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storia 018 dal mondo nuovo – imperfezioni, emozioni 

Provo a mettere insieme tutte le imperfezioni che mi piacciono e vengono cose bellissime. L’asimmetria cercata, conquistata a fatica dopo anni persi a rincorrere simmetrie, facili, cretine nelle loro inutili fissità. Se penso quanto tempo ci ho messo a guarire da questa assurda malattia infantile. Uno spreco infinito di tempo perso in cerca di sicurezze inutili, ignorando fascinosi percorsi creativi. Fotografie in cerca di occhi così leggermente diversi, inclinazioni minime, labbra da piccole fessure, nasi capaci di segnare la mente, timbri di voce in bilico tra profumo di vento e rumore di neve. In cerca di gesti inaspettati sullo sfondo di chiese buie.
Che cazzata la perfezione!
Che stupida inutile scemenza! La voglia di superfici lucide, di spigoli affilati, di bianchi assoluti, di curve automatiche, di pose zuccherose e parole melliflue. Cerco la verità ruvida di segni che emozionino. Gioielli grandi che lascino ombre sulla pelle nuda. Sedie fatte da un segno solo. Piatti tutti diversi e magicamente uguali. Texture con cui rivestire gambe lunghissime in soffi di voile e morbide poltrone dalle superfici calde. Cerco parole dimenticate nelle fessure inesplorate di vocabolari ingialliti. Parole evanescenti, azzurropolvere… Template di siti internet talmente responsive da mostrare solo pagine bianche su cui stendere una assordante typography nera. Voglia di video in pianosequenza infiniti, camminate, sguardi, risate, gesti, lentezza e velocità, nudità e buio. Voglia di schegge. Di corse in macchina lontano, di quadri e sculture enormi, di foto di mani lunghe e imperfette da poker. Di imperfezioni sdrucite, di font mangiati dalle unghie, di scatti analogici da vecchia Contax tra le lame di luce che piovono dal soffitto di un magazzino liberty, dalle volute e dagli occhi ovali di una chiesa barocca. Impaginati pensati per carte da panettiere e formati giganti da portarsi via. Imperfezioni, attrazioni totali, progetti definitivi, emozioni…

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storia 016 dal mondo nuovo – dei progetti di Identità 

Stiamo tutti progettando il nuovo anno, un catalogo, una collezione, un prodotto, una nuova immagine… Stiamo cercando un’idea, un colore, una forma. Proviamo a ridefinire un’identità che non ci è più così chiara, forse inseguiamo un sogno e stiamo lavorando per renderlo vivo. Cerchiamo materiali dalle superfici più naturali o più lucide, luci diverse, una grafica mai vista, parole che ci sembrino vere, mercati e clienti più attenti, strumenti di vendita più efficaci, nuovi packaging, espositori attraenti… Immaginiamo un sacco di cose, facciamo mille progetti e ci spostiamo verso territori sempre più sconosciuti. Ci servono guide, persone con cui confrontarci. Gente matta che ponga domande mai fatte, che dia risposte inattese, a cui chiedere indicazioni sulla strada senza aspettarsi mappe ma sorrisi, idee, mani, silenzi…
Ci guardiamo allo specchio del web e non ci riconosciamo, siamo tutti uguali. Certe volte viene voglia di fare sbagli clamorosi da ritrovarsi in posti sconosciuti, in video girati su un altro pianeta, con la faccia rigata da una linea rossa.
Voglia di un altro Logo
di un suono
e di un colore solo nostri
di un oggetto che ci rappresenti
di una forma riconoscibile
e di un po’ di “etichetta”
di storie da raccontare
e roba da leggere
di un video lungo 10 secondi
di packaging trasparenti
ed espositori di pezza
di spazi vuoti 
di muri bianchi e pavimenti di legno chiaro
di cambiare strada e
di emozionare
di un font magico
di uno stile semplice
di eleganza e calore
voglia di giocare seriamente
e di non misurare tutto prima per poi stare fermi
voglia di regole e di leggerezza…
Per avere un’identità riconoscibile non serve la rivoluzione. Basta fermarsi, togliersi i trucchi, mettersi quello che ci piace, dire quello che pensiamo…
I sogni non esistono, trasformiamo le idee in progetti.

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storia 013 dal mondo nuovo – di un elenco di mobili

Impossibile non finire per essere completamente fagocitato da “Il colibrì” neo vincitore dello Strega. L’autore architetto, poi la casa con i mobili dei genitori del protagonista, lui ingegnere, lei architetto con frequentazioni nei mitici Archizoom e Superstudio di Firenze. Prime pagine e di botto, la lettera con l’elenco dei suddetti mobili, nome, autore, data, produttore, stima… Un’esagerazione che neanche da Lanaro in Corso ai bei tempi. Il significato della parola “design” che diamo noi in Italia sta tutto lì, nell’elenco che ne fa Veronesi. Tanto per dire a caso –  Parentesi – Plia – Wassily – Boby – Sacco – Le Bambole – Eclisse – Sciangai – Grillo – Cubo… Tutto il mondo della plastica e dell’acciaio più bello che sia mai stato disegnato. Una casa di borghesi colti, ricchi e di sicuro un po’ snob ma chi se ne frega. Mi guardo attorno e viene su una botta di malinconia. Sommersi dalle brutte copie delle copie di schifezze inventate e prodotte da chissà chi, anche chi ancora crede nel progetto rischia di annegare ma in questo mare di merda non è il caso di giocare a palla e tanto meno di fare il morto. Ridiamo fiato alle idee, alla cultura dei materiali, delle forme, alla composizione dello spazio, alla capacità tutta italiana di mettere insieme produzione artigianale, cultura, comunicazione… È soltanto un bel gioco, conviene a tutti tornare a giocarlo in fretta. 

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storia 012 dal mondo nuovo – del packaging notevole

I materiali del packaging sono infiniti, più delle vie del Signore. Sono giorni che giro come una trottola in cerca di un materiale inesistente. Cioè, lui esiste, ma se ne voglio una quantità decente, non da rivestirci il mondo, la devo pagare cinque volte tanto. A voler fare i furbi succede. Facile trovare le solite cose, quelle che si usano tutti i giorni, stessi materiali, stessi colori, stesso tutto. La fregatura è che a usare tutti le stesse cose diventa difficile farsi riconoscere, tutto assume quell’aria già vista un filo deprimente. Allora uno prova a sparigliare le carte come insegnano quelli bravi. Si prende un materiale tipico di un settore e lo si trasferisce in un altro, tipo dalla meccanica alla moda, oppure dal food alla ceramica… improbabili tessuti a fiori che finiscono a rivestire grandi imballi industriali mentre film lucido nero avvolge cosmetici e carte da formaggio diventano shopper alla moda. Tutto già visto, già fatto, tutto inutile e infinitamente caro. Perché non c’è niente di più costoso che usare una tecnologia, un materiale, una finitura nati per una specifica applicazione e volerli applicare a tutte altre cose. Conviene far frullare il cervello e concentrarsi sui dettagli. Inventarsi modi e forme inusuali, nuove superfici, colori, finiture, grafica… Insomma il buon vecchio mestiere. Soprattutto affidarsi a quella santa donna della Grafica! Aiuta più Illustrator che Fedrigoni anche se una carta giusta può cambiare il mondo. Tanti anni fa mi cambiò la vita quell’impasto sintetico decisamente atipico del Tyvek. Quello tornato molto in voga per i dispositivi di protezione individuali. Una superficie anomala che sembra fatta di foglie e legno impastati ed invece a farla semplice è tutta buona plastica. Usarla in un packaging del lusso diede delle soddisfazioni proprio perché non si capiva cos’era. Vabbè Amen! Troverò una nuova pelle d’uovo su cui stampare segni leggeri, font ultralight e colori di cui conosce il nome solo quel furbone di Pantone.

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storia 011 dal mondo nuovo – del mondo delle meraviglie

Entra con me nel mondo delle meraviglie e scegli. Portati via quello che ti pare. Ti piace quel logo ultra minimal però con quel segno sbilenco così straniante? Prendilo! Lo sistemiamo un po’? Adesso è ok! È tuo se ti piace. Pensavi alle foto della brochure street style? In bianco e nero contrastato e saturo con un mosso giusto? Identiche a quelle che abbiamo visto insieme l’altro giorno sempre qui nel mondo delle meraviglie. Te le ho mandate, vero? Te ne ho mandate tante e ti piacevano tutte? È così, nel mondo delle meraviglie c’è un sacco di bella roba. Ti piacevano anche le altre? Quelle desaturate, evanescenti che sembravano uscire dalla nebbia? Belle! Con la grafica giusta, belle. Stai pensando che quel logo lì è ancora più forte? Molto meglio di quello minimal di prima? Splendido! Cambia, prendilo. È incredibile la quantità infinita di cose belle, giuste, che funzionano tra cui puoi scegliere. Bellissimo e difficile. Io ti accompagno, ti propongo quello che mi sembra giusto per te, per il tuo pubblico. Cerco di ridurre il numero delle opzioni possibili, perchè poi, purtroppo, nel mondo delle meraviglie, dove in tanti si aggirano abbacinati come bimbi nelle casine delle favole circondati da milla e milla caramelle colorate… di caramelle ce ne serve una sola. Quel logo lì e basta. Un mood, una grafica, una palette di colori, un certo tipo di forme e non altre, un profumo e una sola fantastica magia. Una alla volta! Senza sgraffignare tutto quello che ci viene a tiro. È fantastico! Siamo tutti diversi e nel mondo delle meraviglie ce n’è per tutti. 

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storia 010 dal mondo nuovo – click! cambia tutto

Click! Cambia tutto.
Niente a che fare col cliccare, fotografare, battere sulla tastiera, cambiare pagina sul web… quel click lì, quello che cambia tutto, avviene nella nostra testa e il più delle volte non sappiamo perché. Cose banali e di nessuna importanza. Fino a due minuti fa non sopportavo le texture floreali e adesso le metterei dappertutto. Odiavo il beige e ora mi sembra l’unico colore possibile. Click! Poi ci sono i click che cambiano la vita, fanno crollare mondi, click che una mattina fanno lasciare tutto sul tavolo in cucina e ci portano via, che fanno lasciare lavori, paesi, amori…  Click e anche l’immagine della nostra azienda non è più la stessa. Mannaggia! Ci abbiamo lavorato un sacco e adesso ci sembra stantia, vecchia, inutile, molle come gli orologi Dalì. Quand’è successo? Boh! Era tutto perfetto. In realtà i click non esistono. O meglio, ci sono un’infinità di piccoli click impercettibili. Scelte fatte così per fare che tanto non cambia niente. Voglia di una cosa nuova perché non è possibile sia tutto sempre uguale. Cose piccole, basta con quel font, basta con quel black&white che sarà anche forte, elegante, figo ma non se ne può più. Se per una volta ci mettiamo uno sfondo blue classic, che è anche il colore dell’anno, non muore nessuno. Ok, avevamo deciso che la nostra immagine doveva essere artigianal-vintage-chic ma ora sembra tutto così pieno di muffa, una botta modern-glamour-fashion non farà male di sicuro. Click, click, click… gocce che non scalfiscono la roccia, non fanno nulla perché cadono in giro alla cazzo. Eppure un giorno… Click! Cambia tutto. Cambia che non sappiamo più cosa siamo e dove vogliamo andare, cambia che non sappiamo più che faccia abbiamo. Capita! Non è facile tenere la rotta, è un mestiere. Come per andare in montagna quando non si riconosce più il paesaggio e il sentiero comincia a farsi difficile conviene affidarsi a una guida, seguirla, crederci.
Clik, click, click…

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storia 008 dal mondo nuovo – delle 17 regole fondamentali

…la mascherina nera fa design, mi piace. Dovessi fissare la prima regola delle solite diciassette regole fondamentali per creare oggetti fantastici sarebbe – deve essere nero – la seconda potrebbe essere – dagli una superficie lucida – la terza – fallo morbido – e qui comincio a pensare che non arriverò mai a definire 17 regole fondamentali, pazienza. Certo Lui si era limitato a dieci e aveva avuto un’eternità per pensarci. Calma, non sono tipo da scoraggiarsi facilmente. La quarta regola per creare oggetti fantastici è – semplifica tutto – la quinta – usa un solo materiale – che un po’ a pensarci c’era già nel semplifica tutto. La sesta è sempre quella – esagera – che sembrerebbe in contraddizione col – semplifica tutto – in realtà è possibile semplificare tutto in modo esagerato, però è vero, anche complicare. Fare altissimo, lunghissimo e piattissimo e continuare così superlativando. La settima regola è – usa materiali naturali – una regola che mi piace molto anche se mi piace molto anche la plastica, quella bella. L’ottava è – il nostro oggetto fantastico deve costare poco – poi l’idea la puoi vendere al prezzo che vuoi. La nona regola è – deve emozionare – se funziona ma non emoziona non mi piace. Preferisco un oggetto che magari non serve a niente ma emoziona. Decima – deve essere bello – ovvio direte, mica tanto. Undicesima – facciamolo spiritoso, leggero. Quasi tutti i grandi designer sapevano scherzare, metterci un po’ d’ironia. Dodici – progettiamo per l’eternità – altro che ironia e leggerezza. Diamo forma a icone indistruttibili. Tredici – progettiamo oggetti che parlino – da soli non scaleremo mai le SERP di Google ma se le nostre creazioni si raccontassero da sole avremmo qualche chance in più. Quattordicesima mitica regola – mettiamoci una punta di sex appeal – non guasta mai. Quindicesima – facciamola trasformabile – aperta alla creatività di chi ha voglia di cambiarla, di migliorarla. Sedici – diamole un bel nome – breve, forte, lungo, affascinante, una parola che sia bella da ripetere. Diciassettesima e ultima regola – buttiamo via tutto – cambiamo il nostro progetto, abbandoniamo i nostri oggetti senza malinconie. 

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storia 004 dal mondo nuovo

Fuori c’è già una Primavera sfolgorante. Ci hanno tolto il limite dei famosi 200 mt chiedendoci in alternativa di non allontanarci troppo da casa. Gli ultramaratoneti vivranno la cosa a modo loro. Io ho risolto, visto che al momento non riesco a correre con la mascherina continuerò a fare il circuito casalingo. Grande rettilineo tavolo da pranzo, tripla chicane all’esterno dei divani, curva parabolica lungo tavolino rotondo, diagonale interna tra i divani e fine del giro di nuovo sul rettilineo lungo del tavolo da pranzo, 20 metri che moltiplicati per 300 giri all’ora fanno giusti 6 km. I numeri dicono ritmo da passeggiata con annessa lettura di giornale ma vi posso assicurare che l’effetto è diverso. Rigenerato da un’attività apparentemente così cretina posso rimettermi a lavorare. E via di smart working. Newsletter e post come piovesse, grafica coordinata, logo, impaginati, siti internet e poi i trent’anni di tutti. Non ci crederete ma tra i 25 e i 35 anni fa sono nate un sacco di aziende. Anniversari già festeggiati con gran sfoggio di iniziative e altri che aspettavano solo queste belle giornate per mostrarsi e dare inizio agli eventi. Niente paura. Quello che non faremo a luglio sposteremo a settembre o a ottobre e se non sarà quest’anno sarà l’anno prossimo. Non potrà essere bisesto come questo. Avremo più tempo per organizzare celebrazioni ancora più evocative. Per festeggiare meglio. Magari per farci venire idee più brillanti e spendere meno. È incredibile quante sono le iniziative originali che vi siete inventati. Quante ne abbiamo costruite insieme. Tutte importanti, tutte direttamente legate alle storie delle imprese, così diverse e così simili. Trent’anni, molti di più o qualcuno di meno, restano un tempo fantastico da ripercorrere di slancio per proiettarsi ancora una volta in un nuovo mondo. Appoggiarsi al passato per prendere slancio e volare verso il futuro. Quelle che contano sono poche cose. La memoria, le relazioni, i valori che non si sono consumati e la voglia di realizzare ancora progetti che sembravano irrealizzabili, stupidi e invece erano solo acerbi. È passato un tempo bellissimo e il futuro è tutto quello che abbiamo.

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storia 003 dal mondo nuovo

Finisco adesso di immaginare come andrà a finire questa storia. Suona il telefono, tiro un sospiro. Là fuori c’è ancora qualcosa. È normale lavorare appesi al telefono. In questo momento il nostro smartphone sta diventando molto più di uno strumento di lavoro, più del giocattolo tecnologico che ci permette di comunicare, informarci, divertirci, condividere, imparare, leggere, fotografare, scrivere, creare, dipingere, ascoltare, viaggiare, pagare, misurare, giocare, guardare… e fare un’altra infinità di cose. A guardare quello che sta succedendo in Cina, a Wuhan, ci toccherà usare il telefonino come un lasciapassare che all’occorrenza diventerà il nostro secondino. l’App è quasi pronta. Ci dirà – Ok! Puoi uscire, puoi passare – o viceversa – No! Fermo lì! Sta a casa. Fatti curare -. Sarà il guardiano, l’infermiere, il medico, l’amico e anche quel gran figlio di puttana che ci inchioderà dove siamo senza darci vie di scampo. Ci toccherà dire ok, ci sto. Pur di andare a farmi una corsa, una passeggiata, un viaggio qualunque, mi andrà bene che si sappia tutto di me. Dove vado, con chi, quando, la mia temperatura, il battito… e più in là chissà che altro. Ci gioco come fosse un cucciolo di tigre e mi faccio un selfie. Sto dodici ore al giorno dietro lo schermo di un computer ma non perdo la vista. Telefonare per ore, leggere email telegrafiche o ripetitive e lunghe come serie televisive acuisce tutti i sensi. Sento i silenzi, il vuoto e la solitudine delle stanze reali. Bianche o buie, vuote, spigolose o calde… stanze di vita quotidiana diceva qualcuno. Raccontare le aziende, i prodotti, ha un po’ del raccontare queste giornate attraversate dal vuoto, dal silenzio e dall’immobilità che nascondono irrequietezza, ansia, gioia, paura, allegria, noia, bellezza, superfici, colori, squilli di telefono, sussurri e grida. Come raccontare di collane, spille, tagliacarte, di bottiglie pregiate, poltrone, orecchini, bulloni, stampi, modelle…
Racconti con tanti personaggi, travestimenti, buoni e cattivi, dialoghi, dettagli, paesaggi dentro cui si muovono i protagonisti, lampade, tavolini, foulard… oggetti che improvvisamente si animano e diventano angeli e demoni. Ieri era il trentesimo anniversario del primo episodio di Twin Peaks. Sento le prime note del tema… tum, tum… tum, tum… Ascolto il silenzio assordante delle strade deserte di questa notte e mi chiedo ancora… Chi ha ucciso Laura Palmer?

STUPIRE-stupire

STUPIRE… SENZA CONIGLI


Oggi voglio spiegarvi come costruire una bomba con le poche cose che tutti abbiamo in casa…

Pensate sia impazzito?
No! Volevo solo stupirvi

“Al mio amico Adolfo, capitava molto spesso di venire a un appuntamento, non so, con una ruota di Volkswagen sotto il braccio. 
Era un ragazzo strano che amava molto stupire. Alle donne non regalava mai fiori, no, un chilo di pere, due etti di formaggio. Un giorno sostituì il freno della macchina con un pedale di batteria, tum, morto. Sembrerà strano ma nessuno si è stupito. Ecco, anche davanti alle persone più stravaganti, dopo un po’ tu sai sempre da quale parte fanno uscire il coniglio. Lo sai, zip zip, nessuna sorpresa.” (Giorgio Gaber – Il Coniglio)

Amo stupire.
Faccio un sacco di cose e mi tocca anche raccontarle per cui, il più delle volte non si stupisce nessuno.
Progetto un nuovo stand, disegno un oggetto, penso al montaggio di un video, scrivo il post per un blog, provo a raccontare storie… e ogni volta mi piacerebbe stupire.
Mi piace da morire l’effetto oooooh!

Mi piacciono gli aquiloni acrobatici e le bolle di sapone giganti, far uscire le farfalle dai libri, i boschi dagli alberi colorati, e i maiali blu. Le cose gigantesche o quelle piccolissime, scrivere una cosa che sembra non si capisca niente e invece alla fine… oooooh!

Depliant fatti di un’idea, fogli bianchi, grafiche tridimensionali con materiali mai usati, packaging che sembrano giocattoli, immagini così semplici come non ci si era mai pensato, lame di luci o immensi batuffoli di cotone, buio improvviso e… oooooh!
Che bella l’espressione della sorpresa! Quella bocca un po’ aperta, gli occhi sgranati e quel sorriso leggero che fa pensare a un deficiente… ma no! È solo lo smarrimento di non aver previsto, è sorpresa, è magia.
Provate a immaginare di presentare le vostre cose così, di mettere ai vostri clienti degli occhiali che mostrino i vostri prodotti sotto una nuova meravigliosa luce.
Amo quegli occhi che si accendono di pagliuzze gialle e fanno oooooh!!!

LA-FORMA-PERFETTA

LA FORMA PERFETTA

LA-FORMA-PERFETTA
La forma perfetta è invisibile finchè non cambi occhiali.

Capita che mi stia davanti agli occhi per mesi e non riesca a vederla. Come un uovo, bella e semplice come una palla.
Non devo fare niente, solo prenderla e chiamarla con un altro nome. Come fece Duchamp con il famoso orinatoio.
Di colpo due immagini lontane anni luce si avvicinano, si scontrano e dentro la testa si accende una luce nuova che proietta i suoi bagliori tutto attorno. Così una ruota di bicicletta diventa una lampada, un fiore diventa una sedia e un sasso tutto quello che voglio.
É semplice. Basta essere giovani e vecchi allo stesso tempo. Energia, fantasia e creatività si devono coagulare attorno ad un nocciolo di esperienze e farlo esplodere.
É come mettersi degli occhiali dalle lenti polarizzate, si vede tutto in un’altra luce.
Cosa fare?
Allenarsi! Come per qualsiasi cosa. Come per correre, disegnare, cantare, ballare… guardare, vedere… e imparare a far accadere le cose.

Nell’immagine – Jeff KOONS  Balloon Dog (Pink), scultura

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LUCE ASSASSINA, L’IMPARI LOTTA DEI LUMEN

LUCE-ASSASSINA-2

Non c’è luce che tenga senza un po’ di buio.
Riflessione tornata su come un boccone mal digerito due giorni fa durante la solita visita di gennaio a VicenzaOro. Stessa atmosfera degli ultimi trent’anni. Lusso vero, lusso finto, paccottiglia… Stand buoni per mostrare i muscoli, spazi per lavorare, luci perfette da diamanti, flash da criminali, belle ragazze di coscia lunga sparse ovunque, grisaglie e scarpe da ginnastica.
Emozioni meno di zero.
Tutto a posto, solito casino organizzato, altezze da regolamento, falso legno, falsa pelle, falsa pietra mescolati a legni, pelle e pietre veri, assolutamente uguali. Senso di piattezza democratica. Soldi e fantasia che ovunque si ignorano. I primi ogni tanto fanno capolino da grandi lastre di cristallo, la seconda, non pervenuta, si dice vaghi per esposizioni orientali a cui nessuno è stato invitato.
Videowall grandi e inutili passano inosservati più delle bellezze da corridoio. Grandi insegne luminose mostrano impietose i bordi neri e oro.
Il buio non è mai buio e la luce è dappertutto, una luce da corridoio di ospedale, da mensa.
È la luce che ci frega!
Tutti gli espositori ci mettono dell’impegno a non inventare niente ma la luce che piove dappertutto ammazzerebbe comunque ogni velleità appiattendo tutto. Anche se usassimo spade laser e ingaggiassimo il dio degli effetti speciali dovremmo arrenderci a questa pioggia insensata di lumen.
Ci sarà di sicuro qualche buon motivo. La sicurezza, che ne so, i regolamenti non sono mai stati il mio forte. Anni fa avevo provato a far abbassare l’intensità luminosa in un corridoio di quelli che allora si consideravano prestigiosi per riuscire a rendere leggibile una videoproiezione di 12 metri per 3. Fu tutto inutile.
Non diamoci per vinti. Proviamo ad inventare lo stesso qualche piccola magia. Inventiamo il nostro buio per disegnare le nostre luci.

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IL BLU FUNZIONA SEMPRE, SPERANZA e… PAURA

il-BLU-funziona-sempre

Il Blu funziona sempre, e così stanotte Pantone ha deciso.
I padroni di tutte le nostre sfumature hanno scelto 19-4052 Classic Blue come colore dell’Anno 2020. Leatrice Eiseman, la direttrice del Pantone Color Institute ha motivato la sua scelta con parole ispirate.

“ Viviamo in un’epoca che richiede fiducia e speranza. Pantone 19–452 Classic Blue, una stabile tonalità di blu sulla quale possiamo sempre fare affidamento, trasmette proprio questa sensazione di costanza e fiducia. Dotato di profonda risonanza, esso costituisce una solida base a cui ancorarsi. Blu sconfinato che rievoca il vasto e infinito cielo serale, ci incoraggia a guardare al di là dell’ovvio per pensare più in profondità e fuori dagli schemi, ampliare i nostri orizzonti e favorire il flusso della comunicazione.”

Brava! E dalla Pantone  aggiungono:
–  Dal momento che l’abilità umana fatica a tenere il passo con la tecnologia, non stupisce che siamo attratti da colori onesti che offrono un senso di protezione. Tonalità non aggressiva con cui ci si identifica facilmente, l’affidabile PANTONE 19-4052 Classic Blue si presta a un’interazione rilassata. Questo colore universalmente prediletto associato all’avvento di un nuovo giorno è accolto senza indugi. –

Insomma nel 2020 le palette di designer , fashion maker e creativi in giro per il mondo dovranno ispirarsi a questo bel punto di blu.

Nel mio piccolo non posso certo dissentire dal guru mondiale dei colori quando dice che questa tonalità ispira affidabilità, fiducia speranza.  Magari anche che serva ad ampliare i nostri orizzonti oltre le profondità marine e le altezze infinite dell’Universo. Forse ne eravamo in parte già consapevoli, punto più chiaro, punto più scuro, che il blu, trasmette una certa serenità e tutte  quelle altre belle cose.
Sul fatto che  possa aiutare a pensare fuori dagli schemi ho qualche dubbio.
Poraccio ‘sto Classic Blue non è che può far proprio tutto e il contrario di tutto!

Guardo su Wiki che sa tutto e scopro per esempio che nello slang australiano “blue” viene utilizzato con diversi significati.
Making a blue: fare un errore
Picking a blue: iniziare una discussione o una battaglia
Copping a bluey: ricevere una multa (per infrazione del codice della strada)
Blue o bluey sono dette anche le persone con i capelli rossi!
  (devo dirlo a mia figlia Isabella, MC1R doc)
Ma vabbè!
È il colore dell’Anno. Non facciamoci prendere da una paura blu, dev’essere di tutto un altro colore.

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IL TAVOLO DI NATALE, boccette di fumo e scatole di pensieri

il-tavolo-di-Natale

Mancano poco più di quaranta giorni a Natale, è già ora di pensare ai regali. So che qualcuno li ha già pronti da Ferragosto e tanti altri aspetteranno fino alla vigilia ma questo è il momento giusto per raccontarvi del mio regalo di Natale.
Altro che boccette di fumo e scatole di pensieri.
Vediamo se mi riesce.

Un tavolo.
Che bel regalo! Soprattutto a Natale se si è in tanti.
Amo i tavoli grandi. I fratini lunghi oppure quadrati, ma che ci si possa stare almeno in 12.

Un bel tavolo da comprare e uno da inventare.

Campodoro
una mia fissa lo ammetto, portate pazienza.

Da rubarlo solo per il nome e perché è un bel gioco. Tre tavolini trapezoidali uniti da due lucidissime cerniere cilindriche. Aperto sembra un Tangram ma in un attimo diventa un trapezio lungo e stretto e subito dopo un quadrato tutto bianco.
Disegnato da Paolo Pallucco & Mireille Rivier per DePadova, è una meraviglia.

Inventiamo il nostro e per prima cosa diamogli un bel nome.
Attenzione, avevo trovato un nome bellissimo per il mio, ho googlato tanto per essere sicuro… e eccolo lì, amen!
Nel mio tavolo c’è un piano e ci sono le gambe, le gambe stanno in piedi da sole e il piano si appoggia. Sposto le gambe dove voglio. Cambio il piano e le gambe. Faccio quasi sparire il piano facendolo sottile o trasparente. Disegno gambe sexi, colorate, decorate… o le faccio sparire come una nuvola di fumo.

Scegliamo un piano dal profilo sottile oppure dallo spessore importante, come ci piace.
Di cristallo martellato, ciliegio, multistrato all’anilina nera, pietra a spacco di cava, ferro acidato, resina  multicolor o trasparente con dentro pallettes lucenti o sassi del torrente che ci passa vicino.
Facciamolo grande il nostro tavolo. Da metterci un sacco di sedie. Diamogli la forma che vogliamo. Rotonda, allungata, a forma di ogiva come un pesce o a triangolo… il più bello è nero con i fiori non ancora appassiti.
Fatto il piano inventiamo le gambe. Quante ne vogliamo e come vogliamo, l’importante è che sorreggano il piano e quello che ci metteremo sopra.
Attenzione all’altezza! Il piano di lavoro del nostro tavolo finito dovrà essere esattamente a 72 centimetri. Non facciamo scherzi che mi accorgo subito se un tavolo è più alto o più basso!
Le gambe possono essere infinite.
Una sola, un cubo o un cilindro monocromi e lisci oppure decoratissimi. Lamierini traforati e piegati, sculture, cilindri trasparenti, mille piedi sottili, onde verticali, vecchie solide gambe comprate da un antiquario. A me piacciono tutte diverse.

Pensiamo il nostro tavolo come una cosa che durerà per sempre. 
Da fare per se stessi. Da regalare alla propria compagna, da lasciare ai figli.
Anche un tavolo piccolo come un vassoio… Ma questa è un’altra storia, un altro Natale.

l'importante è finire

L’IMPORTANTE È FINIRE

l'importante-è-finire

Quando inizio un disegno so più o meno quello che voglio realizzare ma non so quando finirò. Magari bastano due linee che non avevo previsto e tutto finisce lì, certe volte invece tocca tratteggiare per ore come zappare la terra o mescolare colori e sembra non si finire mai.
Quando si finisce un’opera creativa?
Non necessariamente un’opera d’arte ma un fare di cui non si sa tutto, la ricerca di un equilibrio o al contrario di una provocazione o peggio di una cosa che non sappiamo bene come sia. Quando finisce?
Quando lo decidiamo noi, quando non c’è più tempo, quando il cliente dice basta. Una cosa è certa, l’importante è finire. Senza la parola fine non c’è niente.

Fare un’opera d’arte o molto più semplicemente impaginare un catalogo, scrivere due righe di un post, progettare uno stand, dar vita ad un nuovo prodotto,  sono azioni creative che necessitano di una conclusione. C’è sempre un momento in cui l’artista, il creativo, il grafico, il designer, ma anche l’imprenditore, il cuoco, lo scrittore devono chiudere, firmare, passare ad altre mani e dire basta, per me è finito.

C’è chi va diritto al punto e chi la mena all’infinito.
Chi pensa che la perfezione non sia di questo mondo e chi invece è convinto abiti al piano di sotto. Chi è felice di quello che fa e termina il suo lavoro per iniziarne uno nuovo e chi sta lì a girarci intorno pensando che prima o poi accadrà qualcosa e solo allora  sarà tutto perfetto.

Per parte mia, amo l’ansia della scadenza.
Quando il tempo diventa sottile e bisogna presentare il tanto o il poco, il bello o il brutto che si è fatto.
Poi faremo un altro disegno, un altro progetto, comporremo altre musiche, scriveremo altre cose, immagineremo altre imprese, produrremo altro… ma adesso basta, l’importante è finire, è finito. 

Regali-per-i-clienti

REGALI PER I CLIENTI, GADGET, OMAGGI…

Regali-per-i-clienti

Anche quest’anno in questo periodo, per fortuna c’è chi lo fa molto prima, eccoci qui a pensare ai regali, ai gadget, a piccoli e grandi doni che ogni anno rivolgiamo ai clienti.
Io qui a ripetere le stesse importanti cose di sempre come fosse l’evento del millennio.

Chiamiamoli come vogliamo, sono quei gesti che mostrano ai nostri clienti l’attenzione che abbiamo per loro. Piccole o grandi cose per farci ricordare, per definire ancora un po’ la nostra immagine.

Possiamo inventarci quello che vogliamo. Raramente potremmo usare la fantasia così, senza limiti, e invece la sola parola, regali, ci ingabbia in strutture mentali rigide portandoci a ripetere, ripetere, ripetere…

Le solite cose buone, magari dolci. Sapori della tradizione, profumo di cioccolato, zenzero e canditi.  La differenza la fa il packaging.
Prendete tutta la tradizione di cui siete capaci e mettetela in confezioni che non c’entrino niente. Palle nere, sacchi avana, tubi di pelo fucsia…

Piccole trasgressioni. Roba dal design incomprensibile, arte, moda, piccoli oggetti dalle superfici lisce, cose dal significato ambiguo e dalla funzione incerta.
Diamo spazio alla comunicazione visiva. Contenitori essenziali e decorazioni creative.

Amo le matite e odio la diabolica penna a sfera che resta il gadget per eccellenza. Evitiamola come la peste. Se invece proprio non sappiamo resistere, va benissimo una Bic Cristal o una Montegrappa, dipende dal badget.
La personalizzazione può cambiare tutto.

Ricordiamoci che il packaging è il regalo. 
Quello che si vede subito. Nasconde e annuncia la sorpresa. Fa provare il primo piacere alla vista e al tatto. Racconta il tempo impiegato, la dedizione, la cultura e il gusto. 

È il pensiero quello che conta.
Non è un abusato modo di dire. È proprio vero che il pensiero è quello che conta. Per questo dobbiamo renderlo visibile.
Scriverlo è il modo più semplice per comunicarlo ma non è l’unico.
Gaber diceva che un’idea per essere vera bisognerebbe poterla mangiare. Proviamo a far sentire come sono vere le cose che scriviamo.

Perché il nostro regalo serva a qualcosa. Magari a tante cose.
Anche a farci ricordare con un sorriso.

non-cambiare-niente

NON CAMBIARE NIENTE e VIVERE FELICI

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Qualche ottimo motivo per non cambiare un bel niente e vivere felici.

Perchè struggersi l’anima, il cervello e il portafogli dinanzi all’ineluttabile evidenza che il Logo ha  cinque o sei pantone di troppo, il sito internet non è responsive, lo stand in fiera comunica supercazzole a gogo ma non il marchio,  l’ultimo post sui social risale a prima di Mark e i prodotti messi in catalogo cinque anni fa erano più o meno simili a quelli dei lustri precedenti così come il catalogo.

Ottimo!

Avere un sito responsive non serve a niente. Anche perché se i contenuti non sono aggiornati l’unica utilità potrebbe essere forse quella di fornire il numero di telefono… Mah! E il numero di telefono sarà aggiornato?

I social sono una gran perdita di tempo.  Se proprio proprio meglio il bar che uno spritz dà più soddisfazione di sicuro.

Il logo super colorato è strafigo. Se poi l’ha disegnato il famoso cugino è motivo in più per non cambiarlo per niente al mondo.

Lo stand in fiera è costato un botto, di metterci anche un logo fuori più visibile non se ne parla. Poi ci sono un sacco di biglietti da visita infilati fuori, sul cristallo della vetrina, che da soli fanno già comunicazione.

Fare prodotti nuovi? Da escludere, quelli vecchi si vendono ancora benissimo e poi… toccherebbe anche rifare il catalogo.

Non si capisce perché si dovrebbe rifare il catalogo visto che i prodotti sono sempre quelli, i clienti vecchi ce l’hanno già e non ci sono clienti nuovi che ne richiedano uno diverso.

Si fa per ridere ovviamente. Ci diamo tutti un gran da fare per migliorare, per crescere, anche se dietro al paradosso, all’ironia ogni tanto ci lambisce il pensiero di lasciare tutto com’è.

Certo non si tratta di cambiare per cambiare ma il design e la comunicazione sono da sempre i motori delle aziende. Molto prima di internet, molto prima del marketing…

CORRERE

CORRERE E NON ARRIVARE MAI

CORRERESono già a Natale, anche se non è ancora ferragosto. Disegno packaging di panettoni e sono già in Primavera, al Vinitaly mentre scarabocchio le scatole e la grafica di un nuovo vino. C’è fretta di inventare una serie infinita di cose per celebrare i cinquant’anni d’attività di quell’altra azienda… cinquant’anni che cadranno nel 2022.

Una perenne corsa col tempo.
Dai! Che è tardi!
Fortuna che di corse contro il tempo ne ho fatte tante, più corse lunghe che corte, corse lente lungo sentieri e dentro i boschi o sul solito asfalto della mia ciclabile martoriata da lavori infiniti.
Correre e non pensare a niente. Sentire l’appoggio dei piedi e misurare il respiro, nelle cuffie il solito ritmo del Boss.
Inventare tutti i giorni  la forma di qualcosa, la copertina di un catalogo, l’etichetta di un vino, il bracciolo di una poltroncina, lo spazio di uno stand, la luce di un video o il taglio di una foto… fa uscire dal tempo, fa restare giovani e rende vecchi come querce.
È come correre. Non importa la strada, il più delle volte non me ne frega niente se il posto è bello o brutto. Importa correre, sentire il mio tapasciare, i piedi che sbattono e l’aria che entra.
Come disegnare un tavolo, scrivere un post, creare un logo nuovo. È  lavoro, ripetizione di gesti, di pensieri che fanno sempre gli stessi sentieri per arrivare in posti mai visti prima.
Creatività e corsa hanno gli stessi ritmi lenti e infiniti. Il tratteggio fitto della mia matita e i numerini del cronometro che girano sotto il GPS.
Mi hanno sempre fatto sorridere quelli che mi parlavano entusiasti o depressi di ispirazione. La creatività per me è sempre stata lavoro quotidiano, tirare una riga vicino all’altra tutti i giorni, scrivere parole a paginate cancellandone metà, scattare un milione di foto… correre i miei cento chilometri tutte le settimane sognando di non arrivare mai.