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maiali blu

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Che lavoro faccio?
Collaboro con aziende, attività commerciali, enti e professionisti affiancandoli nel definire la loro identità in modo coerente e riconoscibile per comunicare efficacemente e vendere meglio.
Metto maiali blu in saloni gialli
Lascio pagine bianche
Faccio cubi neri
Scrivo elenchi
Fotografo sassi
Scarabocchio sogni
Uso quello che c’è
Mescolo oro e terra
Amo gli sbagli
Disegno simboli
Invento drebisi viola
Misuro il tempo
Corro,
Ascolto,
Scelgo luoghi, sguardi, parole, forme, colori, suoni, materiali, luci…
e da architetto costruisco mondi.
Analizzo lo stato delle cose e progetto il cambiamento sostenibile.
Creiamo insieme il tuo.

Il trasloco – da “La casa del cielo”

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Il giorno del trasloco pioveva che Dio la mandava. Era già stato impacchettato tutto da tre settimane e la data fatidica era già saltata due volte. Pioveva da un mese e papà aveva i nervi a fior di pelle, un’irritazione che cresceva quando incontrava gli occhi di mia madre e vi leggeva l’assurda speranza che non cessasse più, un condannato a morte che spera di congelare l’alba. Quel sabato mattina avrebbe potuto grandinare a palle ma avremmo traslocato. Il cabinato rosso accostò in retromarcia fino ad appoggiare il culo spalancato al portone aperto. Traslocare è indecente. Pezzi di vita vengono impacchettati e presi in mano da estranei, buttati nudi e crudi sul cassone di un camion a sfilare per le strade come a carnevale. Il pubblico non manca mai, il vicino di casa si offre di dare una mano così può toccare, palpeggiare le nudità che ha solo intravisto dalle tende come la fine di un reggicalze dall’orlo di una gonna. I trasportatori come attori di un film porno sono gli unici a non vedere niente a non chiedere niente, fanno il loro lavoro ripetitivamente, ogni casa uguale all’altra. Si andava avanti e indietro cercando inutilmente di non mostrare le nostre oscenità. La poltrona buona del nonno di pelle rossa con lo strappo ricucito sul fianco, colpa del mio triciclo, le sberle che m’ero preso, le sponde del lettino, il frigorifero con le figurine dei calciatori appiccicate vicino alla maniglia, il materasso dei miei con una chiazza grande che sembrava the e due o tre più piccole e scure, i pensili della cucina di formica ingiallita con i segni rotondi dei vasetti e l’odore di cannella e detersivo, le valigie e gli scatoloni con i vestiti, sacchi con giacche e cappotti e scatoloni di libri, lo specchio del bagno con la cornice dorata e le macchie marroni sul bordo, sotto il vetro, la televisione vecchia, le reti dei letti, le ultime due tele di mia madre, enormi ferite scure, che pensavano fossero pannelli sporchi, roba da buttare, i pentoloni per la conserva della nonna, gli sci e il mio bob rosso, la scultura di Arman con cui un cliente aveva pagato mio padre, salvata anche quella per un pelo. Gli uomini caricavano i nostri resti cercando un ordine incomprensibile, spostavano, scaricavano e ricaricavano subito dopo ostentando un’attenzione eccessiva, falsa e inutile. La lampada del soggiorno col grande cappello di vetro opalino una volta sballata sembrava una granita di limone.
– Dispiace, ma sa qualcosa si rompe sempre. 
Anche i nostri cuori per quanto fossero stati aggiustati e riattaccati ancora, e ancora un’altra volta e poi imballati di nuovo con strati multipli di vuoto mentale si ruppero definitivamente. Quando il camion fu pieno più di metà delle nostre cose stavano ancora nell’androne, come se ad un funerale si dovesse trasportare il feretro a pezzi facendo avanti e indietro, per noi si trattava di morire e resuscitare, quell’andare e venire ci lasciava in un limbo. Mentre la nostra vecchia vita finiva la nuova non stava ancora iniziando. Il viavai di gente mai vista, le stanze della vecchia casa diventate piccole e vuote, le pile di scatoloni, tutto quel trambusto mi metteva addosso una frenesia incontrollabile, mi muovevo da una stanza all’altra prendendo a calci tutto quello che mi capitava a tiro, ero vivo e non me ne fregava niente di andare a vivere in un altro posto.

da “La casa del cielo” Paolo Marangon

IDENTITÁ OLFATTIVA

Chi ha una identità olfattiva?
Il profumo giusto aiuta a vendere?
Pecunia non olet? È proprio vero che il denaro è inodore?
Sembrerebbe di no. Forse a prima vista, a prima sniffata…  Ma allora perché i grandi marchi pagano fior di quattrini nasi celebri per mettere a punto la propria fragranza. Quel tipo di profumo che poi verrà sparso a piene mani, si fa per dire, nei megastore di tutto il mondo.

Qualche anno fa raccontavo di tre artisti di Melbourne che avevano affidato a Integra Fragrances, una società specializzata nella progettazione di IDENTITÁ OLFATTIVE, la creazione di una fragranza davvero unica. L’aroma richiesto era il profumo che si espande all’apertura per la prima volta della confezione di un prodotto Apple. Odore di pellicola trasparente che copre la scatola, di inchiostro stampato sul cartone, di colla, della carta e di plastica all’interno della scatola e, naturalmente, quello del computer portatile in alluminio… Il profumo ottenuto era stato diffuso negli ambienti della mostra da Aroslim, un emanatore ipertecnologico.

Se il profumo aiuta a vendere e stuzzica il più animale dei nostri sensi di certo si può usare per fare scandalo e moltiplicare l’attenzione sui social. Così Gwyneth Paltrow ha messo in vendita un suo personalissimo profumo. 75 dollari per una candela dalla mescola non originalissima – geranio, bergamotto agrumato, cedro,  rosa damascena e ambra – ma dal nome decisamente forte: ‘L’odore della mia vagina’.

L’attrice ha spiegato che : “È iniziato tutto come uno scherzo tra me e il profumiere Douglas Little. Stavamo lavorando a una fragranza quando me ne sono uscita con: “Uhhh…queste essenze somigliano all’odore di una vagina”. Così  abbiamo concepito questo profumo divertente, sexy e inaspettato.

Il sesso come si sa tira e la candela a cui sono stati aggiunti con altri 39 dollari anche due rotoli di carta igienica firmata, è andata esaurita in poche ore.

Niente di nuovo.
Invenzioni, creatività e… scemenze! Ma mica tanto.
L’idea di creare una propria identità olfattiva invece è una cosa seria. Da diffondere nei negozi, nel proprio stand in fiera. Da impregnarci cataloghi e biglietti da visita.

Nel frattempo sembra vicino il tempo in cui potremo comporre essenze odorose sul nostro pc, magari utilizzando programmi innovativi, esaolfattivi, tipo scentshop, da diffondere con i nostri smartphone.

Mio figlio di mezzo, a tre anni, mentre passavamo tra i campi concimati, dopo aver fatto un respirone plateale esclamava sempre con la sua erre moscia molto noblesse – Odore di natura!

 

www.integra-fragrances.com

STILL-LIFE, FOTOGRAFARE GLI OGGETTI

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Quando scattiamo still-life e scegliamo il pezzo che rappresenti meglio il nostro brand in una campagna di comunicazione, ci siamo mai posti le domande:
– Gli oggetti sono tutti fotogenici allo stesso modo? –
– Qual’è il nostro oggetto, o la tipologia di oggetti che funziona meglio davanti alla macchina fotografica? –

Una persona può sembrarci bella o brutta, addirittura spesso abbiamo la presunzione di definirla bella o brutta e stop!
Cercando un modello o una modella per le nostre foto scegliamo tutti più o meno gli stessi tipi.
E per gli oggetti?
In base a cosa li scegliamo?
Non é che ogni oggetto venga bene allo stesso modo.
Per ogni categoria commerciale ci sono prodotti che fanno sempre la loro porca figura e altri che faticano a mostrare il loro lato migliore.
Un po’ di esempi per capirci.

Arredamento.
Una sedia, una poltroncina, uno sgabello verranno sempre benone, un armadio a sei ante al confronto non dará mai le stesse soddisfazioni.

Gioielleria.
Gli anelli  sono sempre delle star, anche quelli brutti, gli orecchini sono bellissimi quando incorniciano un bel viso, tolti dai lobi e appoggiati su di un piano… tocca fare i salti mortali.

Abbigliamento.
Con le scarpe e gli accessori in genere andiamo sul sicuro… A dover fotografare solo pantaloni il lavoro diventa sicuramente più complicato.

Cartoleria.
Una penna per banale che sia avrà sempre modo di stupirci… un quaderno… decisamente meno.

Attrezzatura per la cucina.
Posate, mestoli e coltellacci saranno personaggi intriganti per le foto dei nostri cataloghi. Anche i bicchieri hanno un’anima glamour!  Le pentole invece potrebbero darci da pensare.

Profumeria.
Boccette e boccettine, pennelli, rossetti, creme dalle confezioni intriganti… Ecco un settore dove sembra tutto facile…

Ecco! Ma cosa rende gli oggetti fotogenici?
Vediamo.
Le dimensioni e la compattezza.
Un oggetto piccolo e compatto permette d’essere fotografato da diversi punti di vista rimandando in genere immagini interessanti.
Una certa semplicità.
Un oggetto semplice (ma non troppo) con contenuti estetici immediatamente percepibili consentirà al fotografo di far leva su questi evidenziandoli.
Materiali omogenei.
Le superfici omogenee mettono in risalto le forme ed aiutano la luce a disegnarne l’immagine.

Se non siamo obbligati a descrivere ogni singolo pezzo in modo troppo didascalico possiamo giocare con i dettagli più interessanti, magari ingrandendo i nostri still-life a dismisura o inventando prospettive inusuali. Alla fine accosteremo immagini dal grande impatto emozionale a quelle descrittive.
Certo che poi la comunicazione è fatta di tanto altro… luce, suoni, movimento, grafica, testi, carta, idee…
Soprattutto idee! Come ogni cosa del resto.

AUGURI, di chiacchiere, libri, corse e risate… 

AUGURI

AUGURI!
A me, a quelli che mi conoscono solo per questa newsletter, a chi ho incontrato in azienda e tra gli stand delle fiere e a quelli che mi conoscono bene per i tanti lavori fatti insieme.

Auguri di camminate, chiacchiere, libri, corse e risate, giochi e lavori che valgano la pena non solo per il guadagno ma per quanto si riesce a fare, per un po’ di soddisfazione, di bellezza, di utilità.

Auguri di conoscere persone con cui stare bene, di risolvere piccoli e grandi conflitti, di imparare qualcosa di nuovo, di prendere un cane e un gatto.

Auguri di regali che servano a vedere sorrisi.

Auguri di stare con i figli a parlare di tutto quello che hanno visto e hanno fatto, di cinema, sport, lavoro, libri  e tutto quello che interessa a loro.

Auguri di corse lunghe da condividere. Di giri in bici. Di fatica divertente e di malinconie senza tristezze, di piccoli viaggi pieni di cose nuove da vedere.

Auguri di ore passate in cucina a preparare risotti, paste e torte per quelli che si fermano a bere due bottiglie di vino buono. Di domeniche pomeriggio passate a vedere film strepitosi e poi a leggere oppure a far niente.

Auguri di evitare le solite arrabbiature per niente.

Auguri di scrivere tutto quello che aspetta d’essere scritto da una vita. Di mantenere la memoria delle cose importanti, di tutte le persone che hanno lasciato un segno e anche di più. Di star bene perché, come diceva mia nonna Piera, quando c’è la salute c’è tutto.

Auguri a me e a tutti di giorni di festa e un 2020 sereno.

Il blu funziona sempre

Il Blu funziona sempre, e così stanotte Pantone ha deciso.
I padroni di tutte le nostre sfumature hanno scelto 19-4052 Classic Blue come colore dell’Anno 2020. Leatrice Eiseman, la direttrice del Pantone Color Institute ha motivato la sua scelta con parole ispirate.

“ Viviamo in un’epoca che richiede fiducia e speranza. Pantone 19–452 Classic Blue, una stabile tonalità di blu sulla quale possiamo sempre fare affidamento, trasmette proprio questa sensazione di costanza e fiducia. Dotato di profonda risonanza, esso costituisce una solida base a cui ancorarsi. Blu sconfinato che rievoca il vasto e infinito cielo serale, ci incoraggia a guardare al di là dell’ovvio per pensare più in profondità e fuori dagli schemi, ampliare i nostri orizzonti e favorire il flusso della comunicazione.”

Brava! E dalla Pantone  aggiungono:
–  Dal momento che l’abilità umana fatica a tenere il passo con la tecnologia, non stupisce che siamo attratti da colori onesti che offrono un senso di protezione. Tonalità non aggressiva con cui ci si identifica facilmente, l’affidabile PANTONE 19-4052 Classic Blue si presta a un’interazione rilassata. Questo colore universalmente prediletto associato all’avvento di un nuovo giorno è accolto senza indugi. –

Insomma nel 2020 le palette di designer , fashion maker e creativi in giro per il mondo dovranno ispirarsi a questo bel punto di blu.

Nel mio piccolo non posso certo dissentire dal guru mondiale dei colori quando dice che questa tonalità ispira affidabilità, fiducia speranza.  Magari anche che serva ad ampliare i nostri orizzonti oltre le profondità marine e le altezze infinite dell’Universo. Forse ne eravamo in parte già consapevoli, punto più chiaro, punto più scuro, che il blu, trasmette una certa serenità e tutte  quelle altre belle cose.
Sul fatto che  possa aiutare a pensare fuori dagli schemi ho qualche dubbio.
Poraccio ‘sto Classic Blue non è che può far proprio tutto e il contrario di tutto!

Guardo su Wiki che sa tutto e scopro per esempio che nello slang australiano “blue” viene utilizzato con diversi significati.
Making a blue: fare un errore
Picking a blue: iniziare una discussione o una battaglia
Copping a bluey: ricevere una multa (per infrazione del codice della strada)
Blue o bluey sono dette anche le persone con i capelli rossi!
  (devo dirlo a mia figlia Isabella, MC1R doc)
Ma vabbè!
È il colore dell’Anno. Non facciamoci prendere da una paura blu, dev’essere di tutto un altro colore.

Il tavolo di Natale, boccette di fumo e scatole di pensieri

Mancano poco più di quaranta giorni a Natale, è già ora di pensare ai regali. So che qualcuno li ha già pronti da Ferragosto e tanti altri aspetteranno fino alla vigilia ma questo è il momento giusto per raccontarvi del mio regalo di Natale.
Altro che boccette di fumo e scatole di pensieri.
Vediamo se mi riesce.

Un tavolo.
Che bel regalo! Soprattutto a Natale se si è in tanti.
Amo i tavoli grandi. I fratini lunghi oppure quadrati, ma che ci si possa stare almeno in 12.

Un bel tavolo da comprare e uno da inventare.

Campodoro
una mia fissa lo ammetto, portate pazienza.

Da rubarlo solo per il nome e perché è un bel gioco. Tre tavolini trapezoidali uniti da due lucidissime cerniere cilindriche. Aperto sembra un Tangram ma in un attimo diventa un trapezio lungo e stretto e subito dopo un quadrato tutto bianco.
Disegnato da Paolo Pallucco & Mireille Rivier per DePadova, è una meraviglia.

Inventiamo il nostro e per prima cosa diamogli un bel nome.
Attenzione, avevo trovato un nome bellissimo per il mio, ho googlato tanto per essere sicuro… e eccolo lì, amen!
Nel mio tavolo c’è un piano e ci sono le gambe, le gambe stanno in piedi da sole e il piano si appoggia. Sposto le gambe dove voglio. Cambio il piano e le gambe. Faccio quasi sparire il piano facendolo sottile o trasparente. Disegno gambe sexi, colorate, decorate… o le faccio sparire come una nuvola di fumo.

Scegliamo un piano dal profilo sottile oppure dallo spessore importante, come ci piace.
Di cristallo martellato, ciliegio, multistrato all’anilina nera, pietra a spacco di cava, ferro acidato, resina  multicolor o trasparente con dentro pallettes lucenti o sassi del torrente che ci passa vicino.
Facciamolo grande il nostro tavolo. Da metterci un sacco di sedie. Diamogli la forma che vogliamo. Rotonda, allungata, a forma di ogiva come un pesce o a triangolo… il più bello è nero con i fiori non ancora appassiti.
Fatto il piano inventiamo le gambe. Quante ne vogliamo e come vogliamo, l’importante è che sorreggano il piano e quello che ci metteremo sopra.
Attenzione all’altezza! Il piano di lavoro del nostro tavolo finito dovrà essere esattamente a 72 centimetri. Non facciamo scherzi che mi accorgo subito se un tavolo è più alto o più basso!
Le gambe possono essere infinite.
Una sola, un cubo o un cilindro monocromi e lisci oppure decoratissimi. Lamierini traforati e piegati, sculture, cilindri trasparenti, mille piedi sottili, onde verticali, vecchie solide gambe comprate da un antiquario. A me piacciono tutte diverse.

Pensiamo il nostro tavolo come una cosa che durerà per sempre. 
Da fare per se stessi. Da regalare alla propria compagna, da lasciare ai figli.
Anche un tavolo piccolo come un vassoio… Ma questa è un’altra storia, un altro Natale.

L’IMPORTANTE È FINIRE

Quando inizio un disegno so più o meno quello che voglio realizzare ma non so quando finirò. Magari bastano due linee che non avevo previsto e tutto finisce lì, certe volte invece tocca tratteggiare per ore come zappare la terra o mescolare colori e sembra non finire mai.
Quando si finisce un’opera creativa?
Non necessariamente un’opera d’arte ma un fare di cui non si sa tutto, la ricerca di un equilibrio o al contrario di una provocazione o peggio di una cosa che non sappiamo bene come sia. Quando finisce?
Quando lo decidiamo noi, quando non c’è più tempo, quando il cliente dice basta. Una cosa è certa, l’importante è finire. Senza la parola fine non c’è niente.

Fare un’opera d’arte o molto più semplicemente impaginare un catalogo, scrivere due righe di un post, progettare uno stand, dar vita ad un nuovo prodotto,  sono azioni creative che necessitano di una conclusione. C’è sempre un momento in cui l’artista, il creativo, il grafico, il designer, ma anche l’imprenditore, il cuoco, lo scrittore devono chiudere, firmare, passare ad altre mani e dire basta, per me è finito.

C’è chi va diritto al punto e chi la mena all’infinito.
Chi pensa che la perfezione non sia di questo mondo e chi invece è convinto abiti al piano di sotto. Chi è felice di quello che fa e termina il suo lavoro per iniziarne uno nuovo e chi sta lì a girarci intorno pensando che prima o poi accadrà qualcosa e solo allora  sarà tutto perfetto.

Per parte mia, amo l’ansia della scadenza.
Quando il tempo diventa sottile e bisogna presentare il tanto o il poco, il bello o il brutto che si è fatto.
Poi faremo un altro disegno, un altro progetto, comporremo altre musiche, scriveremo altre cose, immagineremo altre imprese, produrremo altro… ma adesso basta, l’importante è finire. 

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