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Fa stridere qualcosa

Dare rilevanza al proprio marchio e ai propri prodotti è un lavoro semplice che però nasconde complessità, equilibrio, senso dello spazio e un infinito allenamento a trarre il massimo da azioni minime. 
● usa il nulla

la pagina vuota, il muro bianco, un pezzo di cielo… dagli una forma insolita e lascia che sia il vuoto a dominare.
● abbandona il centro
spostati a lavorare sui margini, usa gli spigoli, gli orli…  
● fa stridere qualcosa
uno scarabocchio, una parola che non c’entra niente, una macchia, il taglio di una forbice
● che bello
se tutto è levigato, bello, ricco, curato, perfetto… forse non c’è nulla che funziona
● il bianco e il nero
i contrasti aiutano ma farli stare in piedi certe volte fa diventare matti
● va controcorrente
inventa cose che ai più sembrano folli ma che tutti vorrebbero 
● gioca con il caso
non fare che se ne accorga, muoviti piano come un gatto, lavora fino a quando qualcosa succede  
● sottolinea i difetti
evidenzia le cicatrici, metti in risalto gli errori, rendi preziosi i rammendi
● non usare parole consumate
amore, moda, lusso, design, bellezza, tradizione, artigianalità, intramontabile, essenziale, esclusivo… poi, quando ti scappano, sorridi.
Se ti riconosci in queste righe storte,
iniziamo da lì.
Scrivimi.

less is more… ‘na cippa

Togliere tutto.
Il mio lavoro è sempre stato in bilico tra due atteggiamenti opposti. L’ossequio radicale alla regola di Mies da una parte e il decoro, l’invenzione, l’aggiungere dall’altra.
Due spinte radicali.
La pagina bianca, ridurre tutto a un unico segno e lasciarmi andare alla trasgressione, al colore saturo, alle linee curve, all’esagerazione.
Poi basta. Il rigore va benissimo e la follia pure.
Un segno rettangolare può giocarsi tutto da solo, diventare spazio, emozione, colore, tagliare come una lama boschi, prati, cieli, visi, muri, distese di asfalto, terra. Può segnare i contorni quadrati dei miei recinti. Una riga sottile può ripetersi, intrecciarsi e annegare in un sedime di foglie marce o tra le vene superficiali, i capelli e le rughe di uno sguardo. La natura mescola tutto, esagera e poi toglie. Lastre blu fatte di nulla si gonfiano di strisci neri, di vento e di pioggia. Texture di pietraie, scarabocchi di boschi, specchi d’acqua su cui appoggio segni.
Restano le simmetrie.
Insopportabili giochi da bambini che fanno paura e non danno vie di scampo. Colpa di spazi troppo stretti o troppo affollati, di preesistenze che non posso demolire, di sogni complicati. Sarebbe bastato un attimo ma adesso che sono passate mi tocca scarabocchiarci volute di filo spinato e fumo, punte di tratto-pen e altre piatte grosse quattro dita cariche di inchiostri neri.
Less is more… ‘na cippa!

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