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OCCHIO-e-TEMPO

CI VUOLE OCCHIO E TEMPO

OCCHIO-e-TEMPO

 

Se non si ha occhio non si fa niente.
Niente architettura, niente grafica, niente pittura, niente fotografia, niente scenografia, niente design…
Per niente si chiamano arti visive.
Ci vuole occhio! 
Così come per suonare ci vuole orecchio e devi averlo tutto anzi parecchio come diceva il grande Jannacci.
Ma una volta che hai avuto la fortuna di avere un occhio capace di distinguere una bella linea da una sbilenca devi sperare che ti diano anche il tempo per accorgertene.
Bisogna aspettare perché le forme si rivelino. 
Spesso basta un attimo ma tante volte quella che sembrava una scelta  perfetta due ore o due giorni dopo mostra i suoi lati storti.
Purtroppo il tempo è sempre troppo poco, sempre meno.
Spesso nelle aziende giunti al momento di far entrare in gioco la creatività si ha troppa fretta di finire e difficilmente si possono programmare pause di riflessione. Così capita che un lavoro lo si debba fare tre volte oppure che ci si accontenti.
Mettiamo in campo per tempo l’occhio e diamogli il tempo di abituarsi alla luce!

IL-SENSO-DELL'ORDINE

IL SENSO DELL’ORDINE

IL-SENSO-DELL'ORDINE

I creativi sono tutti disordinati! Brutti, sporchi e cattivi!

Questa é un po’ l’idea che circola. Tutte frottole! La creatività è ordine.
Infatti il più delle volte i creativi sono dei veri e propri maniaci dell’ordine.
L’unico disordine che funziona nel design e nella comunicazione è un disordine studiato, frutto di un progetto, in realtà quindi un disordine ordinatissimo.
Senza ordine non c’é creativitá. Non esiste la possibilitá di trasgredire e di trovare nuove forme di equilibrio.
Ogni processo creativo inizia con la necessitá di trasformare e inventarsi nuovi significati.
La nostra mente cerca istintivamente di provare a ordinare il caos.
In una texture perfettamente omogenea l’elemento diverso, rovinato, storto, é l’elemento creativo che assume significato proprio grazie agli altri elementi, tutti uguali, perfetti, dritti.
L’ordine carica di significati creativi le composizioni.
Le regole dell’ordine sono precise: ripetizione, allineamento, simmetria, ritmo, somiglianza, per ricordarne qualcuna.
Girando per gli stand delle fiere questa settimana era incredibile notare quanto fosse appariscente l’ordine! 
L’ordine come stato innaturale, che stupisce.  L’arte, la creativitá sono processi ordinatori.
L’azione creativa sta tutta nell’individuare un ordine, anche molto complesso, e trasformarlo con un’azione apparentemente disordinatrice in un altro ordine.
Esporre, allestire una vetrina, comporre la grafica di una pagina pubblicitaria o la copertina di un depliant, disegnare la linea di una sedia o di un orecchino, significa andare alla ricerca di un ordine mai visto prima, o almeno non proprio banale.
Cerchiamo insieme il nostro ordine!

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SINESTESIA

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Guardate i bambini alle giostre nelle grandi feste…

Inebriati dal profumo dei dolci!
Frastornati dalle musiche!
Golosi di tutto!
Curiosi di toccare ogni cosa!

Anche il cliente che entra nel tuo negozio, in fiera nel tuo stand, che visita il tuo sito internet o legge la tua brochure ha voglia delle stesse cose.
Abbiamo tutti tanta voglia di sinestesia.
Sapori che richiamano immagini, musiche che ricordano profumi, e superfici, colori… questa è sinestesia – dal greco antico – sýn – eaisthánomai – percepire insieme.
Voglio riempirne spazi e momenti ed oggetti,  voglio che investa tutti come una mareggiata quando entrano nello stand che ho disegnato per te. Voglio che la tua brochure e la carta stessa ti racconti una storia, molto prima delle immagini e delle parole,  ma anche insieme a loro.
Tatto, odorato, vista, udito, gusto, insieme.
Tutto quanto.
Non sarà troppo?
No. Forse neppure abbastanza
Ne vorranno di più, e ancora.
Col mio lavoro mi piace costruire armonie e contrasti.
Quello che faccio ha senso solamente quando qualcun altro ne diventa parte.
Le parole che nessuno ascolta, i colori che nessuno vede restano vani anche se sono bellissimi.
Sinestesia è l’unica risposta sensata all’anestetizzante profluvio di informazioni ed immagini e stridulo rumore bianco.
Non ti lascia scelta, la sinestesia.

Ti rapisce,  prende un pezzo dei tuoi ricordi, ci aggiunge un profumo, lo mescola alla tavolozza dei tuoi occhi e lo versa ancora caldo sulla tua anima nuda.
È una poesia, un’emozione di quelle che non lasciano scampo.
Mi piace disegnare oggetti come esperienze, cose da fare e guardare e sentire e annusare ed ascoltare.
Scrivere storie da dispiegare al vento.

Sinestesia, prendere tutto insieme e lanciarlo…
contro la bocca, gli occhi, le orecchie, il naso, le mani e colpire il cuore.

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Le forme del cibo

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Mi è capitato in mano un articolo sulle ragioni delle forme del cibo.
Testo colto che prendeva spunto dalla storia della cucina.

Mi ha fatto sorridere pensando a una lezione ad Architettura tanto tempo fa. Mentre si parlava di packaging, di pomodori geneticamente modificati per crescere già di forma cubica, belli facili da impilare, il mio amico e compagno di corso Gio dal fondo dell’aula aveva interrotto la lezione dicendo che la stessa cosa si stava provando a fare con le galline… per le uova.
Attimo di titubanza dell’insegnante… e risata generale con relativo “vaffa” del prof all’indirizzo dello spiritosone là in fondo.

In tempi in cui il pubblico si orienta verso cibi bio e le imperfezioni che ci regala la natura sono ben viste come testimoni di qualità, c’è tutto un mondo che ruota intorno all’invenzione di nuove forme di cibi, di piatti, di strumenti per cucinare e alle immagini con cui comunicare tutto questo.
Se perfino la matematica e i frattali ci chiariscono la  forma del broccolo che abbiamo nel piatto non sembrerà strano che le aziende più interessate al social marketing, al design, al packaging e a comunicare le loro nuove leccornie siano proprio quelle della produzione di alimenti.

Va da sé che schiere di fotografi, architetti, designer, art e copy si sono gettati su questo immenso mercato.
Da Giugiaro che per primo fa il restyling ai maccaroni perché prendano meglio il sugo, ai packaging avveniristici di uova, latte, burro e affini. Immagini tanto patinate da intimidire anche Kate Moss che non riesce a mettere in ombra nemmeno la mozzarella.

Cibo da disegnare, fotografare, impacchettare, comunicare e perfino cibo da indossare.
In questa torrida estate da ghiaccioli strani dopo la mostra “La forma del gusto” al MART di Rovereto due anni fa si è appena chiusa “Gioielli in tavola” nel neonato Museo del gioiello in Basilica Palladiana a Vicenza. 
L’evento curato da Livia Tenuta e Viola Chiara Vecchi ha messo in mostra gioielli di ogni foggia legati al tema del cibo e della tavola. Gli spaghetti in resina di Gaetano Pesce, i blob ring e le Chocolate boule di Barbara Uderzo e tante altre immaginifiche chicche hanno riproposto il cibo e la cucina come splendidi giochi simbolici.

Ci risentiamo presto per parlare di design, packaging e scrittura…
Non solo riguardante il cibo.

Nel frattempo se vi piace potete leggere anche:
FOOD PACKAGING – STORIE DI GUSTO

 

Nell’immagine “posate d’artista” di Bruno Munari

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L’effetto oooooh!

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Ieri un cliente mi ha chiesto:
– Fai un sacco di cose, progetti stand, scrivi, disegni oggetti, ti inventi i video…
Ma cos’è che ti piace davvero fare?! La cosa che ti piace di più.
Di botto gli ho risposto che la cosa che mi piace fare di più è stupire.

Avete presente quando si mostra a un bambino piccolo come si fanno le bolle di sapone?!
Non quelle normali, col tubetto del sapone liquido e il cerchietto, ma quelle giganti fatte con un litro di sole piatti e 10 di acqua in un catino grande e un cerchio da hula–oop che lui ci può saltare dentro… che la prima volta che gliele mostri gli brillano gli occhi e resta lì a bocca aperta e fa…
– Oooooooooh! –
Ecco mi piace da morire quel oooooooooh!
L’effetto oooooh!

Gli acquiloni, le farfalle che escono dai libri, i boschi dagli alberi colorati, e i maiali blu. Le cose gigantesche o quelle piccolissime, scrivere una cosa che sembra non si capisca niente e invece alla fine oooooooooh!
Depliant fatti di un’idea, fogli bianchi, grafiche tridimensionali con materiali mai usati, packaging che sembrano giocattoli, immagini così semplici che non ci si era mai pensato, luci come lame o come immensi batuffoli di cotone, buio improvviso e…  oooooooooh!

Che bella l’espressione della sorpresa! L’effetto oooooh!
Quella bocca un po’ aperta, gli occhi sgranati e quel sorriso leggero che detto così farebbero pensare a un deficiente… ma no! E’ solo lo smarrimento di non aver previsto, sorpresa, magia.

Ecco provate a immaginare di presentare le vostre cose così, di mettere ai vostri clienti degli occhiali rosa che mostrino i vostri prodotti sotto una nuova meravigliosa luce e… oooooh!

Amo quegli occhi che si accendono di pagliuzze gialle e fanno oooooh!

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Dormire fa bene alla creativitá!

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Dormire fa bene alla creativitá!
A dire il vero il mito racconta di creativi dediti a scrivere, dipingere e progettare nel pieno della notte. Anch’io spesso ho ceduto a questo insano cliché.
Una cosa é certa: non funziona!
Lo attestano studi recenti che spiegano la connessione diretta tra un buon sonno e la capacitá di avere una visione chiara delle cose, di stabilire relazioni non banali, di essere creativi.
Nel sonno si sedimentano i ricordi, si riordinano le idee.
Dormire e sognare sono essenziali per capire, organizzare e ricordare meglio.
Insomma, dormire fa bene alla creatività e allora proviamo a vedere come si puó dormire meglio, trasformando il sonno in un’azione creativa.
Ecco dieci consigli (scopiazzati qua e lá) per dormire meglio e svegliarsi con almeno un’idea nuova:

1 – Fare attiivitá fisica abbastanza intensa durante il giorno.

2 – Seguire una routine, coricarsi e alzarsi piú o meno alla stessa ora anche durante il week-end.

3 – Spegnere le luci ed eliminare ogni strumento elettronico dalla stanza, soprattutto radio, pc, telefonini e tv.

4 – Bere una bella tisana calda rilassante prima di andare a dormire.

5 – Pensare al progetto in corso, ripercorrere i momenti creativi della giornata mentre ci si sta addormentando.

6 – Iniziare ad immaginare quello che si vorrá sognare aspettando di addormentarsi.

7 – Provare ad imparare il sogno ad occhi aperti, la trance, i viaggi al di fuori del corpo (www.lucidity.com)

8 – Il letto serve solo per dormire e… al più, a fare sesso, non per telefonare, scrivere, navigare in internet, mangiare o altro.

9 – Ascolta della musica rilassante, ognuno ha la propria, ma Brian Eno il padre della musica ambient ne ha per tutti.

10 – Ricordiamoci che fare un’attivitá creativa é un lavoro come un’altro, serve rigore e luciditá.

Ok, sono quasi tutti consigli della nonna,  però magari funzionano, potremo sfruttare il prossimo mese vacanzaiolo per provarli e vedere se è vero che dormire fa bene alla creatività.
Buone Vacanze e lunghi sonni creativi!

 

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MOBILI IMMOBILI

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Non c’è niente di piú immobile dei mobili.
Gli arredi una volta messi in casa per lo piú restano lì immobili fino al prossimo trasloco.
Di gente come mia nonna che spostava tutto almeno una volta al mese non ce n’è tanta. Anche perchè non è facilissimo. I più non hanno il carisma di mia nonna che sapeva imporsi senza lasciare scampo e pochissimi hanno tavoli e armadi dotati di ruote. De Padova trent’anni fa aveva rieditato i mobili degli Shakers i puritani del Maine ormai famosi quasi soltanto per aver messo le ruote alle gambe dei tavoli.
E allora perchè non sfatare il mito? Perchè non far muovere i mobili? Esagerare, metterci motorini elettrici e sensori come ai mangiapolvere automatici e ai rasaerba in modo da trovare tutto in un altro posto la sera rientrando a casa. Perchè non far oscillare le librerie? Perchè solo il carrello portavivande può farsi un giro ogni tanto? Poi ci sono lampade e luci in movimento, tende oscillanti e tappeti volanti. C’è stato un periodo in cui mettevo le ruote quasi a tutto come gli Shakers. La soddisfazione maggiore me l’ha data un tavolino basso rotondo con tre grandi ruote che i miei figli facevano girare come una trottola. Belle anche le candele disegnate da Ingo Maurer che oscillano ancora la notte appese in giardino.
Designer di arredi e complementi raramente pensiamo al movimento.
Spostare i mobili di casa, degli uffici, dei negozi, dei ristoranti, delle sale riunioni e ricombinarli in modi sorprendenti è di sicuro un gioco divertente ma molto spesso è la soluzione a piccoli e grandi problemi di spazio, di disposizioni che in un modo possono esaltare la funzionalità di certi pezzi e in un altro ne mettono in evidenza la presenza scenica o più prosaicamente ci fanno guadagnare un po’ di spazio.
E allora largo ai mobili che si trasformano, si allungano, si piegano e si scompongono, si illuminano, ondeggiano, ruotano, si avvitano e si capovolgono. Divani che si spogliano e che si frantumano per ricomporsi in altre forme e altri colori. Che bello il tavolo Campo D’oro di Paolo Pallucco e Mireille Rivier per De Padova, un trapezio allungatissimo che diventa un quadrato o mille forme spezzate unite da cerniere per altre infinite trasformazioni.
Giochiamo a spostare i mobili, mettiamoli in relazioni diverse, mostriamone aspetti prima nascosti, faciamoli ondeggiare, cambiamo il mondo! Almeno quello piccolo in cui viviamo ogni giorno.
Basta con i mobili immobili! Mandatemi immagini di mobili in movimento!

Ci vediamo a Milano la settimana prossima al Salone del Mobile.
Meglio ancora al Fuorisalone! In giro per la città, dove tutto è in movimento!

See you

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Uno scarabocchio per pensare.

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Il tipo di disegno più utile è lo scarabocchio.
Quel modo così veloce di schizzare un’idea  che non si ha il tempo di aggiustare, cancellare, rifare.
La matita deve essere morbida da sporcare le mani ma va bene anche un pennarello, una biro. Purchè si abbia quel feeling perfetto col segno da tracciare fili leggeri come capelli che improvvisamente diventano segnacci grossi, macchie piene.
Scarabocchiare è un esercizio da coltivare prima con metodico rigore e poi riempiendo gli spazi di una telefonata, di una riunione pallosa, trasformando il nulla in idee magiche o semplicemente rilassando la mente con un milione di tratti ripetuti in sfumature infinite come sferruzzare centrini all’uncinetto. L’allenamento allo scarabocchio verrà buono quando meno te lo aspetti. Per capire la forma di un oggetto che abbiamo pensato solo a metà, per spiegare un’idea o comunicare un’emozione.
Ecco forse dove sarà difficile trovare mezzi digitali che diano le stesse sensazioni, la matita, la carta. I risultati no, ci sono già, tavolette magiche, sensori di pressione, pennelli digitali capaci di rendere qualsiasi effetto. Ma scarabocchiare sarà sempre quell’altra cosa, una matita 6b, un foglio di carta giallino magari già macchiato d’inchiostro viola e un’esercizio fisico del disegno paragonabile a una corsetta in montagna. Scarabocchio una curva poi un’altra che si discosta pochissimo, un tratteggio sottile e una segno veloce, lungo prima forte e poi sottile che quasi esce dal foglio.

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Esporre con la luce

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Mostrare significa illuminare, esporre con la luce.
Le radici greca e latina della parola luce significano entrambe “mostrare”.
Non c’è vetrina, stand, esposizione senza luce.
A meno di voler esaltare il senso del tatto o dell’olfatto o dell’udito la luce è indispensabile. Ma a pensarci bene è utilissima anche in questi ultimi casi.
Infatti la sua assenza esalta fortemente ogni altra percezione sensoriale offuscata,  per così dire, dalla vista.
Esporre, mostrare gioielli, vestiti, arredi, automobili, frutta fresca o opere d’arte significa sempre scegliere una luce tra le infinite a disposizione. Dalla candela fino al laser passando attraverso tutte le modulazioni d’intensità, di colore, di geometria.
Luci puntiformi che separano, evidenziano e rigano le superfici.
Lame luminose omogenee e persistenti che lavano le pareti.
Grandi e piccoli proiettori dai fasci conici e dai contorni definiti o dalla decadenza morbida e quasi impercettibile.
Luci taglienti dai contrasti decisi e luci morbide per un’infinita gradazione di grigi.
Specchi che riflettono, deformano e disegnano la luce sagomandola.
Proiezioni di immagini che illuminano e raccontano. Luci per guardare e da guardare.
Luci statiche e luci in movimento che attirano l’attenzione, mostrano e nascondono.
Mettere in vetrina un oggetto è come preparare la scena per uno scatto fotografico, come girare la scena di un film. Dobbiamo compiere tre scelte, individuare il punto di vista, disporre gli attori cioè i nostri oggetti, illuminare la scena per ottenere l’effetto che vogliamo.
A quale risultato miriamo? Questa è la prima domanda che dovremmo porci e la risposta non dovrebbe mai essere scontata. Chi l’ha detto che l’unico obiettivo debba essere quello di mostrare il nostro attore, l’oggetto, nel modo più nitido e preciso possibile mostrandone ogni funzione e tutta la sua bellezza? E perché invece non pensare di emozionare lo spettatore con subdole velature e illuminanti nascondimenti?
Mostrare è un gioco in cui coinvolgere il pubblico, catturarne l’attenzione, parlare al suo cuore e alla sua testa.
Esporre con la luce significa guidare lo sguardo, creare emozioni, illuminare la mente.

 

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Correre, creatività e salute mentale.

correre-e-creatività-634“La regola vuole che un vero gentiluomo non parli delle sue ex fidanzate, né delle tasse che paga. No, tutto falso. Scusatemi, me lo sono inventato in questo momento. Ma se questa regola esistesse, forse imporrebbe anche di  –  non parlare di ciò che si fa per mantenersi in buona salute… “
Così inizia nella sua prefazione Muratami Aruki in  “L’arte di correre” e qualche riga dopo chiosa: “Io però, come tutti sanno, non sono un gentiluomo, quindi del galateo me ne infischio.”  Ecco, me ne infischio anch’io, perciò proverò a spiegarvi in tutta franchezza perché la corsa sia così importante per me come per tanti altri e che nesso abbia con la creatività.
Già un’attività che viene ripetuta quotidianamente assume una certa valenza estetica che la sottrae al mondo banale  e le conferisce un significato più profondo.
Come a Murakami, come a tutti quelli che corrono mi è stato chiesto spesso cosa penso durante una corsa lunga, una maratona o addirittura una corsa ancora più lunga. Non penso a niente! Correre mi permette di svuotare completamente la mia mente e il mio cuore da pensieri e tensioni. Subito dopo essermi dato questa risposta rifletto e mi dico che non è vero. Ho la fortuna di correre quasi tutti i giorni lungo una splendida pista ciclo–pedonale che fiancheggia il torrente Agno, incontro sempre le stesse persone che camminano, vanno in bici o corrono come me. Saluto quasi tutti quelli che incrocio e qualche pensiero mi verrà di sicuro. Alla fine però è come se avessi corso nel vuoto siderale, non ricordo nulla, se non frammenti, flash.
Una volta, durante una maratona, più o meno a metà percorso mi accadde un fatto strano. Ad un certo punto fu come se mi fossi svegliato all’improvviso, come se tutto d’un tratto avessi ripreso coscienza… stavo contando. Sciorinavo numeri probabilmente da un bel po’, numeri che battevano il ritmo dei miei passi, del mio cuore… 6.568… 6.569… 6.570…
Per me correre significa soprattutto inabissarsi nella profondità della propria mente e fare il vuoto, buttare via tutto quello che non serve, quello che fa male, è un esercizio che ha a che fare con l’ipnosi, con la contemplazione, lo yoga.
La creatività richiede rigore!
E’ indispensabile mettere in ordine ogni tanto il posto in cui si lavora. Rimettere a posto gli arnesi, pulire, riordinare, spalancare le finestre e far prendere aria. Nel tentativo quotidiano di produrre contenuti creativi si accumulano nella mente una gran quantità di scorie, scarti inutili, qualche schifezza proprio tossica. E’ assolutamente necessario far pulizia, buttare via tutto, far tabula rasa… e come vi ho raccontato la corsa è un bel sistema per fare il vuoto!
Alla fine dopo vent’anni di esercizio quasi quotidiano correre è diventato indispensabile, sistemo l’officina dove il giorno prima  ho fatto un gran casino, esperimenti strani, esplosioni di colori e di parole, storie, musiche, sapori e immagini… tutto da sistemare per ricominciare.


Con chi ama la corsa oltre al libro di Murakami voglio condividere anche una rivista fatta molto bene diversa da tutte le altre –  XRUN  – storie di corsa

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Profumo che dà alla testa

Per continuare a parlare di sensi.
Greatest Hits è un gruppo di tre artisti di Melbourne che pochi mesi fa affidarono ad Air Aroma la creazione di una fragranza davvero unica per una loro mostra. L’aroma richiesto era il profumo che si espande all’apertura per la prima volta della confezione di un prodotto Apple.
I fan di Apple sanno certamente riconoscere l’odore di un Mac Book Pro appena scartato. Il profumo creato per Greatest Hits, spiegano quelli di Air Aroma “…racchiude l’odore della pellicola trasparente che copre la scatola, l’inchiostro stampato sul cartone, l’odore della carta e di plastica all’interno della scatola e, naturalmente, quello del computer portatile in alluminio che ci è stato spedito direttamente dalla fabbrica dov’è stato montato in Cina. Il processo di creazione di questa fragranza è iniziato con un primo incontro con il cliente per capire il concept e l’effetto desiderato. Una volta stabilito questo, abbiamo inviato ai nostri fornitori di profumi nel sud della Francia i campioni con l’odore di colla, plastica, gomma e carta. I designer di Air Aroma hanno utilizzato questi campioni come ingredienti per creare una gamma di essenze e fonderle. Le miscele, ciascuna realizzata con ricette uniche sono poi state testate in laboratorio da Air Aroma fino ad individuare e selezionare la fragranza definitiva.” Il profumo è stato diffuso con Aroslim per tutta la durata dell’ esposizione dei Greatest Hits a Melbourne come parte della loro esibizione al West Spazio, intitolato ‘standard de facto’.
Dispiace per i maniaci della casa di Cupertino ma l’unboxing profumo di Apple è stato creato solo per questa mostra particolare e non è disponibile per uso personale.
www.greatesthitswebsite.com
www.integra-fragrances.com
www.air-aroma.com

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Design, comunicare con i sensi.

_comunicare_sensi_634x400Gioielli da mangiare, carte profumate, pareti di ghiaccio, lampade ipnotiche o rilassanti, poltrone dalle superfici incredibili da toccare, oggetti sonori…
Vista, tatto, gusto, udito e olfatto. Qualche volta ci dimentichiamo di come siamo fatti, di quanto siamo complessi, dell’infinita varietà di sensazioni che siamo capaci di provare.
Dal design del prodotto, una sedia, un gioiello, una lampada, un contenitore, fino alla grafica, all’ architettura, ai progetti espositivi… non possiamo dimenticarci di solleticare tutti i sensi. Il colore, la forma, superfici lisce, ruvide, morbide, calde, secche, rugose… il suono che produce la percussione, il profumo dei materiali che scende fino a titillare le papille gustative. L’estasi, il piacere, il disgusto, lo schifo, indifferenza, desiderio, repulsione, quanti stati d’animo diversi può provocare un oggetto, il contenuto di un testo, un video. Comunicare la marca significa prima di tutto decidere  quali saranno i nostri sapori, i nostri profumi, la nostra musica, che superfici avranno gli arredi dei nostri punti vendita, i colori, la temperatura, le immagini. La definizione di tutti questi aspetti ci permetterà di comunicare chi siamo al nostro pubblico utilizzando per ciascuno il canale sensoriale a cui è maggiormente sensibile. Coinvolgiamo chi ci ascolta, ci guarda, tocca, annusa e assapora ciò che offriamo nel gioco coinvolgente della comunicazione totale.
Fortunatamente il nostro istinto animale è ancora vivo. Abbiamo mille antenne, infinite capacità di apprezzare anche le sfumature sensoriali più sottili. Qualche anno fa immaginavo di creare un gioiello-regalo che comunicasse fortemente i sentimenti d’amore, d’amicizia, di stima del latore dell’oggetto. Il progetto, pensando ad un oggetto dai costi molto contenuti, percorse ogni possibile manifestazione simbolica e si concentrò sulle possibilità di personalizzazione, così che ognuno potesse mettere qualcosa di suo, di intimo da regalare. Fu un bel successo! Comunicare emozioni ripaga sempre.

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