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STUPIRE… SENZA CONIGLI


Oggi voglio spiegarvi come costruire una bomba con le poche cose che tutti abbiamo in casa…

Pensate sia impazzito?
No! Volevo solo stupirvi

“Al mio amico Adolfo, capitava molto spesso di venire a un appuntamento, non so, con una ruota di Volkswagen sotto il braccio. 
Era un ragazzo strano che amava molto stupire. Alle donne non regalava mai fiori, no, un chilo di pere, due etti di formaggio. Un giorno sostituì il freno della macchina con un pedale di batteria, tum, morto. Sembrerà strano ma nessuno si è stupito. Ecco, anche davanti alle persone più stravaganti, dopo un po’ tu sai sempre da quale parte fanno uscire il coniglio. Lo sai, zip zip, nessuna sorpresa.” (Giorgio Gaber – Il Coniglio)

Amo stupire.
Faccio un sacco di cose e mi tocca anche raccontarle per cui, il più delle volte non si stupisce nessuno.
Progetto un nuovo stand, disegno un oggetto, penso al montaggio di un video, scrivo il post per un blog, provo a raccontare storie… e ogni volta mi piacerebbe stupire.
Mi piace da morire l’effetto oooooh!

Mi piacciono gli aquiloni acrobatici e le bolle di sapone giganti, far uscire le farfalle dai libri, i boschi dagli alberi colorati, e i maiali blu. Le cose gigantesche o quelle piccolissime, scrivere una cosa che sembra non si capisca niente e invece alla fine… oooooh!

Depliant fatti di un’idea, fogli bianchi, grafiche tridimensionali con materiali mai usati, packaging che sembrano giocattoli, immagini così semplici come non ci si era mai pensato, lame di luci o immensi batuffoli di cotone, buio improvviso e… oooooh!
Che bella l’espressione della sorpresa! Quella bocca un po’ aperta, gli occhi sgranati e quel sorriso leggero che fa pensare a un deficiente… ma no! È solo lo smarrimento di non aver previsto, è sorpresa, è magia.
Provate a immaginare di presentare le vostre cose così, di mettere ai vostri clienti degli occhiali che mostrino i vostri prodotti sotto una nuova meravigliosa luce.
Amo quegli occhi che si accendono di pagliuzze gialle e fanno oooooh!!!

LA-FORMA-PERFETTA

LA FORMA PERFETTA

LA-FORMA-PERFETTA
La forma perfetta è invisibile finchè non cambi occhiali.

Capita che mi stia davanti agli occhi per mesi e non riesca a vederla. Come un uovo, bella e semplice come una palla.
Non devo fare niente, solo prenderla e chiamarla con un altro nome. Come fece Duchamp con il famoso orinatoio.
Di colpo due immagini lontane anni luce si avvicinano, si scontrano e dentro la testa si accende una luce nuova che proietta i suoi bagliori tutto attorno. Così una ruota di bicicletta diventa una lampada, un fiore diventa una sedia e un sasso tutto quello che voglio.
É semplice. Basta essere giovani e vecchi allo stesso tempo. Energia, fantasia e creatività si devono coagulare attorno ad un nocciolo di esperienze e farlo esplodere.
É come mettersi degli occhiali dalle lenti polarizzate, si vede tutto in un’altra luce.
Cosa fare?
Allenarsi! Come per qualsiasi cosa. Come per correre, disegnare, cantare, ballare… guardare, vedere… e imparare a far accadere le cose.

Nell’immagine – Jeff KOONS  Balloon Dog (Pink), scultura

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LUCE ASSASSINA, L’IMPARI LOTTA DEI LUMEN

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Non c’è luce che tenga senza un po’ di buio.
Riflessione tornata su come un boccone mal digerito due giorni fa durante la solita visita di gennaio a VicenzaOro. Stessa atmosfera degli ultimi trent’anni. Lusso vero, lusso finto, paccottiglia… Stand buoni per mostrare i muscoli, spazi per lavorare, luci perfette da diamanti, flash da criminali, belle ragazze di coscia lunga sparse ovunque, grisaglie e scarpe da ginnastica.
Emozioni meno di zero.
Tutto a posto, solito casino organizzato, altezze da regolamento, falso legno, falsa pelle, falsa pietra mescolati a legni, pelle e pietre veri, assolutamente uguali. Senso di piattezza democratica. Soldi e fantasia che ovunque si ignorano. I primi ogni tanto fanno capolino da grandi lastre di cristallo, la seconda, non pervenuta, si dice vaghi per esposizioni orientali a cui nessuno è stato invitato.
Videowall grandi e inutili passano inosservati più delle bellezze da corridoio. Grandi insegne luminose mostrano impietose i bordi neri e oro.
Il buio non è mai buio e la luce è dappertutto, una luce da corridoio di ospedale, da mensa.
È la luce che ci frega!
Tutti gli espositori ci mettono dell’impegno a non inventare niente ma la luce che piove dappertutto ammazzerebbe comunque ogni velleità appiattendo tutto. Anche se usassimo spade laser e ingaggiassimo il dio degli effetti speciali dovremmo arrenderci a questa pioggia insensata di lumen.
Ci sarà di sicuro qualche buon motivo. La sicurezza, che ne so, i regolamenti non sono mai stati il mio forte. Anni fa avevo provato a far abbassare l’intensità luminosa in un corridoio di quelli che allora si consideravano prestigiosi per riuscire a rendere leggibile una videoproiezione di 12 metri per 3. Fu tutto inutile.
Non diamoci per vinti. Proviamo ad inventare lo stesso qualche piccola magia. Inventiamo il nostro buio per disegnare le nostre luci.

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IL BLU FUNZIONA SEMPRE, SPERANZA e… PAURA

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Il Blu funziona sempre, e così stanotte Pantone ha deciso.
I padroni di tutte le nostre sfumature hanno scelto 19-4052 Classic Blue come colore dell’Anno 2020. Leatrice Eiseman, la direttrice del Pantone Color Institute ha motivato la sua scelta con parole ispirate.

“ Viviamo in un’epoca che richiede fiducia e speranza. Pantone 19–452 Classic Blue, una stabile tonalità di blu sulla quale possiamo sempre fare affidamento, trasmette proprio questa sensazione di costanza e fiducia. Dotato di profonda risonanza, esso costituisce una solida base a cui ancorarsi. Blu sconfinato che rievoca il vasto e infinito cielo serale, ci incoraggia a guardare al di là dell’ovvio per pensare più in profondità e fuori dagli schemi, ampliare i nostri orizzonti e favorire il flusso della comunicazione.”

Brava! E dalla Pantone  aggiungono:
–  Dal momento che l’abilità umana fatica a tenere il passo con la tecnologia, non stupisce che siamo attratti da colori onesti che offrono un senso di protezione. Tonalità non aggressiva con cui ci si identifica facilmente, l’affidabile PANTONE 19-4052 Classic Blue si presta a un’interazione rilassata. Questo colore universalmente prediletto associato all’avvento di un nuovo giorno è accolto senza indugi. –

Insomma nel 2020 le palette di designer , fashion maker e creativi in giro per il mondo dovranno ispirarsi a questo bel punto di blu.

Nel mio piccolo non posso certo dissentire dal guru mondiale dei colori quando dice che questa tonalità ispira affidabilità, fiducia speranza.  Magari anche che serva ad ampliare i nostri orizzonti oltre le profondità marine e le altezze infinite dell’Universo. Forse ne eravamo in parte già consapevoli, punto più chiaro, punto più scuro, che il blu, trasmette una certa serenità e tutte  quelle altre belle cose.
Sul fatto che  possa aiutare a pensare fuori dagli schemi ho qualche dubbio.
Poraccio ‘sto Classic Blue non è che può far proprio tutto e il contrario di tutto!

Guardo su Wiki che sa tutto e scopro per esempio che nello slang australiano “blue” viene utilizzato con diversi significati.
Making a blue: fare un errore
Picking a blue: iniziare una discussione o una battaglia
Copping a bluey: ricevere una multa (per infrazione del codice della strada)
Blue o bluey sono dette anche le persone con i capelli rossi!
  (devo dirlo a mia figlia Isabella, MC1R doc)
Ma vabbè!
È il colore dell’Anno. Non facciamoci prendere da una paura blu, dev’essere di tutto un altro colore.

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IL TAVOLO DI NATALE, boccette di fumo e scatole di pensieri

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Mancano poco più di quaranta giorni a Natale, è già ora di pensare ai regali. So che qualcuno li ha già pronti da Ferragosto e tanti altri aspetteranno fino alla vigilia ma questo è il momento giusto per raccontarvi del mio regalo di Natale.
Altro che boccette di fumo e scatole di pensieri.
Vediamo se mi riesce.

Un tavolo.
Che bel regalo! Soprattutto a Natale se si è in tanti.
Amo i tavoli grandi. I fratini lunghi oppure quadrati, ma che ci si possa stare almeno in 12.

Un bel tavolo da comprare e uno da inventare.

Campodoro
una mia fissa lo ammetto, portate pazienza.

Da rubarlo solo per il nome e perché è un bel gioco. Tre tavolini trapezoidali uniti da due lucidissime cerniere cilindriche. Aperto sembra un Tangram ma in un attimo diventa un trapezio lungo e stretto e subito dopo un quadrato tutto bianco.
Disegnato da Paolo Pallucco & Mireille Rivier per DePadova, è una meraviglia.

Inventiamo il nostro e per prima cosa diamogli un bel nome.
Attenzione, avevo trovato un nome bellissimo per il mio, ho googlato tanto per essere sicuro… e eccolo lì, amen!
Nel mio tavolo c’è un piano e ci sono le gambe, le gambe stanno in piedi da sole e il piano si appoggia. Sposto le gambe dove voglio. Cambio il piano e le gambe. Faccio quasi sparire il piano facendolo sottile o trasparente. Disegno gambe sexi, colorate, decorate… o le faccio sparire come una nuvola di fumo.

Scegliamo un piano dal profilo sottile oppure dallo spessore importante, come ci piace.
Di cristallo martellato, ciliegio, multistrato all’anilina nera, pietra a spacco di cava, ferro acidato, resina  multicolor o trasparente con dentro pallettes lucenti o sassi del torrente che ci passa vicino.
Facciamolo grande il nostro tavolo. Da metterci un sacco di sedie. Diamogli la forma che vogliamo. Rotonda, allungata, a forma di ogiva come un pesce o a triangolo… il più bello è nero con i fiori non ancora appassiti.
Fatto il piano inventiamo le gambe. Quante ne vogliamo e come vogliamo, l’importante è che sorreggano il piano e quello che ci metteremo sopra.
Attenzione all’altezza! Il piano di lavoro del nostro tavolo finito dovrà essere esattamente a 72 centimetri. Non facciamo scherzi che mi accorgo subito se un tavolo è più alto o più basso!
Le gambe possono essere infinite.
Una sola, un cubo o un cilindro monocromi e lisci oppure decoratissimi. Lamierini traforati e piegati, sculture, cilindri trasparenti, mille piedi sottili, onde verticali, vecchie solide gambe comprate da un antiquario. A me piacciono tutte diverse.

Pensiamo il nostro tavolo come una cosa che durerà per sempre. 
Da fare per se stessi. Da regalare alla propria compagna, da lasciare ai figli.
Anche un tavolo piccolo come un vassoio… Ma questa è un’altra storia, un altro Natale.

l'importante è finire

L’IMPORTANTE È FINIRE

l'importante-è-finire

Quando inizio un disegno so più o meno quello che voglio realizzare ma non so quando finirò. Magari bastano due linee che non avevo previsto e tutto finisce lì, certe volte invece tocca tratteggiare per ore come zappare la terra o mescolare colori e sembra non si finire mai.
Quando si finisce un’opera creativa?
Non necessariamente un’opera d’arte ma un fare di cui non si sa tutto, la ricerca di un equilibrio o al contrario di una provocazione o peggio di una cosa che non sappiamo bene come sia. Quando finisce?
Quando lo decidiamo noi, quando non c’è più tempo, quando il cliente dice basta. Una cosa è certa, l’importante è finire. Senza la parola fine non c’è niente.

Fare un’opera d’arte o molto più semplicemente impaginare un catalogo, scrivere due righe di un post, progettare uno stand, dar vita ad un nuovo prodotto,  sono azioni creative che necessitano di una conclusione. C’è sempre un momento in cui l’artista, il creativo, il grafico, il designer, ma anche l’imprenditore, il cuoco, lo scrittore devono chiudere, firmare, passare ad altre mani e dire basta, per me è finito.

C’è chi va diritto al punto e chi la mena all’infinito.
Chi pensa che la perfezione non sia di questo mondo e chi invece è convinto abiti al piano di sotto. Chi è felice di quello che fa e termina il suo lavoro per iniziarne uno nuovo e chi sta lì a girarci intorno pensando che prima o poi accadrà qualcosa e solo allora  sarà tutto perfetto.

Per parte mia, amo l’ansia della scadenza.
Quando il tempo diventa sottile e bisogna presentare il tanto o il poco, il bello o il brutto che si è fatto.
Poi faremo un altro disegno, un altro progetto, comporremo altre musiche, scriveremo altre cose, immagineremo altre imprese, produrremo altro… ma adesso basta, l’importante è finire, è finito. 

Regali-per-i-clienti

REGALI PER I CLIENTI, GADGET, OMAGGI…

Regali-per-i-clienti

Anche quest’anno in questo periodo, per fortuna c’è chi lo fa molto prima, eccoci qui a pensare ai regali, ai gadget, a piccoli e grandi doni che ogni anno rivolgiamo ai clienti.
Io qui a ripetere le stesse importanti cose di sempre come fosse l’evento del millennio.

Chiamiamoli come vogliamo, sono quei gesti che mostrano ai nostri clienti l’attenzione che abbiamo per loro. Piccole o grandi cose per farci ricordare, per definire ancora un po’ la nostra immagine.

Possiamo inventarci quello che vogliamo. Raramente potremmo usare la fantasia così, senza limiti, e invece la sola parola, regali, ci ingabbia in strutture mentali rigide portandoci a ripetere, ripetere, ripetere…

Le solite cose buone, magari dolci. Sapori della tradizione, profumo di cioccolato, zenzero e canditi.  La differenza la fa il packaging.
Prendete tutta la tradizione di cui siete capaci e mettetela in confezioni che non c’entrino niente. Palle nere, sacchi avana, tubi di pelo fucsia…

Piccole trasgressioni. Roba dal design incomprensibile, arte, moda, piccoli oggetti dalle superfici lisce, cose dal significato ambiguo e dalla funzione incerta.
Diamo spazio alla comunicazione visiva. Contenitori essenziali e decorazioni creative.

Amo le matite e odio la diabolica penna a sfera che resta il gadget per eccellenza. Evitiamola come la peste. Se invece proprio non sappiamo resistere, va benissimo una Bic Cristal o una Montegrappa, dipende dal badget.
La personalizzazione può cambiare tutto.

Ricordiamoci che il packaging è il regalo. 
Quello che si vede subito. Nasconde e annuncia la sorpresa. Fa provare il primo piacere alla vista e al tatto. Racconta il tempo impiegato, la dedizione, la cultura e il gusto. 

È il pensiero quello che conta.
Non è un abusato modo di dire. È proprio vero che il pensiero è quello che conta. Per questo dobbiamo renderlo visibile.
Scriverlo è il modo più semplice per comunicarlo ma non è l’unico.
Gaber diceva che un’idea per essere vera bisognerebbe poterla mangiare. Proviamo a far sentire come sono vere le cose che scriviamo.

Perché il nostro regalo serva a qualcosa. Magari a tante cose.
Anche a farci ricordare con un sorriso.

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NON CAMBIARE NIENTE e VIVERE FELICI

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Qualche ottimo motivo per non cambiare un bel niente e vivere felici.

Perchè struggersi l’anima, il cervello e il portafogli dinanzi all’ineluttabile evidenza che il Logo ha  cinque o sei pantone di troppo, il sito internet non è responsive, lo stand in fiera comunica supercazzole a gogo ma non il marchio,  l’ultimo post sui social risale a prima di Mark e i prodotti messi in catalogo cinque anni fa erano più o meno simili a quelli dei lustri precedenti così come il catalogo.

Ottimo!

Avere un sito responsive non serve a niente. Anche perché se i contenuti non sono aggiornati l’unica utilità potrebbe essere forse quella di fornire il numero di telefono… Mah! E il numero di telefono sarà aggiornato?

I social sono una gran perdita di tempo.  Se proprio proprio meglio il bar che uno spritz dà più soddisfazione di sicuro.

Il logo super colorato è strafigo. Se poi l’ha disegnato il famoso cugino è motivo in più per non cambiarlo per niente al mondo.

Lo stand in fiera è costato un botto, di metterci anche un logo fuori più visibile non se ne parla. Poi ci sono un sacco di biglietti da visita infilati fuori, sul cristallo della vetrina, che da soli fanno già comunicazione.

Fare prodotti nuovi? Da escludere, quelli vecchi si vendono ancora benissimo e poi… toccherebbe anche rifare il catalogo.

Non si capisce perché si dovrebbe rifare il catalogo visto che i prodotti sono sempre quelli, i clienti vecchi ce l’hanno già e non ci sono clienti nuovi che ne richiedano uno diverso.

Si fa per ridere ovviamente. Ci diamo tutti un gran da fare per migliorare, per crescere, anche se dietro al paradosso, all’ironia ogni tanto ci lambisce il pensiero di lasciare tutto com’è.

Certo non si tratta di cambiare per cambiare ma il design e la comunicazione sono da sempre i motori delle aziende. Molto prima di internet, molto prima del marketing…

CORRERE

CORRERE E NON ARRIVARE MAI

CORRERESono già a Natale, anche se non è ancora ferragosto. Disegno packaging di panettoni e sono già in Primavera, al Vinitaly mentre scarabocchio le scatole e la grafica di un nuovo vino. C’è fretta di inventare una serie infinita di cose per celebrare i cinquant’anni d’attività di quell’altra azienda… cinquant’anni che cadranno nel 2022.

Una perenne corsa col tempo.
Dai! Che è tardi!
Fortuna che di corse contro il tempo ne ho fatte tante, più corse lunghe che corte, corse lente lungo sentieri e dentro i boschi o sul solito asfalto della mia ciclabile martoriata da lavori infiniti.
Correre e non pensare a niente. Sentire l’appoggio dei piedi e misurare il respiro, nelle cuffie il solito ritmo del Boss.
Inventare tutti i giorni  la forma di qualcosa, la copertina di un catalogo, l’etichetta di un vino, il bracciolo di una poltroncina, lo spazio di uno stand, la luce di un video o il taglio di una foto… fa uscire dal tempo, fa restare giovani e rende vecchi come querce.
È come correre. Non importa la strada, il più delle volte non me ne frega niente se il posto è bello o brutto. Importa correre, sentire il mio tapasciare, i piedi che sbattono e l’aria che entra.
Come disegnare un tavolo, scrivere un post, creare un logo nuovo. È  lavoro, ripetizione di gesti, di pensieri che fanno sempre gli stessi sentieri per arrivare in posti mai visti prima.
Creatività e corsa hanno gli stessi ritmi lenti e infiniti. Il tratteggio fitto della mia matita e i numerini del cronometro che girano sotto il GPS.
Mi hanno sempre fatto sorridere quelli che mi parlavano entusiasti o depressi di ispirazione. La creatività per me è sempre stata lavoro quotidiano, tirare una riga vicino all’altra tutti i giorni, scrivere parole a paginate cancellandone metà, scattare un milione di foto… correre i miei cento chilometri tutte le settimane sognando di non arrivare mai.

IMPERFEZIONI

IMPERFEZIONI – “La vita ha più gusto quando la bevi cruda.”

IMPERFEZIONII testi impaginati alla viva il parroco!
Pazienza il web, dove il responsive ormai fa quello che vuole, ma la stampa no! Pagine giustificate senza giustificazioni, parole lasciate sole alla fine di un paragrafo, righe abbandonate sulla pagina bianca come spazzatura. Capisco che non è obbligatorio sapere di “vedove” e di “orfane”, vabbè ma basta solo un’occhiata per evitare certe schifezze.

Il design tanto per fare.
Forme strane  che non c’entrano niente, incrostazioni per coprire, decorazioni buttate lì. Invenzioni inutili, brutte, fatte solo per stupire che rendono gli oggetti vecchi ancora prima di essere prodotti.
Non me ne frega niente della funzione. Esageriamo, stupiamo! Ma con un minimo di stile.

Le imperfezioni di progetti cretini.
Guarnizioni che saltano via, incavi impossibili da pulire, lampadine insostituibili, materiali del piffero… Fotografie tagliate con la roncola e impaginate da ubriachi.

Le mie imperfezioni, quelle peggiori.
Puntini di sospensione come se piovesse, ripetizioni a go-go che quando tocca fare in fretta restano lì a futura memoria.  “La vita ha più gusto quando la bevi cruda.” Prendere al volo slogan che passano alle due di notte anche se non c’entrano niente e scriverli dove capita come avesse telefonato la Testa per dirmi di infilarceli.

Chiamiamole imperfezioni…

la-scena-del-prodotto

LA SCENA DEL PRODOTTO – FOTO, STAND E VETRINE

la-scena-del-prodottoEcco qualche idea … e ricordiamoci sempre che tutte le regole sono fatte per essere trasgredite.

Pensiamo di essere a teatro, l’ho già detta mille volte ma non mi pare  sia passata ‘sta cosa del teatro.

Isoliamo il protagonista
La poltrona, il tubo di crema,  la collana, la bottiglia di grappa, la lamiera…  e usiamo la sua ombra stagliandola su di una scena bianca o facendola perdere nel buio. Un attore solo deve saper  tenere la scena, essere un mattatore…  ma ce l’abbiamo tutti un golden boy da schiaffare in prima pagina.

Uno… due… tre… quattro… protagonisti
Abbiamo diversi prodotti importanti? Isoliamoli  tutti come nel teatro dell’assurdo. Distanziamoli in spazi uguali, in fila. Separiamo lo spazio con la luce. Oppure disponiamoli secondo una geometria nota solo a noi, che risponda solo a canoni estetici. Oggetti inquietanti che non si parlano, che si voltano le spalle…

Mettiamoci il coro
Come il coro sulla scena del teatro greco antico mettiamo un gruppo di prodotti omogenei che faccia da contraltare ai protagonisti, li sorregga e li accompagni. Un po’ di spazio tra  gli uni e gli altri e luci diverse.

Un grande gruppo, un’orchestra
Valido per grandi gruppi di cose relativamente piccole.
C’è il direttore d’orchestra, il primo violino, l’arpa… e poi  tenori, soprani, contralti e stuoli di voci bianche…
Una composizione quasi sempre piramidale per non impallare nessuno, ma non per forza a simmetria centrale. Possiamo spostare il focus a tre quarti, tutto a destra o a sinistra. Se invece vogliamo proprio costruire l’altare… Esageriamo! Facciamolo verticale, alto, simmetrico fino all’inverosimile, senza un capello fuori posto. La luce cadrà al centro e sembrerà sparire ai bordi della nostra composizione.

Teatro sperimentale d’avanguardia
Della serie..  facciamo casino che tutti ci guardino!
Unica regola, la più dura, non avere regole.  Buttiamo le nostre cose come fossero messe a caso. Ci metteremo tre giorni ma non importa. Il risultato deve lasciare a bocca aperta… comunque.

Postilla
Evitiamo quelle cose da vigilia di Natale, i fiori se non facciamo i fioristi…  vetrine, stand, foto bellissimi ma dove il prodotto non si vede. A meno che l’obiettivo non sia un altro, vendere il brand non il prodotto.
In genere sono due lavori diversi…

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IL PROGETTO DELL’IDENTITÁ

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Ieri ho pubblicato la  frase che mario nanni (con le iniziali minuscole come piace a lui), il progettista, l’inventore di Viabizzuno, l’importante azienda di sistemi di illuminazione, ha posto all’inizio del mattone bianco che è il catalogo delle sue lampade.
È un bellissimo oggetto. Mi è capitato in mano e ha acceso una lampadina da qualche parte nella mia testa.
Non per la frase in sé:
– I progetti rendono gli oggetti eterni, le mode li corrompono, gli imbecilli li copiano e li vendono agli ignoranti e ai deficienti. –
La denuncia del furto come regola, di un processo che abbandona ogni consapevolezza e diventa biecamente commerciale.
Per l’uso forte, chiaro delle parole.
Per l’identità inequivocabile che trasmette.
Mi piace Viabizzuno e tutto quello che è, che fa mario nanni.
È come un segno nero sottile su una parete.
Ho scoperto la magia della luce il giorno che l’ho vista entrare di traverso da una piccola finestra in una stanza bianca. Quando ho iniziato a fare le prime foto, ai tempi della scuola, tanti anni fa.
Volevo solo dirvelo.
Ci scegliamo perché ci piacciono le stesse cose.
Lo stesso spirito con cui fare le cose, anche quelle più diverse.

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IL PACKAGING PER FARSI SCEGLIERE

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Per vendere bene il packaging è importante.

Quando ci viene l’idea per un nuovo prodotto ce lo vediamo già esposto in vetrina con le luci giuste, i colori perfetti, il suo packaging  che di fatto è il prodotto stesso e cominciamo a pensare…

Una forma mai vista.
Vogliamo stupire? Siamo sicuri che quello a cui stiamo pensando non l’abbia già fatto qualcun altro in settori diversi dal nostro?
Impariamo a copiare. Una bella idea per il pack di una maglietta magari è perfetto per la nostra pasta, quello per gli occhiali forse funziona benissimo per dei gioielli. Prendiamo spunto da una confezione originale e progettiamo quella che serve a noi.

Salviamo il mondo.
Non sia mai detto che saremo noi a mandare a catafascio il pianeta riempiendolo di plastichette immonde.
Allora togliamo tutto quello che non serve, proprio tutto e ricordiamoci che il packaging più ecologico è quello che non si butta perché troppo bello.

La grafica è quasi tutto!
È la scelta centrale di qualsiasi packaging.
Il nostro marchio un faro che ci illumina. Applichiamo il manuale della Corporate Identity, seguiamolo come un testo sacro e non sbaglieremo mai.

Il packaging deve parlare.
Raccontare del suo contenuto, mostrare e non mostrare, far immaginare e intravvedere. Come la copertina di un libro, come un abito da sera, come i titoli di testa e l’introduzione sonora di un film.

Esagerare funziona sempre.
Monacale. Un segno emblematico soltanto, una trasparenza, un vuoto enorme.
Ridondante. Texture coloratissime, un affollamento inestricabile di intrecci tridimensionali.
Niente e tutto, evitiamo il così così.

Materiali spiazzanti.
Maniche di tessuti rugosi raccontano di lavorazioni manuali e avvolgono bottiglie di liquori e macchine fotografiche.  Tubi di alluminio lucidissimo, scatole di vetro sottile, sacchi di iuta per scarpe, lampade, ceramiche.

Colori da vetrina.
Un famoso industriale del mobile diceva che tutte le sedie che mostrava in fiera per la prima volta dovevano essere rosse. Facile capire il perché. Bianco, rosso e nero la fanno di sicuro da padroni poi certo anche il contesto fa la sua parte. Pensiamoci prima di scegliere il colore del nostro contenitore.

La confezione del nostro prodotto ne determinerà in gran parte il successo. Iniziamo a pensare al packaging fin da subito, già mentre progettiamo il prodotto.

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SCEGLIERE, AFFERMARE LA PROPRIA IDENTITÁ

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Aiuto le Aziende a comunicare.
A mostrare nel modo migliore il loro lavoro. Le aiuto a vendere i loro prodotti e se stesse, a mostrare la loro capacità innovativa e la loro organizzazione.

Aiuto le Aziende a scegliere.

Parola importante SCEGLIERE.
Parola che ha a che fare con la propria IDENTITÁ.

Scelgo le parole.
Quelle che rappresentano i valori, il pubblico e il mercato delle aziende per cui lavoro. Cerco di parlare al cuore e alla mente delle persone.

Scelgo la carta su cui stampare.
Leggera, pesante, ruvida, liscia, goffrata, ecologica.
Scelgo il formato e il layout dell’impaginato.

Scelgo le funzionalità e i contenuti di siti Internet semplici ed emozionali. Pagine web visualizzabili su pc, smartphone e tablet per le loro avanzate caratteristiche responsive.

Scelgo le immagini, la luce, il taglio… il ritmo e l’originalità del montaggio dei video che raccontano le persone, il lavoro e i prodotti.

Scelgo colori, materiali, luci per esporre e mostrarsi. Progetto gli spazi di stand e locali  commerciali. Scelgo forme, funzioni, profumi, suoni, emozioni…

Scelgo le forme dei prodotti e la grafica del packaging che li conterrà.

Il prodotto e la sua comunicazione nascono assieme. Le forme scelte per il prodotto evocano già le parole che lo racconteranno.

C’è sempre una scelta da fare, scegliere è il mio lavoro.

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Tà, Tà, Tà… L’emozione della ripetizione

Tà,-tà,-tà,-l'emozione-della-ripetizione


La ripetizione è uno dei gesti creativi più semplici e sorprendenti. 
La musica non è fatta di continue ripetizioni? A volte di variazioni minime.

Un semplice gesto se moltiplicato diventa danza, corsa, lavoro, teatro…

Un pasticcino è goloso.
Un grande vassoio di macaron colorati ci ipnotizzano senza scampo.

Un bricco di plastica rosso è un pezzo di plastica. Cento bricchi di plastica rossa sono una esposizione, una scenografia.

Un piatto di ceramica ricoperto d’oro è un piatto d’oro. Può essere bello o brutto. Mille piatti d’oro appesi a una parete alta cento metri tolgono il fiato.

Una macchia è una macchia e può fare pure schifo… cento macchie che si ripetono sempre uguali sono una texture.

Due pareti di sassi neri che sorreggono una copertura e che racchiudono uno spazio alto e stretto tra due vetrate sono una casa. Mille case così sono una strada, un labirinto, un sogno, un incubo…

Una sedia rossa appesa al soffitto è un segno straniante. Cento sedie argentate disposte in cerchi concentrici attorno ad una sedia rossa appesa al soffitto sono una scenografia.

Ogni ripetizione che immaginiamo, ogni texture, ogni griglia, squadra, esposizione, catalogo, ogni composizione “con una regola” che inventiamo è lo spazio ideale delle nostre trasgressioni.

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LE MISURE DELLA CREATIVITÁ

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Gli spazi della creatività hanno misure che cambiano tutto.

Un foglio A4, come quello della fotocopiatrice, è uno spazio che abbiamo per le mani tutti i giorni e perciò risulta banale. Se lo dividiamo a metà potrà continuare ad essere una cosa vista e rivista oppure sorprenderci.
Ci sono infiniti modi di dividere a metà un foglio.

Una stanza di quattro metri per quattro è la camera dei nonni specie se il soffitto è a due metri e settanta. Se il soffitto invece è a sei o a dieci metri lo spazio sembrerà molto meno banale. Se poi le pareti della stanza saranno ancora così alte e il soffitto non ci sarà proprio… wow!!!

Se una libreria è grande come tutta una parete è grande. Se è grande come tutte le pareti diventa molto più di una libreria.

Una finestra larga ottanta centimetri e alta un metro e trenta è una finestra come tante. Una finestra che misura trenta per trenta centimetri è una feritoia, un cannocchiale, un segno.

Un cubo di 20 centimetri di lato può essere una bella scatola e diventare un bella confezione regalo. Un uovo, qualsiasi dimensione abbia, sarà sempre un bellissimo contenitore.
Una bolla di sapone è il più bel packaging di un respiro.

Un prato è sempre bellissimo, qualsiasi sia la sua dimensione. Ma rotondo…

Lo spazio della creatività è quello che non ti aspetti.

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W LA LIBERTÁ di essere creativi

W-la-libertà

 

Prendo spunto dalla diatriba  di questi giorni tra Messner e ‪Jovanotti per dire qualcosa sui limiti da porre alla creatività, all’inventiva, all’innovazione e perché no, alla bellezza. Per chi non sapesse, Messner ha dichiarato che se fosse per lui, il concerto del Jova a Plan de Corones, a 2275 metri di altezza nel cuore delle Dolomiti, non si farebbe mai.
Jovanotti rassicura sul suo impegno a tutela del territorio interessato dai suoi maxi eventi di questa estate, l’altro sarà a Rimini. Fin qui la disputa. Immaginate il quadro con sullo sfondo Woodstock, i Pink Floyd a Venezia, Modena Park di Vasco e le polemiche sul milione e mezzo di persone che hanno attraversato il lago d’Iseo sulle Floating Piers di Christo e Jeanne-Claude tre anni fa.
Tutto bellissimo! Compresi i tanto vituperati Pin Floi resi mitici dai Pitura Freska.

Il paesaggio e le città vengono distrutti tutti i giorni da ben altro, non dalle folle attratte dagli eventi della creatività pop.

Su questo si può essere d’accordo oppure no. Che la creatività abbia bisogno di abbattere i limiti e di coinvolgere la gente credo invece possa essere un pensiero condiviso. Che si debba sempre fare tutto il possibile perchè, Natura, Ambiente, Territorio, Città, e incolumità di tutti i partecipanti siano tutelati è fuori discussione.

Qualche volta la creatività è provare ad andare oltre, tentare di inventare qualcosa di nuovo.

Portare per un momento il silenzio dove c’è sempre stato il rumore e per un giorno fare invadere dalla musica luoghi sempre silenziosi.

Stare immobili dove dappertutto è movimento e ballare, creare cinematismi dove sempre tutto è stato fermo. 

Stampare immagini sui palazzi e sulle strade.

Tagliare il paesaggio con segni sorprendenti. 

È difficile e penso comporti un’organizzazione folle ma creare eventi che coinvolgano molte migliaia di persone è un modo per diffondere la bellezza, per emozionare e unire.

Dovremmo pensarci quando progettiamo i nostri eventi aziendali. Cose mille volte più piccole ma che possiamo immaginare con dinamiche molto simili a certi grandi eventi collettivi.
Qualsiasi sia il tema del nostro progetto,  invece di ripercorrere sempre le stesse strade fatte di divieti e sensi unici varrebbe la pena sparigliare le carte, fermarsi a riflettere e imboccare strade nuove.

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UN SALONE DI VINO – per mille idee da degustare in poltrona

UN-SALONE-DI-VINO

 

Come ogni anno puntuali come le allergie d’inizio Aprile si accavallano il VINITALY e il SALONE DEL MOBILE.
Perché non li uniamo in un mega evento da Milano a Verona? Una cosa da far durare fino alle Olimpiadi invernali di Cortina (che in tal caso sarebbero nostre di sicuro) così da immergersi in degustazioni infinite e comodissime. Tracannare gocce di nettari afrodisiaci approfittando di divani, sedie, poltrone, chaise–long, cucine vintage o tecno… in un baillamme di luci e di colori ritrovandoci ubriachi fradici, non di vino che quello si assaggia e bon…  ma di nuove forme, profumi, invenzioni…  Fantastiliardi di immagini per un milione e mezzo di idee. Video intriganti, materiali mai visti, bottiglie invitanti nella cornice perfetta di stand… che magari avremmo voluto un po’ più funzionali e d’effetto.

–  Stand più solidi!
Per carità! Non ci cadono in testa. Penso a stand un po’ più chiusi in cui l’immagine aziendale sia più solida. Stand meno spampanati in un’apertura al pubblico spesso molto inconcludente. Chissene delle flotte di studenti in gita e delle sciure col metro in mano a caccia del tavolino giusto.
Teniamo conto che abbattere le pareti e aprirsi comporta a volte il rischio di mostrarsi mezzi nudi al pubblico. Teniamo sempre ben presente che in fiera si va col vestito migliore.

–  Beata Verticalità
Difficile da ottenere ‘sta benedetta verticalità visto che in genere le altezze massime consentite dai principali Enti fieristici non superano i tre metri e mezzo o giù di lì. Inventiamoci qualcosa visto che vale sempre il detto  –  altezza, mezza bellezza!

–  Trasparenze sexi
Materiali semi trasparenti con cui giocare al vedo non vedo, da cui mostrarsi e nascondersi. Su cui far svettare le insegne del proprio marchio e attrarre tra le spire irresistibili del gioco della seduzione e della curiosità. Intrecci, tessuti, vetri, plastiche, specchi, texture ipnotiche… e altre suadenti magie da usare, attenzione, solo in versione total look.

–  Profumi, musiche tribali e vecchie canzoni anni sessanta.
Il silenzio può essere magico e attrarre come un fluido ma certo il flauto magico funziona. Dettagli importanti come lievi essenze profumate, ritmi sordi che vibrano usandoci come amplificatori, poesie mai consumate dalla musica ci predispongono ad apprezzare il colore, il profumo e l’aroma del buon vino come le forme del design.

–  Domani è adesso
Lo slogan non sarà apprezzato da chi giustamente incita a godere del presente ma è proprio adesso, mentre siamo in fiera, mentre viviamo il nostro stand, che possiamo capirne pregi e difetti, fare tutte le valutazioni del caso e pensare al nostro nuovo spazio in Fiera.

Sia che facciamo vino, mobili, gioielli (questa settimana apre anche OROAREZZO), ceramica, abbigliamento, accessori, sport e welness, motori, food, turismo e tempo libero, libri, meccanica, attrezzature medicali, cosmetici, informatica, agricoltura…  qualsiasi cosa facciamo, il nostro stand in fiera comunica chi siamo.

A volte basta spostare un tavolo, mettere più in vista il LOGO, applicare una grande stampa, cambiare una lampada, scegliere un’altra tonalità di colore… poi arriva il momento in cui bisogna rifare tutto.