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IL-MEDIUM-è-IL-MASSAGGIO

IL MEDIUM È IL MASSAGGIO

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Comunicare il prodotto o comunicare l’azienda?

Quanto conta il mezzo? Molto.
Sarebbe perfetto dare risalto ad entrambi, purtroppo raramente è possibile.
Quando acquistiamo un qualsiasi prodotto, un gioiello, un’auto, un paio di scarpe, una bottiglia di vino, una poltrona o una mela scegliamo in base a due aspetti essenziali, raramente uniti in unica rappresentazione ideale, più spesso, l’uno a far ombra all’altro.
Il fascino e le qualità tecniche.
I valori del marchio e le prestazioni dell’oggetto, la bellezza e la funzionalità, aspetti che si fondono in una valutazione di mercato, il prezzo, dove è difficile quantificare l’apporto dell’uno e dell’altro.

Vetrine bellissime in cui il prodotto quasi non si vede, esposizioni da cui ci siamo allontanati, colpiti dal negozio, senza aver chiaro quale fosse l’offerta commerciale.

Pagine pubblicitarie con messaggi allusivi che non ci mostrano il prodotto in vendita ma ci promettono che acquistandolo avremo più potere, più sicurezza, più fascino, più… più… più…

Video in cui automobili da sogno ci portano in un altro mondo, non importa a quale velocità.

Depliant con lampade che si accendono e fanno luce. Forse una bella luce eh!

Come realizzare i sogni che tutti vogliamo vivere e vendere gli oggetti molto più reali che li abitano?

Si tratta di scegliere come e cosa comunicare.

Bisogna rinunciare a delle cose per dare risalto ad altre.
È necessario adattare il messaggio al mezzo, al contesto, al pubblico e all’obiettivo da raggiungere.

Ci sono momenti per la poesia e altri per la prosa. Spazi per ammaliare e altri per spiegare.
Tempi lunghi e attimi fuggevoli.
Ogni volta il messaggio dovrà adattarsi allo spazio e al tempo che il mezzo consente cercando però sempre di mantenere la stessa coerenza di contenuti.

Ho rubato il titolo di questo post al celebre saggio di Marshall McLuhan del 1967.
Così celebre da consentirmi il furto senza timore di fraintendimenti.

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I SEGNI GIUSTI, per dare forza al nostro logo

I-SEGNI-DEL-LOGO
Pensi di cambiare logo?
Allora devi immaginare la tua forma, quella che ti rappresenta meglio.
Ti serve un restyling? Aggiungi un segno che dica in modo chiaro e veloce quello che fai.

Una freccia per esempio è un segno che indica tante cose.
Velocità, precisione, efficacia, crescita…  Molto dipende dalla sua forma. Se sarà grande o piccola, se ingloberà completamente il logo o lo sottolineerà  soltanto… In che direzione punterà, di che colore sarà…

Un quadrato dirà stabilità, sicurezza, pesantezza, solidità, concretezza… 
Ma anche  tante altre cose.
Basterà una rotazione per trasformare la sua fiera stabilità nell’immagine dell’accelerazione e del pericolo. L’abbinamento a colori chiari per comunicare spiritualità e fantasia. Se Arrotondiamo gli angoli e lo ammorbidiamo come un tiramisù comunicherà golosità, ergonomia, comodità…

Il triangolo rosso da sempre è l’immagine del pericolo.
Se però il rosso diventa azzurro o viola la sua natura cambia e si impregnerà di connotati religiosi. Se diventa scuro sarà ancora una freccia, se…

Ogni forma può assumere significati diversi, esprimerli in forme decise o solo accennate, trasgredire o affermare.
Pensiamo a quante forme ci ne sono e quante ne possiamo inventare.
Troviamo il segno giusto per noi e… facciamo attenzione!
Le immagini, nel bene e nel male, parlano più chiaramente e velocemente di qualsiasi parola.

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Scrivere il profilo aziendale

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Il Profilo Aziendale o il Company Profile, come volete, è quella mezza pagina dove scriviamo sempre le stesse cose.
Una volta stava a pagina cinque della brochure cartonata, poi si è moltiplicata sui pieghevoli e sulle cartoline ed è esplosa sulle home dei siti di quasi tutte le aziende.

Nonno Evaristo nel lontano 1895 aprì bottega in un sottoscala di via Dei Cardatori a…
Niente male eh?! In una riga avremmo risposto a piú della metá delle famose “five W’s” come in un film americano.
Invece spesso iniziamo a scrivere… “Siamo un’azienda moderna, giovane e dinamica, integrata, dalla solida struttura manageriale, leader indiscussa nella creazione, produzione e distribuzione di baratelle e tirapacchi sia maschili che femminili…” E  continuiamo “…la soddisfazione del cliente sta alla base della nostra filosofia aziendale…” Insomma ci incensiamo e tiriamo a lucido senza dire le cose essenziali, senza presentarci davvero.

In pochi abbiamo il coraggio di metterci la faccia nonostante ovunque dilaghino i selfie e di sequestri di persona, per fortuna, non si senta più parlare.
In pochi abbiamo il coraggio di dire… Eccomi qua! Son mi el paròn! E mostrare con la faccia quel po’ di carattere che ha fatto l’impresa. Una faccia sorridente o arcigna, ironica o seriosa col telefono in mano… Una faccia che dica qualcosa!

Proviamo a tirar fuori cose non banali… Con una faccia che se piove e tira vento o ci sono quaranta gradi come oggi e l’aria condizionata é andata a ramengo é comunque la faccia di uno che racconta la sua storia. Di quando, dove, come e perché… Certo! Ma anche di tante altre cose… Che corriamo all’alba lungo il fiume (lasciate perdere che son fissato!) o che daremmo un anno di vita per cambiare tutto. Raccontiamo dei mille successi ma soprattutto di quell’unica sconfitta che poi conta piú di tutto.

Usiamo un linguaggio diretto, semplice, raccontiamo un aneddoto, rifacciamoci a una canzone, a un film , un libro… Parliamo dei mille prodotti bellissimi, importanti, dei brevetti e degli attestati, ma più di tutto raccontiamo di quel sogno che ancora teniamo nel cassetto e che sará una sorpresa, un regalo…
E sicuro… la moglie, il marito, i figli…. La famiglia… ma che non sia per forza mulino bianco.

Perchè non raccontare che é iniziato tutto con un gran colpo di fortuna, per un’intuizione geniale… e poi la fatica di un milione di notti in bianco quasi a doverseli far perdonare.

Scriviamo il Profilo Aziendale come un racconto vero, che ci renda credibili e faccia venir voglia di incontrarci.

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Ancora sulla creatività, ovvero l’arte di scegliere.

 

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Mi fa sempre sorridere la famosa citazione di Henry Ford a proposito della sua celeberrima T Model, di cui diceva che:

Ogni cliente può ottenere un’auto colorata di qualunque colore desideri, purché sia nero.

Se penso a quante infinite combinazioni di scelte dobbiamo compiere ogni giorno, mi viene quasi spontaneo chiedermi se sarebbe più semplice avere meno opportunità, meno opzioni, meno decisioni da prendere cercando di intuire quale possa essere la più vantaggiosa, la più efficace, la migliore.
Mica facile, saperlo prima, no?
Eppure a volte tra i campioni e i progetti, tra le mazzette di colori e di materiali, tra colori e gli schizzi leggo nello sguardo dei miei clienti un briciolo di esasperazione, e so già che cosa stanno per dirmi: “Ci pensi lei, faccia lei la scelta migliore”.

In altre occasioni, invece, mi accade di lavorare con clienti più consapevoli dell’identità del brand, delle scelte stilistiche che concorrono a determinare l’immagine aziendale nei vari ambiti di comunicazione in cui il progetto a cui stiamo collaborando verrà declinato. Può essere una brochure, un catalogo, uno stand fieristico oppure il design di una nuova collezione di prodotti, o molto altro ancora, ma anche in questo caso lo stile dell’azione comunicativa è il risultato di una serie di scelte: il mio compito è quello di selezionare le opportunità coerenti ed adatte all’identità del mio cliente, alle tendenze del settore di riferimento, ma anche alle sue esigenze sia tecniche che economiche.

Non è detto che le cose belle debbano per forza costare tanto: spesso la mia esperienza professionale e la costante attenzione alle tendenze mi hanno permesso di sfruttare al massimo budget contenuti per ottenere risultati sorprendenti. Minima spesa, massima resa è un imperativo categorico più che mai attuale, e anche questo aspetto della creatività dipende dal tipo di scelte che operiamo con e per i nostri clienti.

Un creativo dunque è soprattutto qualcuno che ti aiuta a compiere la scelta migliore, adottando un punto di vista magari insolito e originale, proponendoti idee e soluzioni a cui non avevi pensato o che non sapevi esistessero: è il gusto di stupire prima il mio cliente e poi il suo pubblico a rendere appassionante ed intenso il mio lavoro.

Sia che io stia scrivendo un testo per la tua comunicazione, che ti stia proponendo una soluzione di packaging o che stia realizzando il layout grafico della nuova campagna pubblicitaria, la parte più importante del mio lavoro consiste proprio in una serie di scelte consapevoli. Penso ad esempio al carattere da usare, al colore giusto, al tipo di illuminazione o al taglio fotografico da indicare al fotografo per uno shooting, alle texture di arredamento per lo sviluppo di un concept store, e via dicendo.

Il creativo non è mai solo colui che sceglie al posto tuo, ma quello che ti assiste, ti guida e ti supporta, mettendoti nelle condizioni di avere tutti gli elementi per fare la scelta migliore possibile.

A te spetterà l’ultima parola su tutto, naturalmente, e sono certo che ti sarà molto più semplice scegliere dopo che avremo eliminato insieme le opzioni inutili e “sbagliate” rispetto alle tue necessità di quel momento (senza dimenticare di ragionare in un’ottica a medio e lungo termine quando le circostanze lo richiedano).

Mi piace concludere questa breve riflessione con la citazione di una frase del filosofo tedesco T.W. Adorno:

La libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta.

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TUTTI IN FIERA

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Settimane convulse di fiera in fiera.. fiere che si accavallano a Milano, a Vicenza, a Rimini… 
Un lavorio frenetico intorno agli ultimi ritocchi sugli stand, alle  nuove collezioni, alle immagini, alle brochure, stampe, video, modelle, receptionist … tutto un mondo da inventare che durerà quattro, cinque giorni e, si spera, alimenterà il lavoro dei prossimi mesi.
Cose che filano via lisce che proprio non ci speravi e rogne da improperi in tutte le lingue immaginabili, con un uso colorito e greve di tutti i dialetti natii che da buon lombardo/veneto non mi risparmio proprio.

Alla fine ci si arriva sempre.
In un modo o nell’altro l’azienda mostra la sua faccia.
Bella, liftata, senza nulla fuoriposto da sembrare finta o tutta sgarrupata come ci fossimo svegliati di colpo cinque minuti prima e corressimo all’appuntamento della vita con le braghe del pigiama in mano, i calzini spaiati con la faccia e l’acconciatura di chi ha sbattuto contro un tram come in quella vecchissima pubblicità che recitava:
– Scusate! Abitualmente vesto Marzotto! –  e mostrava uno stralunato impiegato di banca nel pentolone di una tribù antropofoga.

Poi c’è chi arriva in fiera esibendo il semplice splendore della faccia di tutti i giorni.
Niente trucchi pirotecnici, niente trovate esilaranti, solo se stessi, così come ci si presenta tutti i giorni al pubblico, alla clientela che ci riconosce subito con una certa soddisfazione. Si chiama Corporate Identity e non è una cosa che si trova per caso o si compra dall’agenzia strafiga, obbligatoriamente milanese, che impacchetta l’immagine della tua azienda con un bel fiocco a pois! E’ un percorso più o meno lungo, più o meno costoso, un cammino di persone che incontrano altre persone e insieme raggiungono la consapevolezza di dove vogliono andare, di chi vogliono essere, di cosa vogliono fare.

E al centro di tutto ci sei tu! Il paròn! Come si diceva affettuosamente una volta.
Padrone di un’idea che ti assomiglia, con la voglia di svilupparla e vederla crescere.
L’identità aziendale, il branding… ecc… ecc… e tutte le parolacce del marketing che vien voglia si frantumino i denti a chi le pronuncia, hanno un senso solo se partono dalla personalità dell’imprenditore, dai suoi valori, dalle sue passioni, così che sviluppando un progetto di marca, di identità aziendale si percepisca che è una cosa vera, una bella faccia che dica qualcosa, non un ghigno plastificato da contrabbandare per sorriso.
Un’azienda che produca quello che sa fare meglio, come lo sa fare meglio, senza inseguire tutti i mercati, piegandosi a tutti i venti col rischio di non avere più identità e nessun mercato.

Ecco, mi sono lasciato trascinare dalla foga!
Normale, siamo in fiera, se ne vedono di tutti i colori e si perde un po’ la testa.
Chi è andato a vestirsi di tutto punto alla boutique appena aperta in centro, chi si è messo i primi stracci che ha trovato e chi si veste da sempre in un certo modo, o almeno prova a capire a sperimentare come vuole essere, chi vuole essere, riuscendo a mostrare identità per essere riconoscibile in fiera e… dappertutto!

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IL NOME GIUSTO

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Quando sono nato, il nome giusto per me si era già deciso da un pezzo, o meglio l’aveva deciso mia nonna, mi sarei chiamato Maurilio, come il vescovo di Torino di allora. Sennonché all’Ospedale Maggiore di Novara poche settimane prima della mia nascita era sorto il sospetto, con relative denunce, che fossero avvenuti scambi di neonati. La direzione dell’Ospedale per rassicurare la gente si era inventata di scrivere il nome immediatamente dopo il parto sulla pancia del neonato con un pennarellone indelebile. E fu proprio nell’istante in cui mia madre avrebbe dovuto dire Maurilio con piglio sicuro che le uscí un flebile Paolo che l’ostetrica andò a stamparmi addosso per sempre. Con buona pace per mia nonna!

É una storia che raccontavo sempre ai miei figli quando erano piccoli, mostrando la pancia e invitandoli a cercare il segno leggero dell’indelebile che secondo me si vedeva ancora benissimo!

Dare un nome alle persone, alle aziende o alle cose é sempre un’avventura.

Dare il nome giusto ad un prodotto, a un’idea, a un personaggio, a un’azienda, è l’azione piú creativa che si possa compiere. 

Senza un nome le cose, le persone, le idee non esistono.

Ci sono nomi di prodotti,di personaggi, di istituzioni che tutti conosciamo. Nutella, Nike, Algida, Aspirina, Coca–Cola, Greenpeace… e poi Marilyn, Gilda…
Alcuni sono diventati famosi per le casualità della vita, altri sono stati creati per diventare famosi.
Un nome per attirare l’attenzione, per comunicare qualcosa deve suscitare delle emozioni, evocare, creare un qualche effetto.
Nella scena del film “Bianca” di Nanni Moretti che interpreta un prof. di matematica, lui arriva nella sua nuova scuola e appare il tipico edificio scolastico e lentamente la cinepresa svela l’intestazione  –  SCUOLA MEDIA STATALE MARILYN MONROE – qui l’effetto spaesamento è immediato e totale.
Come per qualsiasi tipo di progetto di comunicazione, anche per inventare un nome è fondamentale giocare con gli stereotipi – quelle immagini così fortemente codificate, rigide e largamente condivise all’interno di gruppi omogenei – tali che negandole, travisandole, ribaltandole ecc… si ottengono effetti immediati ed eclatanti.

Senza stereotipi sarebbe dura!

E’ grazie agli stereotipi che otteniamo l’effetto di sorprendere e far ridere se chiamiamo Fufi un mastino napoletano o Thor un chihuahua.
Dare il nome ad un’azienda significa far volare la fantasia, sentire qual è la sua essenza, analizzare il mondo in cui si muove e fare attenzione a poche semplici regole.

– EVITIAMO NOMI TROPPO LUNGHI
–  A meno di poterli sintetizzare in un acronimo, una sigla, che diventa il vero nome. Fabbrica Italiana Automobili Torino avrebbe dato qualche problema in più di FIAT. Tanto più oggi che deve diventare il nome di un sito, di un indirizzo e–mail, di un blog…

– ACCERTIAMOCI CHE IL DOMINIO SIA LIBERO – E’ una cosa che si fa in dieci secondi sui siti specializzati nella registrazione di domini. Inutile innamorarsi di un nome che non si potrà mai usare nel web.

– NIENTE NOMI CHE SUONINO MALE – Sembra ovvio ma non lo é. Ricordiamoci che i “Baci” Perugina, nome azzeccatissimo, in origine erano stati commercializzati come “Cazzotti”.

– ESSERE ORIGINALI – NON COPIARE – Utilizzare il nome di un brand famoso magari aggiungendo una vocale o una consonante all’inizio o alla fine piú che illegale é ridicolo!

Essere originali ci dá la possibilitá di investire sul nostro marchio senza temere di veder spazzare via tutto sul piú bello da rivalse legali.
É importante trovare il nome giusto, che suoni bene, magari con una bella storia cucita addosso. Aiuta di sicuro! Sia per creare un nuovo brand, una nuova attivitá, che per dare personalitá e riconoscibilitá ad un nuovo prodotto.

Ci sono mille modi per trovare spunto ed inventare il nome di un marchio con le carte in regola per avere successo ma quello che paga veramente é immaginare il mondo che sta intorno a quel nome, la storia che lo origina, una motivazione che vada al di lá del bello e del brutto!

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QUESTIONE DI STILE

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Progettare un oggetto con una propria personalità è una questione di stile.
Cosa sará mai questo stile?! Lo stile é fatto di segni riconoscibili, di colori, di forme, di un insieme di simboli che appartengono ad un gruppo sociale, ad un territorio ad un certo periodo storico.
Barocco, Gotico, Rococó, Luigi XVI, Impero, Liberty, Biedermeier, Decó, Moderno, Pop, e poi chi piú ne ha piú ne metta, tutta questione di stile!
Non é architettura, non arte, neanche arredamento o design, non sono accessori o moda. Sono tutte queste cose messe insieme che in un certo momento assumono certe forme, una certa decorazione o nessuna decorazione, certi colori e certi materiali, un vento colorato gonfio di un profumo preciso che sparge ovunque certi segni riconoscibili.
Come sarebbe bello, tranquillizzante, semplice avere uno stile a cui attingere per disegnare case, divani, piatti, sedie, scarpe, abiti, gioielli, pettinature.
Ma ce l’abbiamo! La moda, no?!!! Ecco! Tutto quello che abbiamo é un venticello che ad ogni stagione cambia direzione, colore, forma.
Valori: zero!
Forme persistenti: zero!
Decorazioni condivise e riconoscibili: zero!
Il nostro stile é quello liquido e coloratissimo in cui tutto e il contrario di tutto vanno sempre benissimo!
Tutti possono inventarsi uno stile.
Renderlo esclusivo, personalissimo e affermarlo facendo spuntare ovunque imitatori. Basta crearsi delle forme, assumere dei colori, sposare un certo sapore, restare fedeli ad un mix preciso di segni che ci siamo scelti.

Ci vuole un progetto! Mai come in questi tempi liquidi vale la pena cercare di averne uno.

Rubare una copia sbagliata di una poltrona barocca e coprirla con una texture colorata presa da un paesaggio di Seurat, o con le geometrie di Mondrian.
Trasformare un orecchino Decò in un oggetto hi-tec o in un monocromo pop.
Fingere un’antica scrittura mesopotamica per decorare il piano di un tavolo.

Contaminazione! Questo è lo stile del nostro tempo.

Ci vuole cultura, coraggio, creatività, per mescolare il sacro con il profano, sensibilità lontane secoli e migliaia di chilometri. E’ una questione di stile nuova, che torna a investire i modi di vivere, uno stile fatto da un’infinità di microcosmi che si incontrano, si scambiano informazioni, si fondono dando vita a nuove filosofie, nuovi cibi, nuove sensibilità, creando oggetti mai visti prima.
Siamo un po’ allo sbando, persi in una fantastica discarica di tesori in disuso, un immenso patchwork in cui è impossibile individuare uno stile con le vecchie caratteristiche che ogni stile ha sempre avuto prima.
In questo oceano ondoso ogni azienda ha la necessità di mostrare un proprio stile, la forza di distinguersi nel grande patchwork, come una pezza un po’ più grande, o più colorata, o fatta di un materiale strano, o lucida, magari dalla superficie ispida, o con una forma diversa da tutte le altre. 
E’ molto più di una questione di stile!

Nell’immagine – Poltrona Proust di Alessandro Mendini: riedizione Geometrica.

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RISPONDERE ALLE E-MAIL

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Riceviamo molte e-mail ogni giorno, un po’ di tutto, cose più o meno importanti, lavoro, clienti, colleghi, fornitori e poi comunicazioni pubblicitarie, e infine immagini, pensieri inaspettati, proposte. Non è sempre necessario rispondere alle e-mail, tra tutte solo una parte richiede davvero una risposta. Facciamo però attenzione. Con la selezione che facciamo scorrendo la posta, in modo sempre più frettoloso, sul tablet o addirittura sullo smartphone rischiamo di perderci qualche contatto prezioso, e-mail interessanti, opportunità di lavoro o di crescita personale. Ma soprattutto accade sempre più spesso che ci si dimentichi di rispondere a quei messaggi che magari nell’immediato sono irrilevanti ma che potrebbero rivelarsi utilissimi in futuro.
E’ importante rispondere alle e-mail, ne va della reputazione personale e dell’immagine dell’azienda.
Meglio ancora se saremo capaci di creare una relazione empatica con il nostro interlocutore.
Non ci vuole molto.
Proviamo a non usare sempre le stesse frasi fatte, sforziamoci di immaginare la persona che abbiamo davanti e cerchiamo di essere diretti.
Non è sempre possibile uscire dagli schemi ma quando ci riusciamo, quando inneschiamo una conversazione vera ci sentiamo meglio e gratifichiamo chi ci ascolta.
Rispondiamo alle e-mail, anche a quelle che non ci sembrano molto importanti, facciamolo mettendoci in gioco riconoscendo l’individualità della persona che sta dall’altra parte.
Ogni impresa dovrebbe cogliere l’occasione, che si ripete ogni giorno con le e-mail, di comunicare la propria personalità.
L’opportunità è ancora più grande perchè pochissimi la colgono.

Quasi tutti, dalla mega-multinazionale alla bottega sotto casa, rispondono alle e-mail nello stesso modo.
Immaginatevi perciò che botta di vita e come salti agli occhi trovare qualcuno capace di parlare con la propria voce usando un linguaggio semplice e diretto. 
Rispondere alle e-mail con empatia fa crescere la reputazione personale e della propria azienda.

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Comunicare il lusso

 

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Appunti su come comunicare il lusso mentre le grandi Maison della moda affollano gli spazi della comunicazione di massa come le griffe dei grandi magazzini.

Volevo scrivere sui tempi del lusso, lo paragonavo al tempo lento di una giornata di pioggia passata a leggere un buon libro davanti al caminetto acceso.
Invece poi ne è uscita una cosa troppo lunga e complicata.
Ci tornerò.
Nel frattempo condivido questi appunti e qualche breve riflessione su come comunicare il lusso.

1 –  Vendiamo a qualcuno prima di vendere qualcosa.
Per comunicare il lusso è importante capire chi è il nostro pubblico.

2 –  Non esiste un solo lusso.
Ogni lusso merita una strategia  di comunicazione.

3 –  Comunichiamo, non facciamo pubblicità
Raccontiamo il brand al nostro pubblico. Come produciamo, chi siamo, che valori abbiamo.

4 – Il negozio è il centro della comunicazione del brand.
La vetrina, le luci, i materiali, il profumo, la musica o il silenzio, il personale di vendita rappresentano il marchio.

5 – Internet è uno spazio adatto al lusso?
E’ possibile comunicare il lusso con strumenti che si rivolgono alla massa?
Per internet come per la TV vale la regola che ogni lusso ha un suo linguaggio.

6 – Chi ha detto che non si può comunicare il lusso sui social network?
Il lusso è per pochi ma per ritenersi tale deve essere desiderato da tanti.
Sappiamo che il lusso si può comunicare sui social visto che tante grandi marche lo fanno bene.

7 – Il lusso come la bellezza è fatto di estremismi.
Comunicare le minestrine riscaldate non entusiasma nessuno!

8 – Il lusso va oltre il prodotto.
E’ importante comunicare servizi e privilegi.

9 – Ogni popolo, ogni nazione possiede un proprio lusso.
Ogni popolo, ogni nazione usa parole e immagini diverse per comunicare il lusso.

10 – Scrivere del lusso significa raccontare il prodotto e il brand.
Un uso smodato di aggettivi superlativi sconfina nel ridicolo.

Per comunicare il lusso useremo un linguaggio semplice e concreto capace di emozionare per la ricchezza dei contenuti non per le urla stridule delle vestali del kitsch in TV.

 

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E’ morto Piero Busnelli uno dei padri del design italiano.

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Sabato scorso è morto Piero Busnelli il fondatore di B&B Italia.

Rendendogli omaggio come a uno dei massimi interpreti del design italiano ne approfitto per esprimere ancora una volta quant’è importante il ruolo dell’imprenditore nello sviluppo e nella ricerca intorno al prodotto di “design”.
Piero Busnelli dal divano “coronado” del ’66 realizzato con Afra e Tobia Scarpa al successivo “lombrico” con Marco Zanuso e “le bambole” con Mario Bellini nel ‘ 72, ha accolto nella sua azienda tanti dei più prestigiosi designer italiani  o che sarebbero poi diventati italiani d’adozione.  Al fianco di Antonio Citterio, Patricia Urquiola,  Zaha Hadid,  Gaetano Pesce, Paolo Piva e tanti altri Pietro Busnelli ha lasciato un segno forte nella storia dell’arredo d’autore.
E’ un’esperienza fantastica quando incontro un imprenditore che si prende un po’ di tempo per ascoltarmi e mi racconta le sue idee. Quando mi offre il suo spazio e il suo tempo e si entusiasma e si diverte a dar vita a qualcosa di nuovo.
Certo Piero Busnelli era unico, ne fa un bello schizzo Lina Sotis in queste poche righe sul Corriere di parecchi anni fa in un articolo dal titolo illuminante “Pierino, l’ ultimo della classe e’ diventato miliardario”.
Quanti Pierini qui intorno a me ci mettono una passione infinita a far crescere la loro azienda, e mi accolgono, e raccontano e ascoltano…
L’immagine è tratta dalla home page di B&B Italia.
www.bebitalia.com

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Lo stand perfetto è verde!

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Lo stand perfetto è altissimo ma ha un solo piano.
E’ completamente chiuso come un monolite ma è aperto al pubblico.
E’ strafigo e modaiolo ma non si prende troppo sul serio ed è divertente!
Lo stand perfetto è completamente nero! Oppure bianco! O Rosso.
Costa la metà e ha il doppio del successo dello stand più caro della Fiera.
E’ un cubo anonimo dove ne succedono di tutti i colori.
I materiali indispensabili ad un buon spazio espositivo sono l’acciaio, il legno, tessuti, luci, vetri e colori messi in modo da formare un involucro pieno zeppo di fantasia.
In un negozio o in uno stand ben progettati gli spazi sono funzionali all’esposizione, alla vendita e allo spettacolo nelle proporzioni di un cocktail magico.
In uno stand perfetto non è mai possibile entrare, è sempre pieno!
La semplicità è la caratteristica principale di un buon progetto. Anche quando sembra complicatissimo!
Tutti gli stand devono essere ignifughi, ecologici, ergonomici… lo stand perfetto è anche tecnologico, accessibile e economico.
Il profumo all’interno di uno stand perfetto viene diffuso con Aroslim, sa di papaveri e grano o di neve fresca, oppure di nuovo, di plastica e vaniglia. E’ un fragranza che si sente appena come il profumo di carta da zucchero e come quello ancora più flebile della simpatia.
Gli spazi espositivi devono essere sempre esageratamente grandi oppure piccolissimi. Si deve evitare l’effetto salotto di casa. Lo stand perfetto è uno spazio emozionale.
Lo stand perfetto comunica l’azienda, l’idea, il prodotto, è lo spazio dell’evento, della presentazione e dell’incontro.
Il progetto di uno stand perfetto nasce dal connubio tra un committente intelligente, curioso, aperto e coraggioso e un progettista capace di ascoltare e di stupire.
Lo stand perfetto ha uno scopo soltanto: farsi ricordare.

Per incontri gratuiti intorno all’idea del tuo stand perfetto scrivi solo:
BELLO LO STAND PERFETTO!
indicando il tuo indirizzo e il numero di telefono
e invia a:
hello@paolomarangon.com

 

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LA SFIDA DELLA FIDUCIA

FIDUCIA_634pxChi l’ha detto che fidarsi è bene, non fidarsi é meglio?!
Qualche anno fa mio fratello Piero ebbe la brillante idea di regalare a tutti per Natale “LA SFIDA DELLA FIDUCIA” il saggio di Stephen M. R. Covey sulla necessità vitale del sentimento della fiducia. Da buon intellettuale snob ho sempre considerato questi manualetti di marketing come romanzetti rosa cosí lasciai il libro a dormire nella zona meno frequentata della mia libreria.
Sapevo che me lo sarei ritrovato tra le mani.
Senza fiducia non funziona niente! Non esiste possibilità di agire con successo a meno di un enorme esborso di tempo. Se ci pensiamo bene non siamo in grado di fare proprio nulla senza fidarci della gente che ci circonda. Provate per un attimo a pensare di viaggiare in auto su un’autostrada affollata, la nostra A4 va benissimo come esempio. Mentre guidate a velocitá sostenuta immaginate che le persone che guidano intorno a voi siano dei pazzi suicidi che potrebbero frenare improvvisamente e senza motivo, cambiare corsia di colpo e magari invertire la marcia tanto per vedere l’effetto che fa. Ecco se pensassimo davvero una  cosa del genere credo che eviteremmo le autostrade.
Invece ci troviamo spesso a lavorare in situazioni in cui la fiducia reciproca lascia molto a desiderare e ciò comporta da parte di tutti l’introduzione di meccanismi di sicurezza che rallentano e rendono pesante e poco produttivo il lavoro e sempre più complicate le relazioni. Diceva Gandhi “Dal momento in cui si sospettano le finalitá di una persona, qualsiasi cosa faccia diventa compromettente”.
E’ facile immaginare come il lavoro di tutti noi dipenda da quanto possiamo fidarci gli uni degli altri, senza fiducia avremo sempre dei problemi.
La fiducia sta alla base del concetto di MARCA, non è possibile ipotizzare la costruzione di un marchio, immaginare strategie di marketing per affermare il nome di un’azienda senza avere ben chiaro che quello che si sta cercando di fare non è nient’altro che creare intorno all’azienda una nuvola di rapporti di fiducia.
Cercare la fiducia dei clienti ovviamente, ma non solo, stabilire rapporti di fiducia con i fornitori, con i dipendenti, con i mezzi di informazione, con le associazioni sul proprio territorio. Niente e nessuno deve essere escluso.
Il concetto che mi é piaciuto di più del libro di Covey è che la fiducia non è un sentimento immodificabile ma cambia. Possiamo vedere svanire la fiducia nelle persone che ci stanno intorno e agire per ricostruirla. Soprattutto possiamo iniziare in qualsiasi momento a creare fiducia intorno a noi, consapevoli che “il momento migliore per piantare un albero è vent’anni fa. Il secondo momento migliore è oggi”
Date retta! Fidarsi è bene!

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Una parola magica: NUOVO.

NUOVO_2NUOVO era una bellissima rivista di pubblicità stampata tra gli anni ’70’ e ’80. Giustamente l’editore aveva innalzato questa parola a totem, insegna di un intero settore. Nuovo è  un aggettivo che si appioppa a ogni oggetto di design e sicuramente una delle parole più usate nel marketing. Quando un’azienda passa di mano alle nuove generazioni spesso non si trova niente di meglio che aggiungere al vecchio nome questo aggettivo palingenico (che fa nascere di nuovo). Qualche volta ciò che viene bollato come nuovo, nel marketing, nel design, nella comunicazione televisiva, al cinema, nella moda e un po’ dappertutto di nuovo non ha proprio nulla. Ma c’è di peggio! Anche quando la creatività partorisce un’idea davvero innovativa non sempre questa viene usata bene e avvantaggia l’azienda che  ha speso tempo e soldi per darle vita. Spesso il NUOVO ha poco a che fare con l’identità aziendale, con il pubblico che ha fatto la fortuna di quell’azienda. E’ nuovo e tanto basta! Uno specchietto per le allodole. La magica novità non produce sempre gli agognati risultati sui fatturati. C’è da dire che questo effetto di abbagliamento, di ricerca compulsiva del nuovo design, del nuovo packaging, della nuova grafica, di una nuova idea è spesso appannaggio di aziende piccole e sprovvedute che accecate dal luccichio della novità si dimenticano di tenere ben saldo il timone sulla rotta prefissata  e segnata dalle stelle dei principi qualificanti della propria identità, dai suoi valori, dalle parole chiave che le danno significato. Non è facile definire l’ambito in cui sciogliere le briglie alla fantasia perchè il risultato alla fine esalti e valorizzi il proprio marchio. Meglio farsi aiutare da chi è abituato a gestire la propria creatività verso obiettivi precisi. Non sempre NUOVO è bello e utile.

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I colori di Pantone a Milano

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In Corso Magenta, 5 a Milano ha aperto i battenti il primo Concept Store PANTONE UNIVERSE al mondo. Sullo sfondo bianco minimal illuminati a led tutti i colori dell’infinita palette Pantone. Il marchio PANTONE noto a tutti quelli che per un motivo o per l’altro hanno a che fare con i colori, dai grafici agli imbianchini, è un marchio che si presta bene a forme di licensing. Dopo il PANTONE HOTEL di Bruxelles e il PANTONE Beachwear inaugurato a Saint Tropez ecco allora il total look PANTONE di Milano. Se per il 2013 Pantone ha eletto il 17-5641 Emerald il colore dell’anno a quando la possibilità di scegliere il pantalone con quel punto esatto di blu da abbinare alla polo rossa scelta tra venti rossi diversi? Tra quanto il fashion brand PANTONE per abbinamenti perfetti?

pantone-italia.com

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MUSE un nuovo marchio della cultura

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Aperto ad agosto il nuovo Museo della Scienza di Trento si è già imposto come un nuovo marchio della cultura italiana. Mentre la scritta coloratissima “MUSE” campeggia su magliette e felpe è l’edificio stesso che contiene il museo che diventa il centro dell’operazione di marketing. La struttura progettata da Renzo Piano è un segno forte come tutto l’ampio intervento del quartiere delle Albere in cui è inserita. L’importante intervento di Piano si pone nell’ottica dell’ecosostenibilità e del risparmio energetico con impianti all’avanguardia e un uso massiccio del legno. Il progetto riqualifica l’area ex Michelin proponendo un tessuto complesso di abitazioni, uffici, negozi, spazi culturali, aree congressuali e ricreative inserite in un ampio parco urbano. Il MUSE, costruito proprio a ridosso di Palazzo delle Albere, il museo d’arte moderna di Trento, si pone in tutto e per tutto come l’alter ego “scientifico” del vicino MART il Museo d’arte Moderna di Rovereto. Due esempi interessanti di come la cultura possa essere comunicata con efficacia.
Gli spazi dei percorsi espositivi aperti uniti all’immediata fruibilità di tutti contenuti rendono davvero piacevole la visita.

 

www.muse.it

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Raccontare storie per vendere sogni…

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Tutte le aziende hanno la necessità di descrivere la loro attività, di raccontare quello che fanno, di promuovere i loro prodotti. Nel tempo del web 2.0 la scrittura è diventata uno strumento ancora più importante. Ma raccontare una storia per vendere un prodotto significa trasformare il prodotto nel protagonista della storia. Il più grande spot pubblicitario a cui abbia assistito è stato il film del 2001 Cast Away di R. Zemeckis con Tom Hanks. La storia racconta di un dipendente di Fed-ex disperso su di un’isola deserta dopo la caduta dell’aereo della compagnia di spedizioni su cui viaggiava. All’inizio è il rapporto totalizzante tra il dirigente e la sua azienda. Quanto è grande, bella e buona Fed-Ex, com’è efficiente Fed-Ex. Poi l’aereo precipita e lui, l’unico superstite, raccoglie tutti i pacchi Fed-Ex che il mare restituisce. Tra questi tutti ricorderanno, spot nello spot, il mitico pallone della Wilson, che una volta macchiato con l’impronta insanguinata del palmo della mano si trasformerà nell’unico amico sull’isola deserta, il Signor Wilson appunto. Così mentre per due anni Tom Hanks culla la speranza del ritorno alla vita civile su tutto giganteggia l’aura invisibile di Fed-Ex e il pacco con il logo dalle ali dorate come ancora di salvezza. Sull’aereo durante il sospirato ritorno altro spot nello spot a favore della gazzosa Dr Pepper buttata lì per vedere chi la ricordava come bevanda preferita da Forrest Gump (il personaggio da Oscar di Tom Hanks).

Ecco qua! Niente di meglio di una bella storia per raccontare un prodotto. Un orologio, una pietra preziosa, una località turistica, una bibita analcolica, una marca di aerei o di automobili… Chi non ricorda l’alfa rossa spider, star de “Il laureato” con Dustin Hoffman del ’67, e la vespa di “Vacanze Romane” di W. Wyler del ‘53 con Audrey Hepburn. Il cinema è sempre stato il mezzo per comunicare il prodotto importante, meglio se di lusso. Bulgari cresce e diventa “BULGARI” grazie anche a Cinecittà, alla dolce vita e… al David di Donatello, inteso come premio cinematografico.
Il cinema dunque, ma non solo, c’è una grande richiesta di scrittura creativa, di racconti, storie, romanzi che facciano rivivere le emozioni contenute nel rombo di un motore, in un gioiello, in una grande casa di moda, ”Il diavolo veste Prada” prima di diventare il film che tanti hanno visto è stato un romanzo scritto da Lauren Weisberger. Ovviamente non sto parlando di fare grande cinema, di fare letteratura ma di far conoscere un prodotto, di farlo desiderare, di renderlo “simpatico”, fare marketing narrativo e vendere.
Le aziende però, specialmente quelle più piccole, ­­­sono spesso frenate di fronte alla prospettiva di romanzare un pezzettino della loro attività. C’è bisogno di una personalità forte e di strumenti affilati per esibirsi o far esibire la propria azienda al di fuori dell’agone classico del mercato, sul terreno molto più scivoloso della narrazione di fantasia.

Chi volesse approfondire:
MARKETING NARRATIVO
Usare lo storytelling nel marketing contemporaneo.
A. Fontana, J. Sassoon, R. Soranzo
Ed. Franco Angeli­­

 

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Profumo che dà alla testa

Per continuare a parlare di sensi.
Greatest Hits è un gruppo di tre artisti di Melbourne che pochi mesi fa affidarono ad Air Aroma la creazione di una fragranza davvero unica per una loro mostra. L’aroma richiesto era il profumo che si espande all’apertura per la prima volta della confezione di un prodotto Apple.
I fan di Apple sanno certamente riconoscere l’odore di un Mac Book Pro appena scartato. Il profumo creato per Greatest Hits, spiegano quelli di Air Aroma “…racchiude l’odore della pellicola trasparente che copre la scatola, l’inchiostro stampato sul cartone, l’odore della carta e di plastica all’interno della scatola e, naturalmente, quello del computer portatile in alluminio che ci è stato spedito direttamente dalla fabbrica dov’è stato montato in Cina. Il processo di creazione di questa fragranza è iniziato con un primo incontro con il cliente per capire il concept e l’effetto desiderato. Una volta stabilito questo, abbiamo inviato ai nostri fornitori di profumi nel sud della Francia i campioni con l’odore di colla, plastica, gomma e carta. I designer di Air Aroma hanno utilizzato questi campioni come ingredienti per creare una gamma di essenze e fonderle. Le miscele, ciascuna realizzata con ricette uniche sono poi state testate in laboratorio da Air Aroma fino ad individuare e selezionare la fragranza definitiva.” Il profumo è stato diffuso con Aroslim per tutta la durata dell’ esposizione dei Greatest Hits a Melbourne come parte della loro esibizione al West Spazio, intitolato ‘standard de facto’.
Dispiace per i maniaci della casa di Cupertino ma l’unboxing profumo di Apple è stato creato solo per questa mostra particolare e non è disponibile per uso personale.
www.greatesthitswebsite.com
www.integra-fragrances.com
www.air-aroma.com

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Design, comunicare con i sensi.

_comunicare_sensi_634x400Gioielli da mangiare, carte profumate, pareti di ghiaccio, lampade ipnotiche o rilassanti, poltrone dalle superfici incredibili da toccare, oggetti sonori…
Vista, tatto, gusto, udito e olfatto. Qualche volta ci dimentichiamo di come siamo fatti, di quanto siamo complessi, dell’infinita varietà di sensazioni che siamo capaci di provare.
Dal design del prodotto, una sedia, un gioiello, una lampada, un contenitore, fino alla grafica, all’ architettura, ai progetti espositivi… non possiamo dimenticarci di solleticare tutti i sensi. Il colore, la forma, superfici lisce, ruvide, morbide, calde, secche, rugose… il suono che produce la percussione, il profumo dei materiali che scende fino a titillare le papille gustative. L’estasi, il piacere, il disgusto, lo schifo, indifferenza, desiderio, repulsione, quanti stati d’animo diversi può provocare un oggetto, il contenuto di un testo, un video. Comunicare la marca significa prima di tutto decidere  quali saranno i nostri sapori, i nostri profumi, la nostra musica, che superfici avranno gli arredi dei nostri punti vendita, i colori, la temperatura, le immagini. La definizione di tutti questi aspetti ci permetterà di comunicare chi siamo al nostro pubblico utilizzando per ciascuno il canale sensoriale a cui è maggiormente sensibile. Coinvolgiamo chi ci ascolta, ci guarda, tocca, annusa e assapora ciò che offriamo nel gioco coinvolgente della comunicazione totale.
Fortunatamente il nostro istinto animale è ancora vivo. Abbiamo mille antenne, infinite capacità di apprezzare anche le sfumature sensoriali più sottili. Qualche anno fa immaginavo di creare un gioiello-regalo che comunicasse fortemente i sentimenti d’amore, d’amicizia, di stima del latore dell’oggetto. Il progetto, pensando ad un oggetto dai costi molto contenuti, percorse ogni possibile manifestazione simbolica e si concentrò sulle possibilità di personalizzazione, così che ognuno potesse mettere qualcosa di suo, di intimo da regalare. Fu un bel successo! Comunicare emozioni ripaga sempre.

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Lo stand, spazio aperto o chiuso?

Le aziende che partecipano come espositrici alle fiere nel mondo devono aver coscienza della propria identità. Prima dei propri prodotti espongono se stesse. La forma, il profumo dello stand mette in mostra il carattere del marchio. Sono tante le domande che rimbalzano tra la dirigenza aziendale e  chi ha il compito di proporre con coerenza l’immagine del marchio progettando un nuovo spazio espositivo.

Tra le tante questioni: APERTO o CHIUSO? Ricorre spesso e ne sottintende tante altre.

Popolarità o esclusività. Immediatezza o mistero. Necessità di mostrare il prodotto o possibilità di evocarlo solamente. Raramente le aziende fanno scelte radicali di totale chiusura o completa apertura verso il pubblico e quando la fanno quest’ultima è sicuramente prevalente. Pochi si possono permettere di non esporre il prodotto, di comunicare solo l’essenza del marchio. Esistono però una serie infinita di gradazioni tra lo stand chiuso/chiuso e lo stand aperto/aperto, ci sono mille modi di progettare uno stand cercando di dare un’immagine forte, essenziale, scultorea del marchio senza rinunciare a dare il giusto risalto al prodotto e a facilitare il contatto tra operatori e clienti. Tra le tante strade percorribili sicuramente una delle più interessanti è quella che impone di dividere nettamente le due questioni. Un luogo del prodotto e uno spazio dell’immagine. Anche nello stand più piccolo sarà sempre possibile identificare queste due aree. Magari questi spazi tenderanno a sovrapporsi ma dovranno mantenere una propria  peculiarità. Infine, facciamo attenzione a non sovraccaricare di segni il nostro allestimento espositivo. Meglio comunicare ed esporre poche cose con efficacia e chiarezza piuttosto che ottenere l’effetto risotto per l’incapacità di scegliere.

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