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W LA LIBERTÁ di essere creativi

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Prendo spunto dalla diatriba  di questi giorni tra Messner e ‪Jovanotti per dire qualcosa sui limiti da porre alla creatività, all’inventiva, all’innovazione e perché no, alla bellezza. Per chi non sapesse, Messner ha dichiarato che se fosse per lui, il concerto del Jova a Plan de Corones, a 2275 metri di altezza nel cuore delle Dolomiti, non si farebbe mai.
Jovanotti rassicura sul suo impegno a tutela del territorio interessato dai suoi maxi eventi di questa estate, l’altro sarà a Rimini. Fin qui la disputa. Immaginate il quadro con sullo sfondo Woodstock, i Pink Floyd a Venezia, Modena Park di Vasco e le polemiche sul milione e mezzo di persone che hanno attraversato il lago d’Iseo sulle Floating Piers di Christo e Jeanne-Claude tre anni fa.
Tutto bellissimo! Compresi i tanto vituperati Pin Floi resi mitici dai Pitura Freska.

Il paesaggio e le città vengono distrutti tutti i giorni da ben altro, non dalle folle attratte dagli eventi della creatività pop.

Su questo si può essere d’accordo oppure no. Che la creatività abbia bisogno di abbattere i limiti e di coinvolgere la gente credo invece possa essere un pensiero condiviso. Che si debba sempre fare tutto il possibile perchè, Natura, Ambiente, Territorio, Città, e incolumità di tutti i partecipanti siano tutelati è fuori discussione.

Qualche volta la creatività è provare ad andare oltre, tentare di inventare qualcosa di nuovo.

Portare per un momento il silenzio dove c’è sempre stato il rumore e per un giorno fare invadere dalla musica luoghi sempre silenziosi.

Stare immobili dove dappertutto è movimento e ballare, creare cinematismi dove sempre tutto è stato fermo. 

Stampare immagini sui palazzi e sulle strade.

Tagliare il paesaggio con segni sorprendenti. 

È difficile e penso comporti un’organizzazione folle ma creare eventi che coinvolgano molte migliaia di persone è un modo per diffondere la bellezza, per emozionare e unire.

Dovremmo pensarci quando progettiamo i nostri eventi aziendali. Cose mille volte più piccole ma che possiamo immaginare con dinamiche molto simili a certi grandi eventi collettivi.
Qualsiasi sia il tema del nostro progetto,  invece di ripercorrere sempre le stesse strade fatte di divieti e sensi unici varrebbe la pena sparigliare le carte, fermarsi a riflettere e imboccare strade nuove.

COLORI

COLORI e altri pensieri da non dormirci

COLORI

 

Ce l’abbiamo il nostro colore aziendale?
Quando scegliamo il colore per la parete della sala riunioni, per lo stand, l’espositore vetrina, il packaging o lo sfondo di un post su Facebook da cosa ci facciamo guidare? Fregola del momento? Gusto? Manuale della Corporate Identity?
Ci sono due strade.
Fare una scelta radicale e da lì non schiodarsi più. Bianco e Nero e basta. Solo colori pastello. Solo tinte squillanti, tipo Rosso Ferrari…  Ooops! Ci voleva solo che quelli della Ferrari si inventassero di fare un Rosso slavato… ci voleva!
Oppure appartenete alla schiera di chi ha scelto i suoi colori aziendali ma li ridiscute ogni volta? E sappiamo tutti quante volte toccherà discuterli.

I vostri sono i colori del Lusso?
Ma lo sapete che i colori del lusso non esistono?

A parte il Beige che va su tutto, non è caldo e non è freddo. Anche l’Azzurro purchè non sia mai troppo Azzurro ma Turchese slavato, Carta da zucchero, polvere.

Oppure Rosa ma non proprio Rosa. Una declinazione di tutti i Viola Rossi pieni di Bianco e di Nero. Lilla, solo un velo di Lacca di Garanza annegata in litri d’acqua. Anche Burro o Grigio azzurro.

Rosso con quella punta di Nero che basta ad uccidere tutta la sua cafonaggine.

L’Arancio è il solo a poter esibire tutta la sua volgare solarità e la joie de vivre senza doversi spargere il capo di Cenere.

Verde smeraldo nel lusso va bene solo se si tratta di smeraldi veri altrimenti molto meglio il Salvia, o il Verde Oliva, Verderame, Muffa di Gorgonzola, Verde polvere che poi è uguale al Salvia più sbiadito.

Il nero assoluto, totale, pieno, lucido va bene per tutti così come il Bianco in tutte le sue forme. Se pensate ci sia un solo Nero e un solo Bianco non sapete niente di colori e di mazzette Pantone.

Il Marrone non va mai bene! Su niente. Wengé invece sí e anche Terra di Siena purché non sia troppo bruciata. 

Nel mondo del Lusso i Viola vanno tutti bene  purché tendenti al nero e al bianco. Anche il Giallo Ocra chiaro se un po’ sporco di Nero. Giallo paglierino impolverato.

Poi ci sono il Rosso Valentino, il Greige di Armani, l’Arancione di Hermès… e il Blu Tiffany, quel Pantone PMS 1837 che è l’emblema di come un colore da solo possa fare marca.

Il lusso?
È trasparente come l’aria.

APRITI-SESAMO

APRITI SESAMO! Formule magiche e parole chiave

APRITI-SESAMO

 

Ognuno di noi, nel suo lavoro, sa che certe parole aprono le porte al pubblico, lo catturano e aiutano a vendere. 
Non  sto parlando di formule magiche buone per vendere ghiaccioli agli esquimesi, neanche delle parole che avvicinano, creano complicità, sembrano risolvere ogni problema e soddisfare ogni richiesta. Splendidi passpartout che però non sono parole legate solo al nostro lavoro.
Ognuno di noi ha le sue parole chiave. Parole che attirano e conquistano proprio le persone interessate ai nostri prodotti.

Se produco e vendo mobili di qualità una di queste parole sarà “legno”, altre saranno “solido” “durevole”, “caldo”, “comodo”. Parole che in parte saranno più importanti di “bello” e più attraenti di “economico”.

Se produco e vendo gioielli importanti in oro e diamanti, eseguiti a mano, ovviamente piuttosto cari, una delle mie parole chiave sarà “valore” e poi “oro” e poi ancora “eseguito a mano” e altre ancora…

Se invece produco complementi di arredo dalle forme ricercate realizzati in metallo e materie plastiche parlerò di “design” “ricerca”, “tendenza”, “colore”, “emozioni”…

Così se produco e vendo ottimi vini o carpenteria metallica, formaggi o pentole… divani o lampade…
Ognuno conosce bene le parole che fanno la differenza.
Basterà cambiare di poco la tipologia dei nostri prodotti e cambieranno decisamente il pubblico e le parole giuste per attrarlo.

Individuiamo il nostro pubblico e parliamogli con le parole che apprezza.

facciamolo-strano

FACCIAMOLO STRANO – IL PRODOTTO

facciamolo-strano

 

Il prodotto, l’azienda devono essere riconoscibili.
Farsi riconoscere non vuol dire solo stampare il proprio nome dappertutto o metterci la faccia sempre e ovunque.
Farsi riconoscere significa avere stile. Un modo unico di fare, di essere, di produrre e comunicare. 

Mettici il tuo colore, quello acido, pastello, naturale, metallico… un Pantone che usi solo tu.

Di che profumo sa la tua azienda?
Di terra? Di campi falciati?
Di petrolio o di frutta candita?

Qual è il suono, la musica che ti distingue? Pensa al “booong” di Brian Eno che risuonava all’accensione del primo iMac. Come suonano le tue cose?

Pay-off, slogan… cosa dice la tua azienda? Ma soprattutto come lo dice? Che sapore, che profumo, che suono hanno le tue parole? Dolci come una torta di mele, secche come un buon bianco, affilate come una spada, didascaliche, altisonanti, piatte, rotonde, acuminate come spine o morbide come cuscini.

I tuoi progetti, le tue forme come sono?
Linee diritte e parallele o spezzate piene di angoli acuti? Curve sexi? Morbide, infinite sinusoidali, modanature classiche, ridondanti composizioni barocche… frattali, ellissi, spirali… o semplici rettangoli smilzi?

Non è obbligatorio che i nostri prodotti siano bizzarri. Uno stile può essere riconoscibilissimo con un nonnulla… purchè sia un nonnulla che faccia pensare “Ah! Però!”.

Quante scelte tocca fare per decidere chi siamo davvero.
La fregatura è che non pensarci, lasciar perdere è solo un altro modo di scegliere. 

OCCHIO-e-TEMPO

CI VUOLE OCCHIO E TEMPO

OCCHIO-e-TEMPO

 

Se non si ha occhio non si fa niente.
Niente architettura, niente grafica, niente pittura, niente fotografia, niente scenografia, niente design…
Per niente si chiamano arti visive.
Ci vuole occhio! 
Così come per suonare ci vuole orecchio e devi averlo tutto anzi parecchio come diceva il grande Jannacci.
Ma una volta che hai avuto la fortuna di avere un occhio capace di distinguere una bella linea da una sbilenca devi sperare che ti diano anche il tempo per accorgertene.
Bisogna aspettare perché le forme si rivelino. 
Spesso basta un attimo ma tante volte quella che sembrava una scelta  perfetta due ore o due giorni dopo mostra i suoi lati storti.
Purtroppo il tempo è sempre troppo poco, sempre meno.
Spesso nelle aziende giunti al momento di far entrare in gioco la creatività si ha troppa fretta di finire e difficilmente si possono programmare pause di riflessione. Così capita che un lavoro lo si debba fare tre volte oppure che ci si accontenti.
Mettiamo in campo per tempo l’occhio e diamogli il tempo di abituarsi alla luce!

IL-MEDIUM-è-IL-MASSAGGIO

IL MEDIUM È IL MASSAGGIO

IL-MEDIUM-è-IL-MASSAGGIO

Comunicare il prodotto o comunicare l’azienda?

Quanto conta il mezzo? Molto.
Sarebbe perfetto dare risalto ad entrambi, purtroppo raramente è possibile.
Quando acquistiamo un qualsiasi prodotto, un gioiello, un’auto, un paio di scarpe, una bottiglia di vino, una poltrona o una mela scegliamo in base a due aspetti essenziali, raramente uniti in unica rappresentazione ideale, più spesso, l’uno a far ombra all’altro.
Il fascino e le qualità tecniche.
I valori del marchio e le prestazioni dell’oggetto, la bellezza e la funzionalità, aspetti che si fondono in una valutazione di mercato, il prezzo, dove è difficile quantificare l’apporto dell’uno e dell’altro.

Vetrine bellissime in cui il prodotto quasi non si vede, esposizioni da cui ci siamo allontanati, colpiti dal negozio, senza aver chiaro quale fosse l’offerta commerciale.

Pagine pubblicitarie con messaggi allusivi che non ci mostrano il prodotto in vendita ma ci promettono che acquistandolo avremo più potere, più sicurezza, più fascino, più… più… più…

Video in cui automobili da sogno ci portano in un altro mondo, non importa a quale velocità.

Depliant con lampade che si accendono e fanno luce. Forse una bella luce eh!

Come realizzare i sogni che tutti vogliamo vivere e vendere gli oggetti molto più reali che li abitano?

Si tratta di scegliere come e cosa comunicare.

Bisogna rinunciare a delle cose per dare risalto ad altre.
È necessario adattare il messaggio al mezzo, al contesto, al pubblico e all’obiettivo da raggiungere.

Ci sono momenti per la poesia e altri per la prosa. Spazi per ammaliare e altri per spiegare.
Tempi lunghi e attimi fuggevoli.
Ogni volta il messaggio dovrà adattarsi allo spazio e al tempo che il mezzo consente cercando però sempre di mantenere la stessa coerenza di contenuti.

Ho rubato il titolo di questo post al celebre saggio di Marshall McLuhan del 1967.
Così celebre da consentirmi il furto senza timore di fraintendimenti.

NUOVI-STAND-CAMBIANO

NUOVI STAND CAMBIANO

NUOVI-STAND-CAMBIANO

Il nostro stand può adattarsi alle nostre esigenze?

I nostri spazi espositivi possono trasformarsi?
Abbiamo bisogno di un sacco di sedie in certi momenti e in altri vorremmo farle sparire.
La struttura del nostro stand deve adattarsi agli spazi di diverse fiere e anche gli arredi dovrebbero trasformarsi, modificarsi, restringersi, allungarsi…
I tempi cambiano e l’immagine del nostro stand, del nostro negozio, dovrebbe potersi adattare facilmente alle nostre nuove strategie di marketing.
Sedie, tavoli, vetrine e tutta la struttura dovrebbero comportarsi come un grande gioco ad incastri in cui i moduli possano sparire, essere sostituiti da altri, aggregarsi, moltiplicarsi e dividersi.
Dobbiamo spedire il nostro stand in giro per il mondo? Replicarlo tale e quale dall’altra parte del globo? Ecco allora che fantasia e innovazione si devono abbinare a parole come semplicità, modularità, leggerezza, compattezza e facilità di riproduzione.
Lavoriamo nel mondo del lusso?! Per esprimere l’eccellenza del nostro marchio possiamo progettare costruzioni modulari con materiali pregiati e se necessario con elementi complessi. Non dimentichiamoci che la pulizia delle linee delle nostre creazioni esalta il loro valore.

Non dimentichiamoci che tutto inizia da una bella idea da sviluppare con rigore e semplicità.
Creatività, innovazione e rigore progettuale ci permetteranno di ottenere il massimo risultato, un’immagine forte e precisa, contenendo i costi di realizzazione e di gestione dei nostri spazi espositivi.
Un’idea?
Perché usiamo così poco i materiali tessili, i materiali espansi e i materiali morbidi in genere?
Tende, tendoni, tappeti, poliuretani, feltri, gomme e  carte possono adattarsi a tantissimi usi.
Materiali dalle qualità e dai costi molto diversi che offrono un’infinità di soluzioni tecniche ed estetiche.
Inoltre, essendo poco usati, ci permetteranno di differenziarci e di… stupire!

Cambiare in meglio il nostro stand con una spesa davvero minima è possibile.

Ci vediamo in in giro per Fiere!

FA-SUCCEDERE-QUALCOSA

FA’ SUCCEDERE QUALCOSA

FA-SUCCEDERE-QUALCOSA
Fa’ succedere qualcosa.
Trova un prato in un bel posto.
Una piazza.
Una spiaggia.
Un parcheggio sempre vuoto di un’area industriale.
Fissa un appuntamento.
Usa tutta la fantasia che ti circonda e spendi meno soldi che puoi.
Non badare a risparmiare.
Cerca un coro di bambini.
Fa’ un po’ di musica.
Abbraccia e ridi.
Accendi un fuoco e canta.

Offri qualcosa di buono e di caldo da bere.
Fatti duemila selfie con tutti.
Non aspettarti niente.
Invita a prendere dalla festa un ricordo.
Collegati su un grande schermo con chi è lontano.
Manda un pezzetto di festa a chi non è potuto venire.
Inventa un  regalo da fare tutti insieme ai bambini che cantano.
Qualcosa che si ricorderanno.
Inventa un gioco e un ballo,
Aspetta la sera, l’alba, la neve.
Ascolta il silenzio, il vento, la pioggia, le chiacchiere e i sorrisi.

Mancano meno di due mesi a Natale e se hai deciso di regalare qualcosa ai tuoi clienti fa’ in  fretta.
È già tardi.
Scegli, acquista, confeziona e spedisci.

Oppure fatti venire un’altra idea.

I-SEGNI-DEL-LOGO

I SEGNI GIUSTI, per dare forza al nostro logo

I-SEGNI-DEL-LOGO
Pensi di cambiare logo?
Allora devi immaginare la tua forma, quella che ti rappresenta meglio.
Ti serve un restyling? Aggiungi un segno che dica in modo chiaro e veloce quello che fai.

Una freccia per esempio è un segno che indica tante cose.
Velocità, precisione, efficacia, crescita…  Molto dipende dalla sua forma. Se sarà grande o piccola, se ingloberà completamente il logo o lo sottolineerà  soltanto… In che direzione punterà, di che colore sarà…

Un quadrato dirà stabilità, sicurezza, pesantezza, solidità, concretezza… 
Ma anche  tante altre cose.
Basterà una rotazione per trasformare la sua fiera stabilità nell’immagine dell’accelerazione e del pericolo. L’abbinamento a colori chiari per comunicare spiritualità e fantasia. Se Arrotondiamo gli angoli e lo ammorbidiamo come un tiramisù comunicherà golosità, ergonomia, comodità…

Il triangolo rosso da sempre è l’immagine del pericolo.
Se però il rosso diventa azzurro o viola la sua natura cambia e si impregnerà di connotati religiosi. Se diventa scuro sarà ancora una freccia, se…

Ogni forma può assumere significati diversi, esprimerli in forme decise o solo accennate, trasgredire o affermare.
Pensiamo a quante forme ci ne sono e quante ne possiamo inventare.
Troviamo il segno giusto per noi e… facciamo attenzione!
Le immagini, nel bene e nel male, parlano più chiaramente e velocemente di qualsiasi parola.

SENZA-REGOLE

SENZA REGOLE NON C’È PROGETTO

SENZA-REGOLE

La creativitá senza limiti è peggio di una prigione.

Senza paletti precisi si gira in tondo senza poter  prendere una direzione.
Quando lavoro ad un nuovo progetto, ad un nuovo prodotto, ad un catalogo, a un sito internet, a uno stand, o a una qualsiasi delle tante attività che investono la sfera creativa all’interno di un’impresa sono contento quando incontro un imprenditore capace di indicare i confini del progetto, che sa dare una forma al campo di gioco.

Ho bisogno di conoscere le tecnologie con cui costruisci i tuoi prodotti, funzionalità, dimensioni, materiali…  le caratteristiche principali del tuo mercato, chi sono i tuoi clienti, gli obiettivi che vuoi raggiungere.

Le tue indicazioni sono un faro per la mia creatività.

La creatività senza limiti è come un’azienda senza dirigenza, senza padroni.
Per questo prima di partire e dar la briglia all’immaginazione ti chiederò dove vuoi andare.

Mi racconterai  quello che hai in mente. Quello che ti piace e quello che proprio non digerisci.
Solo così, con i tuoi picchetti piantati a delimitare il campo e con i tuoi racconti che dipingono il nuovo orizzonte saprò dove andare a parare.

STAI SVILUPPANDO UN PROGETTO CREATIVO?
Parliamone e vediamo se c’è spazio per svilupparlo insieme.

giochi-serissimi

GIOCHI SERISSIMI, PER ESSERE VERI COME NELLE FIABE

giochi-serissimiL’altro giorno c’è stata l’incredibile performance ideata da Bansky, il famoso writer inglese, che ha fatto a tagliatelle in diretta TV la “ragazza con palloncino” appena battuta da Sotheby’s per un milione di sterline. Una provocazione, una performance, l’invenzione di una storia su di un “prodotto” già famoso e già ricco di storie. Lo sberleffo di un genio al mercato dell’arte, un mercato che a sua volta si riapproprierà dello scherzo e ne farà ancora business.
Raccontare le nostre imprese è ancora più importante.

Da piccoli giocavamo alla guerra, a mamma e papá, al mercato…  e giocavamo raccontandoci e rappresentando mille storie. Ci allenavamo ai ruoli che avremmo interpretato da adulti.
Oggi, giochiamo ancora… per promuovere il nostro lavoro, per capirne meglio i meccanismi, per riprodurne le criticitá, per coinvolgere il nostro pubblico, affascinarlo, farlo discutere, coinvolgerlo…  per stringere relazioni emozionali.
Inventiamo mille cose per  dare visibilità  al nostro mondo.
Ci sono pasticceri che invogliano a creare e raccontare dolci, gioiellieri che organizzano gran concorsi di design e scrittura lussuosa, mobilieri che fanno parlare i sofá in sexi storytelling e propongono divani componibili come giochi di costruzioni. Bijoux con incisioni letterarie, scritte smaltate di frasi famose o poche parole emozionate graffite dal moroso. Arredi, abiti, gioielli, componibili e scomponibili in una varietá di giochi da far rivivere sul proprio blog, raccontare su facebook e rilanciare su Twitter. Vini prestigiosi raccontati al lume di candela mentre colori e profumi si stemperano nelle storie delle famiglie, dei luoghi, della terra e delle mani che li hanno creati.
Storie che attraversano gli oceani e lasciano sedimentare i sentimenti. Storie che trasformano clienti in amici, confidenti, compagni di strada e di giochi.
Giochi serissimi.
Quante aziende di attrezzature sportive sostengono la partecipazione di migliaia di atleti dilettanti in avventure incredibili, da raccontare in mille storie in cui i loro prodotti si mescolano e si misurano con la durezza della natura e la resilienza umana vista come un’allegra follia.
Organizziamo giochi e avventure.
Avviciniamo il nostro pubblico. Raccontiamogli con parole e immagini le imprese grandi e piccole che affrontiamo ogni giorno.
Creiamo prodotti carichi di suggestioni, de-scriviamoli come nelle fiabe perché mostrino quanto sono veri.

UNA-CREATIVITÁ-ESAGERATA

UNA CREATIVITÁ ESAGERATA

UNA-CREATIVITÁ-ESAGERATA

 

Esagerare è una gran bella tecnica creativa.
Nella realtà quasi sempre il mio lato folle che tende a produrre “esagerazioni” è mitigato da consapevolezza, rigore, senso del limite, funzionalità… e da clienti con budget molto precisi.
Alla faccia di tutti quelli convinti che  –  si possa far tutto, purchè non si esageri  – vi racconto per l’ennesima volta  un po’ di esagerazioni creative.

– Collezioni fatte di frammenti rubati ovunque. Materiali, forme, colori, stili da rimescolare in un nuovo tempo, in una nuova forma, in uno stile che appartiene solo a noi.

–  Un LOGO semplice, un segno, uno solo, sottolineato da un breve pay–off straniante.

– I colori naturali sono una noia. Ma esistono i colori naturali? Meglio colori acidi, fluo, pastelli appena percettibili o saturi come schiaffi.

– Vetrine invisibili. Da svelare al tatto, al suono di parole magiche, digitando password licenziose.

–  Un grande stand? Bisogna accentuare verticalità o orizzontalità.

– Un piccolo stand? Può diventare immenso con un’idea semplice, un materiale usato in modo originale, una  trasparenza, una luce, una chiusura.

– Fotografiamo con pochissima o tantissima luce. Sotto e sovraesposizione a go–go.

– Il racconto del lavoro, dell’azienda, la didascalia di un prodotto…  scritte con parole inusuali, semplici, emozionanti, con il ripetersi ritmico di un suono, la descrizione ripetitiva di un momento.

– Prodotti che parlano, anelli grandi, rotondi come palle di Natale, cuscini da attorcigliare, mensole da arrotolare…

– Lo spazio vuoto e la pagina bianca sono gli spazi più creativi su cui far galleggiare grandi immagini in movimento.

– Cataloghi da esplorare attraverso i colori, senza i numeri delle pagine.

Dimentichiamoci per un secondo del buon senso, delle regole, dell’equilibrio e della misura… ci sarà tempo poi di segnare il limite, di rendere funzionale, comprensibile, economico…
Salviamo l’idea esagerata, quel guizzo che non merita di trasformarsi in un brodino tiepido.

SCRIVERE

SCRIVERE L’AZIENDA

 

SCRIVERE

 

È importante raccontare la propria attività. Soprattutto oggi, in internet non possiamo farne a meno.

Scrivere è il mio lavoro.

Scrivo per me e per aziende molto diverse tra loro: produttori di gioielleria, aziende agricole, produttori e rivenditori di mobili e oggetti di arredamento, concerie e aziende che lavorano il ferro e la plastica, Enti che offrono servizi…
Non mi pongo limiti settoriali.
Abbiamo tutti bisogno di creatività!
Racconto le aziende e la loro creatività.

Inviare NEWSLETTER come questa è uno dei modi più efficaci per farsi conoscere e per far capire cosa facciamo.
Qualche consiglio per raccontare bene la nostra azienda:

– Semplicità
La regola fondamentale è sempre quella: usare un linguaggio semplice e quanto più personale possibile.

– Senza banalità
Se vendiamo gioielli o vino o qualsiasi altra cosa, sará utile non parlare sempre e solo di quanto sono belli e buoni i nostri prodotti. L’oste dirá sempre che il suo vino è buono.
Diamo qualche consiglio mettendo a disposizione quello che sappiamo e che crediamo utile.
Manteniamo un tono leggero, spiritoso, se ne siamo capaci, evitando la sicumera del “so tutto mi”.

– Con che frequenza?
Non esiste una regola!
Se scriviamo cose interessanti, scritte bene e le inviamo al pubblico giusto, possiamo farci trovare nella posta anche due volte al giorno. Se inviamo scemenze presuntuose e scritte male anche una volta al mese sarà di troppo.

– La lunghezza dei testi.
Come sopra! Fatto salvo uno standard orientativo di 300 parole, se scrivo cose interessanti potró dilungarmi,  altrimenti  una riga sarà già troppo.

– Con personalità
Mettiamoci in gioco, tiriamo fuori la farina dal nostro sacco e mostriamo chi siamo e cosa pensiamo.

Genuinità e verità pagano sempre.

PAROLE-PERICOLOSE

PAROLE PERICOLOSE

PAROLE-PERICOLOSE

 

Quando scriviamo della nostra azienda e del nostro lavoro sulle brochure e sui cataloghi che diamo alla stampa e ancora di più sul nostro sito internet e sui profili social usiamo troppo spesso un linguaggio poco preciso. Alludiamo a una cosa e senza accorgercene ne diciamo un’altra. Così facendo indeboliamo la nostra immagine. Capita scrivendo senza consapevolezza di quello che stiamo dicendo di  raccontare prodotti e lavori che a ben guardare non sembrano i nostri.

Ci sono parole intorno alle quali giochiamo la fortuna della nostra attività, parole pericolose, da usare con le pinze.
Le due paroline più bastarde che mi vengono in mente sono MODA e LUSSO.
A queste se ne possono aggiungere tante altre. Ognuno, nel proprio settore, avrá le sue.

MODA e LUSSO
Parole che spesso vengono accomunate sebbene  in realtà esprimano tipologie di prodotti con caratteristiche lontanissime tra di loro. La variabile tempo discrimina i due termini in modo radicale ponendoli agli opposti.

La MODA per sua stessa definizione è ciclica.
Gli anni e le stagioni scandiscono il mutare dei gusti, delle mode appunto. Un oggetto di culto oggi, domani non lo sarà più, sarà passato di moda.
Il LUSSO invece cristallizza il tempo.
Il passare del tempo si sedimenta sull’oggetto aumentandone il valore. Gli oggetti di lusso sono realizzati con materiali di difficile reperibilità, da mani esperte che hanno impiegato una vita per apprendere ed affinare le tecniche per lavorare quei materiali, spesso appropriandosi del sapere di generazioni di maestri.
Nella MODA gli oggetti perdono di valore e vengono rimpiazzati da altri, nel LUSSO gli oggetti acquistano maggior valore col passare del tempo.
La MODA, quella che noi immaginiamo comunemente, è la giostra infinita delle collezioni che ogni stagione si muovono dalle passerelle ai manichini dei negozi. Nella moda per quanto raffinata e costosa non c’è LUSSO. IL LUSSO è senza tempo. Un divano alla moda potrà essere realizzato di materiali costosi ma la sua stessa produzione industriale esclude che possa definirsi oggetto di LUSSO.
La moda mira alla massima diffusione possibile. Anche quando si rivolge alle élite cerca di declinarsi verso il pubblico piú ampio possibile.
Il lusso per definizione è elitario e mira ad una clientela molto ristretta e selezionata.
Va da sé che gran parte di quelli che chiamiamo oggetti di LUSSO sono in realtà soltanto un po’ cari.
Sembrano quisquiglie lessicali, pinzillacchere da azzeccagarbugli ma in realtà cominciando a mescolare i significati di MODA e LUSSO si perdono i riferimenti per definire il proprio lavoro e diventa un gran casino comunicarlo.
Il più delle volte gli oggetti che definiamo di MODA e/o di LUSSO non appartengono a nessuna delle due categorie, raramente sono di moda e quasi mai di LUSSO.
Il danno maggiore che ci fa questo fraintendimento è quello di collocare la nostra produzione lontanissimo dal suo target, di comunicarla ad un pubblico disinteressato, o addirittura di usare un linguaggio che disorienta e allontana anche quella clientela che potrebbe essere interessata all’acquisto.

Nel tuo lavoro quali sono le parole magiche e quelle che invece sembrano farfalle ma sibilano come sassi?
Quali parole tra quelle che usi abitualmente per descrivere i tuoi prodotti potrebbero essere fraintese anche in modo pericoloso per le tue vendite? 

 

 

 

CREATIVI-VS-AZIENDE

CREATIVI VS AZIENDE

CREATIVI-VS-AZIENDE

 

Sei daccordo con me che il lavoro creativo in azienda si fa in due?
Sono certo di sì. Il creativo da una parte e l’azienda con chi la rappresenta dall’altra.  Da parte dell’azienda sarebbe utile trarre i maggiori benefici dalla collaborazione con i professionisti che paga mettendoli nelle migliori condizioni per fare il loro lavoro.
Cercare di rendere chiari gli obiettivi.
Fornire tutti gli strumenti e le informazioni utili disponibili.
Fissare dei budget credibili, adatti agli obiettivi che ci si prefigge.
Definire dei tempi congrui.

Soprattutto avere fiducia reciproca, remare tutti nella stessa direzione.
Se invece si vuole assoldare un killer… (scusami, dato il verbo mi è scappato) un designer, un copy, un art–director, un social–media manager o qualsiasi altra figura di professionista perché faccia da manovale realizzando pedissequamente quello che frulla in testa al titolare o a chi per esso, l’idea è sbagliata. Sono soldi buttati dalla finestra. Peggio, soldi spesi per farsi del male.
Se poi le idee che frullano in capo alla direzione aziendale e che si vogliono imporre al creativo di turno sono tantissime e molto confuse possiamo star certi che sarà un bagno di sangue (per restare in tema con il killer di prima).
Scegliersi perché c’è stima, perché c’è feeling è fondamentale.
Teniamo presente che chi propone soluzioni creative è sempre in una posizione di debolezza nei confronti di chi le vaglia e dovrebbe approvarle. Qualcuno bravo diceva    distruggere un’idea creativa é semplicissimo, basta indire una riunione  –  e sappiamo tutti come si svolgano certe riunioni/macelleria.
Sviluppare progetti creativi non è una guerra di tutti contro tutti per affermare la propria bravura o il proprio potere.
Quello tra Creativo e Direzione Aziendale dovrebbe essere un incontro di competenze diverse, la ricerca di soluzioni adatte a far crescere l’azienda.

Quando ci incontriamo meglio guardarci in faccia e capire se si possa davvero lavorare insieme.

Chi-sono

Chi sono?

Chi-sono

 

Chi sono?!
A volte mi vengono dei seri dubbi che la gente sappia rispondere ad una domanda così semplice.
Quando do un’occhiata al sito di un’azienda, a quello di qualche professionista o al sito di una qualsiasi società di servizi, la prima cosa che vado a vedere è… Chi sono.
La fregatura é che la maggior parte delle volte quando clicco sul pulsante del menù principale – Chi sono – o – About – o – Chi siamo – trovo un’altra cosa. Trovo quello che la gente fa. Come se avessi cliccato il pulsante cosa faccio, cosa facciamo. In realtà la maggior parte delle volte lo so già benissimo cosa si fa in quel sito. Perché se sto navigando un sito di giardinaggio so che probabilmente il titolare farà il giardiniere, se guardo un sito di consulenze so di sicuro che i titolari fanno i consulenti. Insomma so sempre cosa si fa sui siti che vedo. Il più delle volte invece è difficile sapere chi sono le persone che svolgono quelle attività.
È un peccato perché a me interessa molto chi sono, il più delle volte mi interessa più di quello che fanno. Credo che tantissima gente voglia sapere con chi ha a che fare. Penso ci siano infiniti modi per dirlo, per presentarsi, mostrando tanto o poco di sé, dicendo cose apparentemente futili o fatti essenziali, l’importante secondo me è provarci.  Mettere una foto, dire quello che ci piace, svelare un sogno… cose semplici, senza preoccuparsi troppo. É come allungare una mano e dire – Piacere, eccomi! –
Io ci ho provato, magari non dicendo tutto quello che il visitatore del mio sito vorrebbe sapere, però ho messo lì quello che sono, forse quello che ero. Adesso dovrei già cambiare, aggiungere, togliere.
Ho raccontato i miei gusti e siccome i gusti cambiano sarebbe ora di aggiornarli. Sarebbe ora di cambiare la foto, che non può rimanere come un’icona quella per sempre. Il nostro sito internet dovrà avere certamente un aspetto più istituzionale dei profili social su cui pubblichiamo il nostro quotidiano ma sarà meglio evitare il deposito della polvere.
È Pasqua, è iniziata una nuova stagione e forse è il momento di dare una bella rassettata anche al nostro sito.
Se serve una mano sono qua!

ancora-sul-design-del-prodotto

ancora sul design del prodotto

ancora-sul-design-del-prodotto

 

Quanti sono i verbi del design?
Quante parole bisogna usare per descrivere tutte le fasi di un progetto?
Passo quasi sempre almeno metá della mia infinita giornata disegnando oggetti che poi qualche azienda produrrá. Faccio product design da quando alla fine della quarta liceo mi hanno chiesto di disegnare le “catenine”, e dopo poco una bella cuccia per cani. Mi ricordo ancora che era una grande cuccia doppia, quasi un lavoro d’architettura.
Non mi é mai piaciuta la parola  “prodotto”.
Sono tavoli, sedie, mobili, lampade, piatti, borse, giocattoli, gioielli, bracciali, orecchini, anelli… Cucce per cani…
Non prodotti.
Quintali di scarabocchi su carte d’ogni genere… Curve, sempre le stesse, sempre diverse, angoli aguzzi che non vorrá mai nessuno. Giornate, settimane a ripetere la stessa forma in mille varianti diversissime che sembrano tutte uguali. Tagliare, accorciare, specchiare, ripetere, ripetere, ripetere… soprattutto ripetere e poi ruotare, allungare, schiacciare, scalare, ridurre, deformare, unire, moltiplicare, ordinare, allineare, disordinare, sparpagliare. Verificare che funzioni, che sia producibile in qualche modo senza spendere una follia. E ricominciare dalla stessa forma, cambiarla, buttarla via, inventarne una nuova, non dal nulla… C’è sempre un mondo di pezzi belli e brutti che le imprese hanno giá realizzato. Sarebbe stupido e presuntuoso non tenerne conto.
Guardare, prendere nota, catalogare, togliere, aggiungere… approfondire con il cliente le caratteristiche del mercato, ridisegnare ancora…
Solo raramente bastano tre righe e tutto prende forma…