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storia 002 dal mondo nuovo

La notte tra domenica e lunedì è nevicato sulle colline intorno a casa. La spolverata bianca è arrivata fin quasi in pianura innevando Marana, la mia montagna. Mi è presa la fregola di comprarmi i ramponcini, quelli da mettere alle scarpe da trail. Forse quest’autunno o la primavera prossima verranno buoni.
Passo questi giorni di clausura forzata davanti al computer cercando di continuare a lavorare come sempre. Non è facile, i silenzi, le assenze, anziché rendere il lavoro più spedito mi mettono ansia. Come se il mondo là fuori fosse finito davvero. Fare design, comunicare il lavoro delle imprese al tempo del COVID19 sfiora l’assurdo, sembra d’essere in un vecchio film di Buñuel, in un racconto di King. Come qualche anno fa di sera tardi sull’A31 appena aperta, dopo mezz’ora senza anima viva intorno, in un flash dei fari, vedevo sempre la stessa ragazzina in camicia da notte bianca che attraversava traballante l’asfalto su una bici sgangherata e quando le ero addosso si girava e mi mostrava le orbite vuote. Non mi faccio fregare da questi scherzi della mente. Mi invento subito il mondo nuovo che deve esserci già lì fuori e non sarà tanto diverso da quello vecchio. Non saremo più buoni o più bravi, non faremo oggetti più belli o cose molto più interessanti ma ho la sensazione che saremo diventati tutti più consapevoli di un sacco di cose che non sto qua a contare. Il rischio è di sporcarsi di banalità da fare schifo. Abbiamo già iniziato a tirar fuori le vecchie foto, a raccontarci storie di mondi che esistevano molto prima di Instagram. È come se avessimo paura ma desiderassimo da morire svegliarci con i Beatles in diretta alla radio. Penso al restyling di un logo importante e mi ritrovo a giocare con concetti che maneggio con nonchalance e che forse non hanno già più senso. Parole come Vintage, Moderno, Minimal… a che mondo appartengono? Posto la foto di una modella sulla pagina Facebook di un cliente e devo correggere tre volte la storia del suo sorriso. Scrivo di aziende solide della filiera della meccanica che si rimbalzano l’hashtag #iopagoifornitori. Chiodi a espansione piantati nella roccia perché nessuno scivoli giù. Fuori un po’ piove e un po’ c’è il sole. Sembra una primavera come tante mentre Mauro ed Elisa provano a far tornare normale la morte nella casa di riposo di Merlara e io ho voglia di raccontare storie di gente che lavora e poi magari fa sport e pensa anche a scemenze. Penso agli aneddoti dell’incisore, l’artigiano che fa il lavoro più noioso del mondo e rende l’oro come velluto, alle storie nascoste dietro le lenti che amplificano lo sguardo ironico di un incassatore di diamanti. Penso alle mani del tappezziere che accarezza mille volte lo stesso tessuto prezioso. Film, racconti veri o solo immaginati, canzoni… Penso agli amici distillatori e a Faber che al culmine della sua malinconia chiedeva: – …tu che lo vendi cosa ti compri di migliore? –
Siamo in quarantena, nevica ad Aprile e non so come sarà il mondo nuovo. Annuso l’aria che tira in giardino, è più pulita, guardo in su verso Marana e passano le immagini di tutte le ultime corse.
Tiro un respiro forte.