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pregi dell’antico e del contemporaneo

Vecchio e nuovo, aggiustare, restaurare, recuperare, sono concetti semplici che nella pratica sfociano in due azioni molto diverse  –  ripristinare l’oggetto o l’edificio così com’era prima dell’invecchiamento o del danneggiamento  cercando per quanto possibile di rendere invisibile l’intervento  –  oppure ridare funzionalità a ciò che era stato danneggiato dal tempo o dall’incuria mettendo in evidenza, dando risalto all’intervento, usando materiali moderni in contrasto con quelli originari.
Queste poche righe sono solo brevi riflessioni personali senza alcuna presunzione di aggiungere nulla alla teoria del restauro.
Per me è assodato da molto tempo e credo che chiunque si occupi di restauro e di design condivida questa seconda prassi come l’unica corretta.
Dare evidenza ai pregi dell’antico e del contemporaneo. Prendere il danno come occasione, non per ripristinare, ma per andare oltre e creare qualcosa di nuovo che sommi le virtù dell’antico e del contemporaneo.
Questa prassi dovrebbe essere presa a prestito, con tutte le riflessioni e le varianti possibili, per la produzione artigianale o industriale (perché no?) di nuovi oggetti a partire dal riciclo di cose vecchie o usurate.
Nuovi oggetti che contengano il fascino dell’antico o semplicemente recuperino il vecchio, che esibiscano le loro imperfezioni come fregi preziosi ed esaltino il connubio tra materiali e gusti diversi in un emozionante e poetica riproposizione. 

l’immagine dei luoghi del lavoro

Sempre a proposito di Corporate Identity, anche i luoghi del nostro lavoro dovrebbero portare i segni che ci appartengono.
Ovvio che non tutti possono permettersi archistar e spese importanti ma varrebbe sempre la pena considerare il luogo dove svolgiamo la nostra attività come il primo biglietto da visita che mostriamo. Pensiamo anche solo alla targa, all’insegna, grande o piccola che sia. All’ingresso, ai luoghi di rappresentanza, sala riunioni, showroom.
Qualche idea.
– Ordine, semplicità, pochi segni inequivocabili che dicano quello che siamo.
– La corporate identity non può dimenticare l’edificio che mostra chi siamo. Ripeto, se non è un edificio importante sarà piccolo, magari sarà solo un muro, una vetrina, un cancello, una porta, la targhetta del campanello… facciamo vedere che teniamo ai dettagli.
– Quasi sempre val la pena togliere anzichè aggiungere. Spesso funziona ripulire da tutto e concentrare l’attenzione su di un solo elemento. Una grande immagine, una scultura, il logo 3d, un videowall, un quadro, una scritta.
– Facciamo attenzione ai colori, anche qui meglio ridurre che abbondare.
– Non sempre materiali costosi sono sinonimo di eleganza.
– L’illuminazione gioca un ruolo essenziale nel mostrare cura e stile. Dal taglio delle aperture all’illuminazione generale. Anche le luci mostrano quello che pensiamo.
Alla fine la cosa più importante è porsi la questione e tener presente che le risposte sono sempre molte di più di quello che in prima battuta pensiamo.

La luce per esporre

Mostrare significa illuminare, esporre con la luce.
Non c’è vetrina, stand, esposizione senza luce. Persino la sua assenza, il buio, è una scelta di illuminazione che esalta fortemente ogni altra percezione sensoriale offuscata, per così dire, dalla vista.

Esporre, mostrare gioielli, vestiti, arredi, automobili, frutta fresca, bottiglie di vino o opere d’arte significa sempre scegliere una luce tra le infinite a disposizione. Dalla candela al laser passando attraverso tutte le modulazioni d’intensità, di colore, di geometria.

Luci puntiformi che separano, evidenziano e rigano le superfici.

Lame luminose omogenee e persistenti che lavano le pareti.

Grandi e piccoli proiettori dai fasci conici e dai contorni definiti o dalla decadenza morbida e quasi impercettibile.

Luci taglienti dai contrasti decisi e luci morbide per un’infinita gradazione di grigi.

Specchi che riflettono, deformano e disegnano la luce sagomandola.

Proiezioni di immagini che illuminano e raccontano. Luci per guardare e da guardare.

Luci statiche e luci in movimento che attirano l’attenzione, mostrano e nascondono.

Mettere in vetrina un oggetto è come preparare la scena per uno scatto fotografico, come girare la scena di un film. Dobbiamo compiere tre scelte, individuare il punto di vista, disporre gli oggetti, illuminare la scena per ottenere l’effetto che vogliamo.

A quale risultato miriamo?
Questa è la prima domanda che dovremmo porci e la risposta non dovrebbe mai essere scontata.

Chi l’ha detto che l’unico obiettivo debba essere quello di mostrare l’oggetto nel modo più nitido e preciso possibile?
Perché invece non emozionare lo spettatore con subdole velature e illuminanti nascondimenti?

Mostrare è un gioco in cui coinvolgere il pubblico, catturare l’attenzione, parlare al suo cuore e alla sua testa. Esporre con la luce significa guidare lo sguardo, creare emozioni, illuminare la mente.

Seduzioni

Design e comunicazione, forme, parole e immagini del mare magnum che chiamiamo mercato galleggiano tutti nel brodo di emozioni della seduzione.

Forme curve o spigolose, semplici o complesse attirano le nostre mani o le respingono.

Materiali morbidi, lisci e caldi o ispidi, duri e freddi, trasparenti, lucidi o opachi, dai colori accesi o grigi,
accendono sensazioni primitive, desideri o paure ancestrali.

Suoni piacevolmente suadenti o cacofonie aritmiche, voci calde e profonde, trilli di bimbi, gorgoglii… si imprimono nella memoria come richiami di Sirene.

Profumi delicati dalle note rarefatte quasi indistinguibili e odori grossolani dolciastri, acidi fanno click e ci accendono.

Parole semplici e vere attirano l’attenzione e toccano. Sollievo dalle solite tiritere finte piene di paroloni inutili. Parole che accarezzano e righe di gessi lunghi sulla lavagna secca.

Abbiamo sempre a disposizione un abaco infinito a cui attingere.
Progettiamo oggetti dalle linee attraenti che sappiano vendersi da soli.
Avvolgiamoli nell’aura di un packaging che stupisca, attiri e chieda d’essere svelato.
Circondiamoli con colori, parole, grafica e storie coerenti con l’immagine della nostra azienda.
La seduzione è fatta di equilibri difficili, di azzardi pericolosi e di invenzioni che stanno in piedi perché ogni elemento fa la sua parte.

Sinestesia

Guarda i bambini alle giostre nelle grandi feste…
Inebriati dal profumo dei dolci.
Frastornati dai rumori e dalle musiche.
Golosi di tutto.
Curiosi di toccare ogni cosa.
Pieni di voglia di correre e saltare.

Anche il cliente che entra nel tuo negozio, in fiera nel tuo stand, quello che visita il tuo sito internet e quell’altro che sfoglia la tua brochure ha voglia delle stesse cose.

Abbiamo tutti voglia di immagini che richiamano sapori, musiche che ricordano profumi, e superfici, colori, sensazioni… Sinestesia – dal greco antico – sýn – eaisthánomai – percepire insieme.
Voglio riempirlo di tutto, voglio che investa tutti come una mareggiata quando entrano nello stand che ho pensato per te. Voglio che la carta della tua brochure racconti storie, molto prima delle immagini e delle parole, ma anche insieme a loro.
Tatto, odorato, vista, udito, gusto, insieme. Tutto quanto.
Non sarà troppo?
No. Non sarà mai abbastanza.
Ne vorranno di più, e ancora.
Amo costruire armonie e contrasti.
Quello che faccio ha senso solamente quando qualcuno ne diventa parte.
Le parole che nessuno ascolta, i colori che nessuno vede non servono a niente.
Sinestesia è l’unica risposta sensata all’anestetizzante profluvio di informazioni ed immagini. Allo stridulo rumore bianco che ci circonda.
Non ti lascia scelta, la sinestesia.

Ti rapisce, prende un pezzo dei tuoi ricordi, ci aggiunge un profumo, lo mescola alla tavolozza dei tuoi occhi e lo versa ancora caldo sulla tua anima nuda.
È una poesia, un’emozione di quelle che non lasciano scampo.
Progetto esperienze, cose da fare e guardare e sentire e annusare e ascoltare.
Scrivo storie sulla pelle, che facciano male, ridere, che diano piacere e rizzare i peli.

Sinestesia, prendere tutto insieme e lanciarlo contro la bocca, gli occhi, le orecchie, il naso, le mani e colpire il cuore.

Coerenza e comunicazione

togliamo tutto
facciamo silenzio
nessun colore
solo bianco
supefici di legno chiaro
Acciaio lucido o satinato
tessuti lisci, caldi, uniformi
o freschi, elastici, lucidi
semitrasparenti
forme geometriche
spigoli netti e curve infinite
vetri grandi, specchi, acqua
sassi, erba, pezzi di cielo
gomma nera, fili, carta
proiezioni sfocate in bianco e nero
Immagini, pittura
avevo iniziato con l’idea di elencare i materiali di un ipotetico progetto minimalista e ho finito per allargarmi,
ancora poco e avrei messo carte da parati a fiori, texture psichedeliche, disegni di bambini, mattoni facciavista, tende e qualsiasi cosa fosse capitata a tiro, sedie impagliate, e ringhiere in ferro battuto, gessi coi riccioli, kilim…
capita a distrarsi
sia che progetti uno spazio per viverci
che un tavolo,
l’impaginato di un catalogo
l’homepage di un sito internet
la grafica di un poster
le parole di una presentazione
basta niente e addio
non solo per l’essenziale pulitino
ma anche a far casino ci vuole rigore
sfondare una parete,
usare cemento armato e font strani
non è da tutti
servirebbe il porto d’armi
invece oggi chiunque può tirare su muri,
scrivere cazzate, arredare loft, raccordare curve, inventare lampade, disegnare giardini
e aggiustare tutto col fotosciòp
e non fa ridere

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