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storia 005 dal mondo nuovo

È il momento di farsi venire qualche buona idea, meglio se nuova. Ma sarebbe fantastico anche copiarne bene qualcuna che già funziona. Chi più chi meno la stiamo cercando tutti. L’idea, quella cosa intorno a cui si costruiscono le aziende, i brand, soprattutto i brand. Proviamo allora a fare un po’ di concepting, a inventarci prodotti, packaging, forme, sistemi distributivi, modi di comunicare. Roba tipo acqua calda, buchi con la menta intorno, gioielli componibili, commestibili, magliette camaleontiche, idee azzurre e al profumo di mare, monoprodotti e materiali super ecologici, video in pianosequenza, tutto trasparente o total black. Dietro ad ogni buon marchio c’è un’idea. Fatto a mano, super tecnico, vintage, design-design, old-style, minimal, new-romantic, soft, rock, easy, fai da te, bellissimo che non serve a niente, funzionale, utile, snob, fashion, graphic, plastic free, vera pelle… Progetti emozionanti dove alla fine i conti tornano. Testi scritti come li avrebbe pensati la Mussi, la mia maestra di quinta, o tirati come lastre lucide. Riccioli e sberle. Attenti a non smarrirsi seguendo un filo che doveva portarci a casa. Maledetta Arianna. Un brand può essere accogliente come un Sacco o comodo come una Frau difficile che emozioni come un  grande sasso appoggiato sul parquet. Quest’inverno potremo abbinare le mascherine a paesaggi diversi o sempre e solo alla corsia dei surgelati? Il progetto paga sempre. Scegliere, scegliere, scegliere. Colori, ispirazioni, romanzi rosa, gialli, noir, sfumature di tutto, percussioni violente, Vivaldi, Mozart, Battiato, ronzii elettronici, legni, plastiche, cotoni, elastam, gomma, pietra, vetri e pensieri lisci. Mi basterebbe trovare un nuovo azzurro Tiffany.

IDENTITÁ OLFATTIVA

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Chi ha una identità olfattiva?
Il profumo giusto aiuta a vendere?
Pecunia non olet? È proprio vero che il denaro è inodore?
Sembrerebbe di no. Forse a prima vista, a prima sniffata…  Ma allora perché i grandi marchi pagano fior di quattrini nasi celebri per mettere a punto la propria fragranza. Quel tipo di profumo che poi verrà sparso a piene mani, si fa per dire, nei megastore di tutto il mondo.

Qualche anno fa raccontavo di tre artisti di Melbourne che avevano affidato a Integra Fragrances, una società specializzata nella progettazione di IDENTITÁ OLFATTIVE, la creazione di una fragranza davvero unica. L’aroma richiesto era il profumo che si espande all’apertura per la prima volta della confezione di un prodotto Apple. Odore di pellicola trasparente che copre la scatola, di inchiostro stampato sul cartone, di colla, della carta e di plastica all’interno della scatola e, naturalmente, quello del computer portatile in alluminio… Il profumo ottenuto era stato diffuso negli ambienti della mostra da Aroslim, un emanatore ipertecnologico.

Se il profumo aiuta a vendere e stuzzica il più animale dei nostri sensi di certo si può usare per fare scandalo e moltiplicare l’attenzione sui social. Così Gwyneth Paltrow ha messo in vendita un suo personalissimo profumo. 75 dollari per una candela dalla mescola non originalissima – geranio, bergamotto agrumato, cedro,  rosa damascena e ambra – ma dal nome decisamente forte: ‘L’odore della mia vagina’.

L’attrice ha spiegato che : “È iniziato tutto come uno scherzo tra me e il profumiere Douglas Little. Stavamo lavorando a una fragranza quando me ne sono uscita con: “Uhhh…queste essenze somigliano all’odore di una vagina”. Così  abbiamo concepito questo profumo divertente, sexy e inaspettato.

Il sesso come si sa tira e la candela a cui sono stati aggiunti con altri 39 dollari anche due rotoli di carta igienica firmata, è andata esaurita in poche ore.

Niente di nuovo.
Invenzioni, creatività e… scemenze! Ma mica tanto.
L’idea di creare una propria identità olfattiva invece è una cosa seria. Da diffondere nei negozi, nel proprio stand in fiera. Da impregnarci cataloghi e biglietti da visita.

Nel frattempo sembra vicino il tempo in cui potremo comporre essenze odorose sul nostro pc, magari utilizzando programmi innovativi, esaolfattivi, tipo scentshop, da diffondere con i nostri smartphone.

Mio figlio di mezzo, a tre anni, mentre passavamo tra i campi concimati, dopo aver fatto un respirone plateale esclamava sempre con la sua erre moscia molto noblesse – Odore di natura!

 

www.integra-fragrances.com

IL MEDIUM È IL MASSAGGIO

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Comunicare il prodotto o comunicare l’azienda?

Quanto conta il mezzo? Molto.
Sarebbe perfetto dare risalto ad entrambi, purtroppo raramente è possibile.
Quando acquistiamo un qualsiasi prodotto, un gioiello, un’auto, un paio di scarpe, una bottiglia di vino, una poltrona o una mela scegliamo in base a due aspetti essenziali, raramente uniti in unica rappresentazione ideale, più spesso, l’uno a far ombra all’altro.
Il fascino e le qualità tecniche.
I valori del marchio e le prestazioni dell’oggetto, la bellezza e la funzionalità, aspetti che si fondono in una valutazione di mercato, il prezzo, dove è difficile quantificare l’apporto dell’uno e dell’altro.

Vetrine bellissime in cui il prodotto quasi non si vede, esposizioni da cui ci siamo allontanati, colpiti dal negozio, senza aver chiaro quale fosse l’offerta commerciale.

Pagine pubblicitarie con messaggi allusivi che non ci mostrano il prodotto in vendita ma ci promettono che acquistandolo avremo più potere, più sicurezza, più fascino, più… più… più…

Video in cui automobili da sogno ci portano in un altro mondo, non importa a quale velocità.

Depliant con lampade che si accendono e fanno luce. Forse una bella luce eh!

Come realizzare i sogni che tutti vogliamo vivere e vendere gli oggetti molto più reali che li abitano?

Si tratta di scegliere come e cosa comunicare.

Bisogna rinunciare a delle cose per dare risalto ad altre.
È necessario adattare il messaggio al mezzo, al contesto, al pubblico e all’obiettivo da raggiungere.

Ci sono momenti per la poesia e altri per la prosa. Spazi per ammaliare e altri per spiegare.
Tempi lunghi e attimi fuggevoli.
Ogni volta il messaggio dovrà adattarsi allo spazio e al tempo che il mezzo consente cercando però sempre di mantenere la stessa coerenza di contenuti.

Ho rubato il titolo di questo post al celebre saggio di Marshall McLuhan del 1967.
Così celebre da consentirmi il furto senza timore di fraintendimenti.

I SEGNI GIUSTI, per dare forza al nostro logo

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Pensi di cambiare logo?
Allora devi immaginare la tua forma, quella che ti rappresenta meglio.
Ti serve un restyling? Aggiungi un segno che dica in modo chiaro e veloce quello che fai.

Una freccia per esempio è un segno che indica tante cose.
Velocità, precisione, efficacia, crescita…  Molto dipende dalla sua forma. Se sarà grande o piccola, se ingloberà completamente il logo o lo sottolineerà  soltanto… In che direzione punterà, di che colore sarà…

Un quadrato dirà stabilità, sicurezza, pesantezza, solidità, concretezza… 
Ma anche  tante altre cose.
Basterà una rotazione per trasformare la sua fiera stabilità nell’immagine dell’accelerazione e del pericolo. L’abbinamento a colori chiari per comunicare spiritualità e fantasia. Se Arrotondiamo gli angoli e lo ammorbidiamo come un tiramisù comunicherà golosità, ergonomia, comodità…

Il triangolo rosso da sempre è l’immagine del pericolo.
Se però il rosso diventa azzurro o viola la sua natura cambia e si impregnerà di connotati religiosi. Se diventa scuro sarà ancora una freccia, se…

Ogni forma può assumere significati diversi, esprimerli in forme decise o solo accennate, trasgredire o affermare.
Pensiamo a quante forme ci ne sono e quante ne possiamo inventare.
Troviamo il segno giusto per noi e… facciamo attenzione!
Le immagini, nel bene e nel male, parlano più chiaramente e velocemente di qualsiasi parola.

Scrivere il profilo aziendale

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Il Profilo Aziendale o il Company Profile, come volete, è quella mezza pagina dove scriviamo sempre le stesse cose.
Una volta stava a pagina cinque della brochure cartonata, poi si è moltiplicata sui pieghevoli e sulle cartoline ed è esplosa sulle home dei siti di quasi tutte le aziende.

Nonno Evaristo nel lontano 1895 aprì bottega in un sottoscala di via Dei Cardatori a…
Niente male eh?! In una riga avremmo risposto a piú della metá delle famose “five W’s” come in un film americano.
Invece spesso iniziamo a scrivere… “Siamo un’azienda moderna, giovane e dinamica, integrata, dalla solida struttura manageriale, leader indiscussa nella creazione, produzione e distribuzione di baratelle e tirapacchi sia maschili che femminili…” E  continuiamo “…la soddisfazione del cliente sta alla base della nostra filosofia aziendale…” Insomma ci incensiamo e tiriamo a lucido senza dire le cose essenziali, senza presentarci davvero.

In pochi abbiamo il coraggio di metterci la faccia nonostante ovunque dilaghino i selfie e di sequestri di persona, per fortuna, non si senta più parlare.
In pochi abbiamo il coraggio di dire… Eccomi qua! Son mi el paròn! E mostrare con la faccia quel po’ di carattere che ha fatto l’impresa. Una faccia sorridente o arcigna, ironica o seriosa col telefono in mano… Una faccia che dica qualcosa!

Proviamo a tirar fuori cose non banali… Con una faccia che se piove e tira vento o ci sono quaranta gradi come oggi e l’aria condizionata é andata a ramengo é comunque la faccia di uno che racconta la sua storia. Di quando, dove, come e perché… Certo! Ma anche di tante altre cose… Che corriamo all’alba lungo il fiume (lasciate perdere che son fissato!) o che daremmo un anno di vita per cambiare tutto. Raccontiamo dei mille successi ma soprattutto di quell’unica sconfitta che poi conta piú di tutto.

Usiamo un linguaggio diretto, semplice, raccontiamo un aneddoto, rifacciamoci a una canzone, a un film , un libro… Parliamo dei mille prodotti bellissimi, importanti, dei brevetti e degli attestati, ma più di tutto raccontiamo di quel sogno che ancora teniamo nel cassetto e che sará una sorpresa, un regalo…
E sicuro… la moglie, il marito, i figli…. La famiglia… ma che non sia per forza mulino bianco.

Perchè non raccontare che é iniziato tutto con un gran colpo di fortuna, per un’intuizione geniale… e poi la fatica di un milione di notti in bianco quasi a doverseli far perdonare.

Scriviamo il Profilo Aziendale come un racconto vero, che ci renda credibili e faccia venir voglia di incontrarci.

Ancora sulla creatività, ovvero l’arte di scegliere.

 

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Mi fa sempre sorridere la famosa citazione di Henry Ford a proposito della sua celeberrima T Model, di cui diceva che:

Ogni cliente può ottenere un’auto colorata di qualunque colore desideri, purché sia nero.

Se penso a quante infinite combinazioni di scelte dobbiamo compiere ogni giorno, mi viene quasi spontaneo chiedermi se sarebbe più semplice avere meno opportunità, meno opzioni, meno decisioni da prendere cercando di intuire quale possa essere la più vantaggiosa, la più efficace, la migliore.
Mica facile, saperlo prima, no?
Eppure a volte tra i campioni e i progetti, tra le mazzette di colori e di materiali, tra colori e gli schizzi leggo nello sguardo dei miei clienti un briciolo di esasperazione, e so già che cosa stanno per dirmi: “Ci pensi lei, faccia lei la scelta migliore”.

In altre occasioni, invece, mi accade di lavorare con clienti più consapevoli dell’identità del brand, delle scelte stilistiche che concorrono a determinare l’immagine aziendale nei vari ambiti di comunicazione in cui il progetto a cui stiamo collaborando verrà declinato. Può essere una brochure, un catalogo, uno stand fieristico oppure il design di una nuova collezione di prodotti, o molto altro ancora, ma anche in questo caso lo stile dell’azione comunicativa è il risultato di una serie di scelte: il mio compito è quello di selezionare le opportunità coerenti ed adatte all’identità del mio cliente, alle tendenze del settore di riferimento, ma anche alle sue esigenze sia tecniche che economiche.

Non è detto che le cose belle debbano per forza costare tanto: spesso la mia esperienza professionale e la costante attenzione alle tendenze mi hanno permesso di sfruttare al massimo budget contenuti per ottenere risultati sorprendenti. Minima spesa, massima resa è un imperativo categorico più che mai attuale, e anche questo aspetto della creatività dipende dal tipo di scelte che operiamo con e per i nostri clienti.

Un creativo dunque è soprattutto qualcuno che ti aiuta a compiere la scelta migliore, adottando un punto di vista magari insolito e originale, proponendoti idee e soluzioni a cui non avevi pensato o che non sapevi esistessero: è il gusto di stupire prima il mio cliente e poi il suo pubblico a rendere appassionante ed intenso il mio lavoro.

Sia che io stia scrivendo un testo per la tua comunicazione, che ti stia proponendo una soluzione di packaging o che stia realizzando il layout grafico della nuova campagna pubblicitaria, la parte più importante del mio lavoro consiste proprio in una serie di scelte consapevoli. Penso ad esempio al carattere da usare, al colore giusto, al tipo di illuminazione o al taglio fotografico da indicare al fotografo per uno shooting, alle texture di arredamento per lo sviluppo di un concept store, e via dicendo.

Il creativo non è mai solo colui che sceglie al posto tuo, ma quello che ti assiste, ti guida e ti supporta, mettendoti nelle condizioni di avere tutti gli elementi per fare la scelta migliore possibile.

A te spetterà l’ultima parola su tutto, naturalmente, e sono certo che ti sarà molto più semplice scegliere dopo che avremo eliminato insieme le opzioni inutili e “sbagliate” rispetto alle tue necessità di quel momento (senza dimenticare di ragionare in un’ottica a medio e lungo termine quando le circostanze lo richiedano).

Mi piace concludere questa breve riflessione con la citazione di una frase del filosofo tedesco T.W. Adorno:

La libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta.

TUTTI IN FIERA

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Settimane convulse di fiera in fiera.. fiere che si accavallano a Milano, a Vicenza, a Rimini… 
Un lavorio frenetico intorno agli ultimi ritocchi sugli stand, alle  nuove collezioni, alle immagini, alle brochure, stampe, video, modelle, receptionist … tutto un mondo da inventare che durerà quattro, cinque giorni e, si spera, alimenterà il lavoro dei prossimi mesi.
Cose che filano via lisce che proprio non ci speravi e rogne da improperi in tutte le lingue immaginabili, con un uso colorito e greve di tutti i dialetti natii che da buon lombardo/veneto non mi risparmio proprio.

Alla fine ci si arriva sempre.
In un modo o nell’altro l’azienda mostra la sua faccia.
Bella, liftata, senza nulla fuoriposto da sembrare finta o tutta sgarrupata come ci fossimo svegliati di colpo cinque minuti prima e corressimo all’appuntamento della vita con le braghe del pigiama in mano, i calzini spaiati con la faccia e l’acconciatura di chi ha sbattuto contro un tram come in quella vecchissima pubblicità che recitava:
– Scusate! Abitualmente vesto Marzotto! –  e mostrava uno stralunato impiegato di banca nel pentolone di una tribù antropofoga.

Poi c’è chi arriva in fiera esibendo il semplice splendore della faccia di tutti i giorni.
Niente trucchi pirotecnici, niente trovate esilaranti, solo se stessi, così come ci si presenta tutti i giorni al pubblico, alla clientela che ci riconosce subito con una certa soddisfazione. Si chiama Corporate Identity e non è una cosa che si trova per caso o si compra dall’agenzia strafiga, obbligatoriamente milanese, che impacchetta l’immagine della tua azienda con un bel fiocco a pois! E’ un percorso più o meno lungo, più o meno costoso, un cammino di persone che incontrano altre persone e insieme raggiungono la consapevolezza di dove vogliono andare, di chi vogliono essere, di cosa vogliono fare.

E al centro di tutto ci sei tu! Il paròn! Come si diceva affettuosamente una volta.
Padrone di un’idea che ti assomiglia, con la voglia di svilupparla e vederla crescere.
L’identità aziendale, il branding… ecc… ecc… e tutte le parolacce del marketing che vien voglia si frantumino i denti a chi le pronuncia, hanno un senso solo se partono dalla personalità dell’imprenditore, dai suoi valori, dalle sue passioni, così che sviluppando un progetto di marca, di identità aziendale si percepisca che è una cosa vera, una bella faccia che dica qualcosa, non un ghigno plastificato da contrabbandare per sorriso.
Un’azienda che produca quello che sa fare meglio, come lo sa fare meglio, senza inseguire tutti i mercati, piegandosi a tutti i venti col rischio di non avere più identità e nessun mercato.

Ecco, mi sono lasciato trascinare dalla foga!
Normale, siamo in fiera, se ne vedono di tutti i colori e si perde un po’ la testa.
Chi è andato a vestirsi di tutto punto alla boutique appena aperta in centro, chi si è messo i primi stracci che ha trovato e chi si veste da sempre in un certo modo, o almeno prova a capire a sperimentare come vuole essere, chi vuole essere, riuscendo a mostrare identità per essere riconoscibile in fiera e… dappertutto!

IL NOME GIUSTO

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Quando sono nato, il nome giusto per me si era già deciso da un pezzo, o meglio l’aveva deciso mia nonna, mi sarei chiamato Maurilio, come il vescovo di Torino di allora. Sennonché all’Ospedale Maggiore di Novara poche settimane prima della mia nascita era sorto il sospetto, con relative denunce, che fossero avvenuti scambi di neonati. La direzione dell’Ospedale per rassicurare la gente si era inventata di scrivere il nome immediatamente dopo il parto sulla pancia del neonato con un pennarellone indelebile. E fu proprio nell’istante in cui mia madre avrebbe dovuto dire Maurilio con piglio sicuro che le uscí un flebile Paolo che l’ostetrica andò a stamparmi addosso per sempre. Con buona pace per mia nonna!

É una storia che raccontavo sempre ai miei figli quando erano piccoli, mostrando la pancia e invitandoli a cercare il segno leggero dell’indelebile che secondo me si vedeva ancora benissimo!

Dare un nome alle persone, alle aziende o alle cose é sempre un’avventura.

Dare il nome giusto ad un prodotto, a un’idea, a un personaggio, a un’azienda, è l’azione piú creativa che si possa compiere. 

Senza un nome le cose, le persone, le idee non esistono.

Ci sono nomi di prodotti,di personaggi, di istituzioni che tutti conosciamo. Nutella, Nike, Algida, Aspirina, Coca–Cola, Greenpeace… e poi Marilyn, Gilda…
Alcuni sono diventati famosi per le casualità della vita, altri sono stati creati per diventare famosi.
Un nome per attirare l’attenzione, per comunicare qualcosa deve suscitare delle emozioni, evocare, creare un qualche effetto.
Nella scena del film “Bianca” di Nanni Moretti che interpreta un prof. di matematica, lui arriva nella sua nuova scuola e appare il tipico edificio scolastico e lentamente la cinepresa svela l’intestazione  –  SCUOLA MEDIA STATALE MARILYN MONROE – qui l’effetto spaesamento è immediato e totale.
Come per qualsiasi tipo di progetto di comunicazione, anche per inventare un nome è fondamentale giocare con gli stereotipi – quelle immagini così fortemente codificate, rigide e largamente condivise all’interno di gruppi omogenei – tali che negandole, travisandole, ribaltandole ecc… si ottengono effetti immediati ed eclatanti.

Senza stereotipi sarebbe dura!

E’ grazie agli stereotipi che otteniamo l’effetto di sorprendere e far ridere se chiamiamo Fufi un mastino napoletano o Thor un chihuahua.
Dare il nome ad un’azienda significa far volare la fantasia, sentire qual è la sua essenza, analizzare il mondo in cui si muove e fare attenzione a poche semplici regole.

– EVITIAMO NOMI TROPPO LUNGHI
–  A meno di poterli sintetizzare in un acronimo, una sigla, che diventa il vero nome. Fabbrica Italiana Automobili Torino avrebbe dato qualche problema in più di FIAT. Tanto più oggi che deve diventare il nome di un sito, di un indirizzo e–mail, di un blog…

– ACCERTIAMOCI CHE IL DOMINIO SIA LIBERO – E’ una cosa che si fa in dieci secondi sui siti specializzati nella registrazione di domini. Inutile innamorarsi di un nome che non si potrà mai usare nel web.

– NIENTE NOMI CHE SUONINO MALE – Sembra ovvio ma non lo é. Ricordiamoci che i “Baci” Perugina, nome azzeccatissimo, in origine erano stati commercializzati come “Cazzotti”.

– ESSERE ORIGINALI – NON COPIARE – Utilizzare il nome di un brand famoso magari aggiungendo una vocale o una consonante all’inizio o alla fine piú che illegale é ridicolo!

Essere originali ci dá la possibilitá di investire sul nostro marchio senza temere di veder spazzare via tutto sul piú bello da rivalse legali.
É importante trovare il nome giusto, che suoni bene, magari con una bella storia cucita addosso. Aiuta di sicuro! Sia per creare un nuovo brand, una nuova attivitá, che per dare personalitá e riconoscibilitá ad un nuovo prodotto.

Ci sono mille modi per trovare spunto ed inventare il nome di un marchio con le carte in regola per avere successo ma quello che paga veramente é immaginare il mondo che sta intorno a quel nome, la storia che lo origina, una motivazione che vada al di lá del bello e del brutto!

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