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Cromonimi, i colori simbolo, nero, bianco, rosso

I linguisti chiamano “cromonimi” quei colori e quelle parole che ne derivano che ci aiutano ad esprimere concetti in modo chiaro e sintetico. Non sono tanti i colori che si prestano così efficacemente ad esprimere situazioni, emozioni, idee… I colori che assurgono al ruolo di simboli, seppur con peso diverso, sono poco più di una decina.
Di certo Nero, Bianco e Rosso sono quelli che usiamo di più.

Il NERO 
esprime disagio, illegalità, negatività. Vedo nero… cronaca nera, bollino nero, lavoro nero, libro nero…

Il BIANCO
 dice di neutralità e assenza. Notte bianca, matrimonio in bianco, carta bianca, andare in bianco, mangiare in bianco, bandiera bianca…

Il ROSSO 
rappresenta energia vitale ma soprattutto rischio e pericolo. Vedo rosso, andare in rosso, zona rossa, bandiera rossa, linea rossa, luci rosse…

Un assaggio di cromonimi che ci spalanca un orizzonte affollato di frasi eloquenti e coloratissime, piene di principi azzurri e quote rosa, città grigie, numeri verdi, bollini blu e lettere scarlatte… 
I colori tingono il linguaggio di significati e sfumature a cui quasi non facciamo più caso. 

Nella comunicazione visiva, nella grafica, del design, nell’abbinamento colore/prodotto la forza espressiva dei colori basici, nero, bianco e rosso è determinante.
Sono questi tre colori che fanno da base a quasi tutti i progetti cromatici importanti. 
Anche quando non ci sono è facile sentire forte il rumore della loro assenza.

Scegli il tuo colore e dagli lo stesso peso simbolico di un nero, di un rosso o di un bianco.

LA MEMORIA DELL’ANTICO

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I gioielli ma anche gli oggetti d’arredo, le auto, i vestiti e perfino le caffettiere come tutto ciò che acquistiamo hanno sempre avuto un valore simbolico. La loro essenza era la rappresentazione di ruoli sociali ben definiti e riconoscibili. Un po’ per qualsiasi cosa ma per la casa e ancor più per i gioielli le simbologie si sprecavano… Potere e sottomissione, affiliazione, appartenenza, onore, forza, coraggio, saggezza, fecondità, ovviamente ricchezza, religiosità, devozione, trasgressione…
Bei tempi! (…o brutti, fate voi)
In quest’epoca senza dei, in cui il tempo e i ruoli scorrono liquidi, in cui la struttura della famiglia e delle ricorrenze ad essa legate lasciano il tempo che trovano, gli oggetti in cui ci identificavamo non rappresentano quasi più nulla. Sono diventati perfino inadeguati a mostrare l’ovvio: la ricchezza, il ruolo sociale, il potere.
In questi anni, fatti di giochi senza senso, guardiamo con nostalgia ai simboli e ai valori che solo cinquant’anni fa regolavano ancora le nostre relazioni.
Non si stava meglio quando si stava peggio. Certo che però ci piace giocherellare ancora con le insegne che un tempo rappresentavano ruoli e valori carichi di emozioni, indiscutibili immagini di un mondo sparito con la Coca–cola e i pop–corn.
Ci riferiamo tutti alla memoria dell’antico come ad un ultimo baluardo contro la perdita di senso.
Fare design oggi non può prescindere dalla storia, dal prendere a prestito forme simboliche che si trasfigurano in sberleffi ironici o in evocazioni romantiche, in giochi colti o semplici copia–incolla di decorazioni, disegni e immagini di tempi che attraverso le nebbie della memoria ci rassicurano.
Pensando all’opera di Alessandro Mendini che ci ha lasciati da poco e insieme a lui a tutti i maestri del moderno val la pena ricordare come la memoria del passato sia ancora il terreno su cui far crescere il nuovo.

Architetture della memoria

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Un’idea per questi giorni in cui magari siamo un po’ più liberi di andare in giro.
Dato il periodo, vi propongo la visita a due architetture della memoria, due cimiteri progettati da due architetti che considero miei maestri più di tanti altri che pure amo. Il primo è il cimitero di San Cataldo a Modena progettato da Aldo Rossi nel 1971. Nella poetica del grande architetto milanese si fondono razionalità e sogno. Le geometrie che delimitano il prato e il cielo con le loro differenze cromatiche danno la sensazione di essere in un quadro di De Chirico. Se gli edifici di Rossi sono tutti architetture della memoria il cimitero di San Cataldo congela il significato della morte e del ricordo.
Un secondo breve viaggio lo merita il cimitero di San Vito di Altivole in provincia di Treviso in cui la tomba della famiglia Brion, quella dei televisori Brionvega per intenderci, si pone proprio come un cimitero nel cimitero. Se il cimitero di Rossi è classicamente monumentale, è un grande cimitero urbano, quello progettato da Carlo Scarpa per i Brion è un luogo in cui la complessità organica della natura frantuma gli spazi e rende la visita più leggera, un giardino moderno riccamente disegnato. L’opera costruita tra il 1970 e il ’78 anno della morte di Scarpa ne accoglie anche la tomba che per volere testamentario si colloca tra la sua opera monumentale e il cimitero del paese.
Carlo Scarpa e Aldo Rossi, due modi lontanissimi di affermare lo stesso valore simbolico della vita. E’ inspiegabilmente raro oggi che i cimiteri assumano il valore di architetture della memoria, più facile che la morte sia assoggettata come la vita alla soluzione di problemi funzionali quale l’occupazione dello spazio.
Tanti brutti condomini per i vivi e per i morti!

 

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