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10 IDEE PER ARREDARE

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10 idee per comporre lo spazio in cui ci muoviamo (per arredare casa, ufficio, negozio, show-room, stand, albergo, bar, ristorante…) senza ripetere continuamente la stessa orribile cosa.

Ideona uno – Andiamo da un professionista serio! No, ok, scherzavo… iniziamo davvero adesso…

1    Vietato appoggiare i mobili ai muri. Devono stare ben in mezzo alle stanze.

2    Ruotiamo ogni cosa evitando ogni possibile  ortogonalità.

3    Vietata ogni simmetria!

4    Decontestualizziamo! Parolaccia! La libreria va in cucina e il letto in soggiorno vicino al forno, se il bagno è grande potremmo metterci un tavolo per 12, tipo “La Grande Bouffe”. 

5    Coloriamo! Una stanza tutta rossa e una tutta nera. Una verde e l’altra blu. E quando ci gira mescoliamo tutto!

6    Usiamo una gran quantità di specchi, roba da sembrare al lunapark. Ma può essere la cosa più seria del mondo!

7    Illuminiamo in modo creativo, troppo e troppo poco. Finestre immense e feritoie da vedetta. Chiarori lattei e lame taglienti. Letti e tavoli bianchi dentro stanze buie squarciati da fendenti di sole. Specchi, acqua, riflessi in continuo movimento. Schermi tv b/n abbandonati per caso in corridoio.

8    Decontestualizziamo di nuovo! Rubiamo panchine semidustrutte e iper-graffite dai giardini pubblici e mettiamole nella nostra sala d’attesa da avvocati penalisti. Asfaltiamo lo studio! Tiriamo righe bianche che ci aiutino ad attraversare il soggiorno. Freghiamoci una fontanella di ghisa finto ‘800 della Neri da infilare in un angolo della cucina hi-tec.

9    Compriamo 100 o 200 tavolini LACK da 5 euro All’IKEA. Dieci o venti per ogni colore e componiamo tutto quello che ci viene, scaffalature immense, tavoli, sedute, letti, banconi, trincee, passerelle, espositori, lampade…

10   Seguiamo pari pari i consigli dell’architetto pubblicati su BravaCasa di ottobre 1962 o di aprile ’84. bisogna cercare i pezzi originali e fare una stanza anni ’30 e una tutte plastiche, l’altra marmi e legni, una decò e l’altra post-modern, un’altra…

Ovviamente è necessario seguire le 10 idee alla lettera perché funzionino. Meglio se tutte assieme.

In caso di contrarietà o dubbi chiamare per una consulenza gratuita.

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QR-CODE serve o non serve?

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Il QR-CODE non serve a un fico secco!
Dirà qualcuno dopo aver armeggiato per dieci minuti buoni con il suo sofisticatissimo smartphone per visitare alla fine una stupidissima home page in cui magari al centro campeggia un irritante COMING SOON.
Una figata irrinunciabile!
Dirà quell’altro che in un nanosecondo si ritrova sul tablet le istruzioni per richiudere la tendina da campeggio che aveva aperto con un lancio e voilà! Il QR-CODE è quel francobollo quadrato stampato su pagine pubblicitarie, imballi, depliant,  tazze da the, e chi più ne ha più ne metta, che attraverso applicazioni gratuite per telefonini e tablet può essere letto svelando contenuti più o meno interessanti. Un QR-CODE stampato sulla base di una scultura in un museo o in una piazza può sostituire una guida esperta. Sul biglietto da visita ci consentirà di acquisire tutte le informazioni con un clic. Il QR-CODE può essere utilissimo, un concentrato di informazioni, o stupidissimo, il niente esibito in veste hi-tec! La differenza la fa il contenuto, la collocazione, l’opportunità e il gusto di sorprendere.  

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Ettore Sottsass, la creatività

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In fiera a Milano all’HOMI non ho saputo resistere dal rubare quest’immagine di Ettore Sottsass. Un ricordo del grande architetto milanese e al tempo stesso una citazione che racchiude un mondo di cui in tanti, in modi diversi, facciamo parte. Lo spazio della creatività che si moltiplica, si specchia e rimando ad altro. Dallo scarabocchio che fissa l’idea di un’orecchino al disegno di un  tavolo, all’allestimento di uno spazio espositivo, fino alle poche righe di un racconto, alla scelta di una luce strana per uno scatto fotografico. E’ grazie all’esempio di creativi dallo spessore immenso  e  dalla poliedrica forza espressiva come quella di Ettore Sottsass che tanti come me provano tutti i giorni ad inventare ancora qualcosa.

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Al tempo della modernità liquida.

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Cosa sono il lavoro, la creatività e la comunicazione nel tempo della modernità liquida?
Cambia tutto! La famiglia, l’azienda, la scuola, il tempo libero, la politica, la religione e tutto il resto si trasformano così velocemente che non siamo più in grado di capire  chi siamo e dove stiamo andando.
Non ci sono più abitudini consolidate e non ci parliamo più anche se ci diamo un sacco di mi piace su fb.
Viviamo due vite, una fisica e una virtuale. Vite che si sovrappongono, si dilatano e si staccano.
Niente ha più una forma precisa. Come l’acqua adattiamo la nostra presunta modernità a contenitori che cambiano forma in ogni momento. Brutto, bello, buono, cattivo, giusto, sbagliato sono concetti sempre più relativi.
In questa giostra priva di riferimenti chi si cimenta per lavoro con la produzione di oggetti, di parole e di immagini vive in un continuo stato di inadeguatezza.  La moda con il suo rincorrersi delle stagioni diventa il massimo della certezza. La felicità!
Tutto cambia e ogni cosa deve essere reinventata ogni giorno.
Plachiamo l’ansia che ci prende con surrogati di stabilità. Nuove mise, oggetti totem, tatuaggi, nuove religioni, diete, nuovi sport.
Le aziende più brave vendono felicità e ci assicurano che acquistando i loro prodotti avremo in cambio l’identità che desideriamo e la sicurezza aleatoria  che per una stagione potremo smettere di correre ad inseguire una nuova immagine di noi stessi.
Navigare la modernità liquida non è solo incertezza e corsa affannosa a ridefinire la nostra immagine. Creatività e comunicazione diventano stimolanti forme di espressione se accettiamo il rischio del cambiamento. Se facciamo nostra la diversità che diventa ricchezza e fuga dall’omologazione. Dobbiamo sperimentare il nuovo fino a rischiare d’apparire vecchi. Dobbiamo prenderci Il rischio di uscire dal web e incontrare le persone per strada. Cerchiamo di usare parole precise, dal significato chiaro. Non cediamo ad ogni piè sospinto alla spiritosaggine cretina, alla melensa  frasetta da cioccolatino che fa tanto “fans, friends and followers”.
Tutto si muove e dobbiamo reinventarci in fretta, ogni giorno, ma prima di affrontare il mare in tempesta leghiamoci saldi a qualche grosso tronco che galleggi sempre.  Manteniamo forti le nostre capacità critiche, cerchiamo una morale e diamoci qualche principio irrinunciabile.
Portiamoci qualcosa di vecchio in questo viaggio nella modernità liquida: un’emozione, qualche passione e un po’ di consapevolezza.

Queste righe prendono spunto dal saggio “Modernità liquida” di Zygmunt Bauman senza nessuna pretesa di riassumerlo visto che lì si parla quasi sempre d’altro.

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E’ morto Piero Busnelli uno dei padri del design italiano.

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Sabato scorso è morto Piero Busnelli il fondatore di B&B Italia.

Rendendogli omaggio come a uno dei massimi interpreti del design italiano ne approfitto per esprimere ancora una volta quant’è importante il ruolo dell’imprenditore nello sviluppo e nella ricerca intorno al prodotto di “design”.
Piero Busnelli dal divano “coronado” del ’66 realizzato con Afra e Tobia Scarpa al successivo “lombrico” con Marco Zanuso e “le bambole” con Mario Bellini nel ‘ 72, ha accolto nella sua azienda tanti dei più prestigiosi designer italiani  o che sarebbero poi diventati italiani d’adozione.  Al fianco di Antonio Citterio, Patricia Urquiola,  Zaha Hadid,  Gaetano Pesce, Paolo Piva e tanti altri Pietro Busnelli ha lasciato un segno forte nella storia dell’arredo d’autore.
E’ un’esperienza fantastica quando incontro un imprenditore che si prende un po’ di tempo per ascoltarmi e mi racconta le sue idee. Quando mi offre il suo spazio e il suo tempo e si entusiasma e si diverte a dar vita a qualcosa di nuovo.
Certo Piero Busnelli era unico, ne fa un bello schizzo Lina Sotis in queste poche righe sul Corriere di parecchi anni fa in un articolo dal titolo illuminante “Pierino, l’ ultimo della classe e’ diventato miliardario”.
Quanti Pierini qui intorno a me ci mettono una passione infinita a far crescere la loro azienda, e mi accolgono, e raccontano e ascoltano…
L’immagine è tratta dalla home page di B&B Italia.
www.bebitalia.com

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VIORO e HOMI due fiere sovrapposte

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Nel prossimo fine settimana si sovrapporranno a 200 km di distanza VIORO e HOMI  due importanti eventi fieristici internazionali. HOMI il nuovo Macef  che si rilancia e prova ad emulare il salone parigino di MAISON OBJECT e VIORO Winter il salone internazionale della gioielleria che a Vicenza inizia una nuova vita trasformandosi e cambiando pelle. Milano/Vicenza un’autostrada sempre affollata come la riviera d’agosto che prova ancora una volta a fare da colonna vertebrale alla più importante struttura produttiva italiana. Dispiace che due eventi solo apparentemente così distanti sovrappongano le loro date. Saremo costretti ad un tour de force ma non ci lasceremo sfuggire l’occasione di partecipare a due eventi così importanti come VIORO e HOMI, le due fiere di Milano e Vicenza . Non vedo l’ora di immergermi nel nuovo che avanza.  Sono certo saranno due bellissime occasioni di incontri.

homimilano.com/it

winter.vicenzaoro.com/it

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AUGURI ORIGINALI

AUGURIOvviamente per le festività volevo fare a  tutti tantissimi auguri.
Ovviamente, da buon creativo, volevo fare degli auguri originali.
Ovviamente tutte le idee più o meno “nuove” che mi sono venute in mente non mi sono piaciute. A quel punto mi sono chiesto se è proprio necessario uscire sempre dagli schemi. Mi sono risposto che sì è necessario se si vuole far arrivare il messaggio a destinazione. Bisogna uscire dagli schemi!
Ecco allora che vi faccio degli auguri originali!
Trasgredire non è poi così difficile. Basta fermarsi un attimo e pensare a quello che si sta facendo. Nel fare gli auguri, per esempio, trasgredire significa non dover essere spiritosi per forza, non dover inventare sistemi unici al mondo e soprattutto non accontentarsi di frasi fatte da parole ammuffite con il muschio del presepio dell’anno scorso. Tanti cari auguri! – Bum! – Un felice anno nuovo! – Bum! – Buon Natale e buon Capodanno! – Bum! – Uno splendido Natale e un felice Anno nuovo! – Bum! – Auguri di tante cose belle! – Bum! – Pace a tutti per Natale! –  Bum! – Tanti auguri a te e alla tua famiglia! – Bum! Bum! Bum!
Tutte belle parole s’intende, ma quante volte le abbiamo sentite, scorrono via senza lasciare nessuna traccia.
Per Natale vi auguro di non litigare per il parcheggio in centro e di riposarvi un po’, nient’altro. Per l’anno nuovo invece vi faccio un augurio impegnativo, lo faccio anche a me stesso, alla mia compagna e ai miei figli.
Mi piacerebbe che riuscissimo ad essere consapevoli di quello che facciamo, di quello che diciamo. Come per gli auguri, vorrei che la smettessimo di usare sempre le stesse parole che non vogliono dire niente. Facciamo quello che ci piace, quello che ci interessa davvero. Diventiamo consapevoli delle nostre scelte, del poco tempo che abbiamo.
Mi auguro di leggere dei bei libri, di vedere dei bei film, di scrivere, fotografare e dipingere tanto, di fare delle lunghe corse in montagna.
Vi auguro di fare quello a cui tenete veramente!
Voglio usare bene il mio tempo e auguro a tutti di fare altrettanto! Questi i miei auguri originali.
Ci  sentiamo nel 2014

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Una parola magica: NUOVO.

NUOVO_2NUOVO era una bellissima rivista di pubblicità stampata tra gli anni ’70’ e ’80. Giustamente l’editore aveva innalzato questa parola a totem, insegna di un intero settore. Nuovo è  un aggettivo che si appioppa a ogni oggetto di design e sicuramente una delle parole più usate nel marketing. Quando un’azienda passa di mano alle nuove generazioni spesso non si trova niente di meglio che aggiungere al vecchio nome questo aggettivo palingenico (che fa nascere di nuovo). Qualche volta ciò che viene bollato come nuovo, nel marketing, nel design, nella comunicazione televisiva, al cinema, nella moda e un po’ dappertutto di nuovo non ha proprio nulla. Ma c’è di peggio! Anche quando la creatività partorisce un’idea davvero innovativa non sempre questa viene usata bene e avvantaggia l’azienda che  ha speso tempo e soldi per darle vita. Spesso il NUOVO ha poco a che fare con l’identità aziendale, con il pubblico che ha fatto la fortuna di quell’azienda. E’ nuovo e tanto basta! Uno specchietto per le allodole. La magica novità non produce sempre gli agognati risultati sui fatturati. C’è da dire che questo effetto di abbagliamento, di ricerca compulsiva del nuovo design, del nuovo packaging, della nuova grafica, di una nuova idea è spesso appannaggio di aziende piccole e sprovvedute che accecate dal luccichio della novità si dimenticano di tenere ben saldo il timone sulla rotta prefissata  e segnata dalle stelle dei principi qualificanti della propria identità, dai suoi valori, dalle parole chiave che le danno significato. Non è facile definire l’ambito in cui sciogliere le briglie alla fantasia perchè il risultato alla fine esalti e valorizzi il proprio marchio. Meglio farsi aiutare da chi è abituato a gestire la propria creatività verso obiettivi precisi. Non sempre NUOVO è bello e utile.

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T–shirt personalizzate

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T–shirt personalizzate da YR Store in Boxpark il grande centro commerciale di Londra dove è possibile acquistare e disegnare la propria t–shirt stampando le immagini che più ci piacciono, creandole lì direttamente sui grandi schermi touch screen con applicazioni di grafica a disposizione nel negozio, oppure elaborando con calma le immagini da casa per poi portarsele in negozio con una chiavetta USB o via e–mail. Le nostre immagini verranno stampate in pochi minuti su magliette di qualità che ci porteremo a casa con sole 20 sterline.
Un gioco da ragazzi per t–shirt personalizzate con stampe di qualità.
Ancora una volta è il caso di riflettere su come la tecnologia digitale ci stia permettendo sempre più facilmente di creare nuovi oggetti (stampanti 3d) o di personalizzarne di esistenti (stampanti a sublimazione) in quantità molto limitate a costi più che ragionevoli, impensabili fino a qualche tempo fa quando per abbattere i costi di avviamento ed avere prezzi unitari decenti era necessario prevedere la produzione di grandi quantità di oggetti uguali. Ora invece sono diventati concreti i concetti di personalizzazione e le piccolissime campionature a basso costo.
Queste sono le nuove frontiere della creatività e dell’arte. 

 

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Quando il design sorprende


trasformisti_oggetti-che-si-trasformano_634Da sempre il design sorprende con la polifunzionalità.
Gli oggetti capaci di trasformarsi in qualcos’altro o che offrono diverse possibilità d’uso emanano una forte attrattiva verso il pubblico. Inoltre proprio grazie alla loro versatilità permettono alle aziende che li hanno creati di comunicare efficacemente. Il divano–letto con meccanismi magici, la scala che all’occorrenza diventa libreria, tavoli che si allungano, si allargano e cambiano geometria, lo straccetto che da gonna diventa giacca, la collana che si trasforma in bracciale e l’anello che diventa orecchino. Dietro tutti i “trasformisti” c’è un ufficio creativo, ci sono designer con un obiettivo preciso: sorprendere! Quando una persona ci  sorprende non la dimentichiamo, qualche volta ce ne innamoriamo, spesso ne rimaniamo affascinati. Così per gli oggetti e per le aziende che questi rappresentano.
Ma attenzione non è facile. Quando si vuole sorprendere con un colpo di teatro il grosso rischio che si corre è quello di risultare ridicoli o, quando va meglio, di lasciare perplesso il nostro pubblico. Per evitare di far la figura del cioccolatino è fondamentale seguire due regole essenziali: semplicità e funzionalità.
La trasformazione deve avvenire come per magia, in un amen! Non ci devono essere istruzioni complicate da seguire, dovrà sembrare tutto facile e divertente come un gioco. L’oggetto che ha una sua funzione precisa, una volta trasformato magicamente, dovrà soddisfare con la stessa precisa funzionalità ad un’altra necessità. Non dovremo trovarci davanti a qualcosa che sì… forse… dai… è vero… ci assomiglia!
Dovrà far sorridere e pensare, che bello!
Accidenti era così facile, perché non l’ho inventato io! Allora il design sorprende!

Nell’immagine: elaborazione grafica della collana “trasformista” di NANIS

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Raccontare storie per vendere sogni…

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Tutte le aziende hanno la necessità di descrivere la loro attività, di raccontare quello che fanno, di promuovere i loro prodotti. Nel tempo del web 2.0 la scrittura è diventata uno strumento ancora più importante. Ma raccontare una storia per vendere un prodotto significa trasformare il prodotto nel protagonista della storia. Il più grande spot pubblicitario a cui abbia assistito è stato il film del 2001 Cast Away di R. Zemeckis con Tom Hanks. La storia racconta di un dipendente di Fed-ex disperso su di un’isola deserta dopo la caduta dell’aereo della compagnia di spedizioni su cui viaggiava. All’inizio è il rapporto totalizzante tra il dirigente e la sua azienda. Quanto è grande, bella e buona Fed-Ex, com’è efficiente Fed-Ex. Poi l’aereo precipita e lui, l’unico superstite, raccoglie tutti i pacchi Fed-Ex che il mare restituisce. Tra questi tutti ricorderanno, spot nello spot, il mitico pallone della Wilson, che una volta macchiato con l’impronta insanguinata del palmo della mano si trasformerà nell’unico amico sull’isola deserta, il Signor Wilson appunto. Così mentre per due anni Tom Hanks culla la speranza del ritorno alla vita civile su tutto giganteggia l’aura invisibile di Fed-Ex e il pacco con il logo dalle ali dorate come ancora di salvezza. Sull’aereo durante il sospirato ritorno altro spot nello spot a favore della gazzosa Dr Pepper buttata lì per vedere chi la ricordava come bevanda preferita da Forrest Gump (il personaggio da Oscar di Tom Hanks).

Ecco qua! Niente di meglio di una bella storia per raccontare un prodotto. Un orologio, una pietra preziosa, una località turistica, una bibita analcolica, una marca di aerei o di automobili… Chi non ricorda l’alfa rossa spider, star de “Il laureato” con Dustin Hoffman del ’67, e la vespa di “Vacanze Romane” di W. Wyler del ‘53 con Audrey Hepburn. Il cinema è sempre stato il mezzo per comunicare il prodotto importante, meglio se di lusso. Bulgari cresce e diventa “BULGARI” grazie anche a Cinecittà, alla dolce vita e… al David di Donatello, inteso come premio cinematografico.
Il cinema dunque, ma non solo, c’è una grande richiesta di scrittura creativa, di racconti, storie, romanzi che facciano rivivere le emozioni contenute nel rombo di un motore, in un gioiello, in una grande casa di moda, ”Il diavolo veste Prada” prima di diventare il film che tanti hanno visto è stato un romanzo scritto da Lauren Weisberger. Ovviamente non sto parlando di fare grande cinema, di fare letteratura ma di far conoscere un prodotto, di farlo desiderare, di renderlo “simpatico”, fare marketing narrativo e vendere.
Le aziende però, specialmente quelle più piccole, ­­­sono spesso frenate di fronte alla prospettiva di romanzare un pezzettino della loro attività. C’è bisogno di una personalità forte e di strumenti affilati per esibirsi o far esibire la propria azienda al di fuori dell’agone classico del mercato, sul terreno molto più scivoloso della narrazione di fantasia.

Chi volesse approfondire:
MARKETING NARRATIVO
Usare lo storytelling nel marketing contemporaneo.
A. Fontana, J. Sassoon, R. Soranzo
Ed. Franco Angeli­­

 

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Robert Mapplethorpe, 
Ken Moody
1983

Fotografia tra arte passione e gioco.

C’è stato un periodo quando avevo 16, 17 anni in cui la fotografia era quasi tutto. Pellicola medio formato 6×6 o 6×9, tassativamente bianco e nero, bagno trasformato in camera oscura, pellicole e foto stese ad asciugare come biancheria fresca di bucato. Si sperimentavano i trucchi dei fotografi famosi, il flou che allora dilagava grazie a David Hamilton e ancor di più alle sue fanciulle in fiore… poi mi ero vergognato di un giochetto così commercialmente abusato e avevo trovato nei bianchi e neri perfetti di Mapplethorpe una nuova ispirazione e il riscatto creativo. Sognavo di possedere una irraggiungibile Hasselblad e di fotografare Lysa Lion.
Oggi che la fotografia, le immagini, sono un pezzo importante del mio lavoro ho un miliardo di certezze in meno e più voglia di sperimentare di allora. Ammiro tanti artisti ma nessuno mi affascina più come accadeva a metà degli anni settanta. Apprezzo la qualità infinita del grande formato ma trovo divertente e infinitamente creativa la possibilità di usare la macchina fotografica dello smartphone in qualsiasi momento, per un appunto, per raccontare una cosa su facebook o twitter, per raccogliere un’immagine, una luce che non rivedrò più. Trovo idiota la demonizzazione, da parte di tanti fighetti, della moltiplicazione popolare delle possibilità espressive. Spero si diffondano presto insieme alle sempre maggiori possibilità creative anche una maggiore cultura artistica e una nuova coscienza estetica per cambiare questo cesso di mondo!

Nell’immagine sopra – Robert Mapplethorpe, Ken Moody, 1983

www.mapplethorpe.org

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Il design del riuso in mostra a Padova

Nel weekend appena trascorso si è conclusa a Padova la mostra SCRAPOUT: UPCYCLING EXPO. Un’esposizione collettiva di opere di designer, artisti e artigiani provenienti da tutta Italia, collocate nell’ex macello in via Cornaro e patrocinata dall’associazione “La Mente Comune”. Devo confessare d’essere stato attratto più dall’edificio che non avevo mai visto che dalle opere pur interessanti ed esposte in modo ordinato e piacevole. Forse mi resta la vaga delusione di aver percepito una presenza forte della mano di artigiani e artisti bravissimi piuttosto che progetti di designer capaci di stimolare al riuso e al recupero il mondo imprenditoriale. Una percezione personale, nulla più, dettata dalla mia necessità di trasferire design, creatività, innovazione e spirito sociale dagli spazi chiusi delle mostre a quelli più ampi ma anche più duri della produzione industriale e del mercato. SCRAPOUT: UPCYCLING EXPO resta un importante momento di confronto sulle tematiche del riuso, un bel progetto che immagino saprà crescere nelle prossime edizioni.
lamentecomune.it
progettoscrap.it
padova/ex-macello

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Sesso e packaging

Il packaging svolge un ruolo centrale nella comunicazione di qualsiasi prodotto. Certe volte la confezione comunica più di tutte le parole possibili. Anche quando il linguaggio più diretto potrebbe diventare scabroso, quando è il sesso l’argomento centrale. Qui davvero non sono servite le parole, è bastato infrangere lo standard del confezionamento delle capsule nei blister e il messaggio è diventato lampante! Grandissimo insegnamento: quando si lavora all’interno di standard precostituiti, quando “…si è sempre fatto così!”, proprio quando sembra impossibile inventare qualcosa di nuovo a volte basta rompere quello schema per rendere lampante il messaggio, l’innovazione… per dare visibilità a un’idea, a un prodotto. Semplice e geniale!
Peccato che l’idea sia servita solo per una confezione pubblicitaria ideata dall’agenzia Ogilvy & Mather di Praga.