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l'importante è finire

L’IMPORTANTE È FINIRE

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Quando inizio un disegno so più o meno quello che voglio realizzare ma non so quando finirò. Magari bastano due linee che non avevo previsto e tutto finisce lì, certe volte invece tocca tratteggiare per ore come zappare la terra o mescolare colori e sembra non si finire mai.
Quando si finisce un’opera creativa?
Non necessariamente un’opera d’arte ma un fare di cui non si sa tutto, la ricerca di un equilibrio o al contrario di una provocazione o peggio di una cosa che non sappiamo bene come sia. Quando finisce?
Quando lo decidiamo noi, quando non c’è più tempo, quando il cliente dice basta. Una cosa è certa, l’importante è finire. Senza la parola fine non c’è niente.

Fare un’opera d’arte o molto più semplicemente impaginare un catalogo, scrivere due righe di un post, progettare uno stand, dar vita ad un nuovo prodotto,  sono azioni creative che necessitano di una conclusione. C’è sempre un momento in cui l’artista, il creativo, il grafico, il designer, ma anche l’imprenditore, il cuoco, lo scrittore devono chiudere, firmare, passare ad altre mani e dire basta, per me è finito.

C’è chi va diritto al punto e chi la mena all’infinito.
Chi pensa che la perfezione non sia di questo mondo e chi invece è convinto abiti al piano di sotto. Chi è felice di quello che fa e termina il suo lavoro per iniziarne uno nuovo e chi sta lì a girarci intorno pensando che prima o poi accadrà qualcosa e solo allora  sarà tutto perfetto.

Per parte mia, amo l’ansia della scadenza.
Quando il tempo diventa sottile e bisogna presentare il tanto o il poco, il bello o il brutto che si è fatto.
Poi faremo un altro disegno, un altro progetto, comporremo altre musiche, scriveremo altre cose, immagineremo altre imprese, produrremo altro… ma adesso basta, l’importante è finire, è finito. 

Regali-per-i-clienti

REGALI PER I CLIENTI, GADGET, OMAGGI…

Regali-per-i-clienti

Anche quest’anno in questo periodo, per fortuna c’è chi lo fa molto prima, eccoci qui a pensare ai regali, ai gadget, a piccoli e grandi doni che ogni anno rivolgiamo ai clienti.
Io qui a ripetere le stesse importanti cose di sempre come fosse l’evento del millennio.

Chiamiamoli come vogliamo, sono quei gesti che mostrano ai nostri clienti l’attenzione che abbiamo per loro. Piccole o grandi cose per farci ricordare, per definire ancora un po’ la nostra immagine.

Possiamo inventarci quello che vogliamo. Raramente potremmo usare la fantasia così, senza limiti, e invece la sola parola, regali, ci ingabbia in strutture mentali rigide portandoci a ripetere, ripetere, ripetere…

Le solite cose buone, magari dolci. Sapori della tradizione, profumo di cioccolato, zenzero e canditi.  La differenza la fa il packaging.
Prendete tutta la tradizione di cui siete capaci e mettetela in confezioni che non c’entrino niente. Palle nere, sacchi avana, tubi di pelo fucsia…

Piccole trasgressioni. Roba dal design incomprensibile, arte, moda, piccoli oggetti dalle superfici lisce, cose dal significato ambiguo e dalla funzione incerta.
Diamo spazio alla comunicazione visiva. Contenitori essenziali e decorazioni creative.

Amo le matite e odio la diabolica penna a sfera che resta il gadget per eccellenza. Evitiamola come la peste. Se invece proprio non sappiamo resistere, va benissimo una Bic Cristal o una Montegrappa, dipende dal badget.
La personalizzazione può cambiare tutto.

Ricordiamoci che il packaging è il regalo. 
Quello che si vede subito. Nasconde e annuncia la sorpresa. Fa provare il primo piacere alla vista e al tatto. Racconta il tempo impiegato, la dedizione, la cultura e il gusto. 

È il pensiero quello che conta.
Non è un abusato modo di dire. È proprio vero che il pensiero è quello che conta. Per questo dobbiamo renderlo visibile.
Scriverlo è il modo più semplice per comunicarlo ma non è l’unico.
Gaber diceva che un’idea per essere vera bisognerebbe poterla mangiare. Proviamo a far sentire come sono vere le cose che scriviamo.

Perché il nostro regalo serva a qualcosa. Magari a tante cose.
Anche a farci ricordare con un sorriso.

Esporre-senza-emozionare

ESPORRE SENZA EMOZIONARE

Esporre-senza-emozionare

Esporre senza emozionare è triste.
Dopo un giorno e mezzo in fiera a VicenzaOro esco con la solita sensazione che si sia persa l’occasione per mostrare un po’ di creatività, tirare una pennellata di colore come si deve, sparare una lama di luce, far balenare un richiamo, inventare una presenza, qualcosa da fermare i passi e far esclamare di stupore.
Niente!
Solito bellissimo tran-tran.
Non è che tutti possano o debbano fare lo show ma è quasi incredibile che nessuno approfitti dell’occasione per occupare la scena, per far  lampeggiare una luce, rimbombare un suono, mettere in una bolla di vetro il silenzio, magari obbligare i visitatori ad un’azione qualsiasi. Attraversare un pertugio stretto, buio e morbido, suonare un gong, rincorrere gioielli di fumo… giocare a campana.
Ok, bisogna essere seri! Ne va del business, dei fatturati! D’accordo, ma non è triste?
Non solo per VicenzaOro e i gioielli. È così dappertutto. Si salva la moda.
No! Non fraintendetemi, non mi piacciono i gioielli importabili, palle come mongolfiere, lame lunghe da tagliarsi…
Siamo tutti qui per lavorare, per vendere e per comprare ma non sarebbe bello sbattere il naso ogni tanto in una sorpresa? Attraversare nuvolone rosse minacciati da un’esercito di madonne nere invece di incontrare tristi ragazze immagine sole solette fuori dagli stand con pacchi di volantini da centro commerciale.
Nelle Fiere dovremmo trovare nuovi modi di mostrare. Dare sostanza fisica ai post su Instagram e su Facebook, ai selfie, alle storie asfittiche incastrate su schermi oled da cinque pollici e mezzo.
Smettiamo di pensare ai nostri stand come a scatoline, magari enormi e preziose, ma pur sempre scatoline. Proviamo a farle parlare, inventiamo, progettiamo qualcosa che valga la pena raccontare e diamo voce ai nostri bijoux, alle ceramiche, ai vini, alle poltrone…

CORRERE

CORRERE E NON ARRIVARE MAI

CORRERESono già a Natale, anche se non è ancora ferragosto. Disegno packaging di panettoni e sono già in Primavera, al Vinitaly mentre scarabocchio le scatole e la grafica di un nuovo vino. C’è fretta di inventare una serie infinita di cose per celebrare i cinquant’anni d’attività di quell’altra azienda… cinquant’anni che cadranno nel 2022.

Una perenne corsa col tempo.
Dai! Che è tardi!
Fortuna che di corse contro il tempo ne ho fatte tante, più corse lunghe che corte, corse lente lungo sentieri e dentro i boschi o sul solito asfalto della mia ciclabile martoriata da lavori infiniti.
Correre e non pensare a niente. Sentire l’appoggio dei piedi e misurare il respiro, nelle cuffie il solito ritmo del Boss.
Inventare tutti i giorni  la forma di qualcosa, la copertina di un catalogo, l’etichetta di un vino, il bracciolo di una poltroncina, lo spazio di uno stand, la luce di un video o il taglio di una foto… fa uscire dal tempo, fa restare giovani e rende vecchi come querce.
È come correre. Non importa la strada, il più delle volte non me ne frega niente se il posto è bello o brutto. Importa correre, sentire il mio tapasciare, i piedi che sbattono e l’aria che entra.
Come disegnare un tavolo, scrivere un post, creare un logo nuovo. È  lavoro, ripetizione di gesti, di pensieri che fanno sempre gli stessi sentieri per arrivare in posti mai visti prima.
Creatività e corsa hanno gli stessi ritmi lenti e infiniti. Il tratteggio fitto della mia matita e i numerini del cronometro che girano sotto il GPS.
Mi hanno sempre fatto sorridere quelli che mi parlavano entusiasti o depressi di ispirazione. La creatività per me è sempre stata lavoro quotidiano, tirare una riga vicino all’altra tutti i giorni, scrivere parole a paginate cancellandone metà, scattare un milione di foto… correre i miei cento chilometri tutte le settimane sognando di non arrivare mai.

IMPERFEZIONI

IMPERFEZIONI – “La vita ha più gusto quando la bevi cruda.”

IMPERFEZIONII testi impaginati alla viva il parroco!
Pazienza il web, dove il responsive ormai fa quello che vuole, ma la stampa no! Pagine giustificate senza giustificazioni, parole lasciate sole alla fine di un paragrafo, righe abbandonate sulla pagina bianca come spazzatura. Capisco che non è obbligatorio sapere di “vedove” e di “orfane”, vabbè ma basta solo un’occhiata per evitare certe schifezze.

Il design tanto per fare.
Forme strane  che non c’entrano niente, incrostazioni per coprire, decorazioni buttate lì. Invenzioni inutili, brutte, fatte solo per stupire che rendono gli oggetti vecchi ancora prima di essere prodotti.
Non me ne frega niente della funzione. Esageriamo, stupiamo! Ma con un minimo di stile.

Le imperfezioni di progetti cretini.
Guarnizioni che saltano via, incavi impossibili da pulire, lampadine insostituibili, materiali del piffero… Fotografie tagliate con la roncola e impaginate da ubriachi.

Le mie imperfezioni, quelle peggiori.
Puntini di sospensione come se piovesse, ripetizioni a go-go che quando tocca fare in fretta restano lì a futura memoria.  “La vita ha più gusto quando la bevi cruda.” Prendere al volo slogan che passano alle due di notte anche se non c’entrano niente e scriverli dove capita come avesse telefonato la Testa per dirmi di infilarceli.

Chiamiamole imperfezioni…

la-scena-del-prodotto

LA SCENA DEL PRODOTTO – FOTO, STAND E VETRINE

la-scena-del-prodottoEcco qualche idea … e ricordiamoci sempre che tutte le regole sono fatte per essere trasgredite.

Pensiamo di essere a teatro, l’ho già detta mille volte ma non mi pare  sia passata ‘sta cosa del teatro.

Isoliamo il protagonista
La poltrona, il tubo di crema,  la collana, la bottiglia di grappa, la lamiera…  e usiamo la sua ombra stagliandola su di una scena bianca o facendola perdere nel buio. Un attore solo deve saper  tenere la scena, essere un mattatore…  ma ce l’abbiamo tutti un golden boy da schiaffare in prima pagina.

Uno… due… tre… quattro… protagonisti
Abbiamo diversi prodotti importanti? Isoliamoli  tutti come nel teatro dell’assurdo. Distanziamoli in spazi uguali, in fila. Separiamo lo spazio con la luce. Oppure disponiamoli secondo una geometria nota solo a noi, che risponda solo a canoni estetici. Oggetti inquietanti che non si parlano, che si voltano le spalle…

Mettiamoci il coro
Come il coro sulla scena del teatro greco antico mettiamo un gruppo di prodotti omogenei che faccia da contraltare ai protagonisti, li sorregga e li accompagni. Un po’ di spazio tra  gli uni e gli altri e luci diverse.

Un grande gruppo, un’orchestra
Valido per grandi gruppi di cose relativamente piccole.
C’è il direttore d’orchestra, il primo violino, l’arpa… e poi  tenori, soprani, contralti e stuoli di voci bianche…
Una composizione quasi sempre piramidale per non impallare nessuno, ma non per forza a simmetria centrale. Possiamo spostare il focus a tre quarti, tutto a destra o a sinistra. Se invece vogliamo proprio costruire l’altare… Esageriamo! Facciamolo verticale, alto, simmetrico fino all’inverosimile, senza un capello fuori posto. La luce cadrà al centro e sembrerà sparire ai bordi della nostra composizione.

Teatro sperimentale d’avanguardia
Della serie..  facciamo casino che tutti ci guardino!
Unica regola, la più dura, non avere regole.  Buttiamo le nostre cose come fossero messe a caso. Ci metteremo tre giorni ma non importa. Il risultato deve lasciare a bocca aperta… comunque.

Postilla
Evitiamo quelle cose da vigilia di Natale, i fiori se non facciamo i fioristi…  vetrine, stand, foto bellissimi ma dove il prodotto non si vede. A meno che l’obiettivo non sia un altro, vendere il brand non il prodotto.
In genere sono due lavori diversi…

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SALVE! PAROLE SPAZZATURA

SALVE-parole-spazzaturaSalve!
Eh! Salve… che saluto viscido!
No! Non per la parola che è un bel saluto…  in fondo si augura buona salute…
– Salve – mi capita di dirlo troppo spesso, senza pensarci e mi fa schifo.

La butto lì col vicino di casa e mi esce  –  Sao –  sì – Sao! –
perchè proprio mentre io gli sto dicendo –  Salve –
lui mi dice – ciao –
Cerco di correggere il tiro proprio a metà parola mentre sto cercando di  farla sparire e esce un  – Sao –  ridicolo.

Facciamo così anche nelle email di lavoro.

Salve… Ufff!!!

Qualche decennio fa decisi di buttare via –  cordiali saluti –  non se ne poteva più.
Ero stufo di vederli alla fine di tutte le email che ricevevo e mi dissi che non potevo fare lo stesso.
Ho iniziato a salutare con – a presto –.

Mi sembrava fico, diverso…  Adesso, dopo aver consumato qualche milionata di – a presto – non ne sono più tanto sicuro.

Tutta questa tirata su – Salve – ciao – buongiorno – cordialmente, tanti saluti e a presto… Per dire che le parole si consumano come le gomme della macchina.

Le gomme le cambiamo perché ad un certo punto ci viene paura di andare a sbattere. Continuiamo invece ad usare sempre le stesse parole anche se un po’ alla volta finiscono per non servire più a niente.
Continuiamo a dirle imperterriti e diventiamo trasparenti, invisibili…  inutili anche noi…

Scriviamo presentazioni sul nostro sito aziendale che sembrano indirizzate a qualche ufficio UCAS sperduto nel deserto.
Mandiamo email tutte uguali.

Bisognerebbe essere veri, dire delle cose che ci riguardino davvero… nelle email come nei contatti reali, faccia a faccia, di tutti i giorni.

Non c’è differenza.

La posta elettronica, whatsapp, il blog, il sito web aziendale e tutti i social sono solo dei mezzi  di comunicazione che ci danno più opportunità di contattare la gente, parlarci, magari vendere più di quanto non fosse possibile fare solo col telefono e con la posta tradizionale qualche decennio fa.

Non sono gli strumenti, la differenza la fanno le parole, quelle vere che ancora incidono, non quelle che ripetiamo tutti senza nemmeno pensare a quello che diciamo…

Anche tu hai parole da buttare via?
Quali sono le tue parole consumate?

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IL PROGETTO DELL’IDENTITÁ

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Ieri ho pubblicato la  frase che mario nanni (con le iniziali minuscole come piace a lui), il progettista, l’inventore di Viabizzuno, l’importante azienda di sistemi di illuminazione, ha posto all’inizio del mattone bianco che è il catalogo delle sue lampade.
È un bellissimo oggetto. Mi è capitato in mano e ha acceso una lampadina da qualche parte nella mia testa.
Non per la frase in sé:
– I progetti rendono gli oggetti eterni, le mode li corrompono, gli imbecilli li copiano e li vendono agli ignoranti e ai deficienti. –
La denuncia del furto come regola, di un processo che abbandona ogni consapevolezza e diventa biecamente commerciale.
Per l’uso forte, chiaro delle parole.
Per l’identità inequivocabile che trasmette.
Mi piace Viabizzuno e tutto quello che è, che fa mario nanni.
È come un segno nero sottile su una parete.
Ho scoperto la magia della luce il giorno che l’ho vista entrare di traverso da una piccola finestra in una stanza bianca. Quando ho iniziato a fare le prime foto, ai tempi della scuola, tanti anni fa.
Volevo solo dirvelo.
Ci scegliamo perché ci piacciono le stesse cose.
Lo stesso spirito con cui fare le cose, anche quelle più diverse.

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IL PACKAGING PER FARSI SCEGLIERE

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Per vendere bene il packaging è importante.

Quando ci viene l’idea per un nuovo prodotto ce lo vediamo già esposto in vetrina con le luci giuste, i colori perfetti, il suo packaging  che di fatto è il prodotto stesso e cominciamo a pensare…

Una forma mai vista.
Vogliamo stupire? Siamo sicuri che quello a cui stiamo pensando non l’abbia già fatto qualcun altro in settori diversi dal nostro?
Impariamo a copiare. Una bella idea per il pack di una maglietta magari è perfetto per la nostra pasta, quello per gli occhiali forse funziona benissimo per dei gioielli. Prendiamo spunto da una confezione originale e progettiamo quella che serve a noi.

Salviamo il mondo.
Non sia mai detto che saremo noi a mandare a catafascio il pianeta riempiendolo di plastichette immonde.
Allora togliamo tutto quello che non serve, proprio tutto e ricordiamoci che il packaging più ecologico è quello che non si butta perché troppo bello.

La grafica è quasi tutto!
È la scelta centrale di qualsiasi packaging.
Il nostro marchio un faro che ci illumina. Applichiamo il manuale della Corporate Identity, seguiamolo come un testo sacro e non sbaglieremo mai.

Il packaging deve parlare.
Raccontare del suo contenuto, mostrare e non mostrare, far immaginare e intravvedere. Come la copertina di un libro, come un abito da sera, come i titoli di testa e l’introduzione sonora di un film.

Esagerare funziona sempre.
Monacale. Un segno emblematico soltanto, una trasparenza, un vuoto enorme.
Ridondante. Texture coloratissime, un affollamento inestricabile di intrecci tridimensionali.
Niente e tutto, evitiamo il così così.

Materiali spiazzanti.
Maniche di tessuti rugosi raccontano di lavorazioni manuali e avvolgono bottiglie di liquori e macchine fotografiche.  Tubi di alluminio lucidissimo, scatole di vetro sottile, sacchi di iuta per scarpe, lampade, ceramiche.

Colori da vetrina.
Un famoso industriale del mobile diceva che tutte le sedie che mostrava in fiera per la prima volta dovevano essere rosse. Facile capire il perché. Bianco, rosso e nero la fanno di sicuro da padroni poi certo anche il contesto fa la sua parte. Pensiamoci prima di scegliere il colore del nostro contenitore.

La confezione del nostro prodotto ne determinerà in gran parte il successo. Iniziamo a pensare al packaging fin da subito, già mentre progettiamo il prodotto.

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IDEE DA COLTIVARE E PROTEGGERE

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Stringi, stringi il mio lavoro è trovare l’idea giusta .

Idee per dare più visibilità all’azienda, al marchio e al prodotto.

L’idea è lì, bella confezionata in due, tre… venti pagine che la spiegano e la raccontano, un’immagine la sintetizza e altre cento la giustificano. Quando il titolare dà l’ok inizia il percorso di guerra e ogni mossa rischia di ridurre la forza della nostra invenzione.

Il mio lavoro è vigilare, tenere il timone della creatività e navigare insieme verso l’obiettivo.
Già così non è facile ma se ci si distrae è finita.
Bisogna sempre essere consapevoli che anche una scemenza, che ne so, farsi venire la fregola di voler un biglietto da visita “diverso”, la voglia di cambiare un colore o di introdurre una forma strana… sono tutte azioni apparentemente innocue capaci di far scricchiolare la baracca.

Teniamo presente che in genere tanto più l’idea è definita e non permette varianti tanto più funziona.
Un progetto semplice, con regole precise è molto più facile da attuare che uno complicato da mille variabili.
Attenzione però che le idee rigide, quelle che ad esempio stanno in piedi appoggiandosi ad una sola invenzione, sono certamente più facili da comunicare ma sono anche più fragili.

Basta mettere in crisi la trovata su cui si basa tutto per mandare a ramengo il progetto.
Teniamo ben salda la barra di navigazione della nostra comunicazione senza farci distrarre dalle tante sirene che popolano il nostro mare.

Le belle idee vanno coltivate e protette.

Nell’immagine – Ulysses and the Sirens,
di Herbert James Draper, 1909

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SCEGLIERE, AFFERMARE LA PROPRIA IDENTITÁ

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Aiuto le Aziende a comunicare.
A mostrare nel modo migliore il loro lavoro. Le aiuto a vendere i loro prodotti e se stesse, a mostrare la loro capacità innovativa e la loro organizzazione.

Aiuto le Aziende a scegliere.

Parola importante SCEGLIERE.
Parola che ha a che fare con la propria IDENTITÁ.

Scelgo le parole.
Quelle che rappresentano i valori, il pubblico e il mercato delle aziende per cui lavoro. Cerco di parlare al cuore e alla mente delle persone.

Scelgo la carta su cui stampare.
Leggera, pesante, ruvida, liscia, goffrata, ecologica.
Scelgo il formato e il layout dell’impaginato.

Scelgo le funzionalità e i contenuti di siti Internet semplici ed emozionali. Pagine web visualizzabili su pc, smartphone e tablet per le loro avanzate caratteristiche responsive.

Scelgo le immagini, la luce, il taglio… il ritmo e l’originalità del montaggio dei video che raccontano le persone, il lavoro e i prodotti.

Scelgo colori, materiali, luci per esporre e mostrarsi. Progetto gli spazi di stand e locali  commerciali. Scelgo forme, funzioni, profumi, suoni, emozioni…

Scelgo le forme dei prodotti e la grafica del packaging che li conterrà.

Il prodotto e la sua comunicazione nascono assieme. Le forme scelte per il prodotto evocano già le parole che lo racconteranno.

C’è sempre una scelta da fare, scegliere è il mio lavoro.

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Tà, Tà, Tà… L’emozione della ripetizione

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La ripetizione è uno dei gesti creativi più semplici e sorprendenti. 
La musica non è fatta di continue ripetizioni? A volte di variazioni minime.

Un semplice gesto se moltiplicato diventa danza, corsa, lavoro, teatro…

Un pasticcino è goloso.
Un grande vassoio di macaron colorati ci ipnotizzano senza scampo.

Un bricco di plastica rosso è un pezzo di plastica. Cento bricchi di plastica rossa sono una esposizione, una scenografia.

Un piatto di ceramica ricoperto d’oro è un piatto d’oro. Può essere bello o brutto. Mille piatti d’oro appesi a una parete alta cento metri tolgono il fiato.

Una macchia è una macchia e può fare pure schifo… cento macchie che si ripetono sempre uguali sono una texture.

Due pareti di sassi neri che sorreggono una copertura e che racchiudono uno spazio alto e stretto tra due vetrate sono una casa. Mille case così sono una strada, un labirinto, un sogno, un incubo…

Una sedia rossa appesa al soffitto è un segno straniante. Cento sedie argentate disposte in cerchi concentrici attorno ad una sedia rossa appesa al soffitto sono una scenografia.

Ogni ripetizione che immaginiamo, ogni texture, ogni griglia, squadra, esposizione, catalogo, ogni composizione “con una regola” che inventiamo è lo spazio ideale delle nostre trasgressioni.

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LE MISURE DELLA CREATIVITÁ

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Gli spazi della creatività hanno misure che cambiano tutto.

Un foglio A4, come quello della fotocopiatrice, è uno spazio che abbiamo per le mani tutti i giorni e perciò risulta banale. Se lo dividiamo a metà potrà continuare ad essere una cosa vista e rivista oppure sorprenderci.
Ci sono infiniti modi di dividere a metà un foglio.

Una stanza di quattro metri per quattro è la camera dei nonni specie se il soffitto è a due metri e settanta. Se il soffitto invece è a sei o a dieci metri lo spazio sembrerà molto meno banale. Se poi le pareti della stanza saranno ancora così alte e il soffitto non ci sarà proprio… wow!!!

Se una libreria è grande come tutta una parete è grande. Se è grande come tutte le pareti diventa molto più di una libreria.

Una finestra larga ottanta centimetri e alta un metro e trenta è una finestra come tante. Una finestra che misura trenta per trenta centimetri è una feritoia, un cannocchiale, un segno.

Un cubo di 20 centimetri di lato può essere una bella scatola e diventare un bella confezione regalo. Un uovo, qualsiasi dimensione abbia, sarà sempre un bellissimo contenitore.
Una bolla di sapone è il più bel packaging di un respiro.

Un prato è sempre bellissimo, qualsiasi sia la sua dimensione. Ma rotondo…

Lo spazio della creatività è quello che non ti aspetti.

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W LA LIBERTÁ di essere creativi

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Prendo spunto dalla diatriba  di questi giorni tra Messner e ‪Jovanotti per dire qualcosa sui limiti da porre alla creatività, all’inventiva, all’innovazione e perché no, alla bellezza. Per chi non sapesse, Messner ha dichiarato che se fosse per lui, il concerto del Jova a Plan de Corones, a 2275 metri di altezza nel cuore delle Dolomiti, non si farebbe mai.
Jovanotti rassicura sul suo impegno a tutela del territorio interessato dai suoi maxi eventi di questa estate, l’altro sarà a Rimini. Fin qui la disputa. Immaginate il quadro con sullo sfondo Woodstock, i Pink Floyd a Venezia, Modena Park di Vasco e le polemiche sul milione e mezzo di persone che hanno attraversato il lago d’Iseo sulle Floating Piers di Christo e Jeanne-Claude tre anni fa.
Tutto bellissimo! Compresi i tanto vituperati Pin Floi resi mitici dai Pitura Freska.

Il paesaggio e le città vengono distrutti tutti i giorni da ben altro, non dalle folle attratte dagli eventi della creatività pop.

Su questo si può essere d’accordo oppure no. Che la creatività abbia bisogno di abbattere i limiti e di coinvolgere la gente credo invece possa essere un pensiero condiviso. Che si debba sempre fare tutto il possibile perchè, Natura, Ambiente, Territorio, Città, e incolumità di tutti i partecipanti siano tutelati è fuori discussione.

Qualche volta la creatività è provare ad andare oltre, tentare di inventare qualcosa di nuovo.

Portare per un momento il silenzio dove c’è sempre stato il rumore e per un giorno fare invadere dalla musica luoghi sempre silenziosi.

Stare immobili dove dappertutto è movimento e ballare, creare cinematismi dove sempre tutto è stato fermo. 

Stampare immagini sui palazzi e sulle strade.

Tagliare il paesaggio con segni sorprendenti. 

È difficile e penso comporti un’organizzazione folle ma creare eventi che coinvolgano molte migliaia di persone è un modo per diffondere la bellezza, per emozionare e unire.

Dovremmo pensarci quando progettiamo i nostri eventi aziendali. Cose mille volte più piccole ma che possiamo immaginare con dinamiche molto simili a certi grandi eventi collettivi.
Qualsiasi sia il tema del nostro progetto,  invece di ripercorrere sempre le stesse strade fatte di divieti e sensi unici varrebbe la pena sparigliare le carte, fermarsi a riflettere e imboccare strade nuove.

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FACCIAMOLO STRANO – IL PRODOTTO

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Il prodotto, l’azienda devono essere riconoscibili.
Farsi riconoscere non vuol dire solo stampare il proprio nome dappertutto o metterci la faccia sempre e ovunque.
Farsi riconoscere significa avere stile. Un modo unico di fare, di essere, di produrre e comunicare. 

Mettici il tuo colore, quello acido, pastello, naturale, metallico… un Pantone che usi solo tu.

Di che profumo sa la tua azienda?
Di terra? Di campi falciati?
Di petrolio o di frutta candita?

Qual è il suono, la musica che ti distingue? Pensa al “booong” di Brian Eno che risuonava all’accensione del primo iMac. Come suonano le tue cose?

Pay-off, slogan… cosa dice la tua azienda? Ma soprattutto come lo dice? Che sapore, che profumo, che suono hanno le tue parole? Dolci come una torta di mele, secche come un buon bianco, affilate come una spada, didascaliche, altisonanti, piatte, rotonde, acuminate come spine o morbide come cuscini.

I tuoi progetti, le tue forme come sono?
Linee diritte e parallele o spezzate piene di angoli acuti? Curve sexi? Morbide, infinite sinusoidali, modanature classiche, ridondanti composizioni barocche… frattali, ellissi, spirali… o semplici rettangoli smilzi?

Non è obbligatorio che i nostri prodotti siano bizzarri. Uno stile può essere riconoscibilissimo con un nonnulla… purchè sia un nonnulla che faccia pensare “Ah! Però!”.

Quante scelte tocca fare per decidere chi siamo davvero.
La fregatura è che non pensarci, lasciar perdere è solo un altro modo di scegliere. 

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FOTOGRAFARE LE OMBRE E LE LINEE DEI NOSTRI PRODOTTI

FOTOGRAFARE

 

Fotografare un oggetto è come dargli vita.
Sia una sedia, un anello con diamanti, una bottiglia di grappa o una giacca di finta pelle rosa, i prodotti del nostro lavoro non esistono fino a quando non vengono immortalati dalla macchina fotografica per moltiplicarsi all’infinito nel web e sulla carta stampata.

Ecco qualche idea su cose da fare e da evitare fotografando. Cose che converrebbe seguire… ma non sempre. 

AMBIENTARE, ABBINARE, ACC…
Fotografare una poltrona su di uno sfondo bianco o nel salone di una villa? In mezzo ad un prato o su una spiaggia? Vuota o con qualcuno spaparanzato sopra? Ovviamente dipende da cosa vogliamo comunicare. Resto sempre dell’idea che meno roba c’è intorno e prima si capisce chi è il protagonista.

OMBRE LUNGHE
Il disegno che tracciano gli oggetti con le loro ombre è spesso più bello degli oggetti stessi. Ombre lunghe e scure, grandi o sottili, nette o sfumate, linee diritte e curve sensuali.
L’oggetto protrebbe quasi sparire e lasciare che sia la sua ombra a parlare di lui.

ASIMMETRIE OBBLIGATORIE 
Gli oggetti devono provare a scappare dall’inquadratura, altrimenti,  se stanno lì al centro fermi come allocchi sembrano morti… Mezzi fuori e mezzi dentro sono perfetti!

MOSTRARE IL LATO OSCURO
C’è sempre un lato che non mostriamo mai. Un retro, un aspetto che riteniamo non debba interessare a nessuno. È proprio quello che potrebbe sorprendere.

FACCIAMOLI A PEZZI
Dettagli, dettagli, dettagli…
Bello il divano, ma la cucitura o il piedino potrebbero fare la differenza
Uno spigolo, un bottone, un bullone, una lamiera acidata… diamanti bianchissimi, il segno di un’imperfezione, di un materiale caldo, un tappo, una maniglia, una scatola…
Dettagli da inquadrare e mettere a fuoco con precisione chirurgica.

FOTOGRAFARE IL PRODOTTO
è un po’ come inventarlo un’altra volta.
Proporlo esattamente com’è e come non lo vedremo mai.
Come lo faremo ricordare sempre.

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CI VUOLE OCCHIO E TEMPO

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Se non si ha occhio non si fa niente.
Niente architettura, niente grafica, niente pittura, niente fotografia, niente scenografia, niente design…
Per niente si chiamano arti visive.
Ci vuole occhio! 
Così come per suonare ci vuole orecchio e devi averlo tutto anzi parecchio come diceva il grande Jannacci.
Ma una volta che hai avuto la fortuna di avere un occhio capace di distinguere una bella linea da una sbilenca devi sperare che ti diano anche il tempo per accorgertene.
Bisogna aspettare perché le forme si rivelino. 
Spesso basta un attimo ma tante volte quella che sembrava una scelta  perfetta due ore o due giorni dopo mostra i suoi lati storti.
Purtroppo il tempo è sempre troppo poco, sempre meno.
Spesso nelle aziende giunti al momento di far entrare in gioco la creatività si ha troppa fretta di finire e difficilmente si possono programmare pause di riflessione. Così capita che un lavoro lo si debba fare tre volte oppure che ci si accontenti.
Mettiamo in campo per tempo l’occhio e diamogli il tempo di abituarsi alla luce!

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IL DESIGN, CENT’ANNI DI SOLITUDINE

IL-DESIGN
In questi giorni si celebra l’anniversario della fondazione della BAUHAUS. La scuola di architettura, arte e design fondata a Dessau nel 1919 da Walter Gropius, trasferita a Berlino nel 1932 e chiusa definitivamente nel 1935 per le imposizioni discriminatorie del nazismo.
Con la BAUHAUS iniziava un modo nuovo di intendere il prodotto industriale, riconoscibile dall’unità d’intenti tra forme d’arte e sistemi produttivi.

Dopo cento anni la parola DESIGN è sulla bocca di tutti ma il suo significato si è annacquato sciogliendosi in mille accezioni nebulose.
Di certo, se è cresciuto il numero dei progettisti capaci di coniugare funzionalità e ricerca estetica nella consapevolezza del loro ruolo, desiderosi di offrire all’industria e agli acquirenti oggetti belli e costruiti bene, non si può dire che si sia diffusa in modo altrettanto convincente una cultura estetica moderna.

Tiriamo in ballo ad ogni piè sospinto il “less is more” di Mies Van der Rohe che dalla BAUHAUS portò in America e da lì nel mondo i principi del moderno, quelli che oggi mescoliamo con decorazioni e ricerche creative spesso molto sopra le righe.
Dal fashion design all’interior design è ormai lecito tutto in una fruizione di massa che per lo più ignora ogni riferimento, ogni ironia, in un consumo individuale senza regole se non quelle antitetiche del sorprendere e del rassicurare.

Sono passati cent’anni, cent’anni di solitudine per il design che si rivolge ancora e forse più di allora ad una ristretta élite culturale mentre il mercato offre mille cose diverse in un minestrone digeribile a tutti.

In un mercato così vario se offriamo prodotti di qualità dobbiamo affrontare il percorso arduo di informare, spiegare, acculturare e costruire un nostro pubblico che apprezzerà senza riserve il lavoro fatto perché lui possa farne parte.