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storia 013 dal mondo nuovo – di un elenco di mobili

Impossibile non finire per essere completamente fagocitato da “Il colibrì” neo vincitore dello Strega. L’autore architetto, poi la casa con i mobili dei genitori del protagonista, lui ingegnere, lei architetto con frequentazioni nei mitici Archizoom e Superstudio di Firenze. Prime pagine e di botto, la lettera con l’elenco dei suddetti mobili, nome, autore, data, produttore, stima… Un’esagerazione che neanche da Lanaro in Corso ai bei tempi. Il significato della parola “design” che diamo noi in Italia sta tutto lì, nell’elenco che ne fa Veronesi. Tanto per dire a caso –  Parentesi – Plia – Wassily – Boby – Sacco – Le Bambole – Eclisse – Sciangai – Grillo – Cubo… Tutto il mondo della plastica e dell’acciaio più bello che sia mai stato disegnato. Una casa di borghesi colti, ricchi e di sicuro un po’ snob ma chi se ne frega. Mi guardo attorno e viene su una botta di malinconia. Sommersi dalle brutte copie delle copie di schifezze inventate e prodotte da chissà chi, anche chi ancora crede nel progetto rischia di annegare ma in questo mare di merda non è il caso di giocare a palla e tanto meno di fare il morto. Ridiamo fiato alle idee, alla cultura dei materiali, delle forme, alla composizione dello spazio, alla capacità tutta italiana di mettere insieme produzione artigianale, cultura, comunicazione… È soltanto un bel gioco, conviene a tutti tornare a giocarlo in fretta. 

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storia 012 dal mondo nuovo – del packaging notevole

I materiali del packaging sono infiniti, più delle vie del Signore. Sono giorni che giro come una trottola in cerca di un materiale inesistente. Cioè, lui esiste, ma se ne voglio una quantità decente, non da rivestirci il mondo, la devo pagare cinque volte tanto. A voler fare i furbi succede. Facile trovare le solite cose, quelle che si usano tutti i giorni, stessi materiali, stessi colori, stesso tutto. La fregatura è che a usare tutti le stesse cose diventa difficile farsi riconoscere, tutto assume quell’aria già vista un filo deprimente. Allora uno prova a sparigliare le carte come insegnano quelli bravi. Si prende un materiale tipico di un settore e lo si trasferisce in un altro, tipo dalla meccanica alla moda, oppure dal food alla ceramica… improbabili tessuti a fiori che finiscono a rivestire grandi imballi industriali mentre film lucido nero avvolge cosmetici e carte da formaggio diventano shopper alla moda. Tutto già visto, già fatto, tutto inutile e infinitamente caro. Perché non c’è niente di più costoso che usare una tecnologia, un materiale, una finitura nati per una specifica applicazione e volerli applicare a tutte altre cose. Conviene far frullare il cervello e concentrarsi sui dettagli. Inventarsi modi e forme inusuali, nuove superfici, colori, finiture, grafica… Insomma il buon vecchio mestiere. Soprattutto affidarsi a quella santa donna della Grafica! Aiuta più Illustrator che Fedrigoni anche se una carta giusta può cambiare il mondo. Tanti anni fa mi cambiò la vita quell’impasto sintetico decisamente atipico del Tyvek. Quello tornato molto in voga per i dispositivi di protezione individuali. Una superficie anomala che sembra fatta di foglie e legno impastati ed invece a farla semplice è tutta buona plastica. Usarla in un packaging del lusso diede delle soddisfazioni proprio perché non si capiva cos’era. Vabbè Amen! Troverò una nuova pelle d’uovo su cui stampare segni leggeri, font ultralight e colori di cui conosce il nome solo quel furbone di Pantone.

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storia 011 dal mondo nuovo – del mondo delle meraviglie

Entra con me nel mondo delle meraviglie e scegli. Portati via quello che ti pare. Ti piace quel logo ultra minimal però con quel segno sbilenco così straniante? Prendilo! Lo sistemiamo un po’? Adesso è ok! È tuo se ti piace. Pensavi alle foto della brochure street style? In bianco e nero contrastato e saturo con un mosso giusto? Identiche a quelle che abbiamo visto insieme l’altro giorno sempre qui nel mondo delle meraviglie. Te le ho mandate, vero? Te ne ho mandate tante e ti piacevano tutte? È così, nel mondo delle meraviglie c’è un sacco di bella roba. Ti piacevano anche le altre? Quelle desaturate, evanescenti che sembravano uscire dalla nebbia? Belle! Con la grafica giusta, belle. Stai pensando che quel logo lì è ancora più forte? Molto meglio di quello minimal di prima? Splendido! Cambia, prendilo. È incredibile la quantità infinita di cose belle, giuste, che funzionano tra cui puoi scegliere. Bellissimo e difficile. Io ti accompagno, ti propongo quello che mi sembra giusto per te, per il tuo pubblico. Cerco di ridurre il numero delle opzioni possibili, perchè poi, purtroppo, nel mondo delle meraviglie, dove in tanti si aggirano abbacinati come bimbi nelle casine delle favole circondati da milla e milla caramelle colorate… di caramelle ce ne serve una sola. Quel logo lì e basta. Un mood, una grafica, una palette di colori, un certo tipo di forme e non altre, un profumo e una sola fantastica magia. Una alla volta! Senza sgraffignare tutto quello che ci viene a tiro. È fantastico! Siamo tutti diversi e nel mondo delle meraviglie ce n’è per tutti. 

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storia 010 dal mondo nuovo – click! cambia tutto

Click! Cambia tutto.
Niente a che fare col cliccare, fotografare, battere sulla tastiera, cambiare pagina sul web… quel click lì, quello che cambia tutto, avviene nella nostra testa e il più delle volte non sappiamo perché. Cose banali e di nessuna importanza. Fino a due minuti fa non sopportavo le texture floreali e adesso le metterei dappertutto. Odiavo il beige e ora mi sembra l’unico colore possibile. Click! Poi ci sono i click che cambiano la vita, fanno crollare mondi, click che una mattina fanno lasciare tutto sul tavolo in cucina e ci portano via, che fanno lasciare lavori, paesi, amori…  Click e anche l’immagine della nostra azienda non è più la stessa. Mannaggia! Ci abbiamo lavorato un sacco e adesso ci sembra stantia, vecchia, inutile, molle come gli orologi Dalì. Quand’è successo? Boh! Era tutto perfetto. In realtà i click non esistono. O meglio, ci sono un’infinità di piccoli click impercettibili. Scelte fatte così per fare che tanto non cambia niente. Voglia di una cosa nuova perché non è possibile sia tutto sempre uguale. Cose piccole, basta con quel font, basta con quel black&white che sarà anche forte, elegante, figo ma non se ne può più. Se per una volta ci mettiamo uno sfondo blue classic, che è anche il colore dell’anno, non muore nessuno. Ok, avevamo deciso che la nostra immagine doveva essere artigianal-vintage-chic ma ora sembra tutto così pieno di muffa, una botta modern-glamour-fashion non farà male di sicuro. Click, click, click… gocce che non scalfiscono la roccia, non fanno nulla perché cadono in giro alla cazzo. Eppure un giorno… Click! Cambia tutto. Cambia che non sappiamo più cosa siamo e dove vogliamo andare, cambia che non sappiamo più che faccia abbiamo. Capita! Non è facile tenere la rotta, è un mestiere. Come per andare in montagna quando non si riconosce più il paesaggio e il sentiero comincia a farsi difficile conviene affidarsi a una guida, seguirla, crederci.
Clik, click, click…

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storia 009 dal mondo nuovo – del nome delle cose

Il nome delle cose cambia le cose. È un periodo in cui mi tocca pensare al nome di un nuovo tavolino, all’effetto che farà il nome di una borsa ad un certo pubblico anziché ad un altro… Capita, non si sa come, che si sommino nelle stesse giornate ricerche simili, necessità apparentemente uguali. Dare il nome ad un oggetto, a un’azienda, al proprio cane, non parliamo dei figli, è come farli nascere davvero solo allora. Lo dico con cognizione di causa visto che una delle storie epiche che mi hanno sempre raccontato in famiglia riguarda proprio il mio nome. Di come mi dovessi chiamare in un modo deciso da sempre e poi in un battito di ciglia mia madre me ne avesse imposto un altro. Le storie di tutti i nomi si assomigliano. Ore, giorni di brainstorming annullati da uno starnuto. Ricerche di mercato mandate a puttane dal ba-ba di un neonato. Eppure se l’intuizione può essere e spesso è magia, l’attribuzione definitiva deve sottostare a qualche regola. Chiamare Cuggi un nuovo marchio della moda non è scorretto è idiota. Un nome troppo lungo o difficile da pronunciare non sarà un buon viatico per niente e nessuno. Mi fa ancora sorridere ripensare a Troisi cha attribuiva la cattiva educazione dei figli alla lunghezza del nome. Luca! Imperativo. A-les-san-dro… Ciao. Come per mille altre cose quello che vale è il mix giusto di creatività e semplicità. C’è poi la cosa più importante che mette in secondo piano tutto, bello, brutto, lungo, corto, il suono più o meno giusto e tutto il resto. La necessità di una storia. Un nome senza storia nasce sempre monco. Non è necessario portare il nome di un antenato che non tornò dalle crociate. Basterà dare il nome del posto dove è cresciuto l’albero alla marmellata, quello di un sogno ad un figlio. Il nome di un sorriso ad una birra, quello della ricamatrice ad un abito. Chiamare la propria impresa col nome di una bimba incontrata per strada dall’altra parte del mondo e il nuovo divano col nome buffo del vicino di casa. Inizia sempre tutto con una storia da raccontare, il c’era una volta il nome con cui iniziano tutte le storie…

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storia 008 dal mondo nuovo – delle 17 regole fondamentali

…la mascherina nera fa design, mi piace. Dovessi fissare la prima regola delle solite diciassette regole fondamentali per creare oggetti fantastici sarebbe – deve essere nero – la seconda potrebbe essere – dagli una superficie lucida – la terza – fallo morbido – e qui comincio a pensare che non arriverò mai a definire 17 regole fondamentali, pazienza. Certo Lui si era limitato a dieci e aveva avuto un’eternità per pensarci. Calma, non sono tipo da scoraggiarsi facilmente. La quarta regola per creare oggetti fantastici è – semplifica tutto – la quinta – usa un solo materiale – che un po’ a pensarci c’era già nel semplifica tutto. La sesta è sempre quella – esagera – che sembrerebbe in contraddizione col – semplifica tutto – in realtà è possibile semplificare tutto in modo esagerato, però è vero, anche complicare. Fare altissimo, lunghissimo e piattissimo e continuare così superlativando. La settima regola è – usa materiali naturali – una regola che mi piace molto anche se mi piace molto anche la plastica, quella bella. L’ottava è – il nostro oggetto fantastico deve costare poco – poi l’idea la puoi vendere al prezzo che vuoi. La nona regola è – deve emozionare – se funziona ma non emoziona non mi piace. Preferisco un oggetto che magari non serve a niente ma emoziona. Decima – deve essere bello – ovvio direte, mica tanto. Undicesima – facciamolo spiritoso, leggero. Quasi tutti i grandi designer sapevano scherzare, metterci un po’ d’ironia. Dodici – progettiamo per l’eternità – altro che ironia e leggerezza. Diamo forma a icone indistruttibili. Tredici – progettiamo oggetti che parlino – da soli non scaleremo mai le SERP di Google ma se le nostre creazioni si raccontassero da sole avremmo qualche chance in più. Quattordicesima mitica regola – mettiamoci una punta di sex appeal – non guasta mai. Quindicesima – facciamola trasformabile – aperta alla creatività di chi ha voglia di cambiarla, di migliorarla. Sedici – diamole un bel nome – breve, forte, lungo, affascinante, una parola che sia bella da ripetere. Diciassettesima e ultima regola – buttiamo via tutto – cambiamo il nostro progetto, abbandoniamo i nostri oggetti senza malinconie. 

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storia 007 dal mondo nuovo – della bellezza

“…la bellezza è un diritto! Porca Eva! La bellezza è un diritto!” Cosí Stefano Massini concludeva il suo intervento settimanale in tv a Piazza Pulita ieri sera. Grande Stefano Massini come sempre. Giusto! Salviamo la bellezza, il teatro, la musica, l’architettura, la scultura, la moda, il design, la scrittura, la poesia… Più di un diritto, la bellezza dovrebbe essere un dovere. Dovrebbe essere obbligatorio costruire città belle, oggetti belli, paesaggi belli, abiti belli, edifici belli… Dovremmo essere circondati ovunque da bellezza. Dovremmo provarci almeno. Per farlo dovremmo sapere cos’è la bellezza, educare alla bellezza. Per creare bellezza ci vuole talento e educazione. Ci vuole orecchio, ci vuole occhio, mano, istinto, cultura. Bisogna  avere il coraggio di negare l’asserzione idiota che “…non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace.” Ciò che piace a chi?! La bellezza è fatta di regole e di trasgressioni. Di persone che per doti e cultura sanno maneggiare suoni, forme, spazi, luci, materiali, colori, parole… Tutto questo ha poco a che fare con l’arte. L’arte è spesso trasgressione dura, appropriazione e decontestualizzazione della bruttezza, l’arte è capace di rendere bella la bruttezza. L’arte però è una piccolissima parte del nostro quotidiano. L’enormitá della bruttezza è tutto quello che ci circonda in ogni momento. Sono le case, le strade, le città e tutta la paccottiglia che incontriamo ovunque. La bruttezza è la banalità del linguaggio. L’incuria con cui distruggiamo il passato e la faccia tosta con cui fingiamo di proteggerlo.
La bellezza è davvero una delle cose più importanti che dovremmo avere. Dove c’è bellezza c’è giustizia, c’è salute, forse c’è anche un po’ di felicità. 

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storia 001 dal mondo nuovo

Rocconto storie, scrivo, pubblico sui social dei clienti cercando di evitare le banalità e le cretinerie che la situazione troppo spesso ispira. Guardo avanti con determinazione e tutta la leggerezza che posso. È un periodo di merda per tutti. Lo so, sento i racconti dal fronte della mia compagna e degli amici che stanno in prima linea e nonostante siano tutti eccezionali mi mettono i brividi. È il momento di restare centrati, di non farsi prendere dal panico, di cancellare la paura e l’ansia. Non mi aiuta non poter più correre fuori. Un divieto che investe una parte importante della mia vita. Corro quindici, venti chilometri da trent’anni quasi tutti i giorni sulle ciclabili e sulle strade di campagna che circondano il posto dell’Alto Vicentino dove vivo. Bene, potrei fare nome e cognome dei runner che ho incrociato in questi anni da Montebello a Valdagno e l’elenco messo in colonna sarebbe più corto della lista della spesa. Ora invece sembra che tutti stiano andando in crisi d’astinenza da corsetta. Vabbè, so’ misteri. Io salto la corda davanti alla tv e non ci penso.
La settimana scorsa ho chiesto il potenziamento della connessione internet di casa che ogni due per tre saltava. Il commerciale di turno mi ha portato le scartoffie da firmare alla velocità di Spiderman ma poi… sa i tempi… data la situazione… ecco… Speriamo che la connessione sia decente oggi per la laurea on-line di mia figlia. La prima volta in assoluto allo IUAV. Studenti e professori della commissione tutti a casa in teleconferenza. Sperem! Certo è che laurearsi così… Vabbè! Lo racconterà ai suoi nipoti. Amen.
Questo è il momento buono per le aziende che vogliono iniziare a comunicare, per fare due riflessioni sul campionario, per pensare a nuove strategie o affilare gli strumenti da usare appena sarà possibile. Diamo una rinfrescata al sito, troviamo il modo migliore per gestire i social, pensiamo a produrre testi, video e nuovi materiali fotografici di qualità… Forse è il momento di pensare a nuovi prodotti, razionalizzare la produzione, togliere i rami secchi dal catalogo… Non è un gioco, lo so, il mondo si è fermato, lo so, ma non possiamo fare nient’altro che farci trovare vivi quando tornerà a girare.

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IL BLU FUNZIONA SEMPRE, SPERANZA e… PAURA

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Il Blu funziona sempre, e così stanotte Pantone ha deciso.
I padroni di tutte le nostre sfumature hanno scelto 19-4052 Classic Blue come colore dell’Anno 2020. Leatrice Eiseman, la direttrice del Pantone Color Institute ha motivato la sua scelta con parole ispirate.

“ Viviamo in un’epoca che richiede fiducia e speranza. Pantone 19–452 Classic Blue, una stabile tonalità di blu sulla quale possiamo sempre fare affidamento, trasmette proprio questa sensazione di costanza e fiducia. Dotato di profonda risonanza, esso costituisce una solida base a cui ancorarsi. Blu sconfinato che rievoca il vasto e infinito cielo serale, ci incoraggia a guardare al di là dell’ovvio per pensare più in profondità e fuori dagli schemi, ampliare i nostri orizzonti e favorire il flusso della comunicazione.”

Brava! E dalla Pantone  aggiungono:
–  Dal momento che l’abilità umana fatica a tenere il passo con la tecnologia, non stupisce che siamo attratti da colori onesti che offrono un senso di protezione. Tonalità non aggressiva con cui ci si identifica facilmente, l’affidabile PANTONE 19-4052 Classic Blue si presta a un’interazione rilassata. Questo colore universalmente prediletto associato all’avvento di un nuovo giorno è accolto senza indugi. –

Insomma nel 2020 le palette di designer , fashion maker e creativi in giro per il mondo dovranno ispirarsi a questo bel punto di blu.

Nel mio piccolo non posso certo dissentire dal guru mondiale dei colori quando dice che questa tonalità ispira affidabilità, fiducia speranza.  Magari anche che serva ad ampliare i nostri orizzonti oltre le profondità marine e le altezze infinite dell’Universo. Forse ne eravamo in parte già consapevoli, punto più chiaro, punto più scuro, che il blu, trasmette una certa serenità e tutte  quelle altre belle cose.
Sul fatto che  possa aiutare a pensare fuori dagli schemi ho qualche dubbio.
Poraccio ‘sto Classic Blue non è che può far proprio tutto e il contrario di tutto!

Guardo su Wiki che sa tutto e scopro per esempio che nello slang australiano “blue” viene utilizzato con diversi significati.
Making a blue: fare un errore
Picking a blue: iniziare una discussione o una battaglia
Copping a bluey: ricevere una multa (per infrazione del codice della strada)
Blue o bluey sono dette anche le persone con i capelli rossi!
  (devo dirlo a mia figlia Isabella, MC1R doc)
Ma vabbè!
È il colore dell’Anno. Non facciamoci prendere da una paura blu, dev’essere di tutto un altro colore.

Esporre-senza-emozionare

ESPORRE SENZA EMOZIONARE

Esporre-senza-emozionare

Esporre senza emozionare è triste.
Dopo un giorno e mezzo in fiera a VicenzaOro esco con la solita sensazione che si sia persa l’occasione per mostrare un po’ di creatività, tirare una pennellata di colore come si deve, sparare una lama di luce, far balenare un richiamo, inventare una presenza, qualcosa da fermare i passi e far esclamare di stupore.
Niente!
Solito bellissimo tran-tran.
Non è che tutti possano o debbano fare lo show ma è quasi incredibile che nessuno approfitti dell’occasione per occupare la scena, per far  lampeggiare una luce, rimbombare un suono, mettere in una bolla di vetro il silenzio, magari obbligare i visitatori ad un’azione qualsiasi. Attraversare un pertugio stretto, buio e morbido, suonare un gong, rincorrere gioielli di fumo… giocare a campana.
Ok, bisogna essere seri! Ne va del business, dei fatturati! D’accordo, ma non è triste?
Non solo per VicenzaOro e i gioielli. È così dappertutto. Si salva la moda.
No! Non fraintendetemi, non mi piacciono i gioielli importabili, palle come mongolfiere, lame lunghe da tagliarsi…
Siamo tutti qui per lavorare, per vendere e per comprare ma non sarebbe bello sbattere il naso ogni tanto in una sorpresa? Attraversare nuvolone rosse minacciati da un’esercito di madonne nere invece di incontrare tristi ragazze immagine sole solette fuori dagli stand con pacchi di volantini da centro commerciale.
Nelle Fiere dovremmo trovare nuovi modi di mostrare. Dare sostanza fisica ai post su Instagram e su Facebook, ai selfie, alle storie asfittiche incastrate su schermi oled da cinque pollici e mezzo.
Smettiamo di pensare ai nostri stand come a scatoline, magari enormi e preziose, ma pur sempre scatoline. Proviamo a farle parlare, inventiamo, progettiamo qualcosa che valga la pena raccontare e diamo voce ai nostri bijoux, alle ceramiche, ai vini, alle poltrone…

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LA SCENA DEL PRODOTTO – FOTO, STAND E VETRINE

la-scena-del-prodottoEcco qualche idea … e ricordiamoci sempre che tutte le regole sono fatte per essere trasgredite.

Pensiamo di essere a teatro, l’ho già detta mille volte ma non mi pare  sia passata ‘sta cosa del teatro.

Isoliamo il protagonista
La poltrona, il tubo di crema,  la collana, la bottiglia di grappa, la lamiera…  e usiamo la sua ombra stagliandola su di una scena bianca o facendola perdere nel buio. Un attore solo deve saper  tenere la scena, essere un mattatore…  ma ce l’abbiamo tutti un golden boy da schiaffare in prima pagina.

Uno… due… tre… quattro… protagonisti
Abbiamo diversi prodotti importanti? Isoliamoli  tutti come nel teatro dell’assurdo. Distanziamoli in spazi uguali, in fila. Separiamo lo spazio con la luce. Oppure disponiamoli secondo una geometria nota solo a noi, che risponda solo a canoni estetici. Oggetti inquietanti che non si parlano, che si voltano le spalle…

Mettiamoci il coro
Come il coro sulla scena del teatro greco antico mettiamo un gruppo di prodotti omogenei che faccia da contraltare ai protagonisti, li sorregga e li accompagni. Un po’ di spazio tra  gli uni e gli altri e luci diverse.

Un grande gruppo, un’orchestra
Valido per grandi gruppi di cose relativamente piccole.
C’è il direttore d’orchestra, il primo violino, l’arpa… e poi  tenori, soprani, contralti e stuoli di voci bianche…
Una composizione quasi sempre piramidale per non impallare nessuno, ma non per forza a simmetria centrale. Possiamo spostare il focus a tre quarti, tutto a destra o a sinistra. Se invece vogliamo proprio costruire l’altare… Esageriamo! Facciamolo verticale, alto, simmetrico fino all’inverosimile, senza un capello fuori posto. La luce cadrà al centro e sembrerà sparire ai bordi della nostra composizione.

Teatro sperimentale d’avanguardia
Della serie..  facciamo casino che tutti ci guardino!
Unica regola, la più dura, non avere regole.  Buttiamo le nostre cose come fossero messe a caso. Ci metteremo tre giorni ma non importa. Il risultato deve lasciare a bocca aperta… comunque.

Postilla
Evitiamo quelle cose da vigilia di Natale, i fiori se non facciamo i fioristi…  vetrine, stand, foto bellissimi ma dove il prodotto non si vede. A meno che l’obiettivo non sia un altro, vendere il brand non il prodotto.
In genere sono due lavori diversi…

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IL PROGETTO DELL’IDENTITÁ

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Ieri ho pubblicato la  frase che mario nanni (con le iniziali minuscole come piace a lui), il progettista, l’inventore di Viabizzuno, l’importante azienda di sistemi di illuminazione, ha posto all’inizio del mattone bianco che è il catalogo delle sue lampade.
È un bellissimo oggetto. Mi è capitato in mano e ha acceso una lampadina da qualche parte nella mia testa.
Non per la frase in sé:
– I progetti rendono gli oggetti eterni, le mode li corrompono, gli imbecilli li copiano e li vendono agli ignoranti e ai deficienti. –
La denuncia del furto come regola, di un processo che abbandona ogni consapevolezza e diventa biecamente commerciale.
Per l’uso forte, chiaro delle parole.
Per l’identità inequivocabile che trasmette.
Mi piace Viabizzuno e tutto quello che è, che fa mario nanni.
È come un segno nero sottile su una parete.
Ho scoperto la magia della luce il giorno che l’ho vista entrare di traverso da una piccola finestra in una stanza bianca. Quando ho iniziato a fare le prime foto, ai tempi della scuola, tanti anni fa.
Volevo solo dirvelo.
Ci scegliamo perché ci piacciono le stesse cose.
Lo stesso spirito con cui fare le cose, anche quelle più diverse.

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IL PACKAGING PER FARSI SCEGLIERE

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Per vendere bene il packaging è importante.

Quando ci viene l’idea per un nuovo prodotto ce lo vediamo già esposto in vetrina con le luci giuste, i colori perfetti, il suo packaging  che di fatto è il prodotto stesso e cominciamo a pensare…

Una forma mai vista.
Vogliamo stupire? Siamo sicuri che quello a cui stiamo pensando non l’abbia già fatto qualcun altro in settori diversi dal nostro?
Impariamo a copiare. Una bella idea per il pack di una maglietta magari è perfetto per la nostra pasta, quello per gli occhiali forse funziona benissimo per dei gioielli. Prendiamo spunto da una confezione originale e progettiamo quella che serve a noi.

Salviamo il mondo.
Non sia mai detto che saremo noi a mandare a catafascio il pianeta riempiendolo di plastichette immonde.
Allora togliamo tutto quello che non serve, proprio tutto e ricordiamoci che il packaging più ecologico è quello che non si butta perché troppo bello.

La grafica è quasi tutto!
È la scelta centrale di qualsiasi packaging.
Il nostro marchio un faro che ci illumina. Applichiamo il manuale della Corporate Identity, seguiamolo come un testo sacro e non sbaglieremo mai.

Il packaging deve parlare.
Raccontare del suo contenuto, mostrare e non mostrare, far immaginare e intravvedere. Come la copertina di un libro, come un abito da sera, come i titoli di testa e l’introduzione sonora di un film.

Esagerare funziona sempre.
Monacale. Un segno emblematico soltanto, una trasparenza, un vuoto enorme.
Ridondante. Texture coloratissime, un affollamento inestricabile di intrecci tridimensionali.
Niente e tutto, evitiamo il così così.

Materiali spiazzanti.
Maniche di tessuti rugosi raccontano di lavorazioni manuali e avvolgono bottiglie di liquori e macchine fotografiche.  Tubi di alluminio lucidissimo, scatole di vetro sottile, sacchi di iuta per scarpe, lampade, ceramiche.

Colori da vetrina.
Un famoso industriale del mobile diceva che tutte le sedie che mostrava in fiera per la prima volta dovevano essere rosse. Facile capire il perché. Bianco, rosso e nero la fanno di sicuro da padroni poi certo anche il contesto fa la sua parte. Pensiamoci prima di scegliere il colore del nostro contenitore.

La confezione del nostro prodotto ne determinerà in gran parte il successo. Iniziamo a pensare al packaging fin da subito, già mentre progettiamo il prodotto.

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IDEE DA COLTIVARE E PROTEGGERE

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Stringi, stringi il mio lavoro è trovare l’idea giusta .

Idee per dare più visibilità all’azienda, al marchio e al prodotto.

L’idea è lì, bella confezionata in due, tre… venti pagine che la spiegano e la raccontano, un’immagine la sintetizza e altre cento la giustificano. Quando il titolare dà l’ok inizia il percorso di guerra e ogni mossa rischia di ridurre la forza della nostra invenzione.

Il mio lavoro è vigilare, tenere il timone della creatività e navigare insieme verso l’obiettivo.
Già così non è facile ma se ci si distrae è finita.
Bisogna sempre essere consapevoli che anche una scemenza, che ne so, farsi venire la fregola di voler un biglietto da visita “diverso”, la voglia di cambiare un colore o di introdurre una forma strana… sono tutte azioni apparentemente innocue capaci di far scricchiolare la baracca.

Teniamo presente che in genere tanto più l’idea è definita e non permette varianti tanto più funziona.
Un progetto semplice, con regole precise è molto più facile da attuare che uno complicato da mille variabili.
Attenzione però che le idee rigide, quelle che ad esempio stanno in piedi appoggiandosi ad una sola invenzione, sono certamente più facili da comunicare ma sono anche più fragili.

Basta mettere in crisi la trovata su cui si basa tutto per mandare a ramengo il progetto.
Teniamo ben salda la barra di navigazione della nostra comunicazione senza farci distrarre dalle tante sirene che popolano il nostro mare.

Le belle idee vanno coltivate e protette.

Nell’immagine – Ulysses and the Sirens,
di Herbert James Draper, 1909

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SCEGLIERE, AFFERMARE LA PROPRIA IDENTITÁ

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Aiuto le Aziende a comunicare.
A mostrare nel modo migliore il loro lavoro. Le aiuto a vendere i loro prodotti e se stesse, a mostrare la loro capacità innovativa e la loro organizzazione.

Aiuto le Aziende a scegliere.

Parola importante SCEGLIERE.
Parola che ha a che fare con la propria IDENTITÁ.

Scelgo le parole.
Quelle che rappresentano i valori, il pubblico e il mercato delle aziende per cui lavoro. Cerco di parlare al cuore e alla mente delle persone.

Scelgo la carta su cui stampare.
Leggera, pesante, ruvida, liscia, goffrata, ecologica.
Scelgo il formato e il layout dell’impaginato.

Scelgo le funzionalità e i contenuti di siti Internet semplici ed emozionali. Pagine web visualizzabili su pc, smartphone e tablet per le loro avanzate caratteristiche responsive.

Scelgo le immagini, la luce, il taglio… il ritmo e l’originalità del montaggio dei video che raccontano le persone, il lavoro e i prodotti.

Scelgo colori, materiali, luci per esporre e mostrarsi. Progetto gli spazi di stand e locali  commerciali. Scelgo forme, funzioni, profumi, suoni, emozioni…

Scelgo le forme dei prodotti e la grafica del packaging che li conterrà.

Il prodotto e la sua comunicazione nascono assieme. Le forme scelte per il prodotto evocano già le parole che lo racconteranno.

C’è sempre una scelta da fare, scegliere è il mio lavoro.

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UN SALONE DI VINO – per mille idee da degustare in poltrona

UN-SALONE-DI-VINO

 

Come ogni anno puntuali come le allergie d’inizio Aprile si accavallano il VINITALY e il SALONE DEL MOBILE.
Perché non li uniamo in un mega evento da Milano a Verona? Una cosa da far durare fino alle Olimpiadi invernali di Cortina (che in tal caso sarebbero nostre di sicuro) così da immergersi in degustazioni infinite e comodissime. Tracannare gocce di nettari afrodisiaci approfittando di divani, sedie, poltrone, chaise–long, cucine vintage o tecno… in un baillamme di luci e di colori ritrovandoci ubriachi fradici, non di vino che quello si assaggia e bon…  ma di nuove forme, profumi, invenzioni…  Fantastiliardi di immagini per un milione e mezzo di idee. Video intriganti, materiali mai visti, bottiglie invitanti nella cornice perfetta di stand… che magari avremmo voluto un po’ più funzionali e d’effetto.

–  Stand più solidi!
Per carità! Non ci cadono in testa. Penso a stand un po’ più chiusi in cui l’immagine aziendale sia più solida. Stand meno spampanati in un’apertura al pubblico spesso molto inconcludente. Chissene delle flotte di studenti in gita e delle sciure col metro in mano a caccia del tavolino giusto.
Teniamo conto che abbattere le pareti e aprirsi comporta a volte il rischio di mostrarsi mezzi nudi al pubblico. Teniamo sempre ben presente che in fiera si va col vestito migliore.

–  Beata Verticalità
Difficile da ottenere ‘sta benedetta verticalità visto che in genere le altezze massime consentite dai principali Enti fieristici non superano i tre metri e mezzo o giù di lì. Inventiamoci qualcosa visto che vale sempre il detto  –  altezza, mezza bellezza!

–  Trasparenze sexi
Materiali semi trasparenti con cui giocare al vedo non vedo, da cui mostrarsi e nascondersi. Su cui far svettare le insegne del proprio marchio e attrarre tra le spire irresistibili del gioco della seduzione e della curiosità. Intrecci, tessuti, vetri, plastiche, specchi, texture ipnotiche… e altre suadenti magie da usare, attenzione, solo in versione total look.

–  Profumi, musiche tribali e vecchie canzoni anni sessanta.
Il silenzio può essere magico e attrarre come un fluido ma certo il flauto magico funziona. Dettagli importanti come lievi essenze profumate, ritmi sordi che vibrano usandoci come amplificatori, poesie mai consumate dalla musica ci predispongono ad apprezzare il colore, il profumo e l’aroma del buon vino come le forme del design.

–  Domani è adesso
Lo slogan non sarà apprezzato da chi giustamente incita a godere del presente ma è proprio adesso, mentre siamo in fiera, mentre viviamo il nostro stand, che possiamo capirne pregi e difetti, fare tutte le valutazioni del caso e pensare al nostro nuovo spazio in Fiera.

Sia che facciamo vino, mobili, gioielli (questa settimana apre anche OROAREZZO), ceramica, abbigliamento, accessori, sport e welness, motori, food, turismo e tempo libero, libri, meccanica, attrezzature medicali, cosmetici, informatica, agricoltura…  qualsiasi cosa facciamo, il nostro stand in fiera comunica chi siamo.

A volte basta spostare un tavolo, mettere più in vista il LOGO, applicare una grande stampa, cambiare una lampada, scegliere un’altra tonalità di colore… poi arriva il momento in cui bisogna rifare tutto.

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COLORI e altri pensieri da non dormirci

COLORI

 

Ce l’abbiamo il nostro colore aziendale?
Quando scegliamo il colore per la parete della sala riunioni, per lo stand, l’espositore vetrina, il packaging o lo sfondo di un post su Facebook da cosa ci facciamo guidare? Fregola del momento? Gusto? Manuale della Corporate Identity?
Ci sono due strade.
Fare una scelta radicale e da lì non schiodarsi più. Bianco e Nero e basta. Solo colori pastello. Solo tinte squillanti, tipo Rosso Ferrari…  Ooops! Ci voleva solo che quelli della Ferrari si inventassero di fare un Rosso slavato… ci voleva!
Oppure appartenete alla schiera di chi ha scelto i suoi colori aziendali ma li ridiscute ogni volta? E sappiamo tutti quante volte toccherà discuterli.

I vostri sono i colori del Lusso?
Ma lo sapete che i colori del lusso non esistono?

A parte il Beige che va su tutto, non è caldo e non è freddo. Anche l’Azzurro purchè non sia mai troppo Azzurro ma Turchese slavato, Carta da zucchero, polvere.

Oppure Rosa ma non proprio Rosa. Una declinazione di tutti i Viola Rossi pieni di Bianco e di Nero. Lilla, solo un velo di Lacca di Garanza annegata in litri d’acqua. Anche Burro o Grigio azzurro.

Rosso con quella punta di Nero che basta ad uccidere tutta la sua cafonaggine.

L’Arancio è il solo a poter esibire tutta la sua volgare solarità e la joie de vivre senza doversi spargere il capo di Cenere.

Verde smeraldo nel lusso va bene solo se si tratta di smeraldi veri altrimenti molto meglio il Salvia, o il Verde Oliva, Verderame, Muffa di Gorgonzola, Verde polvere che poi è uguale al Salvia più sbiadito.

Il nero assoluto, totale, pieno, lucido va bene per tutti così come il Bianco in tutte le sue forme. Se pensate ci sia un solo Nero e un solo Bianco non sapete niente di colori e di mazzette Pantone.

Il Marrone non va mai bene! Su niente. Wengé invece sí e anche Terra di Siena purché non sia troppo bruciata. 

Nel mondo del Lusso i Viola vanno tutti bene  purché tendenti al nero e al bianco. Anche il Giallo Ocra chiaro se un po’ sporco di Nero. Giallo paglierino impolverato.

Poi ci sono il Rosso Valentino, il Greige di Armani, l’Arancione di Hermès… e il Blu Tiffany, quel Pantone PMS 1837 che è l’emblema di come un colore da solo possa fare marca.

Il lusso?
È trasparente come l’aria.

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SCRIVERE CON CARATTERE

SCRIVERE-CON-CARATTERE

 

Quando scriviamo ci concentriamo sui contenuti, su quello che vogliamo dire. Quasi simultaneamente cominciamo a dar forma al nostro testo.

Forma, intendo proprio forma.
Un bel blocco di sette o otto righe compatte con una lunga descrizione. Un testo tutto seghettato con frasi brevi che vanno subito a capo per riportare un dialogo veloce o un elenco di idee flash. Un grassetto magari tutto maiuscolo per una citazione importante.

Il testo si fa leggere in prima battuta dagli occhi e ci parla già,  senza bisogno di farsi comprendere. Va da sé che un testo può essere brutto o bellissimo, può attrarre o respingere, può essere frivolo o serio e tutto ciò per come abbiamo sistemato le parole. Possiamo farle fluire o interromperle continuamente, ritmarle, lasciare righe semivuote o riempire le nostre pagine minuziosamente.

Evitiamo come la peste le vedove e le orfane.
Si chiamano così la prima e l’ultima riga di un paragrafo abbandonate all’inizio e alla fine delle pagine, separandole dal loro paragrafo. Fatto questo possiamo comporre il nostro testo “quasi” come vogliamo.
È un peccato che nel web vedove e orfane abbondino. Tutto deve essere responsive e i testi si adattano in un lampo ai dispositivi che usiamo fregandosene dell’estetica.

Prima di stampare o pubblicare sul web tocca la scelta più importante.
Decidere il carattere, il font.
“Carattere” dice già tutto. È il font che dá davvero carattere ai nostri testi. Scegliere lettere disegnate in modo semplice e lineare come i “bastoni” mostra un certo carattere, scegliere lettere aggraziate ne mostra un altro, prendere uno degli infiniti font di fantasia mostra altri caratteri ancora.
Ci sono molte migliaia di font a cui attingere per dare carattere ai nostri testi ma in realtà quelli che funzionano davvero sono molti di meno.

Un consiglio semplice, semplice al limite del banale.
Non usate font strani.
Mille volte meglio sembrare privi di fantasia che comporre una pagina inguardabile o illeggibile.
Certi padri nobili della grafica mi hanno accusato di usare troppo l’Helvetica Extralight. Hanno ragione! Amo l’iPhone solo perché Paul Ive, il capo dei designer di Apple ha scelto l’Helvetica Extralight per rilanciare il melafonino. Ma hanno ragione. L’extralight è davvero troppo sottile e qualche volta non si legge proprio. A malincuore meglio il più leggibile light anche se meno bello.

Mi piacciono i caratteri storici che sono passati direttamente dal piombo al web, come i Bodoni, i Garamond, i Times, I Futura… e poco altro.
Tutta roba che si fa leggere.

Scegliamo font che ci piacciono e che siano facili da gestire.
Gruppi di font completi di Bold, Italic, Condensed, Outline, Light e di quel po’ di extra che serve sempre. Scegliamo i nostri “Bastoni” e le nostre “Grazie” e prima di cambiare con qualcos’altro pensiamoci.

Prendiamo i caratteri di fantasia solo quando servono. 
Ce ne sono di splendidi per i “titoli”, per i “capolettera”, per la “grafica”.
Il resto è solo fantasia. La nostra.
Roba da maneggiare con attenzione.