE QUALCOSA

FA-SUCCEDERE-QUALCOSA
Fa’ succedere qualcosa.
Trova un prato in un bel posto.
Una piazza.
Una spiaggia.
Un parcheggio sempre vuoto di un’area industriale.
Fissa un appuntamento.
Usa tutta la fantasia che ti circonda e spendi meno soldi che puoi.
Non badare a risparmiare.
Cerca un coro di bambini.
Fa’ un po’ di musica.
Abbraccia e ridi.
Accendi un fuoco e canta.

Offri qualcosa di buono e di caldo da bere.
Fatti duemila selfie con tutti.
Non aspettarti niente.
Invita a prendere dalla festa un ricordo.
Collegati su un grande schermo con chi è lontano.
Manda un pezzetto di festa a chi non è potuto venire.
Inventa un  regalo da fare tutti insieme ai bambini che cantano.
Qualcosa che si ricorderanno.
Inventa un gioco e un ballo,
Aspetta la sera, l’alba, la neve.
Ascolta il silenzio, il vento, la pioggia, le chiacchiere e i sorrisi.

Mancano meno di due mesi a Natale e se hai deciso di regalare qualcosa ai tuoi clienti fa’ in  fretta.
È già tardi.
Scegli, acquista, confeziona e spedisci.

Oppure fatti venire un’altra idea.

LA-BELLEZZA

LA BELLEZZA, il palcoscenico perfetto della natura

LA-BELLEZZA

 

Ho trascorso gli ultimi due giorni nella foresta del Cansilio a camminare da solo per i boschi. Il telefono non prendeva, nessuna connessione, benedetta Wind. I boschi di faggi completamente privi di sottobosco sono di una bellezza da togliere il fiato. Ordinati, puliti, profumati, con le piante che escono da un tappeto omogeneo di foglie color bronzo. Per l’ennesima volta la natura mi é sembrata il palcoscenico perfetto per l’uomo. Perché l’uomo ci cammini e basta come stavo facendo io, oppure perché ci costruisca le sue opere lasciandosi ispirare dalla pagina incredibile su cui può disegnare. Percorsi, città, abitazioni, sculture, segni, scenografie.

E invece non siamo capaci.

Non sappiamo cosa sia la semplicità, l’essenza. Non sappiamo cosa sia la forza, la violenza, il coraggio… perché sono ridicole le nostre casine che disseminiamo dappertutto nonostante leggi e leggine che servono solo a costringerci a far peggio come non fossimo già capaci da soli.

Non sappiamo cosa sia lo spazio vuoto.

Non sappiamo che una scatola di vetro può essere già troppo. Che un muro di cemento alto fino in cielo può non essere abbastanza. Che una cittá dovrebbe essere articolata e compatta come il corpo di un animale. Per questo una cittá non può crescere a dismisura.

Non ce ne frega niente che tutto quello che tiriamo su finisca per comporre il paesaggio di tutti.

Dobbiamo tornare a cercare la bellezza. A comporre il disordine, ad approfittare del caos per lasciare anche un segno soltanto che valga la pena ricordare.

Wow!-Meglio-un-asino-volante-che-un-cavallo-da-corsa!

Wow! Meglio un asino volante che un cavallo da corsa

Wow!-Meglio-un-asino-volante-che-un-cavallo-da-corsa!

Ci sono oggetti fantastici, elaborati grafici perfetti, sistemi espositivi che funzionano davvero e packaging che sembrano fatti apposta per contenere il loro prodotto. Eppure in pochi si accorgono di tanta perfezione. Forse sono così buoni proprio perché nessuno se ne accorge.
Non mi piacciono.
Amo le esagerazioni che si fanno notare. Mi piacciono quei difetti che fanno esclamare – Wow! Si vede che  dietro a questa cosa c’è un’idea… c’è un progetto… –
Ogni cosa esiste sempre su due piani.
Il primo è quello funzionale in cui si soddisfano tutte le richieste e il nostro prodotto assolve al suo compito. L’impaginato è coerente e leggibile, la vetrina mostra e il packaging contiene correttamente e protegge. Su questo primo piano avrò già infilato di sicuro anche cose che non hanno nulla di funzionale. Avrò scelto una forma anziché un’altra che avrebbe potuto funzionare ugualmente, deciso un colore o un font che mi piacevano più di altri, e così via in modo più o meno consapevole, facendo attenzione che tutto alla fine funzionasse.
Il secondo piano è quello delle emozioni, della comunicazione.
Ho sempre pensato che se si vuole comunicare un prodotto, raggiungere un pubblico, sarebbe meglio iniziare a pensarci subito. Creare oggetti che oltre a rispondere a tutti i requisiti funzionali richiesti sappiano attrarre l’attenzione ed emozionare. Oggetti che in qualche modo si vendano da soli o che comunque aiutino molto a farlo.
Per riuscirci spesso bisogna tornare sul piano funzionale e distruggere qualcosa di quella perfezione che ci soddisfaceva così tanto. Qualche volta occorre mandare in malora tutto. Ci sono invenzioni formali, idee, forme estetiche così emozionanti che portano a distruggere anche il progetto più curato, quello che ci aveva impegnati e ci aveva soddisfatto. Non importa. Non se ne accorgerà nessuno.
Davanti ad un oggetto, una forma, una qualsiasi cosa che emoziona non ci facciamo mai domande. Quando compriamo una cosa che ci piace davvero e ci emoziona facciamo passare in secondo piano tutte le nostre aspettative funzionali. Sappiamo già che con quella caffettiera non faremo mai il caffè ma la compriamo lo stesso, felici di tenerla come una scultura in libreria. Siamo certi che non ci siederemo mai su quella poltroncina che pure ci darà una strana emozione quando l’accarezzeremo con lo sguardo passando nell’ingresso di casa.
Gli acquisti più gratificanti sono sempre quelli che non servono a niente.
Oggetti inutili, che da soli salvano un brand, che da soli riescono ad occupare le pagine dei giornali e le stanze delle nostre case.
Meglio un asino volante che un cavallo da corsa!

il-bello-è-buono

il bello è buono

il-bello-è-buono

 

Ho scelto tanti libri per l’aspetto della copertina. Qualche volta è andata bene, qualche altra no. Dello stesso testo ci sono edizioni bellissime e altre proprio brutte. Anche il formato ha il suo peso. Secondo me la dimensione perfetta é quella di Einaudi Stile Libero, 135×207, una bella dimensione che funziona con poche pagine ma anche con tantissime. Bellissime anche le copertine, l’immagine a piena pagina, il dorso giallo, il titolo dal corpo importante.
Forma o contenuto?
Un romanzo brutto resta brutto anche con una copertina fantastica. Però mi é capitato di rado di trovare delle cose scritte davvero male ma impaginate bene, belle copertine piene di schifezze, cose brutte ma funzionali. Non mi é mai capitato di trovare poltrone scomode ma bellissime, liquori pregiati in bottiglie sgraziate o sgorbi di auto che filino velocissime. Sono convinto che la qualità del contenuto, sia testo, cibo, meccanica, spazio, abbigliamento… non possa prescindere dal valore della forma.
Il bello é quasi sempre buono.

SINESTESIA_b

SINESTESIA

SINESTESIA_b

 

Guardate i bambini alle giostre nelle grandi feste…

Inebriati dal profumo dei dolci!
Frastornati dalle musiche!
Golosi di tutto!
Curiosi di toccare ogni cosa!

Anche il cliente che entra nel tuo negozio, in fiera nel tuo stand, che visita il tuo sito internet o legge la tua brochure ha voglia delle stesse cose.
Abbiamo tutti tanta voglia di sinestesia.
Sapori che richiamano immagini, musiche che ricordano profumi, e superfici, colori… questa è sinestesia – dal greco antico – sýn – eaisthánomai – percepire insieme.
Voglio riempirne spazi e momenti ed oggetti,  voglio che investa tutti come una mareggiata quando entrano nello stand che ho disegnato per te. Voglio che la tua brochure e la carta stessa ti racconti una storia, molto prima delle immagini e delle parole,  ma anche insieme a loro.
Tatto, odorato, vista, udito, gusto, insieme.
Tutto quanto.
Non sarà troppo?
No. Forse neppure abbastanza
Ne vorranno di più, e ancora.
Col mio lavoro mi piace costruire armonie e contrasti.
Quello che faccio ha senso solamente quando qualcun altro ne diventa parte.
Le parole che nessuno ascolta, i colori che nessuno vede restano vani anche se sono bellissimi.
Sinestesia è l’unica risposta sensata all’anestetizzante profluvio di informazioni ed immagini e stridulo rumore bianco.
Non ti lascia scelta, la sinestesia.

Ti rapisce,  prende un pezzo dei tuoi ricordi, ci aggiunge un profumo, lo mescola alla tavolozza dei tuoi occhi e lo versa ancora caldo sulla tua anima nuda.
È una poesia, un’emozione di quelle che non lasciano scampo.
Mi piace disegnare oggetti come esperienze, cose da fare e guardare e sentire e annusare ed ascoltare.
Scrivere storie da dispiegare al vento.

Sinestesia, prendere tutto insieme e lanciarlo…
contro la bocca, gli occhi, le orecchie, il naso, le mani e colpire il cuore.

splendide-IMPERFEZIONI__1000

SPLENDIDE IMPERFEZIONI

splendide-IMPERFEZIONI__1000Quello dell’imperfezione è un tema che mi affascina, un tema che in tanti modi diversi sta al centro di tutti i processi creativi. Ovviamente parliamo sempre di imperfezioni che hanno quel quid  che migliora le cose e le persone.

LE PERSONE
Un viso fortemente asimmetrico segnato da occhi lunghi come ogive, la pelle troppo bianca, i capelli troppo biondi, un’inflessione della voce strana… l’eleganza in difficile equilibrio…
Com’è difficile guardarci allo specchio e voler bene alle nostre imperfezioni!

LA SCRITTURA
Anche nella scrittura le imperfezioni creano senso, emozionano, aumentano l’attenzione del lettore. Mi piacciono gli elenchi ossessivi, le interruzioni improvvise, le parole apparentemente fuori luogo…
Le parole sono degli oggetti strani, a volte ne ripeto una fino a quando perde il suo significato e non restano che suoni e segni astratti sulla carta.

I MATERIALI
I segni del tempo trasformano i materiali e ne tirano fuori l’anima. Fessure, striature, ammaccature, tagli, porosità, deformazioni, cambiamenti di colore… diventano marchi di qualità, attestano la naturalezza e la resistenza di materiali che vengono scelti e apprezzati proprio per come si trasformano nel tempo e per l’unicità delle loro imperfezioni.

IL PROGETTO
In ogni progetto è possibile introdurre elementi di imperfezione. Esagerazioni, eclatanti scostamenti dallo standard. Penso che esista davvero un progetto solo quando sia leggibile la volontà di andare oltre l’ovvio, il banale, le prescrizioni, i regolamenti senza senso. Avere chiari i confini della funzione, dell’economia e della produzione e farli scomparire con un segno.

LA NATURA
La natura è perfetta ed è possibile parlare di imperfezione solo accostandola alle opere dell’uomo. Le imperfezioni che troviamo sulla buccia di un frutto non appartengono al frutto ma al nostro modo di guardarlo e così per tutto il resto. L’imperfezione è un gioco che appartiene solo a noi, alla nostra cultura.

La moda, l’arte, ma anche tutti i manufatti che progettiamo sono ricchi di splendide imperfezioni. È attraverso queste che riusciamo a comunicarli meglio.

creativita

CREATIVITÁ e COMMITTENZA

CORRERE

CORRERE E NON ARRIVARE MAI

Sono già a Natale, anche se non è ancora ferragosto. Disegno packaging di panettoni e sono già in Primavera, al Vinitaly mentre scarabocchio le scatole e la grafica di un nuovo vino. C’è fretta di inventare una serie infinita di cose per celebrare i cinquant’anni d’attività di quell’altra azienda… cinquant’anni che cadranno nel 2022. Una perenne […]

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IMPERFEZIONI

IMPERFEZIONI – “La vita ha più gusto quando la bevi cruda.”

Qualche anno fa scrivevo della “bellezza delle imperfezioni”, di materiali che più invecchiano e si sciupano per l’uso e più diventano piacevoli, di quei difetti che fanno riconoscere la ricchezza delle lavorazioni artigianali, legno, pietra, metallo, cuoio, terra…  Imperfezioni belle, piene di fascino… poi ci sono le altre, quelle insopportabili, da evitare. I testi impaginati […]

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LA SCENA DEL PRODOTTO – FOTO, STAND E VETRINE

Ecco qualche idea … e ricordiamoci sempre che tutte le regole sono fatte per essere trasgredite. Pensiamo di essere a teatro, l’ho già detta mille volte ma non mi pare  sia passata ‘sta cosa del teatro. Isoliamo il protagonista La poltrona, il tubo di crema,  la collana, la bottiglia di grappa, la lamiera…  e usiamo […]

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Fotografare i prodotti

FOTOGRAFARE I PRODOTTI E FARE PAZZIE

  Foto per i social? Per il catalogo? Qualunque cosa produca e venda la nostra azienda bisogna fotografare tutto e poi darci dentro con photoshop. Inventiamoci qualcosa per non fare sempre gli stessi scatti. Cambiamo prospettiva. Dietro, sotto, dentro… quanti sono i lati delle vostre cose che nessuno ha mai visto come sarebbe giusto vedere. Col […]

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SALVE-parole-spazzatura

SALVE! PAROLE SPAZZATURA

Salve! Eh! Salve… che saluto viscido! No! Non per la parola che è un bel saluto…  in fondo si augura buona salute… – Salve – mi capita di dirlo troppo spesso, senza pensarci e mi fa schifo. La butto lì col vicino di casa e mi esce  –  Sao –  sì – Sao! – perchè proprio […]

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Il-progetto-dell'identità

IL PROGETTO DELL’IDENTITÁ

Ieri ho pubblicato la  frase che mario nanni (con le iniziali minuscole come piace a lui), il progettista, l’inventore di Viabizzuno, l’importante azienda di sistemi di illuminazione, ha posto all’inizio del mattone bianco che è il catalogo delle sue lampade. È un bellissimo oggetto. Mi è capitato in mano e ha acceso una lampadina da […]

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scatole-piene-di-idee

IL PACKAGING PER FARSI SCEGLIERE

Per vendere bene il packaging è importante. Quando ci viene l’idea per un nuovo prodotto ce lo vediamo già esposto in vetrina con le luci giuste, i colori perfetti, il suo packaging  che di fatto è il prodotto stesso e cominciamo a pensare… Una forma mai vista. Vogliamo stupire? Siamo sicuri che quello a cui stiamo […]

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IDEE DA COLTIVARE E PROTEGGERE

Stringi, stringi il mio lavoro è trovare l’idea giusta . Idee per dare più visibilità all’azienda, al marchio e al prodotto. L’idea è lì, bella confezionata in due, tre… venti pagine che la spiegano e la raccontano, un’immagine la sintetizza e altre cento la giustificano. Quando il titolare dà l’ok inizia il percorso di guerra e ogni […]

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scegliere

SCEGLIERE, AFFERMARE LA PROPRIA IDENTITÁ

Aiuto le Aziende a comunicare. A mostrare nel modo migliore il loro lavoro. Le aiuto a vendere i loro prodotti e se stesse, a mostrare la loro capacità innovativa e la loro organizzazione. Aiuto le Aziende a scegliere. Parola importante SCEGLIERE. Parola che ha a che fare con la propria IDENTITÁ. Scelgo le parole. Quelle che […]

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Tà,-tà,-tà,-l'emozione-della-ripetizione

Tà, Tà, Tà… L’emozione della ripetizione

La ripetizione è uno dei gesti creativi più semplici e sorprendenti. La musica non è fatta di continue ripetizioni? A volte di variazioni minime. Un semplice gesto se moltiplicato diventa danza, corsa, lavoro, teatro… Un pasticcino è goloso. Un grande vassoio di macaron colorati ci ipnotizzano senza scampo. Un bricco di plastica rosso è un pezzo di plastica. Cento […]

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Le-misure-della-creatività

LE MISURE DELLA CREATIVITÁ

  Gli spazi della creatività hanno misure che cambiano tutto. Un foglio A4, come quello della fotocopiatrice, è uno spazio che abbiamo per le mani tutti i giorni e perciò risulta banale. Se lo dividiamo a metà potrà continuare ad essere una cosa vista e rivista oppure sorprenderci. Ci sono infiniti modi di dividere a […]

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meglio-cambiare

MEGLIO CAMBIARE CHE CANCELLARE TUTTO

  Meglio cambiare! Cancellare tutto non è un atto creativo. Sbagliare invece molto spesso lo è. Quando tiro una riga che non funziona non la cancello. Ne tiro un’altra e magari tante altre che insieme danno senso a quella prima riga. Se una foto non va bene non la butto. Ne scatto altre che partono proprio […]

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W-la-libertà

W LA LIBERTÁ di essere creativi

  Prendo spunto dalla diatriba  di questi giorni tra Messner e ‪Jovanotti per dire qualcosa sui limiti da porre alla creatività, all’inventiva, all’innovazione e perché no, alla bellezza. Per chi non sapesse, Messner ha dichiarato che se fosse per lui, il concerto del Jova a Plan de Corones, a 2275 metri di altezza nel cuore delle Dolomiti, […]

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UN SALONE DI VINO – per mille idee da degustare in poltrona

  Come ogni anno puntuali come le allergie d’inizio Aprile si accavallano il VINITALY e il SALONE DEL MOBILE. Perché non li uniamo in un mega evento da Milano a Verona? Una cosa da far durare fino alle Olimpiadi invernali di Cortina (che in tal caso sarebbero nostre di sicuro) così da immergersi in degustazioni […]

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COLORI

COLORI e altri pensieri da non dormirci

  Ce l’abbiamo il nostro colore aziendale? Quando scegliamo il colore per la parete della sala riunioni, per lo stand, l’espositore vetrina, il packaging o lo sfondo di un post su Facebook da cosa ci facciamo guidare? Fregola del momento? Gusto? Manuale della Corporate Identity? Ci sono due strade. Fare una scelta radicale e da […]

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APRITI-SESAMO

APRITI SESAMO! Formule magiche e parole chiave

  Ognuno di noi, nel suo lavoro, sa che certe parole aprono le porte al pubblico, lo catturano e aiutano a vendere.  Non  sto parlando di formule magiche buone per vendere ghiaccioli agli esquimesi, neanche delle parole che avvicinano, creano complicità, sembrano risolvere ogni problema e soddisfare ogni richiesta. Splendidi passpartout che però non sono […]

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IL LOGO E LA PAGINA

  La maggior parte della nostra comunicazione visiva la facciamo sovrapponendo il nostro logo a un’immagine.  Diamo per scontato che il nostro logo sia perfetto. Che ci rappresenti nel modo migliore. Che sia semplice e di lettura immediata. Che abbia tutto per farsi ricordare. Dove lo mettiamo? Sempre in alto? Sempre in basso? Sempre a […]

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SCRIVERE CON CARATTERE

  Quando scriviamo ci concentriamo sui contenuti, su quello che vogliamo dire. Quasi simultaneamente cominciamo a dar forma al nostro testo. Forma, intendo proprio forma. Un bel blocco di sette o otto righe compatte con una lunga descrizione. Un testo tutto seghettato con frasi brevi che vanno subito a capo per riportare un dialogo veloce […]

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LA MEMORIA DELL’ANTICO

  I gioielli ma anche gli oggetti d’arredo, le auto, i vestiti e perfino le caffettiere come tutto ciò che acquistiamo hanno sempre avuto un valore simbolico. La loro essenza era la rappresentazione di ruoli sociali ben definiti e riconoscibili. Un po’ per qualsiasi cosa ma per la casa e ancor più per i gioielli […]

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FACCIAMOLO STRANO – IL PRODOTTO

  Il prodotto, l’azienda devono essere riconoscibili. Farsi riconoscere non vuol dire solo stampare il proprio nome dappertutto o metterci la faccia sempre e ovunque. Farsi riconoscere significa avere stile. Un modo unico di fare, di essere, di produrre e comunicare.  Mettici il tuo colore, quello acido, pastello, naturale, metallico… un Pantone che usi solo […]

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creativita

 

Spesso chi cerca creatività non sa bene cosa cerca, non ha un’idea chiara di cosa sia la creatività e a cosa serva.

Capita che il committente scarichi tutta la responsabilità del fallimento sui creativi di turno, rei di non aver capito e di non essersi fatti capire.
Il recente exploit della ministra Lorenzin per il Fertility Day ne è un esempio lampante.
Dopo una campagna di comunicazione indegna, di fronte alle generali rimostranze, la Lorenzin prima licenzia il direttore della comunicazione del Ministero e poi, intervistata in TV butta lì la richiesta ai creativi che la criticano – se son così bravi –  di farsi avanti a far proposte…
Gratis! Ovviamente.

Tante volte il lavoro creativo viene visto come un’attività per fuoriditesta, o quando va bene per farfalloni provocatori che spesso amano vestirsi da cretini e passare il tempo divertendosi a spararle grosse. Gente che vive d’aria e si diverte così tanto che sembra davvero troppo doverla anche pagare!Invece dovrebbe essere chiaro che la creatività è un lavoro, non c’entrano genialate un tanto al chilo o invenzioni strane. La creativitá è fatta da vocazione, talento, professionalità, ricerca, studio, sperimentazione ed è una cosa utile, che serve…
Sì, serve! Non esiste la creatività inutile.
Serve per creare bellezza e non c’è cosa più utile della bellezza. Non tanto per dire. La bellezza, le cose belle, una comunicazione “bella”, sono tutte cose che fanno vendere… oltre che a rendere piacevole la vita.
Serve per fare innovazione, quella cosa che ci fa andare avanti e ci fa emozionare. Siamo tutti attratti dal nuovo.
Serve per comunicare in modo efficace e tutti sappiamo quanto sia importante far arrivare il messaggio giusto al nostro pubblico.

La creatività è un lavoro serio che va pagato, per quanto sia cara costerà sempre meno degli spazi e dei tempi necessari per produrla e trasmetterla: costi di produzione, di commercializzazione, di stampa, pagine di giornali, spazi televisivi… Il successo o il fallimento di un prodotto o di una campagna di comunicazione lo fa prima di tutto la creatività.

Il committente, gli imprenditori o gli amministratori pubblici che cercano e chiedono creatività devono essere all’altezza di quello che vogliono. È il committente che deve definire gli obiettivi e scegliere i creativi con cui lavorare. È Lui che alla fine riconosce la qualità del progetto creativo, dà l’OK e lo mette in produzione.
La responsabilità di un bel progetto di design o di una buona comunicazione è sempre divisibile a metà tra il committente e i creativi che a scelto.

Mi piace lavorare quando c’è affinità, quando è facile capirsi, quando è ben chiaro a tutti dove si vuole arrivare, quando si ha l’umiltà di condividere la strada e la capacità di percorrerla insieme.

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BELLO è UTILE

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Quante volte abbiamo sentito la frase – l’importante è che sia utile, funzionale, non è importante che sia bello! –
Invece il bello è utile, vantaggioso economicamente e assolutamente indispensabile per comunicare l’azienda.

– Fa parlare di sé e si fa vedere.

– Emoziona e fa innamorare.

– É innovativo e stupisce.

– Ha tante cose da raccontare.

– Non è banale.

– Trasmette le capacità dell’azienda,

– e i suoi valori 

– É semplice

– Fa vendere

Realizzare un bel oggetto, un bel logo, un bel depliant o un bel catalogo, un bel sito internet, delle belle fotografie, un bel testo per il blog, per face book o per la tua newsletter… fare le cose bene e far sì che siano belle non costa di più e soprattutto tuoi investimenti in design e comunicazione non saranno controproducenti.

La creatività deve mostrare il progetto che la ispira!

Progettiamo insieme delle cose belle!

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Semplice è difficile

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Essere semplici è difficile, così come scrivere ed esprimersi in modo semplice.
È difficile essere creativi e produrre idee ed oggetti semplici.
Sono convinto sia importante comunicare nel modo più diretto possibile pensieri che abbiano un significato cercando di evitare di spargere fuffa  e basta.

Anche progettare oggetti semplici è complicato.
Una poltrona, una lampada, un gioiello dalle forme incredibilmente lineari sarà sempre più affascinante di un oggetto inutilmente complicato.

Scrivere in modo semplice è faticoso perché bisogna aver fatto chiarezza su ciò di cui si vuole parlare ed è necessario informarsi sull’argomento. Bisogna scegliere le parole e la forma più adatta evitando periodi complicati e paroloni inutilmente altisonanti.
Scrivere in modo semplice non vuol dire essere banali.

Se infilo nel discorso un parolone vergognoso, una parolaccia inventata,  una forma strana e complicata, lo faccio consapevolmente. Mi serve per attirare l’attenzione, per far sorridere, per combattere la noia.
Non che ci riesca sempre. Nè a essere semplice né a non essere noioso.
Io ci provo. Magari in questo blog qualche volta mi lascio andare, sperimento e capita che scriva anche qualche sciocchezza.

Del resto scrivere in modo semplice è anche pericoloso perché così la gente si accorge se si rimesta la solita brodaglia e non ci si può nascondere dietro una nuvola di spezie che copra tutto.

Per progettare una seggiola, un vaso, o un tavolo la storia non è tanto diversa.
Essere semplici aiuta sempre. Perfino a disegnare delle cose apparentemente complicate.

Sono di quelli che preferiscono togliere, togliere e togliere fino ad avere superfici pulite, linee semplici da dove l’idea salta fuori subito.
Raggiunta una forma essenziale, tolte le  incrostazioni, qualche volta mi vien voglia di fare grafica, di appiccicarci un’invenzione, ma mi piace si percepisca questo desiderio di aggiungere, questa voglia di giocare e di stupire.

Non mi ricordo più quale filosofo dicesse… “Vi scrivo una lunga lettera perché non ho tempo di scriverne una breve”.
Non è tanto diverso quando si danno in pasto al pubblico oggetti complicati perché non c’era il tempo di renderli semplici.

Di questi tempi pieni di invenzioni vuote e di voli inconcludenti le aziende dovrebbero mirare alla semplicità, non alla vuota faciloneria, per distinguersi e farne motivo di vanto.

 

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Oggetti fotogenici

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Ci sono oggetti fotogenici?
Una persona può sembrarci bella o brutta, addirittura spesso abbiamo la presunzione di definirla bella o brutta e stop!
Cercando un modello o una modella per le nostre foto scegliamo tutti più o meno gli stessi tipi.
E per gli oggetti?
Le aziende e i commercianti che devono fotografare i prodotti per le pagine dei loro cataloghi hanno idea di quali siano quelli più fotogenici?
Non é che ogni oggetto venga bene allo stesso modo.
Per ogni categoria commerciale ci sono prodotti che fanno sempre la loro porca figura e altri che per quanto ci si impegni non mostrano mai il loro lato migliore.
Un po’ di esempi per capirci.

Arredamento.
Una sedia, una poltroncina, uno sgabello verranno sempre benone, un armadio a sei ante al confronto non dará mai le stesse soddisfazioni fotografiche.
Gioielleria.
Sará più facile fotografare un anello, per brutto che sia, che un qualsiasi splendido paio di orecchini per non parlare di qualche collanina anche se tempestata di diamanti.
Abbigliamento.
Con le scarpe andiamo sul sicuro… A dover fotografare solo pantaloni c’é da restare in braghe di tela!
Cartoleria.
Una penna per banale che sia avrà sempre modo di stupirci… un quaderno con i suoi fogli bianchi… decisamente meno.
Attrezzatura per la cucina.
Posate, mestoli e coltellacci saranno personaggi intriganti per le foto dei nostri cataloghi. Anche i bicchieri hanno un’anima glamour!  Pentoloni e taglieri invece ci daranno da pensare.
Profumeria.
Boccette e boccettine, pennellini, rossetti, cremine dalle confezioni intriganti… Ecco un settore dove sembra tutto facile…
Attrezzature sportive.
Palle, manubri e racchette da tennis avranno gioco facile a stracciare attrezzature più ingombranti e meno fotogeniche come tapis–roulant e cyclette.
Elettronica di consumo.
Telefonini, televisori e tablet sono sempre più rettangoli nero/grigi sottili che da spenti dicono poco… volete mettere l’incontro vis a vis della vostra macchina fotografica con… un’altra macchina fotografica!
Elettrodomestici.
Frigoriferi, lavatrici, forni e lavastoviglie sono per lo più cuboni bianchi. Meglio la forza plastica di un aspirapolvere, di un phon o di un ventilatore!

Ecco! Mi sono dilungato anche troppo a dividere i prodotti in oggetti fotogenici e no.
Ma cosa rende gli oggetti fotogenici?
Vediamo.
Le dimensioni e la compattezza.
Un oggetto piccolo e compatto permette d’essere fotografato da diversi punti di vista rimandando in genere immagini interessanti.
Una certa semplicità.
Un oggetto semplice (ma non troppo) con contenuti estetici immediatamente percepibili consentirà al fotografo di far leva su questi evidenziandoli.
Materiali omogenei.
Le superfici omogenee mettono in risalto le forme ed aiutano la luce a disegnarne l’immagine.

Alla fine una riflessione semplice.
Se per il nostro catalogo non saremo obbligati a descrivere ogni singolo pezzo in modo troppo didascalico allora potremo giocare con i dettagli più interessanti, magari ingrandendoli a dismisura o inventando prospettive inusuali.
A queste foto di grande impatto emozionale accosteremo le immagini descrittive.
Certo poi un catalogo è fatto di tanto altro… grafica, testi, carta, idee…
Soprattutto idee! Come ogni cosa del resto.
 
Quali sono gli oggetti più fotogenici che ti vengono in mente?

 

Nell’immagine – pendenti in sasso di fiume oro giallo e diamanti
paolo marangon design

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Case da esseri felici

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L’altra sera pensavo che ho passato quasi metá della mia vita professionale a progettare case e che ne ho ancora voglia.

Mi piace quello che ho fatto in questi anni. Progettare oggetti piccoli come gioielli, sedie, vasi d’argento, lampade… e vederli realizzare velocemente. Mi piace pensare al packaging che li vestirá, alle parole che li racconteranno, alle vetrine dove saranno esposti… É un unico progetto, complesso e spesso molto coinvolgente.

Ho voglia di pensare a persone che abitino degli spazi creati da me. Immaginare di cambiargli la vita costruendo le loro case.
Una casa nuova può rendere felice chi la abita o farlo sentire irrimediabilmente triste. Può dare l’avvio a un nuovo pezzo di vita o imprigionare in una sorta di gabbia finale.
Mi piacciono le case che hanno un’anima, quelle che per un qualche strano caso hanno messo insieme progettista e committenti intorno ad un’idea, quelle che sono nate, prima ancora di uno scarabocchio su di un pezzo di carta, da una relazione intrigante.

Mi é capitato di vivere per diciotto anni in una casa magica (nell’immagine la planimetria) mentre si stava pian piano decomponendo.
Mentre la abitavo il proprietario, un ufficiale di marina, mi raccontava infinite storie dei tempi del progetto, delle intuizioni dell’architetto veneziano suo amico che l’aveva progettata. Della relazione controversa che si era stabilita tra loro.
Non c’era mai stata l’opportunitá di conoscere questo collega più anziano che avevo cominciato a stimare vivendo tra le mura della “nave” come la gente del paese chiamava quei muri curvi.
Incredibilmente però, dieci anni dopo la morte del mio padrone di casa e dopo anni che non abitavo piú lì, l’ho incontrato per caso il mio architetto veneziano e ne sono diventato anche un po’ amico.

Che belle le case capaci di regalare emozioni alla vita delle persone che le abitano e a quelle che le guardano da lontano.
Le mie case sono alte come torri oppure si sviluppano quasi sotto terra. Sono uno striscio di vetro lucente che taglia la collina o pareti mute di sassi neri. Prismi simmetrici da abitare salutandosi dalla finestra. Cubi di vetro lasciati in mezzo al bosco o pareti lunghissime che si avvitano in spirali infinite.
Sono finestre immense o pertugi larghi come fessure, porte dalle forme strane e muri bianchi.

Aspetto chi sappia guardare un pezzo di cielo e rischiare tanto da essere felice.

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LA BELLEZZA DELL’IMPERFEZIONE

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Mai come in questi anni l’imperfezione è stata assunta come parametro di bellezza.
Certo possiamo ancora riferirci al termine imperfezione con la sua accezione  più banale di difetto, di scarsa qualità.
In questi nostri tempi invece “l’imperfezione” è diventata sinonimo di fattura manuale, di artigianalità, di materie naturali, di diversità… e quindi di grande qualità.
E’ l’imperfezione che aggiunge valore alle nostre realizzazioni con  i segni degli strumenti del lavoro, il disegno delle fibre, la texture delle superfici.
L’imperfezione distingue l’azione dell’uomo dal prodotto delle macchine.

Nell’artigianato questo è evidente, tanto che i manufatti artigianali mostrano orgogliosamente i segni che differenziano un pezzo dall’altro quasi fossero opere d’arte.
L’artigianato più raffinato mette in evidenza i difetti delle materie prime naturali, i segni caratteristici  di una qualità non riproducibile su larga scala.
Una bellezza per definizione fuori dagli schemi stantii della riproduzione meccanica, dell’omologazione, degli standard destinati a soddisfare il gusto appiattito delle masse .
Ecco allora legni grezzi , pellami segnati dalle cicatrici, pietre dalle inclusioni inaspettate, tessuti ritmati da trame irregolari, metalli che si vantano delle ossidazioni, ceramiche, argenti e vetri che portano impressa la sapienza delle mani.
Oggetti preziosi che il tempo e l’uso renderà ancora più belli ed eleganti.
Una nuova sensibilità alla bellezza della verità.

Una filosofia di vita che ci investe di una sensibilità nuova.
La capacità di apprezzare la luce degli occhi messi in risalto dall’ordito delle rughe e le forme imperfette di corpi con una storia unica.
Finalmente, uomini o donne, sappiamo sempre più apprezzarci per ciò che siamo fuggendo le sirene siliconate dell’eterna giovinezza, tanto più dopo aver incontrato le mostruosità che certe assurde voglie producono.

Perfino la fotografia ora sta in bilico tra il farsi vanto di tutte  le distorsioni possibili, pensiamo a tutti i filtri pacioccosi di Instagram, e la possibilità di immagini così perfette da dare proprio per questo il senso della massima imperfezione: il fotografo artigiano delle luci, della messa in scena e di Photoshop.

La fotografia ha perso la funzione seriosa di tramandarci ai posteri ed è diventata un giocattolo divertente dove fare le boccacce e il nostro block notes per appunti volanti. Della perfezione non ci interessa più nulla.

Immagini mosse e volutamente slavate o dai colori improbabili. Rigature, effetti strani, sfocature e vignettature…
Teniamo in mano tutto il giorno il nostro telefonino ipertecnologico, il tablet e a poco a poco stiamo sostituendo i libri con i nostri ebook reader effetto inchiostro ma poi cerchiamo l’odore della carta ingiallita, il segno morbido della matita che appunta i pensieri a bordo pagina.

Inutile cercare giustificazioni, i nostri sensi persi nel deserto della perfezione delle macchine ci chiedono superfici vissute da toccare, immagini dense di segni da guardare, suoni rauchi carichi di emozioni da sentire, cibi dai sapori ogni volta nuovi che sappiano della terra da cui sono venuti.
I segni spesso impercettibili dell’imperfezione rendono la nostra esperienza quotidiana assolutamente personale.
L’imperfezione è bellezza!

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PENSIERI IMPURI INTORNO AL DESIGN di UNO SPREMIAGRUMI

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Pensavo al design… a quando si disegna un oggetto…
Al product design…Così in generale…
Pensieri strani… pieni di contaminazioni… e mi è venuto in mente Juicy Salif, lo spremiagrumi disegnato da Philippe Stark per Alessi 25 anni fa.
Non c’entra il battage pubblicitario di questo venticinquennale, nè il nome stucchevolmente famoso del designer francese, nè la fama dell’oggetto e della marca.
Mi piace questa scultura che qualcuno si ostina a pensare utile. L’ho amata da quando è comparsa sulle riviste e nei negozi senza che se ne capisse bene l’utilità.
Un mostriciattolo perfetto da far proliferare in film di fantascienza sanguinolenti.
Ma perché ha avuto così tanto successo?
Proviamo a carpirne il segreto.
È semplice!
Elementare, compatto, lucido, un solo materiale. Anche per il Juicy vale l’aneddoto poco originale che sia nato da uno scarabocchio su un tovagliolo di carta al ristorante.
Non ha bisogno di istruzioni.
È bastato fotografarlo con mezzo limone in testa e si è capito tutto.
È facile da pulire.
Basta infilarlo sotto al rubinetto!
É innovativo.
Chi l’aveva mai visto uno spremiagrumi così?
È ergonomico e in larga misura accessibile a tutti.
È divertente!
Sembra un giocattolo spaziale!
È sexi.
La sua forma fallica sorretta da quelle zampe da insetto alieno me lo fanno accostare al rompighiaccio di Basic Instinct anche se quello era solo uno spillone.
È bello.
Dite la verità! In quanti l’avete comprato pensando di usarlo?! Nel 99% dei casi fa da soprammobile, fermacarte, porta foto… e tanto altro!
Ecco! Per me lo Juicy Salif riassume in sé tante delle regole che fanno buon design.
É semplice, facile da usare e da pulire. È innovativo, si comunica e pubblicizza da solo. È ergonomico, divertente e… Soprattutto è bello! Così bello da farci dimenticare tutte le altre sue qualità!
Un esempio da copiare… Provando ad applicare il metodo Juicy ai nostri progetti.
Nel frattempo il mio… me l’hanno fregato!
Questo post di sicuro non è una marchetta… Ma fossi Alessi ci penserei!!!

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Della bellezza, della verità e di altre scemenze!

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La bellezza è verità, senza  verità non c’è bellezza!
Questo è un pensiero molto semplice che mi gira per la testa da sempre.
Non me ne frega niente delle teorie  e degli aforismi di letterati e filosofi più o meno colti.
Non passa secondo che ci si scontri con post, articoli di giornale, trasmissioni TV in cui si parla di bellezza. Bellezza femminile, l’unica contemplata dai mezzi nazionalpopolari e anche dagli altri. Roba da estetiste, da parrucchiere, da giornalisti di femminili, da chirurghi plastici.
Della  bellezza  delle nostre case, degli oggetti di cui sono piene, dei giardini che le circondano, delle auto e perfino della nostra anima si occupano riviste di settore che sviscerano con chirurgica competenza ogni aspetto delle tecniche con cui si costruisce la  bellezza.

Artifici, trazioni, coperture, sfumature, sovrapposizioni, mascherature, aggiunte, dissimulazioni… Un armamentario causa di sfaceli ovunque. Se torniamo per un attimo al consumato tema della  bellezza femminile troviamo decine di esempi di bellissime donne che per inseguire l’archetipo di una bellezza  inesistente si sono trasformate in mascheroni inguardabili.

La finzione, il tentativo idiota di riprodurre un qualche concetto astratto di perfezione produce sempre inesorabilmente sfaceli grotteschi.

Così per la bellezza che attribuiamo alle persone, come per tutto il resto… architetture, oggetti, paesaggi, libri, film, sentimenti…
La bellezza non è aggiungere ma  togliere.
Togliere  il superfluo, pulire dall’inutile, far riemergere l’originalità, isolare, decontestualizzare.
In questo modo si esaltano le forme, si dà forza.

La nudità di un corpo, la pulizia diun muro, un prato, sono in sé belli. Tragicamente spesso non li sappiamo guardare, non riconosciamo la loro bellezza e i nostri tentativi di trasformarli in qualcosa di “bello” spesso ne fanno disastri.
Come apprendisti stregoni pasticcioni, incapaci di isolare e ammirare la bellezza esistente, pretendiamo di modellarla e la incrostiamo di ceroni, intonaci, vernici e, croste.

Non che sia proibita qualsiasi azione creativa, persino decorativa, ma  dobbiamo coltivare la consapevolezza  della nostre azioni.

Il decoro potrà essere essenza del progetto, un unicum, in cui tutti gli elementi sono elementi decorativi e funzionali al tempo stesso. Pensiamo alle auto sportive in cui il vento disegna l’aerodinamica e scolpisce delle forme bellissime.

Oppure gli interventi estetici decorativi potranno essere tra le varie opzioni con cui l’oggetto sarà presentato sul mercato.

L’importante sarà far trasparire la chiarezza del progetto…
La verità della bellezza!

Progettiamo insieme una nuova collezione?