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IDEE DA COLTIVARE E PROTEGGERE

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Stringi, stringi il mio lavoro è trovare l’idea giusta .

Idee per dare più visibilità all’azienda, al marchio e al prodotto.

L’idea è lì, bella confezionata in due, tre… venti pagine che la spiegano e la raccontano, un’immagine la sintetizza e altre cento la giustificano. Quando il titolare dà l’ok inizia il percorso di guerra e ogni mossa rischia di ridurre la forza della nostra invenzione.

Il mio lavoro è vigilare, tenere il timone della creatività e navigare insieme verso l’obiettivo.
Già così non è facile ma se ci si distrae è finita.
Bisogna sempre essere consapevoli che anche una scemenza, che ne so, farsi venire la fregola di voler un biglietto da visita “diverso”, la voglia di cambiare un colore o di introdurre una forma strana… sono tutte azioni apparentemente innocue capaci di far scricchiolare la baracca.

Teniamo presente che in genere tanto più l’idea è definita e non permette varianti tanto più funziona.
Un progetto semplice, con regole precise è molto più facile da attuare che uno complicato da mille variabili.
Attenzione però che le idee rigide, quelle che ad esempio stanno in piedi appoggiandosi ad una sola invenzione, sono certamente più facili da comunicare ma sono anche più fragili.

Basta mettere in crisi la trovata su cui si basa tutto per mandare a ramengo il progetto.
Teniamo ben salda la barra di navigazione della nostra comunicazione senza farci distrarre dalle tante sirene che popolano il nostro mare.

Le belle idee vanno coltivate e protette.

Nell’immagine – Ulysses and the Sirens,
di Herbert James Draper, 1909

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È TORNATO IL PLISSÉ, facciamoci una casa!

 

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Mille anni fa, tornavo da scuola e mi fermavo nel negozio dove mia zia faceva i pieghettati. Tessuti leggeri chiusi in stampi di cartone, pressati da pesanti ferri a vapore, da cui uscivano con le ali come farfalle.

Da un po’ il plissè è tornato e sta dilagando.
Gonne, camicette, abiti leggeri… e poi tende, lampade, tovaglie, sedie, divani, bicchieri, caffettiere, automobili, occhiali, spille, acconciature, scarpe, box, pareti, controsoffitti, aiuole… case!
Non c’è limite alle possibilità di piegare, stampare, plasmare sottili lastre, fatte di qualsiasi materiale, per trarne effetti geometrici e disegnare texture dagli infiniti effetti scultorei.

A proposito di plissè, esploriamo qualche nuovo sentiero creativo e immaginiamo variabili strane.

Verticale, orizzontale, obliquo…
La direzione della pieghettatura determina il gioco della luce, la rigidità o la morbidezza del materiale, l’uso meramente decorativo o la tenacia strutturale. Giriamo e rigiriamo, proviamo e vediamo.

Alto o basso?
Piegoline appena percettibili da dannarsi l’anima e faldoni a onde alte come cavalloni. Ombre fitte e grandi superfici oblique. Ritmi uniformi e variazioni sincopate.

Fori e tagli
Cosa meglio di un bello squarcio per disegnare il ritmo sincopato delle texture plissè? Fori di tutte le forme , tagli netti e sottili o grandi crateri slabbrati… niente meglio che infliggere sezioni per scoprire effetti inaspettati.

Piegare, arrotolare, deformare…
Le superfici pieghettate sono l’ideale campo d’applicazione  di forze deformanti.  Applichiamo  sui nostri plissè calibrate deformazioni geometriche  o accartocciamenti dagli effetti devastanti. Arrotoliamo, allunghiamo, comprimiamo… senza dimenticare mai che ogni plissè ha due assi su cui  oppone forze molto diverse.

Il plissé è interessante sia che facciamo abiti o divani, auto o case, stoviglie o innaffiatoi, packaging o allestimenti di negozi…
Inventiamo le nostre texture, scegliamo i materiali più appropriati o quelli più strani e poi sperimentiamo.
Plissettiamo un prato!

I-PACCHI-DI-NATALE

I PACCHI DI NATALE

I-PACCHI-DI-NATALEOk, sono in ritardo, lo so!
Magari però non sono l’unico e comunque mi farò perdonare con 7 confezioni natalizie eccezionali. E se non fossero proprio natalizie? Amen! Anzi, meglio…  così  potremo usarle tutto l’anno.
1 – Food &Wine tra il minimal e il vintage
Roba da vino, dolci, formaggi e salsicce. Prendiamo carte color nebbia, bianche, salvia, turchesi…  e guai a chi tira fuori… carta da zucchero… forse gialline… importante che siano ruvide e spesse e magari tutte operate, come la carta roccia dei presepi.
Abbiniamoci un tessuto, una maglia… incolliamoci la  silhouette nera di una nuvola o di un gatto…
Accartocciamo tutto attorno con un sapiente giro di rafia color Natale e voilà c’est fait!
2 – I sacchetti del pane.
A proposito di carte un po’ così… prendiamo i sacchetti del pane e aggiungiamoci quello che vogliamo, proprio come col pane. Scritte, disegni, scarabocchi tracciati in fretta col pennarello largo… un cartone colorato,  un pezzo di feltro  e chiudiamo il nostro sacchetto con uno spillone di legno come quelli per gli stuzzichini.
3 – Un guanto!
Una calza di lana grossa… Uff! No che non è la befana! Nera o rossa… un guanto di paillette, ci infiliamo il nostro profumo, la grappa, un libro (sforzando un po’) e chiudiamo usando l’altro guanto… l’altra calza, ma non allo stesso modo, avvolgendo, tappando, arrotolando…
4 – Un vecchio libro.
Cerchiamo in fondo alla libreria, in seconda fila e tiriamo fuori quel vecchio libro grosso come un mattone con la copertina rigida, apriamolo a metà e…
I bibliofili mi perdonino ma ci sarà mai un posto più intrigante per  nascondere orecchini di smeraldi o semplicemente un pezzo da cento che un vecchio trattato di geologia?
5 – Un altro libro… non libro.
Due lastre di poliuretano nero, quello bello spesso, denso… costa una cifra, accontentiamoci di una cosa soft,scaviamole un po’ e farciamole come sandwich.
Per fissare il tutto una fascetta come fosse il premio Strega.
6 – Un libro vero!
Un libro che vi sia piaciuto davvero tanto, che ne so, Murakami, Roth, King…
quello che piace a voi purchè sia sempre un bel mattone che è meglio per accoppiarlo al regalo vero… una bottiglia di vino rosso che costi almeno dieci volte il libro, un chilo di Asiago, un tartufo bianco d’Alba… Leggere a stomaco vuoto non è bello e nemmeno mangiare senza la compagnia di una bella storia.
Legare tutto con un filo rosso d’Arianna.
7 – Basta il pensiero!
Quante volte abbiamo detto – Basta il pensiero! – E poi è proprio del pensiero che quasi sempre ci dimentichiamo. Allora proviamo a racchiudere il significato del nostro regalo avvolgendolo con un filo di parole lungo abbastanza da racchiudere tutto.
Che bello fare regali a Natale! Ancora di più impacchettarli con niente.

Buon Natale!

UNO-STAND-NUOVO

UNO STAND NUOVO

UNO-STAND-NUOVO

 

Le grandi fiere d’Autunno e quelle di inizio 2018 sono dietro l’angolo, ancora di più se stiamo pensando ad uno stand nuovo o a trasformare quello vecchio.

È passato qualche anno da quando scrivevo di uno stand fantastico, quello della Buendia jewels, un’azienda inventata e uno stand che non esisteva.
Bellissimi ovviamente!

Dicevo che tutti dovremmo avere una presenza cosí in fiera, sia che si facciano gioielli, scarpe, arredi o qualsiasi altra cosa.
L’immagine di un’impresa con un’identitá precisa, diversa da ogni altra. Una personalitá che non puó avere la forma di una scatoletta, anche se di cristallo. Ma se il mondo intorno si riduce a tante scatolette aumenta la visibilitá di chi si veste con fantasia.

Avere personalitá non vuol dire fare i buffoni o sfoggiare improbabili look pop.
Basta un lampadario barocco tutto rosso, una grande lastra azzurra lucida come l’acqua, una nuvola di chiffon che avvolga tutto, una lama di luce bianca che attraversa il buio, una distesa di cuscini d’oro, i mobili della nonna mescolati in una grande parete poliforme, una grande grafica vintage, pareti formate da mille piccolissime vetrine trasparenti, un lungo tubo rosa a pois bianchi, proiezioni in bianco e nero sgranati dal ralenty… e ancora, ancora, ancora…

Non é difficile continuare a formulare ipotesi e immagini suggestive, cariche d’enfasi o radicalmente povere. Se mi aiutate ne potremmo scrivere pagine e pagine.
Più complicato utilizzarle senza distruggerle e renderle banali.
Più difficile avere il coraggio di esagerare, di rischiare, di far diventare veri nel progetto aggettivi come grande, piccolissimo, lungo, molto alto, troppo basso, sottilissimo, completamente nero, rosso, bianco…  Luminosissimo, troppo buio…

Proviamoci! Se ci viene una bella idea, coerente con la filosofia della nostra azienda, esageriamo!
Rischieremo di realizzare un altro stand fantastico, di avere visibilitá e successo, di essere apprezzati e probabilmente di risparmiare un po’ di soldi.

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Uno Stand Fantastico a VicenzaOro

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MANAGER E DESIGNER – la guerra infinita

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Nelle aziende orientate a produzioni di design, o dove si instauri una relazione  tra manager e designer, specie se questi ultimi sono consulenti esterni, si ha la percezione di uno scontro, di una sorta di guerra tra figure contrapposte.

Perché succede?

Una buona ragione è che quasi sempre non ci vediamo per quello che siamo ma attraverso il filtro di stereotipi. Incaselliamo tutto per semplificarci la vita e giudicare velocemente così da prepararci a quello che ci aspetta.

Allora il designer per il manager  è un personaggio creativo, giocherellone, irrazionale, scostante, carente di senso pratico che guarda solo a raggiungere risultati estetici spesso stravaganti. Dall’altra parte quelli come me, designer e creativi in genere, confessiamocelo una buona volta, quando incontrano direttori commerciali, direttori marketing e simili fanno vestire agli interlocutori i panni di aridi calcolatori ultrarazionali, insensibili e cinici, incapaci di distinguere la curva da una retta.

Ovvio che si rischia l’incomunicabilità, lo scontro frontale e la paralisi.

La figura del direttore artistico spesso mira proprio a mettere in relazione mondi così lontani facendo da mediatore e da interprete di linguaggi distanti.

Le aziende di fronte a questo possibile impasse si dividono in due tipi. Quelle che rischiano e quelle che invece no! Neanche morte!

Alle aziende che rischiano piace mettere insieme figure anche molto diverse tra loro per carattere, formazione culturale ed esperienze ottenendone in cambio lo sviluppo di prodotti  innovativi e leadership nel proprio segmento di mercato a fronte della fatica di una mediazione continua e del rischio di allungare i tempi decisionali.

Le aziende che non vogliono rischiare blocchi decisionali mirano a circondarsi di collaboratori con formazione e  caratteri simili rinunciando a quel surplus di creatività che regala la diversità. Così se ne stanno tranquille e decidono in fretta quello che avevano già deciso anche l’anno prima.

A dir la verità il mondo non è così  mal assortito!
Nel mio confrontarmi quotidiano con le piccole e medie aziende venete ho scoperto che spesso qualche direttore commerciale è più creativo di due designer messi insieme e che viene apprezzata tanto la mia capacità di affrontare problemi  tecnico–economici quanto la mia piccola vena di follia.
Alla fine il bello del gioco è andare oltre gli stereotipi, imparare a conoscersi, apprezzare le differenze e senza perdere tempo darsi quello necessario a far nascere qualcosa di buono.

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IDEE ESAGERATE

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Le idee esagerate sono le uniche che ci permettano di non sbagliare.
O di sbagliare tutto che è un altro modo di fare le cose ottenendo un qualche risultato di visibilità.

Tutto rosso!

Tutto nero!

Assolutamente trasparente!

Buio che non si vede niente!

Un muro bianco e basta!

Oro, decoro e ghirigoro!

Pop! Flop! Coca-Colori e lettering raw!

Un sacco di luce e di colori strani!

Impaginato così! Tutto perfettamente diviso a metà!

Voilà! Vintage e ramage!

Le idee buone da comunicare sono spesso idee esagerate.
Esagerare, portare alle estreme conseguenze un’intuizione, un gesto, un segno è l’unica strada che permette di tenere insieme tutti i pezzi di un progetto. 
L’unico modo per dare identità ad un lavoro.
Ci vuole consapevolezza, rigore, capacità di rinuncia.
Fatta una scelta l’esercizio è: essere conseguenti!
Magari l’idea è proprio non esagerare: ESSERE BON TON!
Ma esageriamo lo stesso! Esercitiamoci ai limiti del kitsch, accarezziamo una mediocre perfezione quasi a voler riprodurre gli spazi di un nuovo The Truman Show.
Coerenza a tutti i costi!
Solo alla fine quando la nostra idea esagerata è lì perfetta, realizzata, potremo permetterci quello che ci siamo tenuti dentro fin dall’inizio. Lo sberleffo, una piccola, enorme  trasgressione, che risalterà  tanto più tutto intorno sarà perfettamente coerente. 

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STRATEGIE CREATIVE

 

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Vi ho già parlato qualche tempo fa delle strategie creative di Brian Eno, quelle che lui definì “oblique”.

Il grande musicista inglese padre della “musica ambient”  nel 1975 in collaborazione con l’artista Peter Schmidt  creò un mazzo di 113 carte su ciascuna delle quali aveva appuntato un’indicazione, un consiglio, una trovata, un’esclamazione… che interpretata a dovere sarebbe servita a togliere dall’impasse creativo, a fornire una nuova chiave di lettura.
Proviamo ad usarle se stiamo creando qualcosa o siamo alle prese con un progetto ingarbugliato oppure vogliamo solo divertirci a pensare ad una via di fuga, ad una strada mai presa…

Ecco 10 delle “Oblique Strategies” che mi hanno più solleticato:

Esamina attentamente i dettagli più imbarazzanti e amplificali.

Sottrai gli elementi in ordine di irrilevanza apparente.

Fa’ una lista esauriente di tutto ciò che potresti fare ed esegui l’ultima cosa che vi si trova.

Non lasciarti intimorire dalle cose solo perché sono facili a farsi.

Compi un’azione  improvvisa, distruttiva e imprevedibile.

Scopri le ricette di cui ti servi e abbandonale.

Valorizza uno spazio vergine collocandolo entro una cornice raffinata.

Osserva l’ordine in cui fai le cose.

Che errori hai commesso la volta scorsa ?

Definisci un territorio “sicuro” e servitene come un’ancora.

 

Fatti aiutare dal fato! Scrivi queste frasi su dei foglietti, piegali e scegline uno a caso.

Spero che qualcuna di queste strategie creative dall’aria misteriosa e un po’ criptica ti possa aiutare oggi.

Se vuoi acquistare lo splendido cofanetto con tutte le  “Oblique Strategies” ecco il link:

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