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storia 012 dal mondo nuovo – del packaging notevole

I materiali del packaging sono infiniti, più delle vie del Signore. Sono giorni che giro come una trottola in cerca di un materiale inesistente. Cioè, lui esiste, ma se ne voglio una quantità decente, non da rivestirci il mondo, la devo pagare cinque volte tanto. A voler fare i furbi succede. Facile trovare le solite cose, quelle che si usano tutti i giorni, stessi materiali, stessi colori, stesso tutto. La fregatura è che a usare tutti le stesse cose diventa difficile farsi riconoscere, tutto assume quell’aria già vista un filo deprimente. Allora uno prova a sparigliare le carte come insegnano quelli bravi. Si prende un materiale tipico di un settore e lo si trasferisce in un altro, tipo dalla meccanica alla moda, oppure dal food alla ceramica… improbabili tessuti a fiori che finiscono a rivestire grandi imballi industriali mentre film lucido nero avvolge cosmetici e carte da formaggio diventano shopper alla moda. Tutto già visto, già fatto, tutto inutile e infinitamente caro. Perché non c’è niente di più costoso che usare una tecnologia, un materiale, una finitura nati per una specifica applicazione e volerli applicare a tutte altre cose. Conviene far frullare il cervello e concentrarsi sui dettagli. Inventarsi modi e forme inusuali, nuove superfici, colori, finiture, grafica… Insomma il buon vecchio mestiere. Soprattutto affidarsi a quella santa donna della Grafica! Aiuta più Illustrator che Fedrigoni anche se una carta giusta può cambiare il mondo. Tanti anni fa mi cambiò la vita quell’impasto sintetico decisamente atipico del Tyvek. Quello tornato molto in voga per i dispositivi di protezione individuali. Una superficie anomala che sembra fatta di foglie e legno impastati ed invece a farla semplice è tutta buona plastica. Usarla in un packaging del lusso diede delle soddisfazioni proprio perché non si capiva cos’era. Vabbè Amen! Troverò una nuova pelle d’uovo su cui stampare segni leggeri, font ultralight e colori di cui conosce il nome solo quel furbone di Pantone.

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storia 011 dal mondo nuovo – del mondo delle meraviglie

Entra con me nel mondo delle meraviglie e scegli. Portati via quello che ti pare. Ti piace quel logo ultra minimal però con quel segno sbilenco così straniante? Prendilo! Lo sistemiamo un po’? Adesso è ok! È tuo se ti piace. Pensavi alle foto della brochure street style? In bianco e nero contrastato e saturo con un mosso giusto? Identiche a quelle che abbiamo visto insieme l’altro giorno sempre qui nel mondo delle meraviglie. Te le ho mandate, vero? Te ne ho mandate tante e ti piacevano tutte? È così, nel mondo delle meraviglie c’è un sacco di bella roba. Ti piacevano anche le altre? Quelle desaturate, evanescenti che sembravano uscire dalla nebbia? Belle! Con la grafica giusta, belle. Stai pensando che quel logo lì è ancora più forte? Molto meglio di quello minimal di prima? Splendido! Cambia, prendilo. È incredibile la quantità infinita di cose belle, giuste, che funzionano tra cui puoi scegliere. Bellissimo e difficile. Io ti accompagno, ti propongo quello che mi sembra giusto per te, per il tuo pubblico. Cerco di ridurre il numero delle opzioni possibili, perchè poi, purtroppo, nel mondo delle meraviglie, dove in tanti si aggirano abbacinati come bimbi nelle casine delle favole circondati da milla e milla caramelle colorate… di caramelle ce ne serve una sola. Quel logo lì e basta. Un mood, una grafica, una palette di colori, un certo tipo di forme e non altre, un profumo e una sola fantastica magia. Una alla volta! Senza sgraffignare tutto quello che ci viene a tiro. È fantastico! Siamo tutti diversi e nel mondo delle meraviglie ce n’è per tutti. 

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storia 010 dal mondo nuovo – click! cambia tutto

Click! Cambia tutto.
Niente a che fare col cliccare, fotografare, battere sulla tastiera, cambiare pagina sul web… quel click lì, quello che cambia tutto, avviene nella nostra testa e il più delle volte non sappiamo perché. Cose banali e di nessuna importanza. Fino a due minuti fa non sopportavo le texture floreali e adesso le metterei dappertutto. Odiavo il beige e ora mi sembra l’unico colore possibile. Click! Poi ci sono i click che cambiano la vita, fanno crollare mondi, click che una mattina fanno lasciare tutto sul tavolo in cucina e ci portano via, che fanno lasciare lavori, paesi, amori…  Click e anche l’immagine della nostra azienda non è più la stessa. Mannaggia! Ci abbiamo lavorato un sacco e adesso ci sembra stantia, vecchia, inutile, molle come gli orologi Dalì. Quand’è successo? Boh! Era tutto perfetto. In realtà i click non esistono. O meglio, ci sono un’infinità di piccoli click impercettibili. Scelte fatte così per fare che tanto non cambia niente. Voglia di una cosa nuova perché non è possibile sia tutto sempre uguale. Cose piccole, basta con quel font, basta con quel black&white che sarà anche forte, elegante, figo ma non se ne può più. Se per una volta ci mettiamo uno sfondo blue classic, che è anche il colore dell’anno, non muore nessuno. Ok, avevamo deciso che la nostra immagine doveva essere artigianal-vintage-chic ma ora sembra tutto così pieno di muffa, una botta modern-glamour-fashion non farà male di sicuro. Click, click, click… gocce che non scalfiscono la roccia, non fanno nulla perché cadono in giro alla cazzo. Eppure un giorno… Click! Cambia tutto. Cambia che non sappiamo più cosa siamo e dove vogliamo andare, cambia che non sappiamo più che faccia abbiamo. Capita! Non è facile tenere la rotta, è un mestiere. Come per andare in montagna quando non si riconosce più il paesaggio e il sentiero comincia a farsi difficile conviene affidarsi a una guida, seguirla, crederci.
Clik, click, click…

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storia 009 dal mondo nuovo – del nome delle cose

Il nome delle cose cambia le cose. È un periodo in cui mi tocca pensare al nome di un nuovo tavolino, all’effetto che farà il nome di una borsa ad un certo pubblico anziché ad un altro… Capita, non si sa come, che si sommino nelle stesse giornate ricerche simili, necessità apparentemente uguali. Dare il nome ad un oggetto, a un’azienda, al proprio cane, non parliamo dei figli, è come farli nascere davvero solo allora. Lo dico con cognizione di causa visto che una delle storie epiche che mi hanno sempre raccontato in famiglia riguarda proprio il mio nome. Di come mi dovessi chiamare in un modo deciso da sempre e poi in un battito di ciglia mia madre me ne avesse imposto un altro. Le storie di tutti i nomi si assomigliano. Ore, giorni di brainstorming annullati da uno starnuto. Ricerche di mercato mandate a puttane dal ba-ba di un neonato. Eppure se l’intuizione può essere e spesso è magia, l’attribuzione definitiva deve sottostare a qualche regola. Chiamare Cuggi un nuovo marchio della moda non è scorretto è idiota. Un nome troppo lungo o difficile da pronunciare non sarà un buon viatico per niente e nessuno. Mi fa ancora sorridere ripensare a Troisi cha attribuiva la cattiva educazione dei figli alla lunghezza del nome. Luca! Imperativo. A-les-san-dro… Ciao. Come per mille altre cose quello che vale è il mix giusto di creatività e semplicità. C’è poi la cosa più importante che mette in secondo piano tutto, bello, brutto, lungo, corto, il suono più o meno giusto e tutto il resto. La necessità di una storia. Un nome senza storia nasce sempre monco. Non è necessario portare il nome di un antenato che non tornò dalle crociate. Basterà dare il nome del posto dove è cresciuto l’albero alla marmellata, quello di un sogno ad un figlio. Il nome di un sorriso ad una birra, quello della ricamatrice ad un abito. Chiamare la propria impresa col nome di una bimba incontrata per strada dall’altra parte del mondo e il nuovo divano col nome buffo del vicino di casa. Inizia sempre tutto con una storia da raccontare, il c’era una volta il nome con cui iniziano tutte le storie…

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storia 008 dal mondo nuovo – delle 17 regole fondamentali

…la mascherina nera fa design, mi piace. Dovessi fissare la prima regola delle solite diciassette regole fondamentali per creare oggetti fantastici sarebbe – deve essere nero – la seconda potrebbe essere – dagli una superficie lucida – la terza – fallo morbido – e qui comincio a pensare che non arriverò mai a definire 17 regole fondamentali, pazienza. Certo Lui si era limitato a dieci e aveva avuto un’eternità per pensarci. Calma, non sono tipo da scoraggiarsi facilmente. La quarta regola per creare oggetti fantastici è – semplifica tutto – la quinta – usa un solo materiale – che un po’ a pensarci c’era già nel semplifica tutto. La sesta è sempre quella – esagera – che sembrerebbe in contraddizione col – semplifica tutto – in realtà è possibile semplificare tutto in modo esagerato, però è vero, anche complicare. Fare altissimo, lunghissimo e piattissimo e continuare così superlativando. La settima regola è – usa materiali naturali – una regola che mi piace molto anche se mi piace molto anche la plastica, quella bella. L’ottava è – il nostro oggetto fantastico deve costare poco – poi l’idea la puoi vendere al prezzo che vuoi. La nona regola è – deve emozionare – se funziona ma non emoziona non mi piace. Preferisco un oggetto che magari non serve a niente ma emoziona. Decima – deve essere bello – ovvio direte, mica tanto. Undicesima – facciamolo spiritoso, leggero. Quasi tutti i grandi designer sapevano scherzare, metterci un po’ d’ironia. Dodici – progettiamo per l’eternità – altro che ironia e leggerezza. Diamo forma a icone indistruttibili. Tredici – progettiamo oggetti che parlino – da soli non scaleremo mai le SERP di Google ma se le nostre creazioni si raccontassero da sole avremmo qualche chance in più. Quattordicesima mitica regola – mettiamoci una punta di sex appeal – non guasta mai. Quindicesima – facciamola trasformabile – aperta alla creatività di chi ha voglia di cambiarla, di migliorarla. Sedici – diamole un bel nome – breve, forte, lungo, affascinante, una parola che sia bella da ripetere. Diciassettesima e ultima regola – buttiamo via tutto – cambiamo il nostro progetto, abbandoniamo i nostri oggetti senza malinconie. 

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storia 007 dal mondo nuovo – della bellezza

“…la bellezza è un diritto! Porca Eva! La bellezza è un diritto!” Cosí Stefano Massini concludeva il suo intervento settimanale in tv a Piazza Pulita ieri sera. Grande Stefano Massini come sempre. Giusto! Salviamo la bellezza, il teatro, la musica, l’architettura, la scultura, la moda, il design, la scrittura, la poesia… Più di un diritto, la bellezza dovrebbe essere un dovere. Dovrebbe essere obbligatorio costruire città belle, oggetti belli, paesaggi belli, abiti belli, edifici belli… Dovremmo essere circondati ovunque da bellezza. Dovremmo provarci almeno. Per farlo dovremmo sapere cos’è la bellezza, educare alla bellezza. Per creare bellezza ci vuole talento e educazione. Ci vuole orecchio, ci vuole occhio, mano, istinto, cultura. Bisogna  avere il coraggio di negare l’asserzione idiota che “…non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace.” Ciò che piace a chi?! La bellezza è fatta di regole e di trasgressioni. Di persone che per doti e cultura sanno maneggiare suoni, forme, spazi, luci, materiali, colori, parole… Tutto questo ha poco a che fare con l’arte. L’arte è spesso trasgressione dura, appropriazione e decontestualizzazione della bruttezza, l’arte è capace di rendere bella la bruttezza. L’arte però è una piccolissima parte del nostro quotidiano. L’enormitá della bruttezza è tutto quello che ci circonda in ogni momento. Sono le case, le strade, le città e tutta la paccottiglia che incontriamo ovunque. La bruttezza è la banalità del linguaggio. L’incuria con cui distruggiamo il passato e la faccia tosta con cui fingiamo di proteggerlo.
La bellezza è davvero una delle cose più importanti che dovremmo avere. Dove c’è bellezza c’è giustizia, c’è salute, forse c’è anche un po’ di felicità. 

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storia 005 dal mondo nuovo

È il momento di farsi venire qualche buona idea, meglio se nuova. Ma sarebbe fantastico anche copiarne bene qualcuna che già funziona. Chi più chi meno la stiamo cercando tutti. L’idea, quella cosa intorno a cui si costruiscono le aziende, i brand, soprattutto i brand. Proviamo allora a fare un po’ di concepting, a inventarci prodotti, packaging, forme, sistemi distributivi, modi di comunicare. Roba tipo acqua calda, buchi con la menta intorno, gioielli componibili, commestibili, magliette camaleontiche, idee azzurre e al profumo di mare, monoprodotti e materiali super ecologici, video in pianosequenza, tutto trasparente o total black. Dietro ad ogni buon marchio c’è un’idea. Fatto a mano, super tecnico, vintage, design-design, old-style, minimal, new-romantic, soft, rock, easy, fai da te, bellissimo che non serve a niente, funzionale, utile, snob, fashion, graphic, plastic free, vera pelle… Progetti emozionanti dove alla fine i conti tornano. Testi scritti come li avrebbe pensati la Mussi, la mia maestra di quinta, o tirati come lastre lucide. Riccioli e sberle. Attenti a non smarrirsi seguendo un filo che doveva portarci a casa. Maledetta Arianna. Un brand può essere accogliente come un Sacco o comodo come una Frau difficile che emozioni come un  grande sasso appoggiato sul parquet. Quest’inverno potremo abbinare le mascherine a paesaggi diversi o sempre e solo alla corsia dei surgelati? Il progetto paga sempre. Scegliere, scegliere, scegliere. Colori, ispirazioni, romanzi rosa, gialli, noir, sfumature di tutto, percussioni violente, Vivaldi, Mozart, Battiato, ronzii elettronici, legni, plastiche, cotoni, elastam, gomma, pietra, vetri e pensieri lisci. Mi basterebbe trovare un nuovo azzurro Tiffany.

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storia 002 dal mondo nuovo

La notte tra domenica e lunedì è nevicato sulle colline intorno a casa. La spolverata bianca è arrivata fin quasi in pianura innevando Marana, la mia montagna. Mi è presa la fregola di comprarmi i ramponcini, quelli da mettere alle scarpe da trail. Forse quest’autunno o la primavera prossima verranno buoni.
Passo questi giorni di clausura forzata davanti al computer cercando di continuare a lavorare come sempre. Non è facile, i silenzi, le assenze, anziché rendere il lavoro più spedito mi mettono ansia. Come se il mondo là fuori fosse finito davvero. Fare design, comunicare il lavoro delle imprese al tempo del COVID19 sfiora l’assurdo, sembra d’essere in un vecchio film di Buñuel, in un racconto di King. Come qualche anno fa di sera tardi sull’A31 appena aperta, dopo mezz’ora senza anima viva intorno, in un flash dei fari, vedevo sempre la stessa ragazzina in camicia da notte bianca che attraversava traballante l’asfalto su una bici sgangherata e quando le ero addosso si girava e mi mostrava le orbite vuote. Non mi faccio fregare da questi scherzi della mente. Mi invento subito il mondo nuovo che deve esserci già lì fuori e non sarà tanto diverso da quello vecchio. Non saremo più buoni o più bravi, non faremo oggetti più belli o cose molto più interessanti ma ho la sensazione che saremo diventati tutti più consapevoli di un sacco di cose che non sto qua a contare. Il rischio è di sporcarsi di banalità da fare schifo. Abbiamo già iniziato a tirar fuori le vecchie foto, a raccontarci storie di mondi che esistevano molto prima di Instagram. È come se avessimo paura ma desiderassimo da morire svegliarci con i Beatles in diretta alla radio. Penso al restyling di un logo importante e mi ritrovo a giocare con concetti che maneggio con nonchalance e che forse non hanno già più senso. Parole come Vintage, Moderno, Minimal… a che mondo appartengono? Posto la foto di una modella sulla pagina Facebook di un cliente e devo correggere tre volte la storia del suo sorriso. Scrivo di aziende solide della filiera della meccanica che si rimbalzano l’hashtag #iopagoifornitori. Chiodi a espansione piantati nella roccia perché nessuno scivoli giù. Fuori un po’ piove e un po’ c’è il sole. Sembra una primavera come tante mentre Mauro ed Elisa provano a far tornare normale la morte nella casa di riposo di Merlara e io ho voglia di raccontare storie di gente che lavora e poi magari fa sport e pensa anche a scemenze. Penso agli aneddoti dell’incisore, l’artigiano che fa il lavoro più noioso del mondo e rende l’oro come velluto, alle storie nascoste dietro le lenti che amplificano lo sguardo ironico di un incassatore di diamanti. Penso alle mani del tappezziere che accarezza mille volte lo stesso tessuto prezioso. Film, racconti veri o solo immaginati, canzoni… Penso agli amici distillatori e a Faber che al culmine della sua malinconia chiedeva: – …tu che lo vendi cosa ti compri di migliore? –
Siamo in quarantena, nevica ad Aprile e non so come sarà il mondo nuovo. Annuso l’aria che tira in giardino, è più pulita, guardo in su verso Marana e passano le immagini di tutte le ultime corse.
Tiro un respiro forte.

IDENTITA-OLFATTIVE

IDENTITÁ OLFATTIVA

IDENTITA-OLFATTIVE

Chi ha una identità olfattiva?
Il profumo giusto aiuta a vendere?
Pecunia non olet? È proprio vero che il denaro è inodore?
Sembrerebbe di no. Forse a prima vista, a prima sniffata…  Ma allora perché i grandi marchi pagano fior di quattrini nasi celebri per mettere a punto la propria fragranza. Quel tipo di profumo che poi verrà sparso a piene mani, si fa per dire, nei megastore di tutto il mondo.

Qualche anno fa raccontavo di tre artisti di Melbourne che avevano affidato a Integra Fragrances, una società specializzata nella progettazione di IDENTITÁ OLFATTIVE, la creazione di una fragranza davvero unica. L’aroma richiesto era il profumo che si espande all’apertura per la prima volta della confezione di un prodotto Apple. Odore di pellicola trasparente che copre la scatola, di inchiostro stampato sul cartone, di colla, della carta e di plastica all’interno della scatola e, naturalmente, quello del computer portatile in alluminio… Il profumo ottenuto era stato diffuso negli ambienti della mostra da Aroslim, un emanatore ipertecnologico.

Se il profumo aiuta a vendere e stuzzica il più animale dei nostri sensi di certo si può usare per fare scandalo e moltiplicare l’attenzione sui social. Così Gwyneth Paltrow ha messo in vendita un suo personalissimo profumo. 75 dollari per una candela dalla mescola non originalissima – geranio, bergamotto agrumato, cedro,  rosa damascena e ambra – ma dal nome decisamente forte: ‘L’odore della mia vagina’.

L’attrice ha spiegato che : “È iniziato tutto come uno scherzo tra me e il profumiere Douglas Little. Stavamo lavorando a una fragranza quando me ne sono uscita con: “Uhhh…queste essenze somigliano all’odore di una vagina”. Così  abbiamo concepito questo profumo divertente, sexy e inaspettato.

Il sesso come si sa tira e la candela a cui sono stati aggiunti con altri 39 dollari anche due rotoli di carta igienica firmata, è andata esaurita in poche ore.

Niente di nuovo.
Invenzioni, creatività e… scemenze! Ma mica tanto.
L’idea di creare una propria identità olfattiva invece è una cosa seria. Da diffondere nei negozi, nel proprio stand in fiera. Da impregnarci cataloghi e biglietti da visita.

Nel frattempo sembra vicino il tempo in cui potremo comporre essenze odorose sul nostro pc, magari utilizzando programmi innovativi, esaolfattivi, tipo scentshop, da diffondere con i nostri smartphone.

Mio figlio di mezzo, a tre anni, mentre passavamo tra i campi concimati, dopo aver fatto un respirone plateale esclamava sempre con la sua erre moscia molto noblesse – Odore di natura!

 

www.integra-fragrances.com

STUPIRE-stupire

STUPIRE… SENZA CONIGLI


Oggi voglio spiegarvi come costruire una bomba con le poche cose che tutti abbiamo in casa…

Pensate sia impazzito?
No! Volevo solo stupirvi

“Al mio amico Adolfo, capitava molto spesso di venire a un appuntamento, non so, con una ruota di Volkswagen sotto il braccio. 
Era un ragazzo strano che amava molto stupire. Alle donne non regalava mai fiori, no, un chilo di pere, due etti di formaggio. Un giorno sostituì il freno della macchina con un pedale di batteria, tum, morto. Sembrerà strano ma nessuno si è stupito. Ecco, anche davanti alle persone più stravaganti, dopo un po’ tu sai sempre da quale parte fanno uscire il coniglio. Lo sai, zip zip, nessuna sorpresa.” (Giorgio Gaber – Il Coniglio)

Amo stupire.
Faccio un sacco di cose e mi tocca anche raccontarle per cui, il più delle volte non si stupisce nessuno.
Progetto un nuovo stand, disegno un oggetto, penso al montaggio di un video, scrivo il post per un blog, provo a raccontare storie… e ogni volta mi piacerebbe stupire.
Mi piace da morire l’effetto oooooh!

Mi piacciono gli aquiloni acrobatici e le bolle di sapone giganti, far uscire le farfalle dai libri, i boschi dagli alberi colorati, e i maiali blu. Le cose gigantesche o quelle piccolissime, scrivere una cosa che sembra non si capisca niente e invece alla fine… oooooh!

Depliant fatti di un’idea, fogli bianchi, grafiche tridimensionali con materiali mai usati, packaging che sembrano giocattoli, immagini così semplici come non ci si era mai pensato, lame di luci o immensi batuffoli di cotone, buio improvviso e… oooooh!
Che bella l’espressione della sorpresa! Quella bocca un po’ aperta, gli occhi sgranati e quel sorriso leggero che fa pensare a un deficiente… ma no! È solo lo smarrimento di non aver previsto, è sorpresa, è magia.
Provate a immaginare di presentare le vostre cose così, di mettere ai vostri clienti degli occhiali che mostrino i vostri prodotti sotto una nuova meravigliosa luce.
Amo quegli occhi che si accendono di pagliuzze gialle e fanno oooooh!!!

LA-FORMA-PERFETTA

LA FORMA PERFETTA

LA-FORMA-PERFETTA
La forma perfetta è invisibile finchè non cambi occhiali.

Capita che mi stia davanti agli occhi per mesi e non riesca a vederla. Come un uovo, bella e semplice come una palla.
Non devo fare niente, solo prenderla e chiamarla con un altro nome. Come fece Duchamp con il famoso orinatoio.
Di colpo due immagini lontane anni luce si avvicinano, si scontrano e dentro la testa si accende una luce nuova che proietta i suoi bagliori tutto attorno. Così una ruota di bicicletta diventa una lampada, un fiore diventa una sedia e un sasso tutto quello che voglio.
É semplice. Basta essere giovani e vecchi allo stesso tempo. Energia, fantasia e creatività si devono coagulare attorno ad un nocciolo di esperienze e farlo esplodere.
É come mettersi degli occhiali dalle lenti polarizzate, si vede tutto in un’altra luce.
Cosa fare?
Allenarsi! Come per qualsiasi cosa. Come per correre, disegnare, cantare, ballare… guardare, vedere… e imparare a far accadere le cose.

Nell’immagine – Jeff KOONS  Balloon Dog (Pink), scultura

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SCEGLIERE I DETTAGLI CHE CONTANO

Scegliere-i-dettagli

Gestire l’immagine della nostra azienda, della nostra attività commerciale o del nostro ente significa scegliere cosa preferiamo per noi, qual’è il nostro pubblico, dove vogliamo andare.
Ad ogni bivio del sentiero dobbiamo decidere il lato giusto dove andare.
È chiaro che non è un’autostrada con le indicazioni grandi e fluorescenti.
Sbagliare è un attimo.

Bisogna scegliere se essere conformisti o trasgressivi.

Scegliere se parlare un linguaggio colto o popolare.

Scegliere se mostrarsi morigerati o lascivi.

Scegliere se vestire panni tecnologici o bucolici.

Scegliere un approccio didascalico o emozionale.

Scegliere l’ordine o il disordine.

La complessità o la semplicità.

Scegliere se mostrarsi tollerante o intransigente.

Scegliere di istruire o sedurre.

Scegliere l’azzardo giocoso o il calcolo noioso.

Scegliere, scegliere, scegliere… ogni minuto, tutti i giorni.

Perché l’immagine aziendale dia i suoi frutti, ovvero soddisfi la fetta di pubblico che ci interessa conviene fare scelte coerenti che non si contraddicano continuamente.

Meglio avere un piano.

Scegliere le nostre parole e capire quali sono quelle vietate.
Scegliere le nostre forme e decidere quelle che non ci appartengono.
Avere chiari i nostri valori.

Gli esempi biforcuti accennati sopra ipotizzano scelte estreme. Nella realtà quelle che facciamo tutti i giorni sono molto più sfumate. Tanto impercettibili che ci fregano. Volevamo mostrarci eleganti, algidi… e senza accorgercene ci siamo fatti ‘a fama da’ sciantosa!
Attenzione maresciá!!!

AUGURI_

AUGURI, di chiacchiere, libri, corse e risate… 

AUGURI

AUGURI!
A me, a quelli che mi conoscono solo per questa newsletter, a chi ho incontrato in azienda e tra gli stand delle fiere e a quelli che mi conoscono bene per i tanti lavori fatti insieme.

Auguri di camminate, chiacchiere, libri, corse e risate, giochi e lavori che valgano la pena non solo per il guadagno ma per quanto si riesce a fare, per un po’ di soddisfazione, di bellezza, di utilità.

Auguri di conoscere persone con cui stare bene, di risolvere piccoli e grandi conflitti, di imparare qualcosa di nuovo, di prendere un cane e un gatto.

Auguri di regali che servano a vedere sorrisi.

Auguri di stare con i figli a parlare di tutto quello che hanno visto e hanno fatto, di cinema, sport, lavoro, libri  e tutto quello che interessa a loro.

Auguri di corse lunghe da condividere. Di giri in bici. Di fatica divertente e di malinconie senza tristezze, di piccoli viaggi pieni di cose nuove da vedere.

Auguri di ore passate in cucina a preparare risotti, paste e torte per quelli che si fermano a bere due bottiglie di vino buono. Di domeniche pomeriggio passate a vedere film strepitosi e poi a leggere oppure a far niente.

Auguri di evitare le solite arrabbiature per niente.

Auguri di scrivere tutto quello che aspetta d’essere scritto da una vita. Di mantenere la memoria delle cose importanti, di tutte le persone che hanno lasciato un segno e anche di più. Di star bene perché, come diceva mia nonna Piera, quando c’è la salute c’è tutto.

Auguri a me e a tutti di giorni di festa e un 2020 sereno.

Regali-per-i-clienti

REGALI PER I CLIENTI, GADGET, OMAGGI…

Regali-per-i-clienti

Anche quest’anno in questo periodo, per fortuna c’è chi lo fa molto prima, eccoci qui a pensare ai regali, ai gadget, a piccoli e grandi doni che ogni anno rivolgiamo ai clienti.
Io qui a ripetere le stesse importanti cose di sempre come fosse l’evento del millennio.

Chiamiamoli come vogliamo, sono quei gesti che mostrano ai nostri clienti l’attenzione che abbiamo per loro. Piccole o grandi cose per farci ricordare, per definire ancora un po’ la nostra immagine.

Possiamo inventarci quello che vogliamo. Raramente potremmo usare la fantasia così, senza limiti, e invece la sola parola, regali, ci ingabbia in strutture mentali rigide portandoci a ripetere, ripetere, ripetere…

Le solite cose buone, magari dolci. Sapori della tradizione, profumo di cioccolato, zenzero e canditi.  La differenza la fa il packaging.
Prendete tutta la tradizione di cui siete capaci e mettetela in confezioni che non c’entrino niente. Palle nere, sacchi avana, tubi di pelo fucsia…

Piccole trasgressioni. Roba dal design incomprensibile, arte, moda, piccoli oggetti dalle superfici lisce, cose dal significato ambiguo e dalla funzione incerta.
Diamo spazio alla comunicazione visiva. Contenitori essenziali e decorazioni creative.

Amo le matite e odio la diabolica penna a sfera che resta il gadget per eccellenza. Evitiamola come la peste. Se invece proprio non sappiamo resistere, va benissimo una Bic Cristal o una Montegrappa, dipende dal badget.
La personalizzazione può cambiare tutto.

Ricordiamoci che il packaging è il regalo. 
Quello che si vede subito. Nasconde e annuncia la sorpresa. Fa provare il primo piacere alla vista e al tatto. Racconta il tempo impiegato, la dedizione, la cultura e il gusto. 

È il pensiero quello che conta.
Non è un abusato modo di dire. È proprio vero che il pensiero è quello che conta. Per questo dobbiamo renderlo visibile.
Scriverlo è il modo più semplice per comunicarlo ma non è l’unico.
Gaber diceva che un’idea per essere vera bisognerebbe poterla mangiare. Proviamo a far sentire come sono vere le cose che scriviamo.

Perché il nostro regalo serva a qualcosa. Magari a tante cose.
Anche a farci ricordare con un sorriso.

LE-REGOLE-DEL-BELLO

LE REGOLE DEL BELLO

LE-REGOLE-DEL-BELLO

Mi aveva insegnato a vedere le forme delle cose, a comporre linee e superfici, volumi, colori e forme come fosse un gioco. Mettere insieme tutto facendo nascere emozioni improvvise, veloci straniamenti, sorprese, paesaggi.
Le regole del bello erano semplici, in realtà era una sola, togli tutto, cerca la perfezione del nulla. Bastava andare con lui a comprare una poltrona, una pentola, un bicchiere. Lo spigolo inutilmente arrotondato di un oggetto qualunque lo mandava in bestia. Mi spiegava l’infelicità del bracciolo di una sedia, l’accostamento gramo di curve e controcurve.
Non sapeva scegliere niente se non guardando alla sua forma.
Come il sacerdote di una religione severa non ammetteva scappatoie, incoerenze, trasgressioni leggere, insignificanti stramberie.

Molti anni dopo avevo capito cosa non andava nel castello teorico che mi ero bevuto come acqua fresca e che gli studi avevano modificato pochissimo.
Ero dovuto diventare anch’io, mio malgrado, uno dei tanti celebranti delle liturgie del design prima di accorgermi del lato ridicolo della cosa e finalmente scoppiassi a ridere.

Solo allora avevo imparato a non prendere più troppo sul serio gli slogan lapidari del moderno salmodiati dai suoi chierici.

Così adesso mi diverto a riempire fogli immensi di ghirigori e a disporre specchi sbilenchi.

Metto le cose fuoriposto.

Guardo di traverso quelli che non hanno mai visto una matita ma – tira un po’ di qua, un po’ più su, riduci un attimo…– e alla fine non hanno dubbi  – …adesso sì che è bello! –

Ammiro chi conosce le regole e ci sa giocare. Chi butta all’aria le carte e cerca strade nuove.

Alla fine della fiera mi ritrovo ad essere tutto e il contrario di tutto.
Mi piacciono i muri, quelli rotti.  Le regole del bello stanno dentro labirinti da cui è più divertente uscire con un salto.

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LA GENTE DEL MIO LAVORO

 

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Nel mio lavoro mi capita di incontrare gente di ogni tipo.
Fotografi bravissimi capaci di farmi vedere cose che non vedevo. Tipografi  e grafici che rimpiangono i vecchi strumenti del mestiere ma poi si aggrappano ai loro Mac come a figli. Imprenditori di ogni genere. A me toccano sempre i più creativi, quelli che mi cercano solo perché quelli come noi si attirano come  le nuvole. Trovo artigiani che con le mani sanno fare tutto costretti a passare carte. Incontro orafi che cercano tutti i giorni una forma nuova. Distillatori che come maghi mescolano il vento, la terra, il legno e l’acqua e ne esce un silenzio buono rotto da un po’ d’allegria. C’è chi trancia e piega lamiere grosse un dito con presse alte come una casa e costruisce stampi con la precisione sottile di un capello biondo. Chi fa bulloni, dadi e staffe che tengono insieme i pezzi dei posti dove viviamo. Gente che sa cos’è la bellezza perché ce l’ha dentro, che cuce tessuti preziosi e difficili intorno a forme ancora non viste, che rende prezioso un cuscino e comoda un’asse di ciliegio. Incontro imprenditori che a una cert’ora ne hanno due palle e aspettano che sia notte per chiamare dall’altra parte del globo.
C’è chi cura fiori, mele e uva leggendo vecchi libri color canna da zucchero e studia la terra da chimico, geologo sciamano.
Ho incontrato persone che conoscono tutti e girano per il mondo e altre che stanno Sempre ferme a incidere lastre d’oro grandi come uova di colibrì. Modelle bellissime e tecnici delle luci capaci di rendere morbidi chiodi piantati in lastre di marmo. Videomaker geniali e vanesi, web designer simpatici e saccenti, sviluppatori di software, commercialisti, pr, avvocati, psicologi e runner…
Ho visto la mia faccia riflessa negli occhi di tutta questa gente e le poche volte che mi sono piaciuto poi è stato bello lavorarci.

non-cambiare-niente

NON CAMBIARE NIENTE e VIVERE FELICI

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Qualche ottimo motivo per non cambiare un bel niente e vivere felici.

Perchè struggersi l’anima, il cervello e il portafogli dinanzi all’ineluttabile evidenza che il Logo ha  cinque o sei pantone di troppo, il sito internet non è responsive, lo stand in fiera comunica supercazzole a gogo ma non il marchio,  l’ultimo post sui social risale a prima di Mark e i prodotti messi in catalogo cinque anni fa erano più o meno simili a quelli dei lustri precedenti così come il catalogo.

Ottimo!

Avere un sito responsive non serve a niente. Anche perché se i contenuti non sono aggiornati l’unica utilità potrebbe essere forse quella di fornire il numero di telefono… Mah! E il numero di telefono sarà aggiornato?

I social sono una gran perdita di tempo.  Se proprio proprio meglio il bar che uno spritz dà più soddisfazione di sicuro.

Il logo super colorato è strafigo. Se poi l’ha disegnato il famoso cugino è motivo in più per non cambiarlo per niente al mondo.

Lo stand in fiera è costato un botto, di metterci anche un logo fuori più visibile non se ne parla. Poi ci sono un sacco di biglietti da visita infilati fuori, sul cristallo della vetrina, che da soli fanno già comunicazione.

Fare prodotti nuovi? Da escludere, quelli vecchi si vendono ancora benissimo e poi… toccherebbe anche rifare il catalogo.

Non si capisce perché si dovrebbe rifare il catalogo visto che i prodotti sono sempre quelli, i clienti vecchi ce l’hanno già e non ci sono clienti nuovi che ne richiedano uno diverso.

Si fa per ridere ovviamente. Ci diamo tutti un gran da fare per migliorare, per crescere, anche se dietro al paradosso, all’ironia ogni tanto ci lambisce il pensiero di lasciare tutto com’è.

Certo non si tratta di cambiare per cambiare ma il design e la comunicazione sono da sempre i motori delle aziende. Molto prima di internet, molto prima del marketing…

CORRERE

CORRERE E NON ARRIVARE MAI

CORRERESono già a Natale, anche se non è ancora ferragosto. Disegno packaging di panettoni e sono già in Primavera, al Vinitaly mentre scarabocchio le scatole e la grafica di un nuovo vino. C’è fretta di inventare una serie infinita di cose per celebrare i cinquant’anni d’attività di quell’altra azienda… cinquant’anni che cadranno nel 2022.

Una perenne corsa col tempo.
Dai! Che è tardi!
Fortuna che di corse contro il tempo ne ho fatte tante, più corse lunghe che corte, corse lente lungo sentieri e dentro i boschi o sul solito asfalto della mia ciclabile martoriata da lavori infiniti.
Correre e non pensare a niente. Sentire l’appoggio dei piedi e misurare il respiro, nelle cuffie il solito ritmo del Boss.
Inventare tutti i giorni  la forma di qualcosa, la copertina di un catalogo, l’etichetta di un vino, il bracciolo di una poltroncina, lo spazio di uno stand, la luce di un video o il taglio di una foto… fa uscire dal tempo, fa restare giovani e rende vecchi come querce.
È come correre. Non importa la strada, il più delle volte non me ne frega niente se il posto è bello o brutto. Importa correre, sentire il mio tapasciare, i piedi che sbattono e l’aria che entra.
Come disegnare un tavolo, scrivere un post, creare un logo nuovo. È  lavoro, ripetizione di gesti, di pensieri che fanno sempre gli stessi sentieri per arrivare in posti mai visti prima.
Creatività e corsa hanno gli stessi ritmi lenti e infiniti. Il tratteggio fitto della mia matita e i numerini del cronometro che girano sotto il GPS.
Mi hanno sempre fatto sorridere quelli che mi parlavano entusiasti o depressi di ispirazione. La creatività per me è sempre stata lavoro quotidiano, tirare una riga vicino all’altra tutti i giorni, scrivere parole a paginate cancellandone metà, scattare un milione di foto… correre i miei cento chilometri tutte le settimane sognando di non arrivare mai.

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SALVE! PAROLE SPAZZATURA

SALVE-parole-spazzaturaSalve!
Eh! Salve… che saluto viscido!
No! Non per la parola che è un bel saluto…  in fondo si augura buona salute…
– Salve – mi capita di dirlo troppo spesso, senza pensarci e mi fa schifo.

La butto lì col vicino di casa e mi esce  –  Sao –  sì – Sao! –
perchè proprio mentre io gli sto dicendo –  Salve –
lui mi dice – ciao –
Cerco di correggere il tiro proprio a metà parola mentre sto cercando di  farla sparire e esce un  – Sao –  ridicolo.

Facciamo così anche nelle email di lavoro.

Salve… Ufff!!!

Qualche decennio fa decisi di buttare via –  cordiali saluti –  non se ne poteva più.
Ero stufo di vederli alla fine di tutte le email che ricevevo e mi dissi che non potevo fare lo stesso.
Ho iniziato a salutare con – a presto –.

Mi sembrava fico, diverso…  Adesso, dopo aver consumato qualche milionata di – a presto – non ne sono più tanto sicuro.

Tutta questa tirata su – Salve – ciao – buongiorno – cordialmente, tanti saluti e a presto… Per dire che le parole si consumano come le gomme della macchina.

Le gomme le cambiamo perché ad un certo punto ci viene paura di andare a sbattere. Continuiamo invece ad usare sempre le stesse parole anche se un po’ alla volta finiscono per non servire più a niente.
Continuiamo a dirle imperterriti e diventiamo trasparenti, invisibili…  inutili anche noi…

Scriviamo presentazioni sul nostro sito aziendale che sembrano indirizzate a qualche ufficio UCAS sperduto nel deserto.
Mandiamo email tutte uguali.

Bisognerebbe essere veri, dire delle cose che ci riguardino davvero… nelle email come nei contatti reali, faccia a faccia, di tutti i giorni.

Non c’è differenza.

La posta elettronica, whatsapp, il blog, il sito web aziendale e tutti i social sono solo dei mezzi  di comunicazione che ci danno più opportunità di contattare la gente, parlarci, magari vendere più di quanto non fosse possibile fare solo col telefono e con la posta tradizionale qualche decennio fa.

Non sono gli strumenti, la differenza la fanno le parole, quelle vere che ancora incidono, non quelle che ripetiamo tutti senza nemmeno pensare a quello che diciamo…

Anche tu hai parole da buttare via?
Quali sono le tue parole consumate?