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LA-FORMA-PERFETTA

LA FORMA PERFETTA

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La forma perfetta è invisibile finchè non cambi occhiali.

Capita che mi stia davanti agli occhi per mesi e non riesca a vederla. Come un uovo, bella e semplice come una palla.
Non devo fare niente, solo prenderla e chiamarla con un altro nome. Come fece Duchamp con il famoso orinatoio.
Di colpo due immagini lontane anni luce si avvicinano, si scontrano e dentro la testa si accende una luce nuova che proietta i suoi bagliori tutto attorno. Così una ruota di bicicletta diventa una lampada, un fiore diventa una sedia e un sasso tutto quello che voglio.
É semplice. Basta essere giovani e vecchi allo stesso tempo. Energia, fantasia e creatività si devono coagulare attorno ad un nocciolo di esperienze e farlo esplodere.
É come mettersi degli occhiali dalle lenti polarizzate, si vede tutto in un’altra luce.
Cosa fare?
Allenarsi! Come per qualsiasi cosa. Come per correre, disegnare, cantare, ballare… guardare, vedere… e imparare a far accadere le cose.

Nell’immagine – Jeff KOONS  Balloon Dog (Pink), scultura

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IL BLU FUNZIONA SEMPRE, SPERANZA e… PAURA

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Il Blu funziona sempre, e così stanotte Pantone ha deciso.
I padroni di tutte le nostre sfumature hanno scelto 19-4052 Classic Blue come colore dell’Anno 2020. Leatrice Eiseman, la direttrice del Pantone Color Institute ha motivato la sua scelta con parole ispirate.

“ Viviamo in un’epoca che richiede fiducia e speranza. Pantone 19–452 Classic Blue, una stabile tonalità di blu sulla quale possiamo sempre fare affidamento, trasmette proprio questa sensazione di costanza e fiducia. Dotato di profonda risonanza, esso costituisce una solida base a cui ancorarsi. Blu sconfinato che rievoca il vasto e infinito cielo serale, ci incoraggia a guardare al di là dell’ovvio per pensare più in profondità e fuori dagli schemi, ampliare i nostri orizzonti e favorire il flusso della comunicazione.”

Brava! E dalla Pantone  aggiungono:
–  Dal momento che l’abilità umana fatica a tenere il passo con la tecnologia, non stupisce che siamo attratti da colori onesti che offrono un senso di protezione. Tonalità non aggressiva con cui ci si identifica facilmente, l’affidabile PANTONE 19-4052 Classic Blue si presta a un’interazione rilassata. Questo colore universalmente prediletto associato all’avvento di un nuovo giorno è accolto senza indugi. –

Insomma nel 2020 le palette di designer , fashion maker e creativi in giro per il mondo dovranno ispirarsi a questo bel punto di blu.

Nel mio piccolo non posso certo dissentire dal guru mondiale dei colori quando dice che questa tonalità ispira affidabilità, fiducia speranza.  Magari anche che serva ad ampliare i nostri orizzonti oltre le profondità marine e le altezze infinite dell’Universo. Forse ne eravamo in parte già consapevoli, punto più chiaro, punto più scuro, che il blu, trasmette una certa serenità e tutte  quelle altre belle cose.
Sul fatto che  possa aiutare a pensare fuori dagli schemi ho qualche dubbio.
Poraccio ‘sto Classic Blue non è che può far proprio tutto e il contrario di tutto!

Guardo su Wiki che sa tutto e scopro per esempio che nello slang australiano “blue” viene utilizzato con diversi significati.
Making a blue: fare un errore
Picking a blue: iniziare una discussione o una battaglia
Copping a bluey: ricevere una multa (per infrazione del codice della strada)
Blue o bluey sono dette anche le persone con i capelli rossi!
  (devo dirlo a mia figlia Isabella, MC1R doc)
Ma vabbè!
È il colore dell’Anno. Non facciamoci prendere da una paura blu, dev’essere di tutto un altro colore.

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IL TAVOLO DI NATALE, boccette di fumo e scatole di pensieri

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Mancano poco più di quaranta giorni a Natale, è già ora di pensare ai regali. So che qualcuno li ha già pronti da Ferragosto e tanti altri aspetteranno fino alla vigilia ma questo è il momento giusto per raccontarvi del mio regalo di Natale.
Altro che boccette di fumo e scatole di pensieri.
Vediamo se mi riesce.

Un tavolo.
Che bel regalo! Soprattutto a Natale se si è in tanti.
Amo i tavoli grandi. I fratini lunghi oppure quadrati, ma che ci si possa stare almeno in 12.

Un bel tavolo da comprare e uno da inventare.

Campodoro
una mia fissa lo ammetto, portate pazienza.

Da rubarlo solo per il nome e perché è un bel gioco. Tre tavolini trapezoidali uniti da due lucidissime cerniere cilindriche. Aperto sembra un Tangram ma in un attimo diventa un trapezio lungo e stretto e subito dopo un quadrato tutto bianco.
Disegnato da Paolo Pallucco & Mireille Rivier per DePadova, è una meraviglia.

Inventiamo il nostro e per prima cosa diamogli un bel nome.
Attenzione, avevo trovato un nome bellissimo per il mio, ho googlato tanto per essere sicuro… e eccolo lì, amen!
Nel mio tavolo c’è un piano e ci sono le gambe, le gambe stanno in piedi da sole e il piano si appoggia. Sposto le gambe dove voglio. Cambio il piano e le gambe. Faccio quasi sparire il piano facendolo sottile o trasparente. Disegno gambe sexi, colorate, decorate… o le faccio sparire come una nuvola di fumo.

Scegliamo un piano dal profilo sottile oppure dallo spessore importante, come ci piace.
Di cristallo martellato, ciliegio, multistrato all’anilina nera, pietra a spacco di cava, ferro acidato, resina  multicolor o trasparente con dentro pallettes lucenti o sassi del torrente che ci passa vicino.
Facciamolo grande il nostro tavolo. Da metterci un sacco di sedie. Diamogli la forma che vogliamo. Rotonda, allungata, a forma di ogiva come un pesce o a triangolo… il più bello è nero con i fiori non ancora appassiti.
Fatto il piano inventiamo le gambe. Quante ne vogliamo e come vogliamo, l’importante è che sorreggano il piano e quello che ci metteremo sopra.
Attenzione all’altezza! Il piano di lavoro del nostro tavolo finito dovrà essere esattamente a 72 centimetri. Non facciamo scherzi che mi accorgo subito se un tavolo è più alto o più basso!
Le gambe possono essere infinite.
Una sola, un cubo o un cilindro monocromi e lisci oppure decoratissimi. Lamierini traforati e piegati, sculture, cilindri trasparenti, mille piedi sottili, onde verticali, vecchie solide gambe comprate da un antiquario. A me piacciono tutte diverse.

Pensiamo il nostro tavolo come una cosa che durerà per sempre. 
Da fare per se stessi. Da regalare alla propria compagna, da lasciare ai figli.
Anche un tavolo piccolo come un vassoio… Ma questa è un’altra storia, un altro Natale.

l'importante è finire

L’IMPORTANTE È FINIRE

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Quando inizio un disegno so più o meno quello che voglio realizzare ma non so quando finirò. Magari bastano due linee che non avevo previsto e tutto finisce lì, certe volte invece tocca tratteggiare per ore come zappare la terra o mescolare colori e sembra non si finire mai.
Quando si finisce un’opera creativa?
Non necessariamente un’opera d’arte ma un fare di cui non si sa tutto, la ricerca di un equilibrio o al contrario di una provocazione o peggio di una cosa che non sappiamo bene come sia. Quando finisce?
Quando lo decidiamo noi, quando non c’è più tempo, quando il cliente dice basta. Una cosa è certa, l’importante è finire. Senza la parola fine non c’è niente.

Fare un’opera d’arte o molto più semplicemente impaginare un catalogo, scrivere due righe di un post, progettare uno stand, dar vita ad un nuovo prodotto,  sono azioni creative che necessitano di una conclusione. C’è sempre un momento in cui l’artista, il creativo, il grafico, il designer, ma anche l’imprenditore, il cuoco, lo scrittore devono chiudere, firmare, passare ad altre mani e dire basta, per me è finito.

C’è chi va diritto al punto e chi la mena all’infinito.
Chi pensa che la perfezione non sia di questo mondo e chi invece è convinto abiti al piano di sotto. Chi è felice di quello che fa e termina il suo lavoro per iniziarne uno nuovo e chi sta lì a girarci intorno pensando che prima o poi accadrà qualcosa e solo allora  sarà tutto perfetto.

Per parte mia, amo l’ansia della scadenza.
Quando il tempo diventa sottile e bisogna presentare il tanto o il poco, il bello o il brutto che si è fatto.
Poi faremo un altro disegno, un altro progetto, comporremo altre musiche, scriveremo altre cose, immagineremo altre imprese, produrremo altro… ma adesso basta, l’importante è finire, è finito. 

LE-REGOLE-DEL-BELLO

LE REGOLE DEL BELLO

LE-REGOLE-DEL-BELLO

Mi aveva insegnato a vedere le forme delle cose, a comporre linee e superfici, volumi, colori e forme come fosse un gioco. Mettere insieme tutto facendo nascere emozioni improvvise, veloci straniamenti, sorprese, paesaggi.
Le regole del bello erano semplici, in realtà era una sola, togli tutto, cerca la perfezione del nulla. Bastava andare con lui a comprare una poltrona, una pentola, un bicchiere. Lo spigolo inutilmente arrotondato di un oggetto qualunque lo mandava in bestia. Mi spiegava l’infelicità del bracciolo di una sedia, l’accostamento gramo di curve e controcurve.
Non sapeva scegliere niente se non guardando alla sua forma.
Come il sacerdote di una religione severa non ammetteva scappatoie, incoerenze, trasgressioni leggere, insignificanti stramberie.

Molti anni dopo avevo capito cosa non andava nel castello teorico che mi ero bevuto come acqua fresca e che gli studi avevano modificato pochissimo.
Ero dovuto diventare anch’io, mio malgrado, uno dei tanti celebranti delle liturgie del design prima di accorgermi del lato ridicolo della cosa e finalmente scoppiassi a ridere.

Solo allora avevo imparato a non prendere più troppo sul serio gli slogan lapidari del moderno salmodiati dai suoi chierici.

Così adesso mi diverto a riempire fogli immensi di ghirigori e a disporre specchi sbilenchi.

Metto le cose fuoriposto.

Guardo di traverso quelli che non hanno mai visto una matita ma – tira un po’ di qua, un po’ più su, riduci un attimo…– e alla fine non hanno dubbi  – …adesso sì che è bello! –

Ammiro chi conosce le regole e ci sa giocare. Chi butta all’aria le carte e cerca strade nuove.

Alla fine della fiera mi ritrovo ad essere tutto e il contrario di tutto.
Mi piacciono i muri, quelli rotti.  Le regole del bello stanno dentro labirinti da cui è più divertente uscire con un salto.

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IL PROGETTO DELL’IDENTITÁ

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Ieri ho pubblicato la  frase che mario nanni (con le iniziali minuscole come piace a lui), il progettista, l’inventore di Viabizzuno, l’importante azienda di sistemi di illuminazione, ha posto all’inizio del mattone bianco che è il catalogo delle sue lampade.
È un bellissimo oggetto. Mi è capitato in mano e ha acceso una lampadina da qualche parte nella mia testa.
Non per la frase in sé:
– I progetti rendono gli oggetti eterni, le mode li corrompono, gli imbecilli li copiano e li vendono agli ignoranti e ai deficienti. –
La denuncia del furto come regola, di un processo che abbandona ogni consapevolezza e diventa biecamente commerciale.
Per l’uso forte, chiaro delle parole.
Per l’identità inequivocabile che trasmette.
Mi piace Viabizzuno e tutto quello che è, che fa mario nanni.
È come un segno nero sottile su una parete.
Ho scoperto la magia della luce il giorno che l’ho vista entrare di traverso da una piccola finestra in una stanza bianca. Quando ho iniziato a fare le prime foto, ai tempi della scuola, tanti anni fa.
Volevo solo dirvelo.
Ci scegliamo perché ci piacciono le stesse cose.
Lo stesso spirito con cui fare le cose, anche quelle più diverse.

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Tà, Tà, Tà… L’emozione della ripetizione

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La ripetizione è uno dei gesti creativi più semplici e sorprendenti. 
La musica non è fatta di continue ripetizioni? A volte di variazioni minime.

Un semplice gesto se moltiplicato diventa danza, corsa, lavoro, teatro…

Un pasticcino è goloso.
Un grande vassoio di macaron colorati ci ipnotizzano senza scampo.

Un bricco di plastica rosso è un pezzo di plastica. Cento bricchi di plastica rossa sono una esposizione, una scenografia.

Un piatto di ceramica ricoperto d’oro è un piatto d’oro. Può essere bello o brutto. Mille piatti d’oro appesi a una parete alta cento metri tolgono il fiato.

Una macchia è una macchia e può fare pure schifo… cento macchie che si ripetono sempre uguali sono una texture.

Due pareti di sassi neri che sorreggono una copertura e che racchiudono uno spazio alto e stretto tra due vetrate sono una casa. Mille case così sono una strada, un labirinto, un sogno, un incubo…

Una sedia rossa appesa al soffitto è un segno straniante. Cento sedie argentate disposte in cerchi concentrici attorno ad una sedia rossa appesa al soffitto sono una scenografia.

Ogni ripetizione che immaginiamo, ogni texture, ogni griglia, squadra, esposizione, catalogo, ogni composizione “con una regola” che inventiamo è lo spazio ideale delle nostre trasgressioni.

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W LA LIBERTÁ di essere creativi

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Prendo spunto dalla diatriba  di questi giorni tra Messner e ‪Jovanotti per dire qualcosa sui limiti da porre alla creatività, all’inventiva, all’innovazione e perché no, alla bellezza. Per chi non sapesse, Messner ha dichiarato che se fosse per lui, il concerto del Jova a Plan de Corones, a 2275 metri di altezza nel cuore delle Dolomiti, non si farebbe mai.
Jovanotti rassicura sul suo impegno a tutela del territorio interessato dai suoi maxi eventi di questa estate, l’altro sarà a Rimini. Fin qui la disputa. Immaginate il quadro con sullo sfondo Woodstock, i Pink Floyd a Venezia, Modena Park di Vasco e le polemiche sul milione e mezzo di persone che hanno attraversato il lago d’Iseo sulle Floating Piers di Christo e Jeanne-Claude tre anni fa.
Tutto bellissimo! Compresi i tanto vituperati Pin Floi resi mitici dai Pitura Freska.

Il paesaggio e le città vengono distrutti tutti i giorni da ben altro, non dalle folle attratte dagli eventi della creatività pop.

Su questo si può essere d’accordo oppure no. Che la creatività abbia bisogno di abbattere i limiti e di coinvolgere la gente credo invece possa essere un pensiero condiviso. Che si debba sempre fare tutto il possibile perchè, Natura, Ambiente, Territorio, Città, e incolumità di tutti i partecipanti siano tutelati è fuori discussione.

Qualche volta la creatività è provare ad andare oltre, tentare di inventare qualcosa di nuovo.

Portare per un momento il silenzio dove c’è sempre stato il rumore e per un giorno fare invadere dalla musica luoghi sempre silenziosi.

Stare immobili dove dappertutto è movimento e ballare, creare cinematismi dove sempre tutto è stato fermo. 

Stampare immagini sui palazzi e sulle strade.

Tagliare il paesaggio con segni sorprendenti. 

È difficile e penso comporti un’organizzazione folle ma creare eventi che coinvolgano molte migliaia di persone è un modo per diffondere la bellezza, per emozionare e unire.

Dovremmo pensarci quando progettiamo i nostri eventi aziendali. Cose mille volte più piccole ma che possiamo immaginare con dinamiche molto simili a certi grandi eventi collettivi.
Qualsiasi sia il tema del nostro progetto,  invece di ripercorrere sempre le stesse strade fatte di divieti e sensi unici varrebbe la pena sparigliare le carte, fermarsi a riflettere e imboccare strade nuove.

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CI VUOLE OCCHIO E TEMPO

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Se non si ha occhio non si fa niente.
Niente architettura, niente grafica, niente pittura, niente fotografia, niente scenografia, niente design…
Per niente si chiamano arti visive.
Ci vuole occhio! 
Così come per suonare ci vuole orecchio e devi averlo tutto anzi parecchio come diceva il grande Jannacci.
Ma una volta che hai avuto la fortuna di avere un occhio capace di distinguere una bella linea da una sbilenca devi sperare che ti diano anche il tempo per accorgertene.
Bisogna aspettare perché le forme si rivelino. 
Spesso basta un attimo ma tante volte quella che sembrava una scelta  perfetta due ore o due giorni dopo mostra i suoi lati storti.
Purtroppo il tempo è sempre troppo poco, sempre meno.
Spesso nelle aziende giunti al momento di far entrare in gioco la creatività si ha troppa fretta di finire e difficilmente si possono programmare pause di riflessione. Così capita che un lavoro lo si debba fare tre volte oppure che ci si accontenti.
Mettiamo in campo per tempo l’occhio e diamogli il tempo di abituarsi alla luce!

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IL DESIGN, CENT’ANNI DI SOLITUDINE

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In questi giorni si celebra l’anniversario della fondazione della BAUHAUS. La scuola di architettura, arte e design fondata a Dessau nel 1919 da Walter Gropius, trasferita a Berlino nel 1932 e chiusa definitivamente nel 1935 per le imposizioni discriminatorie del nazismo.
Con la BAUHAUS iniziava un modo nuovo di intendere il prodotto industriale, riconoscibile dall’unità d’intenti tra forme d’arte e sistemi produttivi.

Dopo cento anni la parola DESIGN è sulla bocca di tutti ma il suo significato si è annacquato sciogliendosi in mille accezioni nebulose.
Di certo, se è cresciuto il numero dei progettisti capaci di coniugare funzionalità e ricerca estetica nella consapevolezza del loro ruolo, desiderosi di offrire all’industria e agli acquirenti oggetti belli e costruiti bene, non si può dire che si sia diffusa in modo altrettanto convincente una cultura estetica moderna.

Tiriamo in ballo ad ogni piè sospinto il “less is more” di Mies Van der Rohe che dalla BAUHAUS portò in America e da lì nel mondo i principi del moderno, quelli che oggi mescoliamo con decorazioni e ricerche creative spesso molto sopra le righe.
Dal fashion design all’interior design è ormai lecito tutto in una fruizione di massa che per lo più ignora ogni riferimento, ogni ironia, in un consumo individuale senza regole se non quelle antitetiche del sorprendere e del rassicurare.

Sono passati cent’anni, cent’anni di solitudine per il design che si rivolge ancora e forse più di allora ad una ristretta élite culturale mentre il mercato offre mille cose diverse in un minestrone digeribile a tutti.

In un mercato così vario se offriamo prodotti di qualità dobbiamo affrontare il percorso arduo di informare, spiegare, acculturare e costruire un nostro pubblico che apprezzerà senza riserve il lavoro fatto perché lui possa farne parte.

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SIMMETRIA, MALATTIA INFANTILE

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È bellissimo! È simmetrico!

C’è chi ama tantissimo la simmetria e non ne può proprio fare a meno.
Attenzione! Si tratta di essere posseduti da un demone subdolo, da una malattia grave.
Per dirla brutalmente, chi ama tanto gli altarini, chi  adora la perfetta simmetria di un saint honorè e non dubita nemmeno per un istante sull’ovvietà dei calzini gemelli… non più così ovvi… Ecco… difficile dirlo ma… Chi non sopporta neppure l’idea che i comodini a lato del letto possano essere uno diverso dall’altro… ahimè! Sappia di avere una forma acuta di sindrome da simmetria. Attenzione! Non è una malattia professionale, roba da grafici, designer o architetti… tipo gomito del tennista.
No! E’ un brutto virus e ce lo becchiamo tutti senza scampo.
Malattia simile al morbillo ma senza papule. La sindrome da simmetria è lo stato normale fino ai quattordici anni, fino a quell’età optare per scelte simmetriche è inevitabile e solo pochi picchiatelli la scampano da piccoli. Con l’età adulta la questione diventa preoccupante, anche perché continuare ad avere gli stessi gusti di un moccioso, detto tra noi, non è proprio il massimo.
Tranquilli, non è semplice, ma si guarisce. Ve lo dice uno che ne ha sofferto in forma grave per un sacco d’anni. La simmetria ci vuole bene come una mamma, ci tranquillizza, fa sembrare tutto perfetto, in equilibrio, concluso… bello!
Il risultato è che ci rinchiude in una gabbia rigida e vecchia. Uscirne è dura, comporta fatica, applicazione, bisogna iniziare a fare scelte diverse, difficili, peggio che iniziare a mangiare la cicoria.
Arredare la cucina e ruotare il tavolo che prima era perfettamente parallelo alla parete dandogli una bella angolazione di 23, 24 gradi. Scegliere di avere sedie tutte diverse in giro per casa. Cambiare il proprio look e finalmente indossare calzini spaiati. Lasciare lo show-room dell’azienda mezzo vuoto con una fila di vetrine drittissima e sbilenca. Portare un orecchino solo ma lunghissimo appeso al taschino della giacca… Così via di asimmetria in asimmetria!
In men che non si dica diventerà difficilissimo anche solo pensare di arredare la propria camera da letto con due comodini uguali, immaginare di vivere con l’ingresso a tempietto greco e anche solo pensare di comporre un paragrafo di testo come fosse un’antica epigrafe.
Finalmente guariti ci verrà naturale sparigliare in asimmetrie creative a volte anche un po’ pazzarielle!
Sarà allora che ci verrà nostalgia dei bei tempi in cui un asse di simmetria risolveva tutto. Nostalgia delle siepi di bosso ai lati del vialetto, delle poltroncine uguali ai lati del caminetto… Non preoccupatevi, la sindrome da simmetria è come il morbillo, quando la si è avuta non si prende più, tanto che in qualche rarissima occasione potremo permetterci di esclamare…
È simmetrico! È bellissimo!

FA-SUCCEDERE-QUALCOSA

FA’ SUCCEDERE QUALCOSA

FA-SUCCEDERE-QUALCOSA
Fa’ succedere qualcosa.
Trova un prato in un bel posto.
Una piazza.
Una spiaggia.
Un parcheggio sempre vuoto di un’area industriale.
Fissa un appuntamento.
Usa tutta la fantasia che ti circonda e spendi meno soldi che puoi.
Non badare a risparmiare.
Cerca un coro di bambini.
Fa’ un po’ di musica.
Abbraccia e ridi.
Accendi un fuoco e canta.

Offri qualcosa di buono e di caldo da bere.
Fatti duemila selfie con tutti.
Non aspettarti niente.
Invita a prendere dalla festa un ricordo.
Collegati su un grande schermo con chi è lontano.
Manda un pezzetto di festa a chi non è potuto venire.
Inventa un  regalo da fare tutti insieme ai bambini che cantano.
Qualcosa che si ricorderanno.
Inventa un gioco e un ballo,
Aspetta la sera, l’alba, la neve.
Ascolta il silenzio, il vento, la pioggia, le chiacchiere e i sorrisi.

Mancano meno di due mesi a Natale e se hai deciso di regalare qualcosa ai tuoi clienti fa’ in  fretta.
È già tardi.
Scegli, acquista, confeziona e spedisci.

Oppure fatti venire un’altra idea.

LA-BELLEZZA

LA BELLEZZA, il palcoscenico perfetto della natura

LA-BELLEZZA

 

Ho trascorso gli ultimi due giorni nella foresta del Cansilio a camminare da solo per i boschi. Il telefono non prendeva, nessuna connessione, benedetta Wind. I boschi di faggi completamente privi di sottobosco sono di una bellezza da togliere il fiato. Ordinati, puliti, profumati, con le piante che escono da un tappeto omogeneo di foglie color bronzo. Per l’ennesima volta la natura mi é sembrata il palcoscenico perfetto per l’uomo. Perché l’uomo ci cammini e basta come stavo facendo io, oppure perché ci costruisca le sue opere lasciandosi ispirare dalla pagina incredibile su cui può disegnare. Percorsi, città, abitazioni, sculture, segni, scenografie.

E invece non siamo capaci.

Non sappiamo cosa sia la semplicità, l’essenza. Non sappiamo cosa sia la forza, la violenza, il coraggio… perché sono ridicole le nostre casine che disseminiamo dappertutto nonostante leggi e leggine che servono solo a costringerci a far peggio come non fossimo già capaci da soli.

Non sappiamo cosa sia lo spazio vuoto.

Non sappiamo che una scatola di vetro può essere già troppo. Che un muro di cemento alto fino in cielo può non essere abbastanza. Che una cittá dovrebbe essere articolata e compatta come il corpo di un animale. Per questo una cittá non può crescere a dismisura.

Non ce ne frega niente che tutto quello che tiriamo su finisca per comporre il paesaggio di tutti.

Dobbiamo tornare a cercare la bellezza. A comporre il disordine, ad approfittare del caos per lasciare anche un segno soltanto che valga la pena ricordare.

Wow!-Meglio-un-asino-volante-che-un-cavallo-da-corsa!

Wow! Meglio un asino volante che un cavallo da corsa

Wow!-Meglio-un-asino-volante-che-un-cavallo-da-corsa!

Ci sono oggetti fantastici, elaborati grafici perfetti, sistemi espositivi che funzionano davvero e packaging che sembrano fatti apposta per contenere il loro prodotto. Eppure in pochi si accorgono di tanta perfezione. Forse sono così buoni proprio perché nessuno se ne accorge.
Non mi piacciono.
Amo le esagerazioni che si fanno notare. Mi piacciono quei difetti che fanno esclamare – Wow! Si vede che  dietro a questa cosa c’è un’idea… c’è un progetto… –
Ogni cosa esiste sempre su due piani.
Il primo è quello funzionale in cui si soddisfano tutte le richieste e il nostro prodotto assolve al suo compito. L’impaginato è coerente e leggibile, la vetrina mostra e il packaging contiene correttamente e protegge. Su questo primo piano avrò già infilato di sicuro anche cose che non hanno nulla di funzionale. Avrò scelto una forma anziché un’altra che avrebbe potuto funzionare ugualmente, deciso un colore o un font che mi piacevano più di altri, e così via in modo più o meno consapevole, facendo attenzione che tutto alla fine funzionasse.
Il secondo piano è quello delle emozioni, della comunicazione.
Ho sempre pensato che se si vuole comunicare un prodotto, raggiungere un pubblico, sarebbe meglio iniziare a pensarci subito. Creare oggetti che oltre a rispondere a tutti i requisiti funzionali richiesti sappiano attrarre l’attenzione ed emozionare. Oggetti che in qualche modo si vendano da soli o che comunque aiutino molto a farlo.
Per riuscirci spesso bisogna tornare sul piano funzionale e distruggere qualcosa di quella perfezione che ci soddisfaceva così tanto. Qualche volta occorre mandare in malora tutto. Ci sono invenzioni formali, idee, forme estetiche così emozionanti che portano a distruggere anche il progetto più curato, quello che ci aveva impegnati e ci aveva soddisfatto. Non importa. Non se ne accorgerà nessuno.
Davanti ad un oggetto, una forma, una qualsiasi cosa che emoziona non ci facciamo mai domande. Quando compriamo una cosa che ci piace davvero e ci emoziona facciamo passare in secondo piano tutte le nostre aspettative funzionali. Sappiamo già che con quella caffettiera non faremo mai il caffè ma la compriamo lo stesso, felici di tenerla come una scultura in libreria. Siamo certi che non ci siederemo mai su quella poltroncina che pure ci darà una strana emozione quando l’accarezzeremo con lo sguardo passando nell’ingresso di casa.
Gli acquisti più gratificanti sono sempre quelli che non servono a niente.
Oggetti inutili, che da soli salvano un brand, che da soli riescono ad occupare le pagine dei giornali e le stanze delle nostre case.
Meglio un asino volante che un cavallo da corsa!

il-bello-è-buono

il bello è buono

il-bello-è-buono

 

Ho scelto tanti libri per l’aspetto della copertina. Qualche volta è andata bene, qualche altra no. Dello stesso testo ci sono edizioni bellissime e altre proprio brutte. Anche il formato ha il suo peso. Secondo me la dimensione perfetta é quella di Einaudi Stile Libero, 135×207, una bella dimensione che funziona con poche pagine ma anche con tantissime. Bellissime anche le copertine, l’immagine a piena pagina, il dorso giallo, il titolo dal corpo importante.
Forma o contenuto?
Un romanzo brutto resta brutto anche con una copertina fantastica. Però mi é capitato di rado di trovare delle cose scritte davvero male ma impaginate bene, belle copertine piene di schifezze, cose brutte ma funzionali. Non mi é mai capitato di trovare poltrone scomode ma bellissime, liquori pregiati in bottiglie sgraziate o sgorbi di auto che filino velocissime. Sono convinto che la qualità del contenuto, sia testo, cibo, meccanica, spazio, abbigliamento… non possa prescindere dal valore della forma.
Il bello é quasi sempre buono.

SINESTESIA_b

SINESTESIA

SINESTESIA_b

 

Guardate i bambini alle giostre nelle grandi feste…

Inebriati dal profumo dei dolci!
Frastornati dalle musiche!
Golosi di tutto!
Curiosi di toccare ogni cosa!

Anche il cliente che entra nel tuo negozio, in fiera nel tuo stand, che visita il tuo sito internet o legge la tua brochure ha voglia delle stesse cose.
Abbiamo tutti tanta voglia di sinestesia.
Sapori che richiamano immagini, musiche che ricordano profumi, e superfici, colori… questa è sinestesia – dal greco antico – sýn – eaisthánomai – percepire insieme.
Voglio riempirne spazi e momenti ed oggetti,  voglio che investa tutti come una mareggiata quando entrano nello stand che ho disegnato per te. Voglio che la tua brochure e la carta stessa ti racconti una storia, molto prima delle immagini e delle parole,  ma anche insieme a loro.
Tatto, odorato, vista, udito, gusto, insieme.
Tutto quanto.
Non sarà troppo?
No. Forse neppure abbastanza
Ne vorranno di più, e ancora.
Col mio lavoro mi piace costruire armonie e contrasti.
Quello che faccio ha senso solamente quando qualcun altro ne diventa parte.
Le parole che nessuno ascolta, i colori che nessuno vede restano vani anche se sono bellissimi.
Sinestesia è l’unica risposta sensata all’anestetizzante profluvio di informazioni ed immagini e stridulo rumore bianco.
Non ti lascia scelta, la sinestesia.

Ti rapisce,  prende un pezzo dei tuoi ricordi, ci aggiunge un profumo, lo mescola alla tavolozza dei tuoi occhi e lo versa ancora caldo sulla tua anima nuda.
È una poesia, un’emozione di quelle che non lasciano scampo.
Mi piace disegnare oggetti come esperienze, cose da fare e guardare e sentire e annusare ed ascoltare.
Scrivere storie da dispiegare al vento.

Sinestesia, prendere tutto insieme e lanciarlo…
contro la bocca, gli occhi, le orecchie, il naso, le mani e colpire il cuore.

splendide-IMPERFEZIONI__1000

SPLENDIDE IMPERFEZIONI

splendide-IMPERFEZIONI__1000Quello dell’imperfezione è un tema che mi affascina, un tema che in tanti modi diversi sta al centro di tutti i processi creativi. Ovviamente parliamo sempre di imperfezioni che hanno quel quid  che migliora le cose e le persone.

LE PERSONE
Un viso fortemente asimmetrico segnato da occhi lunghi come ogive, la pelle troppo bianca, i capelli troppo biondi, un’inflessione della voce strana… l’eleganza in difficile equilibrio…
Com’è difficile guardarci allo specchio e voler bene alle nostre imperfezioni!

LA SCRITTURA
Anche nella scrittura le imperfezioni creano senso, emozionano, aumentano l’attenzione del lettore. Mi piacciono gli elenchi ossessivi, le interruzioni improvvise, le parole apparentemente fuori luogo…
Le parole sono degli oggetti strani, a volte ne ripeto una fino a quando perde il suo significato e non restano che suoni e segni astratti sulla carta.

I MATERIALI
I segni del tempo trasformano i materiali e ne tirano fuori l’anima. Fessure, striature, ammaccature, tagli, porosità, deformazioni, cambiamenti di colore… diventano marchi di qualità, attestano la naturalezza e la resistenza di materiali che vengono scelti e apprezzati proprio per come si trasformano nel tempo e per l’unicità delle loro imperfezioni.

IL PROGETTO
In ogni progetto è possibile introdurre elementi di imperfezione. Esagerazioni, eclatanti scostamenti dallo standard. Penso che esista davvero un progetto solo quando sia leggibile la volontà di andare oltre l’ovvio, il banale, le prescrizioni, i regolamenti senza senso. Avere chiari i confini della funzione, dell’economia e della produzione e farli scomparire con un segno.

LA NATURA
La natura è perfetta ed è possibile parlare di imperfezione solo accostandola alle opere dell’uomo. Le imperfezioni che troviamo sulla buccia di un frutto non appartengono al frutto ma al nostro modo di guardarlo e così per tutto il resto. L’imperfezione è un gioco che appartiene solo a noi, alla nostra cultura.

La moda, l’arte, ma anche tutti i manufatti che progettiamo sono ricchi di splendide imperfezioni. È attraverso queste che riusciamo a comunicarli meglio.

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CREATIVITÁ e COMMITTENZA

storie-001-dal-mondo-nuovo

storia 001 dal mondo nuovo

Rocconto storie, scrivo, pubblico sui social dei clienti cercando di evitare le banalità e le cretinerie che la situazione troppo spesso ispira. Guardo avanti con determinazione e tutta la leggerezza che posso. È un periodo di merda per tutti. Lo so, sento i racconti dal fronte della mia compagna e degli amici che stanno in […]

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IDENTITA-OLFATTIVE

IDENTITÁ OLFATTIVA

Chi ha una identità olfattiva? Il profumo giusto aiuta a vendere? Pecunia non olet? È proprio vero che il denaro è inodore? Sembrerebbe di no. Forse a prima vista, a prima sniffata…  Ma allora perché i grandi marchi pagano fior di quattrini nasi celebri per mettere a punto la propria fragranza. Quel tipo di profumo che […]

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PERCORSI CREATIVI

Capita di restare senza ispirazione,  di perdersi, di non saper iniziare o non trovare la fine, prima di metter mano alle carte di Brian Eno e Peter Schmidt, ecco delle brevi indicazioni ispiranti… Colore Scegli quello più forte – rosso, nero, bianco… Magenta Forma Quella più semplice – cerchio, quadrato, triangolo… Linea sottile Materiale Quello […]

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STILL-LIFE, FOTOGRAFARE GLI OGGETTI

Quando scattiamo still-life e scegliamo il pezzo che rappresenti meglio il nostro brand in una campagna di comunicazione, ci siamo mai posti le domande: – Gli oggetti sono tutti fotogenici allo stesso modo? – – Qual’è il nostro oggetto, o la tipologia di oggetti che funziona meglio davanti alla macchina fotografica? – Una persona può sembrarci […]

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STUPIRE-stupire

STUPIRE… SENZA CONIGLI

Oggi voglio spiegarvi come costruire una bomba con le poche cose che tutti abbiamo in casa… Pensate sia impazzito? No! Volevo solo stupirvi “Al mio amico Adolfo, capitava molto spesso di venire a un appuntamento, non so, con una ruota di Volkswagen sotto il braccio.  Era un ragazzo strano che amava molto stupire. Alle donne […]

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LA-FORMA-PERFETTA

LA FORMA PERFETTA

La forma perfetta è invisibile finchè non cambi occhiali. Capita che mi stia davanti agli occhi per mesi e non riesca a vederla. Come un uovo, bella e semplice come una palla. Non devo fare niente, solo prenderla e chiamarla con un altro nome. Come fece Duchamp con il famoso orinatoio. Di colpo due immagini […]

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LUCE ASSASSINA, L’IMPARI LOTTA DEI LUMEN

Non c’è luce che tenga senza un po’ di buio. Riflessione tornata su come un boccone mal digerito due giorni fa durante la solita visita di gennaio a VicenzaOro. Stessa atmosfera degli ultimi trent’anni. Lusso vero, lusso finto, paccottiglia… Stand buoni per mostrare i muscoli, spazi per lavorare, luci perfette da diamanti, flash da criminali, […]

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Scegliere-i-dettagli_

SCEGLIERE I DETTAGLI CHE CONTANO

Gestire l’immagine della nostra azienda, della nostra attività commerciale o del nostro ente significa scegliere cosa preferiamo per noi, qual’è il nostro pubblico, dove vogliamo andare. Ad ogni bivio del sentiero dobbiamo decidere il lato giusto dove andare. È chiaro che non è un’autostrada con le indicazioni grandi e fluorescenti. Sbagliare è un attimo. Bisogna […]

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AUGURI_

AUGURI, di chiacchiere, libri, corse e risate… 

AUGURI! A me, a quelli che mi conoscono solo per questa newsletter, a chi ho incontrato in azienda e tra gli stand delle fiere e a quelli che mi conoscono bene per i tanti lavori fatti insieme. Auguri di camminate, chiacchiere, libri, corse e risate, giochi e lavori che valgano la pena non solo per il guadagno […]

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il-BLU-funziona-sempre_

IL BLU FUNZIONA SEMPRE, SPERANZA e… PAURA

Il Blu funziona sempre, e così stanotte Pantone ha deciso. I padroni di tutte le nostre sfumature hanno scelto 19-4052 Classic Blue come colore dell’Anno 2020. Leatrice Eiseman, la direttrice del Pantone Color Institute ha motivato la sua scelta con parole ispirate. “ Viviamo in un’epoca che richiede fiducia e speranza. Pantone 19–452 Classic Blue, […]

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IL TAVOLO DI NATALE, boccette di fumo e scatole di pensieri

Mancano poco più di quaranta giorni a Natale, è già ora di pensare ai regali. So che qualcuno li ha già pronti da Ferragosto e tanti altri aspetteranno fino alla vigilia ma questo è il momento giusto per raccontarvi del mio regalo di Natale. Altro che boccette di fumo e scatole di pensieri. Vediamo se […]

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l'importante è finire

L’IMPORTANTE È FINIRE

Quando inizio un disegno so più o meno quello che voglio realizzare ma non so quando finirò. Magari bastano due linee che non avevo previsto e tutto finisce lì, certe volte invece tocca tratteggiare per ore come zappare la terra o mescolare colori e sembra non si finire mai. Quando si finisce un’opera creativa? Non […]

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Regali-per-i-clienti

REGALI PER I CLIENTI, GADGET, OMAGGI…

Anche quest’anno in questo periodo, per fortuna c’è chi lo fa molto prima, eccoci qui a pensare ai regali, ai gadget, a piccoli e grandi doni che ogni anno rivolgiamo ai clienti. Io qui a ripetere le stesse importanti cose di sempre come fosse l’evento del millennio. Chiamiamoli come vogliamo, sono quei gesti che mostrano ai […]

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LE-REGOLE-DEL-BELLO

LE REGOLE DEL BELLO

Mi aveva insegnato a vedere le forme delle cose, a comporre linee e superfici, volumi, colori e forme come fosse un gioco. Mettere insieme tutto facendo nascere emozioni improvvise, veloci straniamenti, sorprese, paesaggi. Le regole del bello erano semplici, in realtà era una sola, togli tutto, cerca la perfezione del nulla. Bastava andare con lui […]

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LA-GENTE-DEL-MIO-LAVORO__x

LA GENTE DEL MIO LAVORO

  Nel mio lavoro mi capita di incontrare gente di ogni tipo. Fotografi bravissimi capaci di farmi vedere cose che non vedevo. Tipografi  e grafici che rimpiangono i vecchi strumenti del mestiere ma poi si aggrappano ai loro Mac come a figli. Imprenditori di ogni genere. A me toccano sempre i più creativi, quelli che […]

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non-cambiare-niente

NON CAMBIARE NIENTE e VIVERE FELICI

Qualche ottimo motivo per non cambiare un bel niente e vivere felici. Perchè struggersi l’anima, il cervello e il portafogli dinanzi all’ineluttabile evidenza che il Logo ha  cinque o sei pantone di troppo, il sito internet non è responsive, lo stand in fiera comunica supercazzole a gogo ma non il marchio,  l’ultimo post sui social […]

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Esporre-senza-emozionare

ESPORRE SENZA EMOZIONARE

Esporre senza emozionare è triste. Dopo un giorno e mezzo in fiera a VicenzaOro esco con la solita sensazione che si sia persa l’occasione per mostrare un po’ di creatività, tirare una pennellata di colore come si deve, sparare una lama di luce, far balenare un richiamo, inventare una presenza, qualcosa da fermare i passi […]

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CORRERE

CORRERE E NON ARRIVARE MAI

Sono già a Natale, anche se non è ancora ferragosto. Disegno packaging di panettoni e sono già in Primavera, al Vinitaly mentre scarabocchio le scatole e la grafica di un nuovo vino. C’è fretta di inventare una serie infinita di cose per celebrare i cinquant’anni d’attività di quell’altra azienda… cinquant’anni che cadranno nel 2022. Una perenne […]

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IMPERFEZIONI

IMPERFEZIONI – “La vita ha più gusto quando la bevi cruda.”

I testi impaginati alla viva il parroco! Pazienza il web, dove il responsive ormai fa quello che vuole, ma la stampa no! Pagine giustificate senza giustificazioni, parole lasciate sole alla fine di un paragrafo, righe abbandonate sulla pagina bianca come spazzatura. Capisco che non è obbligatorio sapere di “vedove” e di “orfane”, vabbè ma basta […]

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la-scena-del-prodotto

LA SCENA DEL PRODOTTO – FOTO, STAND E VETRINE

Ecco qualche idea … e ricordiamoci sempre che tutte le regole sono fatte per essere trasgredite. Pensiamo di essere a teatro, l’ho già detta mille volte ma non mi pare  sia passata ‘sta cosa del teatro. Isoliamo il protagonista La poltrona, il tubo di crema,  la collana, la bottiglia di grappa, la lamiera…  e usiamo […]

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creativita

 

Spesso chi cerca creatività non sa bene cosa cerca, non ha un’idea chiara di cosa sia la creatività e a cosa serva.

Capita che il committente scarichi tutta la responsabilità del fallimento sui creativi di turno, rei di non aver capito e di non essersi fatti capire.
Il recente exploit della ministra Lorenzin per il Fertility Day ne è un esempio lampante.
Dopo una campagna di comunicazione indegna, di fronte alle generali rimostranze, la Lorenzin prima licenzia il direttore della comunicazione del Ministero e poi, intervistata in TV butta lì la richiesta ai creativi che la criticano – se son così bravi –  di farsi avanti a far proposte…
Gratis! Ovviamente.

Tante volte il lavoro creativo viene visto come un’attività per fuoriditesta, o quando va bene per farfalloni provocatori che spesso amano vestirsi da cretini e passare il tempo divertendosi a spararle grosse. Gente che vive d’aria e si diverte così tanto che sembra davvero troppo doverla anche pagare!Invece dovrebbe essere chiaro che la creatività è un lavoro, non c’entrano genialate un tanto al chilo o invenzioni strane. La creativitá è fatta da vocazione, talento, professionalità, ricerca, studio, sperimentazione ed è una cosa utile, che serve…
Sì, serve! Non esiste la creatività inutile.
Serve per creare bellezza e non c’è cosa più utile della bellezza. Non tanto per dire. La bellezza, le cose belle, una comunicazione “bella”, sono tutte cose che fanno vendere… oltre che a rendere piacevole la vita.
Serve per fare innovazione, quella cosa che ci fa andare avanti e ci fa emozionare. Siamo tutti attratti dal nuovo.
Serve per comunicare in modo efficace e tutti sappiamo quanto sia importante far arrivare il messaggio giusto al nostro pubblico.

La creatività è un lavoro serio che va pagato, per quanto sia cara costerà sempre meno degli spazi e dei tempi necessari per produrla e trasmetterla: costi di produzione, di commercializzazione, di stampa, pagine di giornali, spazi televisivi… Il successo o il fallimento di un prodotto o di una campagna di comunicazione lo fa prima di tutto la creatività.

Il committente, gli imprenditori o gli amministratori pubblici che cercano e chiedono creatività devono essere all’altezza di quello che vogliono. È il committente che deve definire gli obiettivi e scegliere i creativi con cui lavorare. È Lui che alla fine riconosce la qualità del progetto creativo, dà l’OK e lo mette in produzione.
La responsabilità di un bel progetto di design o di una buona comunicazione è sempre divisibile a metà tra il committente e i creativi che a scelto.

Mi piace lavorare quando c’è affinità, quando è facile capirsi, quando è ben chiaro a tutti dove si vuole arrivare, quando si ha l’umiltà di condividere la strada e la capacità di percorrerla insieme.

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BELLO è UTILE

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Quante volte abbiamo sentito la frase – l’importante è che sia utile, funzionale, non è importante che sia bello! –
Invece il bello è utile, vantaggioso economicamente e assolutamente indispensabile per comunicare l’azienda.

– Fa parlare di sé e si fa vedere.

– Emoziona e fa innamorare.

– É innovativo e stupisce.

– Ha tante cose da raccontare.

– Non è banale.

– Trasmette le capacità dell’azienda,

– e i suoi valori 

– É semplice

– Fa vendere

Realizzare un bel oggetto, un bel logo, un bel depliant o un bel catalogo, un bel sito internet, delle belle fotografie, un bel testo per il blog, per face book o per la tua newsletter… fare le cose bene e far sì che siano belle non costa di più e soprattutto tuoi investimenti in design e comunicazione non saranno controproducenti.

La creatività deve mostrare il progetto che la ispira!

Progettiamo insieme delle cose belle!

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Semplice è difficile

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Essere semplici è difficile, così come scrivere ed esprimersi in modo semplice.
È difficile essere creativi e produrre idee ed oggetti semplici.
Sono convinto sia importante comunicare nel modo più diretto possibile pensieri che abbiano un significato cercando di evitare di spargere fuffa  e basta.

Anche progettare oggetti semplici è complicato.
Una poltrona, una lampada, un gioiello dalle forme incredibilmente lineari sarà sempre più affascinante di un oggetto inutilmente complicato.

Scrivere in modo semplice è faticoso perché bisogna aver fatto chiarezza su ciò di cui si vuole parlare ed è necessario informarsi sull’argomento. Bisogna scegliere le parole e la forma più adatta evitando periodi complicati e paroloni inutilmente altisonanti.
Scrivere in modo semplice non vuol dire essere banali.

Se infilo nel discorso un parolone vergognoso, una parolaccia inventata,  una forma strana e complicata, lo faccio consapevolmente. Mi serve per attirare l’attenzione, per far sorridere, per combattere la noia.
Non che ci riesca sempre. Nè a essere semplice né a non essere noioso.
Io ci provo. Magari in questo blog qualche volta mi lascio andare, sperimento e capita che scriva anche qualche sciocchezza.

Del resto scrivere in modo semplice è anche pericoloso perché così la gente si accorge se si rimesta la solita brodaglia e non ci si può nascondere dietro una nuvola di spezie che copra tutto.

Per progettare una seggiola, un vaso, o un tavolo la storia non è tanto diversa.
Essere semplici aiuta sempre. Perfino a disegnare delle cose apparentemente complicate.

Sono di quelli che preferiscono togliere, togliere e togliere fino ad avere superfici pulite, linee semplici da dove l’idea salta fuori subito.
Raggiunta una forma essenziale, tolte le  incrostazioni, qualche volta mi vien voglia di fare grafica, di appiccicarci un’invenzione, ma mi piace si percepisca questo desiderio di aggiungere, questa voglia di giocare e di stupire.

Non mi ricordo più quale filosofo dicesse… “Vi scrivo una lunga lettera perché non ho tempo di scriverne una breve”.
Non è tanto diverso quando si danno in pasto al pubblico oggetti complicati perché non c’era il tempo di renderli semplici.

Di questi tempi pieni di invenzioni vuote e di voli inconcludenti le aziende dovrebbero mirare alla semplicità, non alla vuota faciloneria, per distinguersi e farne motivo di vanto.