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SCEGLIERE

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Ero lì che non sapevo che pesci prendere, la scelta non era semplice e le opzioni si erano ridotte all’osso. Prendevo un materiale e spendevo una cifra o sceglievo l’altro con mille dubbi sulla reale resa in fase di lavorazione.

Una situazione che si ripete continuamente a fare il creativo di professione.

Sia che tocchi scegliere la carta per il nuovo depliant di un’azienda particolarmente sensibile ai temi della dell’ecologia, sia che si debba trovare il materiale giusto per il pavimento di uno stand fieristico o di un negozio.

Scegliere!  

Farlo velocemente tenendo conto di tutto.
Scegliere il template più adatto per quell’azienda che vuole realizzare il nuovo sito internet su WordPress. Scegliere il tavolo e le sedute più corrette per arredare la sala riunioni, le poltroncine della sala conferenze o della sala d’attesa.

Scegliere la luce giusta!
Prendere le lampade più adatte a ciò che si vuole illuminare e allo spazio che si vuole occupare.

Scegliere l’impostazione grafica che esprima meglio il messaggio che si vuole comunicare.
Le immagini, le parole,  i font, i grassetti e i corsivi, scegliere i colori e l’impaginazione.

Scegliere l’incipit di una storia, il ritmo di un video, il tono di una voce, lo sguardo di una modella, scegliere la musica che commenta le immagini o scegliere il silenzio.

Trovare il posto perfetto per scattare una foto o adattarsi alla solita location.

Usare  un materiale della tradizione o un composto mai visto prima? Innovare a tutti i costi o calibrare l’effetto per rassicurare?

Calibrare il disegno di una curva, disegnare la forma di un oggetto rispondendo alle esigenze ergonomiche, estetiche, economiche…

Ecco!
Scegliere in fretta il meglio tra tutto ciò che è possibile.

Serve esperienza e umiltà, averne provate tante e sapersi fidare di chi magari quella cosa la fa da sempre. Serve coraggio e intuizione per rischiare e innovare.

Bisogna scegliere!

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IMPERFEZIONI PLASTICHE

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Il fascino dell’imperfezione non è per tutti i materiali, c’è materia e materia.
Diamo per scontato che siano i materiali naturali come i legni, le pietre, i metalli e i tessuti a mostrare il loro lato più vitale nelle imperfezioni.
Certo i nodi del legno, le sue fessurazioni, le scalfiture e i cambi di colore dovuti all’uso e al tempo lo rendono ancora più piacevole e vivo. Un oggetto di legno racconta la sua storia e ha i segni dell’uso che se ne è fatto. Molto spesso è molto più bello vecchio che nuovo.
Le pietre sono migliaia di anni che raccontano la nostra voglia di bellezza. Sculture, cattedrali, gioielli col tempo e con l’uso diventano vivi. Portano i nostri segni addosso e noi possiamo andare a cercare il ricordo di chi siamo stati nelle crepe, nelle scheggiature, nelle superfici consumate.
Vi sono invece materiali di sintesi verso i quali spesso non sappiamo come porci, non sappiamo che valore dare ai segni e alle imperfezioni dovute alle lavorazioni, all’usura, al trascorrere del tempo.

Le plastiche sono ovviamente al centro di questa riflessione.
Per plastica intendo un mare di materiali anche molto diversi tra loro che gli esperti preferiscono catalogare come materiali polimerici.
Se ne avete voglia fatevi una gugglata e vi si aprirà un mondo!
A me interessa quanto siamo disposti ad accettare i segni dell’usura delle materie plastiche, le imperfezioni della loro costruzione.

Partiamo dal fatto che un prodotto realizzato, poniamo caso, con un processo di stampa rotazionale del polietilene, necessita spesso di una finitura artigianale per mostrare superfici “perfette”.
Quindi non è possibile raccogliere  tutti gli oggetti o gli arredi realizzati in plastica sotto lo stesso tetto.
Ci sono grandi idee realizzate su splendidi progetti, con grande cura e altre invece di nessun valore e davvero dozzinali.

Chiaramente soltanto le prime meritano di star qui a discutere delle loro imperfezioni…
Spesso sono oggetti così solidi che dureranno in eterno, di sicuro più di noi… e già questo ce li fa amare e odiare allo stesso tempo.
Sta passando adesso la prima generazione che lascerà in eredità a figli e nipoti poltroncine in polietilene e contenitori in ABS, di cui sono fatti per esempio i mattoncini Lego.
Credo che anche gli oggetti in plastica possano raccontare storie di traslochi e cambi di destinazione d’uso con i segni lasciati dal tempo e dall’incuria.

Non è possibile pensare che oggetti che fanno parte della nostra cultura, magari progettati da designer di fama internazionale come Joe Colombo, Achille Castiglioni o Gae Aulenti, siano da buttare via perchè macchie, abrasioni e striature ne hanno cambiato l’aspetto.
Vorrei capire, al di là del modernariato, oltre il valore storico di questi oggetti, che emozioni sono ancora in grado di suscitare i vecchi oggetti in plastica che abbiamo in casa.
Saremo tra i primi ad avere consapevolezza di questa mutazione generazionale.

Solo recentemente abbiamo tolto alla plastica il marchio infamante di simbolo del consumismo per scoprire la sua vocazione ecologica.
Ieri era uno dei materiali più inquinanti e oggi invece salva le foreste sostituendo il legno in molti usi.
Evviva la plastica!

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COM’È BELLO ESAGERARE

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Poco meno di un anno fa parlavo di ESAGERARE come tecnica creativa.
Secondo me uno dei modi più proficui di  risultati interessanti nell’affrontare qualsiasi tipo di progetto creativo, sia d’architettura che di productdesign, grafica, packaging… e tutto quello che vi viene in mente.

A esagerare dicevo… non si sbaglia mai!

Ho provato a googlare –  ESAGERARE FA BENE –  e il risultato è stato:
Mai esagerare… Guai a esagerare… Non bisogna esagerare… Attenzione a non esagerare… Tutto fa bene senza esagerare… Basta non esagerare… Va bene, ma non esagerare…

Una litania universale e unidirezionale a favore dell’equilibrio e della misura.

Ok! Per gran parte delle affermazioni sono d’accordo. Pensate che mi sono ridotto ad accettare perfino che la corsa fa bene… ma senza esagerare. Cosa che qualche anno fa avrei attribuito di certo solo a qualche medico fumatore e panzone indivanato!
Tutta colpa dell’età che avanza… ma non intacca certo la mia creatività!

Infatti voglio produrvi un’altra lista di ESAGERAZIONI per arricchire gli spunti forse troppo poetici dell’anno scorso.

–  Una pagina del catalogo, formato A3, tutta bianca con solo una piccola foto 6×6 e una lunga didascalia dal formato tutto da inventare.

–  Un depliant completamente rosso, stampato in rosso, con foto rosse.
Quante tonalità ha il rosso?! (Ma un’eccezione la facciamo!)

–  Un Negozio metà completamente nero… e l’altra metà completamente rosa… (ma poteva essere: pervinca, lilla, salvia, limone… d’oro).

–  Un’esposizione lunghissima dai percorsi labirintici e strettissimi che tocca chiedere permesso per passare anche se siamo solo in due.

–  Un sito internet fatto di segni quasi nascosti e immagini e testi bellissimi quasi impossibili da trovare.
Alla faccia di tutta la SEO del mondo. (che poi ci facciamo trovare lo stesso eh!)

–  Un ambiente grandissimo e bassissimo… e un soffitto pieno di fori da infilarci la testa.

–  Un packaging molle! Completamente viscido e molle. Magari col nostro gioiello immerso in un gel profumato.

–  Una lampada enorme e quasi invisibile da spenta.

–  Una Newsletter  bellissima e illeggibile ma… piena zeppa di call to action!

Pensiamo a come potremmo cambiare un prodotto, una presentazione, un sistema espositivo, un packaging… esagerando in qualcosa.
Come sempre, esagerare comporta capacità di rinuncia, ci vuole coerenza e rigore.

Visto che si parlava di call to action, ve ne chiedo una piccola piccola di azione.
Se vi piace, e solo in quel caso… mettetemi un MI PIACE sulla pagina Facebook.

 

 

Un anno fa avevo scritto  IDEE ESAGERATE

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FIERE DELLE VANITÁ

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Periodo di esposizioni e fiere che si accavallano.
Appena finita Vicenza Oro Fall  perfettamente sovrapposta alla parigina Maison-Objet e siamo già al Mipel e all’HOMI a girare come trottole.
Percorrendo i corridoi dell’esposizione vicentina all’improvviso  mi sono sentito travolgere da un’ondata violenta di vuoto, di assenza, di inutilità.
Per carità! Bellissima fiera! Stand fascinosi… materiali pregiati, grandi dimensioni…
Nessuna novità interessante, nessuna sorpresa, niente da comunicare.

Ma non può essere!
Non è possibile che grandi aziende e piccoli artigiani siano accomunati da così poca voglia di innovare. Gli stand a VicenzaOro erano tutti dominati, come sempre, dallo stesso pensiero: “più grande, più lucido, più glamour…”
E quando lo stand finalmente è grandissimo e lucidissimo ci si guarda soddisfatti l’un l’altro misurando le differenze in millimetri e laccature.
Quanto costa essere tutti più o meno uguali?

Certo ci sono le differenze eh! Non è che sono orbo! Ma sciocchezze… dimensioni, forme, curve, materiali, colori… tutto usato con lo stesso scopo, cercare di mostrarsi belli, ricchi, importanti, lussuosi… almeno un po’, nel piccolo e nel grande la stessa cosa.
Nessuno che scelga strade diverse, originali, che mostri personalità, idee, invenzioni.
Così per l’esposizione come per le collezioni.
Nei corridoi inevitabilmente si respira un’aria stantia.
Fiere delle vanità o delle intenzioni vane, perché ad usare tutti lo stesso linguaggio difficile far sentire l’unicità della propria voce.
Eppure sarebbero infinite le possibilità di affermare l’identità della propria azienda. Dargli spessore, immagine, importanza, forza. Basterebbe un’idea e poi magari prendere un sentiero meno affollato, magari meno costoso, più creativo e divertente.
E non vale solo per VIORO e la gioielleria, ma per l’arredo, la casa, il food…  in ogni settore si cammina come in processione tutti vestiti a festa… e non si sa bene perché!

Leggi anche: “Uno Stand fantastico a VicenzaOro”

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STRATEGIE OBLIQUE E PENSIERO LATERALE

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Delle “Obliques Strategies”–  strategie oblique di Brian Eno e Peter Schmidt ho già parlato tante volte ma una in più credo non guasti.

Se stiamo pensando ad un progetto, mentre cerchiamo di realizzare un’idea, o stiamo esprimendo la nostra creatività in un campo qualsiasi, capitano momenti in cui ognuno di noi non sa più che pesci prendere.A volte non solo non abbiamo risposte, ma qualche volta non riusciamo nemmeno a formulare le domande, oppure sono domande così banali da meritare solo risposte ovvie.

In questi momenti è fondamentale cambiare completamente lo scenario, uscire dalle logiche e dalle regole preconfezionate che sono sì belle comode ma finiscono per portarci sempre ai soliti risultati.

Facile a dirsi, più complicato a farsi.

In un momento così  possono venirci in soccorso  le “strategie oblique” di Eno e Schmidt per sturare la nostra mente intasata.

Per farsi un’idea di cosa sono date un’occhiata qui e se vi piacciono compratele.
Sentite bene, non si tratta di prenderle alla lettera, ma di lasciarsi ispirare…
Intanto prendo qualche carta a caso… e speriamo bene!

Ecco:

1 – Abbiamo bisogno di buchi?
I buchi si possono mettere dappertutto, si può bucare un oggetto, lasciare uno spazio, chiedersi se sono proprio necessari quelli che abbiamo fatto col trapano o… con l’immaginazione…

2 – Scopri le tue formule e abbandonale.
Basta con il solito formato quadrato! Landscape, landscape, landscape…

3 – Osserva l’ordine in cui fai le cose.
Cominciamo col scegliere un materiale mai usato prima…

4 – Sii stravagante.
Accidenti! Pensavo già di esserlo fin troppo!
Ok! In copertina metterò un pesce verde… qualunque sia il tema.

5 – Onora il tuo errore come un’intenzione nascosta.
Se il post non vi piace sappiate che lo stavo cancellando… ma poi ho letto questa!

6 – Pensa alla radio.
La radio? La scatola con la musica, le interferenze, i canali, la libertà di cambiare, di spegnere…

7 – Il principio della contraddizione.
L’elogio della semplicità scritto con caratteri Scratchy

8 – Usa persone “non qualificate”.
Le foto del mio prossimo profilo le faccio scattare a mio figlio di 6 anni.

9 – Cosa farebbe il tuo amico più caro?
Urca! Pignolo com’è per prima cosa cercherebbe un righello o un dizionario.

10 – Sei un ingegnere.
No! Impossibile… passo alla carta successiva!

11 – Accentua i difetti.
Questo post è troppo lungo… vabbè…   toccherà sorbirvelo ancora.
Le gambe di quel letto mi sembrano troppo corte? Le tolgo del tutto.

12 – Lavora ad una velocità diversa.
Provo a dilatare i tempi… oppure vado a scrivere sul Frecciarossa.

13 – Domanda al tuo corpo.
Ergonomia, ergonomia… ma anche sensualità, forza, morbidezza.
Se disegnate un tavolo mi raccomando, l’altezza è sempre 72 cm eh!

14 – Rendi ciò che è perfetto più umano.
La perfezione è il peggior difetto che esista perciò il tavolo di prima lasciamolo a 72 cm che va benissimo ma rendiamo ancora più irregolare la sua superficie e che nessuno dei suoi quattro lati sia uguale all’altro.
Ah! Se trovate errori in giro… era per rendere questo testo più umano!

15 – Non cambiare nulla e continua con compattezza immacolata.
Qualsiasi sia il lavoro andiamo avanti a testa bassa!
Oppure rendiamo tutto compatto e bianco.
Oppure ancora, guardiamo al nostro lavoro con sguardo ingenuo.

16 – Ascolta la voce quieta.
Tiriamo fuori il nostro lato contemplativo, smussiamo i toni…

17 – Usa una vecchia idea.
Qualcosa di simile l’abbiamo già fatto di sicuro.
Come me ora che scrivo ancora di strategie oblique!

18 – Cosa aumentare? Cosa ridurre?
Aumentiamo le quantità e riduciamo i costi… troppo ovvio!
Riduciamo le superfici e aumentiamo gli spessori.
Aumentiamo la dimensione del font e riduciamo il testo.
Riduciamo la curvatura e aumentiamo la trasparenza.

19 – Ci sono sezioni? Considera transizioni.
Il nostro lavoro è diviso in più parti? Layer, capitoli, paragrafi, partiture, materiali, componenti…
Proviamo tutte le relazioni possibili: interruzioni brusche, sfumature, dissolvenze, flashback, incastri, contaminazioni…

20 – Solo un elemento per ogni tipo.
Ogni riga un carattere diverso?
Ogni finestra una forma diversa.
Le gambe del solito tavolo alto 72, una barocca, una liberty, una country e l’altra blu.
Depliant fatto di pagine con carte diverse, formati diversi, grafiche diverse, e…

Non so se sono stato fortunato estraendo queste carte. Nelle altre 88 Strategie Oblique (nell’edizione del 2013 sono 106 + 2 di istruzioni) forse era nascosta qualche ispirazione più utile… chissà!

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MANAGER E DESIGNER – la guerra infinita

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Nelle aziende orientate a produzioni di design, o dove si instauri una relazione  tra manager e designer, specie se questi ultimi sono consulenti esterni, si ha la percezione di uno scontro, di una sorta di guerra tra figure contrapposte.

Perché succede?

Una buona ragione è che quasi sempre non ci vediamo per quello che siamo ma attraverso il filtro di stereotipi. Incaselliamo tutto per semplificarci la vita e giudicare velocemente così da prepararci a quello che ci aspetta.

Allora il designer per il manager  è un personaggio creativo, giocherellone, irrazionale, scostante, carente di senso pratico che guarda solo a raggiungere risultati estetici spesso stravaganti. Dall’altra parte quelli come me, designer e creativi in genere, confessiamocelo una buona volta, quando incontrano direttori commerciali, direttori marketing e simili fanno vestire agli interlocutori i panni di aridi calcolatori ultrarazionali, insensibili e cinici, incapaci di distinguere la curva da una retta.

Ovvio che si rischia l’incomunicabilità, lo scontro frontale e la paralisi.

La figura del direttore artistico spesso mira proprio a mettere in relazione mondi così lontani facendo da mediatore e da interprete di linguaggi distanti.

Le aziende di fronte a questo possibile impasse si dividono in due tipi. Quelle che rischiano e quelle che invece no! Neanche morte!

Alle aziende che rischiano piace mettere insieme figure anche molto diverse tra loro per carattere, formazione culturale ed esperienze ottenendone in cambio lo sviluppo di prodotti  innovativi e leadership nel proprio segmento di mercato a fronte della fatica di una mediazione continua e del rischio di allungare i tempi decisionali.

Le aziende che non vogliono rischiare blocchi decisionali mirano a circondarsi di collaboratori con formazione e  caratteri simili rinunciando a quel surplus di creatività che regala la diversità. Così se ne stanno tranquille e decidono in fretta quello che avevano già deciso anche l’anno prima.

A dir la verità il mondo non è così  mal assortito!
Nel mio confrontarmi quotidiano con le piccole e medie aziende venete ho scoperto che spesso qualche direttore commerciale è più creativo di due designer messi insieme e che viene apprezzata tanto la mia capacità di affrontare problemi  tecnico–economici quanto la mia piccola vena di follia.
Alla fine il bello del gioco è andare oltre gli stereotipi, imparare a conoscersi, apprezzare le differenze e senza perdere tempo darsi quello necessario a far nascere qualcosa di buono.

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LA BELLEZZA DELL’IMPERFEZIONE

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Mai come in questi anni l’imperfezione è stata assunta come parametro di bellezza.
Certo possiamo ancora riferirci al termine imperfezione con la sua accezione  più banale di difetto, di scarsa qualità.
In questi nostri tempi invece “l’imperfezione” è diventata sinonimo di fattura manuale, di artigianalità, di materie naturali, di diversità… e quindi di grande qualità.
E’ l’imperfezione che aggiunge valore alle nostre realizzazioni con  i segni degli strumenti del lavoro, il disegno delle fibre, la texture delle superfici.
L’imperfezione distingue l’azione dell’uomo dal prodotto delle macchine.

Nell’artigianato questo è evidente, tanto che i manufatti artigianali mostrano orgogliosamente i segni che differenziano un pezzo dall’altro quasi fossero opere d’arte.
L’artigianato più raffinato mette in evidenza i difetti delle materie prime naturali, i segni caratteristici  di una qualità non riproducibile su larga scala.
Una bellezza per definizione fuori dagli schemi stantii della riproduzione meccanica, dell’omologazione, degli standard destinati a soddisfare il gusto appiattito delle masse .
Ecco allora legni grezzi , pellami segnati dalle cicatrici, pietre dalle inclusioni inaspettate, tessuti ritmati da trame irregolari, metalli che si vantano delle ossidazioni, ceramiche, argenti e vetri che portano impressa la sapienza delle mani.
Oggetti preziosi che il tempo e l’uso renderà ancora più belli ed eleganti.
Una nuova sensibilità alla bellezza della verità.

Una filosofia di vita che ci investe di una sensibilità nuova.
La capacità di apprezzare la luce degli occhi messi in risalto dall’ordito delle rughe e le forme imperfette di corpi con una storia unica.
Finalmente, uomini o donne, sappiamo sempre più apprezzarci per ciò che siamo fuggendo le sirene siliconate dell’eterna giovinezza, tanto più dopo aver incontrato le mostruosità che certe assurde voglie producono.

Perfino la fotografia ora sta in bilico tra il farsi vanto di tutte  le distorsioni possibili, pensiamo a tutti i filtri pacioccosi di Instagram, e la possibilità di immagini così perfette da dare proprio per questo il senso della massima imperfezione: il fotografo artigiano delle luci, della messa in scena e di Photoshop.

La fotografia ha perso la funzione seriosa di tramandarci ai posteri ed è diventata un giocattolo divertente dove fare le boccacce e il nostro block notes per appunti volanti. Della perfezione non ci interessa più nulla.

Immagini mosse e volutamente slavate o dai colori improbabili. Rigature, effetti strani, sfocature e vignettature…
Teniamo in mano tutto il giorno il nostro telefonino ipertecnologico, il tablet e a poco a poco stiamo sostituendo i libri con i nostri ebook reader effetto inchiostro ma poi cerchiamo l’odore della carta ingiallita, il segno morbido della matita che appunta i pensieri a bordo pagina.

Inutile cercare giustificazioni, i nostri sensi persi nel deserto della perfezione delle macchine ci chiedono superfici vissute da toccare, immagini dense di segni da guardare, suoni rauchi carichi di emozioni da sentire, cibi dai sapori ogni volta nuovi che sappiano della terra da cui sono venuti.
I segni spesso impercettibili dell’imperfezione rendono la nostra esperienza quotidiana assolutamente personale.
L’imperfezione è bellezza!

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PENSIERI IMPURI INTORNO AL DESIGN di UNO SPREMIAGRUMI

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Pensavo al design… a quando si disegna un oggetto…
Al product design…Così in generale…
Pensieri strani… pieni di contaminazioni… e mi è venuto in mente Juicy Salif, lo spremiagrumi disegnato da Philippe Stark per Alessi 25 anni fa.
Non c’entra il battage pubblicitario di questo venticinquennale, nè il nome stucchevolmente famoso del designer francese, nè la fama dell’oggetto e della marca.
Mi piace questa scultura che qualcuno si ostina a pensare utile. L’ho amata da quando è comparsa sulle riviste e nei negozi senza che se ne capisse bene l’utilità.
Un mostriciattolo perfetto da far proliferare in film di fantascienza sanguinolenti.
Ma perché ha avuto così tanto successo?
Proviamo a carpirne il segreto.
È semplice!
Elementare, compatto, lucido, un solo materiale. Anche per il Juicy vale l’aneddoto poco originale che sia nato da uno scarabocchio su un tovagliolo di carta al ristorante.
Non ha bisogno di istruzioni.
È bastato fotografarlo con mezzo limone in testa e si è capito tutto.
È facile da pulire.
Basta infilarlo sotto al rubinetto!
É innovativo.
Chi l’aveva mai visto uno spremiagrumi così?
È ergonomico e in larga misura accessibile a tutti.
È divertente!
Sembra un giocattolo spaziale!
È sexi.
La sua forma fallica sorretta da quelle zampe da insetto alieno me lo fanno accostare al rompighiaccio di Basic Instinct anche se quello era solo uno spillone.
È bello.
Dite la verità! In quanti l’avete comprato pensando di usarlo?! Nel 99% dei casi fa da soprammobile, fermacarte, porta foto… e tanto altro!
Ecco! Per me lo Juicy Salif riassume in sé tante delle regole che fanno buon design.
É semplice, facile da usare e da pulire. È innovativo, si comunica e pubblicizza da solo. È ergonomico, divertente e… Soprattutto è bello! Così bello da farci dimenticare tutte le altre sue qualità!
Un esempio da copiare… Provando ad applicare il metodo Juicy ai nostri progetti.
Nel frattempo il mio… me l’hanno fregato!
Questo post di sicuro non è una marchetta… Ma fossi Alessi ci penserei!!!

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Ispirazione. Cos’è? Cosa c’entra con il design?

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Ispirazione roba strana. Da poeti ottocenteschi con la tisi.
Ma da dove viene la mia ispirazione?
Le cose che disegno, siano gioielli, sedie, bricchi d’argento o flaconi spray, vengono dalle mie mani e dalla pancia, qualche volta vengono dalla pioggia, dal fuoco e dal vento.
Se immagino una nuova seggiola, un tavolo, una lampada o una borsa insolita, l’odore dei materiali, la consistenza delle loro superfici, sia cuoio, ferro o legno, si mescolano con l’umore della giornata, il suono e le parole di una canzone, il riflesso di uno specchio, l’immagine di una donna… e poi negli oggetti che ho intorno, qualcuno perfetto, come un puntapanni di legno, una forbice, un rotolo di nastro adesivo…
Ma lo sapete quanti tipi di forbici esistono? Decine e decine di forme per compiere lo stesso gesto su materiali e in modi diversi.
Accorgersi che sarebbe possibile trasformare una forbice per farle tagliare in un modo diverso  un qualche nuovo materiale… è ispirazione.
Il mio è un lavoro che non ha pause, non finisce la sera alle otto, quell’immagine perfetta può presentarsi in qualunque momento.
Qualcuno la chiama ispirazione e ne ha un’idea strana. Quella di un personaggio perso con la testa tra le nuvole che aspetta la rivelazione… Cazzate!!!
Sì, qualche volta sembra avvenga così ma vi giuro che se non state almeno otto ore al giorno a disegnare, cercare, costruire, modellare, provare, scartabellare, discutere… inutile sperare, non vi apparirà nulla.
Bisogna accumulare, accumulare e accumulare informazioni, immagini, sensazioni e informazioni tecniche, sperimentare forme e gesti, scoprire e capire le forme delle cose che assomigliano all’idea dell’oggetto che vorremmo creare. Andare a guardare cosa hanno fatto quelli bravi, quei designer, quegli architetti che amiamo da sempre, gente che è stata capace di dare forma a dei mondi. Padri che ci sono capitati  addosso e altri che ci siamo scelti.
Per quel che mi riguarda, Carlo Scarpa, come ogni architetto veneto che si rispetti. Un mago della materia, delle forme, della poesia della natura, un artigiano colto. Rituale, ogni anno, la visita alla tomba Brion e alla sua. Poi Aldo Rossi, mio professore negli ultimi esami di composizione architettonica che mi hanno accompagnato alla laurea. Un padre scelto per il suo insegnamento rigoroso e la capacità di indicare le strade della trasgressione. Ho amato alla follia i suoi disegni, i suoi plastici, la sacralità del suo studio a Milano vicino alla torre Velasca. La caffettiera Conica resta il mio fermacarte preferito.
Ecco! Un grande a cui ho avuto la fortuna di stare vicino. Un Pritzker Prize (l’oscar dell’architettura) morto troppo presto, quando avrebbe potuto darci ancora così tanto.
Design ricerca e ispirazione per me sono fatti anche di questo, di gente che ha lasciato un segno, perché incontrata davvero o incontrata sui libri o nelle cose che hanno fatto.
Poi si cancella tutto e resta quel che resta, roba solo mia.
Un segno, un ricordo, la forza di uno scarabocchio, la lucentezza di una superficie, la trasgressione di un taglio, la banalità di una simmetria.
Piccoli segni e progetti che si accumulano e diventano la caratteristica di uno stile, il segno di una personalità.
Metto a disposizione tutto questo mondo a chi voglia fare ricerca e sviluppare idee. Decenni a cercare di capire cos’è bello e cos’è brutto, cosa funziona e cosa no, le cose che mi piacciono e quelle che non sopporto  e soprattutto perché. Un modo di mettermi ad ascoltare le necessità, i sogni, le ambizioni, i progetti, farli miei e sapere dove andare a far nascere l’ispirazione.
Alla fine, mescolando tutto, l’esperienza e la sensibilità di artigiani e imprenditori con le mia storia creativa, mettendo insieme la mia e la loro ispirazione, dopo un bel match di solito vengono fuori idee interessanti.
Cose che funzionano davvero.

Nell’immagine  –  anello Crumple – Paolo Marangon design for NANIS
(la sinuosità e la sensualità delle curve – l’archetipo femminile)

Guarda CRUMPLE RING

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STRATEGIE CREATIVE

 

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Vi ho già parlato qualche tempo fa delle strategie creative di Brian Eno, quelle che lui definì “oblique”.

Il grande musicista inglese padre della “musica ambient”  nel 1975 in collaborazione con l’artista Peter Schmidt  creò un mazzo di 113 carte su ciascuna delle quali aveva appuntato un’indicazione, un consiglio, una trovata, un’esclamazione… che interpretata a dovere sarebbe servita a togliere dall’impasse creativo, a fornire una nuova chiave di lettura.
Proviamo ad usarle se stiamo creando qualcosa o siamo alle prese con un progetto ingarbugliato oppure vogliamo solo divertirci a pensare ad una via di fuga, ad una strada mai presa…

Ecco 10 delle “Oblique Strategies” che mi hanno più solleticato:

Esamina attentamente i dettagli più imbarazzanti e amplificali.

Sottrai gli elementi in ordine di irrilevanza apparente.

Fa’ una lista esauriente di tutto ciò che potresti fare ed esegui l’ultima cosa che vi si trova.

Non lasciarti intimorire dalle cose solo perché sono facili a farsi.

Compi un’azione  improvvisa, distruttiva e imprevedibile.

Scopri le ricette di cui ti servi e abbandonale.

Valorizza uno spazio vergine collocandolo entro una cornice raffinata.

Osserva l’ordine in cui fai le cose.

Che errori hai commesso la volta scorsa ?

Definisci un territorio “sicuro” e servitene come un’ancora.

 

Fatti aiutare dal fato! Scrivi queste frasi su dei foglietti, piegali e scegline uno a caso.

Spero che qualcuna di queste strategie creative dall’aria misteriosa e un po’ criptica ti possa aiutare oggi.

Se vuoi acquistare lo splendido cofanetto con tutte le  “Oblique Strategies” ecco il link:

ObliqueStrategies

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DIECI REGALI DESIGN

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Dieci oggetti divertenti, ultranoti, davvero belli da regalare in qualsiasi occasione per farsi ricordare, se poi a qualcuno previdente viene in mente che fra tre mesi è natale!

ECCO DIECI REGALI DESIGN:

– LUCELLINO TISCH  – Ingo Maurer
Un filo esile, una normalissima lampadina e le alucce di un uccellino messe insieme dal guru delle lampade Ingo Maurer.

– JUICY – Philip Stark per Alessi
Lo spremiagrumi scultura che ha reso famoso l’archistar francese – un bellissimo oggetto.

– CUBO – Bruno Munari per Danese Milano
Un posacenere non sarà proprio corretto, bon ton, come regalo, ma Munari ha disegnato un cubo semplicissimo… soprattutto da pulire.

– CUBOLED – F. Bettonica e M. Melocchi per Cini&Nils
La lampada da comodino perfetta, si alza il coperchio si accende, si chiude, si spegne.

 TOLOMEO  Michele De Lucchi per  Artemide
Lampada da scrivania in alluminio molto tech.

– ANNA G. – A. Mendini per Alessi
Cavatappi  antropomorfo molto simpatico, dal fondatore di Menphis.

– LOVELY RITA – Ron Arad per Kartell
Libreria scultura capace di cambiare ogni ambiente.

–  SERVO MUTO – Achille Castiglioni per Zanotta
Tavolino, svuota tasche, comodino, tutto quello che si vuole, servo muto appunto!

– LAMPADINA – Achille Castiglioni per Flos
Una lampadina a incandescenza bella grande con satinata una papalina e cpme base la bobina di un 16 mm. Il cinema che illumina?!

– TOAST – Gae Aulenti per Trabo
Tostapane dalla forma allungata e dalla scritta inequivocabile!

–  THE END – Maurizio Cattelan e Pierpaolo Ferrari per Gufram
Per finire! Così come pensava di finire la propria attività GUFRAM… ma poi…

 

 

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10 IDEE PER ARREDARE

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10 idee per comporre lo spazio in cui ci muoviamo (per arredare casa, ufficio, negozio, show-room, stand, albergo, bar, ristorante…) senza ripetere continuamente la stessa orribile cosa.

Ideona uno – Andiamo da un professionista serio! No, ok, scherzavo… iniziamo davvero adesso…

1    Vietato appoggiare i mobili ai muri. Devono stare ben in mezzo alle stanze.

2    Ruotiamo ogni cosa evitando ogni possibile  ortogonalità.

3    Vietata ogni simmetria!

4    Decontestualizziamo! Parolaccia! La libreria va in cucina e il letto in soggiorno vicino al forno, se il bagno è grande potremmo metterci un tavolo per 12, tipo “La Grande Bouffe”. 

5    Coloriamo! Una stanza tutta rossa e una tutta nera. Una verde e l’altra blu. E quando ci gira mescoliamo tutto!

6    Usiamo una gran quantità di specchi, roba da sembrare al lunapark. Ma può essere la cosa più seria del mondo!

7    Illuminiamo in modo creativo, troppo e troppo poco. Finestre immense e feritoie da vedetta. Chiarori lattei e lame taglienti. Letti e tavoli bianchi dentro stanze buie squarciati da fendenti di sole. Specchi, acqua, riflessi in continuo movimento. Schermi tv b/n abbandonati per caso in corridoio.

8    Decontestualizziamo di nuovo! Rubiamo panchine semidustrutte e iper-graffite dai giardini pubblici e mettiamole nella nostra sala d’attesa da avvocati penalisti. Asfaltiamo lo studio! Tiriamo righe bianche che ci aiutino ad attraversare il soggiorno. Freghiamoci una fontanella di ghisa finto ‘800 della Neri da infilare in un angolo della cucina hi-tec.

9    Compriamo 100 o 200 tavolini LACK da 5 euro All’IKEA. Dieci o venti per ogni colore e componiamo tutto quello che ci viene, scaffalature immense, tavoli, sedute, letti, banconi, trincee, passerelle, espositori, lampade…

10   Seguiamo pari pari i consigli dell’architetto pubblicati su BravaCasa di ottobre 1962 o di aprile ’84. bisogna cercare i pezzi originali e fare una stanza anni ’30 e una tutte plastiche, l’altra marmi e legni, una decò e l’altra post-modern, un’altra…

Ovviamente è necessario seguire le 10 idee alla lettera perché funzionino. Meglio se tutte assieme.

In caso di contrarietà o dubbi chiamare per una consulenza gratuita.

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QR-CODE serve o non serve?

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Il QR-CODE non serve a un fico secco!
Dirà qualcuno dopo aver armeggiato per dieci minuti buoni con il suo sofisticatissimo smartphone per visitare alla fine una stupidissima home page in cui magari al centro campeggia un irritante COMING SOON.
Una figata irrinunciabile!
Dirà quell’altro che in un nanosecondo si ritrova sul tablet le istruzioni per richiudere la tendina da campeggio che aveva aperto con un lancio e voilà! Il QR-CODE è quel francobollo quadrato stampato su pagine pubblicitarie, imballi, depliant,  tazze da the, e chi più ne ha più ne metta, che attraverso applicazioni gratuite per telefonini e tablet può essere letto svelando contenuti più o meno interessanti. Un QR-CODE stampato sulla base di una scultura in un museo o in una piazza può sostituire una guida esperta. Sul biglietto da visita ci consentirà di acquisire tutte le informazioni con un clic. Il QR-CODE può essere utilissimo, un concentrato di informazioni, o stupidissimo, il niente esibito in veste hi-tec! La differenza la fa il contenuto, la collocazione, l’opportunità e il gusto di sorprendere.  

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Ettore Sottsass, la creatività

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In fiera a Milano all’HOMI non ho saputo resistere dal rubare quest’immagine di Ettore Sottsass. Un ricordo del grande architetto milanese e al tempo stesso una citazione che racchiude un mondo di cui in tanti, in modi diversi, facciamo parte. Lo spazio della creatività che si moltiplica, si specchia e rimando ad altro. Dallo scarabocchio che fissa l’idea di un’orecchino al disegno di un  tavolo, all’allestimento di uno spazio espositivo, fino alle poche righe di un racconto, alla scelta di una luce strana per uno scatto fotografico. E’ grazie all’esempio di creativi dallo spessore immenso  e  dalla poliedrica forza espressiva come quella di Ettore Sottsass che tanti come me provano tutti i giorni ad inventare ancora qualcosa.

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Al tempo della modernità liquida.

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Cosa sono il lavoro, la creatività e la comunicazione nel tempo della modernità liquida?
Cambia tutto! La famiglia, l’azienda, la scuola, il tempo libero, la politica, la religione e tutto il resto si trasformano così velocemente che non siamo più in grado di capire  chi siamo e dove stiamo andando.
Non ci sono più abitudini consolidate e non ci parliamo più anche se ci diamo un sacco di mi piace su fb.
Viviamo due vite, una fisica e una virtuale. Vite che si sovrappongono, si dilatano e si staccano.
Niente ha più una forma precisa. Come l’acqua adattiamo la nostra presunta modernità a contenitori che cambiano forma in ogni momento. Brutto, bello, buono, cattivo, giusto, sbagliato sono concetti sempre più relativi.
In questa giostra priva di riferimenti chi si cimenta per lavoro con la produzione di oggetti, di parole e di immagini vive in un continuo stato di inadeguatezza.  La moda con il suo rincorrersi delle stagioni diventa il massimo della certezza. La felicità!
Tutto cambia e ogni cosa deve essere reinventata ogni giorno.
Plachiamo l’ansia che ci prende con surrogati di stabilità. Nuove mise, oggetti totem, tatuaggi, nuove religioni, diete, nuovi sport.
Le aziende più brave vendono felicità e ci assicurano che acquistando i loro prodotti avremo in cambio l’identità che desideriamo e la sicurezza aleatoria  che per una stagione potremo smettere di correre ad inseguire una nuova immagine di noi stessi.
Navigare la modernità liquida non è solo incertezza e corsa affannosa a ridefinire la nostra immagine. Creatività e comunicazione diventano stimolanti forme di espressione se accettiamo il rischio del cambiamento. Se facciamo nostra la diversità che diventa ricchezza e fuga dall’omologazione. Dobbiamo sperimentare il nuovo fino a rischiare d’apparire vecchi. Dobbiamo prenderci Il rischio di uscire dal web e incontrare le persone per strada. Cerchiamo di usare parole precise, dal significato chiaro. Non cediamo ad ogni piè sospinto alla spiritosaggine cretina, alla melensa  frasetta da cioccolatino che fa tanto “fans, friends and followers”.
Tutto si muove e dobbiamo reinventarci in fretta, ogni giorno, ma prima di affrontare il mare in tempesta leghiamoci saldi a qualche grosso tronco che galleggi sempre.  Manteniamo forti le nostre capacità critiche, cerchiamo una morale e diamoci qualche principio irrinunciabile.
Portiamoci qualcosa di vecchio in questo viaggio nella modernità liquida: un’emozione, qualche passione e un po’ di consapevolezza.

Queste righe prendono spunto dal saggio “Modernità liquida” di Zygmunt Bauman senza nessuna pretesa di riassumerlo visto che lì si parla quasi sempre d’altro.

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E’ morto Piero Busnelli uno dei padri del design italiano.

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Sabato scorso è morto Piero Busnelli il fondatore di B&B Italia.

Rendendogli omaggio come a uno dei massimi interpreti del design italiano ne approfitto per esprimere ancora una volta quant’è importante il ruolo dell’imprenditore nello sviluppo e nella ricerca intorno al prodotto di “design”.
Piero Busnelli dal divano “coronado” del ’66 realizzato con Afra e Tobia Scarpa al successivo “lombrico” con Marco Zanuso e “le bambole” con Mario Bellini nel ‘ 72, ha accolto nella sua azienda tanti dei più prestigiosi designer italiani  o che sarebbero poi diventati italiani d’adozione.  Al fianco di Antonio Citterio, Patricia Urquiola,  Zaha Hadid,  Gaetano Pesce, Paolo Piva e tanti altri Pietro Busnelli ha lasciato un segno forte nella storia dell’arredo d’autore.
E’ un’esperienza fantastica quando incontro un imprenditore che si prende un po’ di tempo per ascoltarmi e mi racconta le sue idee. Quando mi offre il suo spazio e il suo tempo e si entusiasma e si diverte a dar vita a qualcosa di nuovo.
Certo Piero Busnelli era unico, ne fa un bello schizzo Lina Sotis in queste poche righe sul Corriere di parecchi anni fa in un articolo dal titolo illuminante “Pierino, l’ ultimo della classe e’ diventato miliardario”.
Quanti Pierini qui intorno a me ci mettono una passione infinita a far crescere la loro azienda, e mi accolgono, e raccontano e ascoltano…
L’immagine è tratta dalla home page di B&B Italia.
www.bebitalia.com

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VIORO e HOMI due fiere sovrapposte

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Nel prossimo fine settimana si sovrapporranno a 200 km di distanza VIORO e HOMI  due importanti eventi fieristici internazionali. HOMI il nuovo Macef  che si rilancia e prova ad emulare il salone parigino di MAISON OBJECT e VIORO Winter il salone internazionale della gioielleria che a Vicenza inizia una nuova vita trasformandosi e cambiando pelle. Milano/Vicenza un’autostrada sempre affollata come la riviera d’agosto che prova ancora una volta a fare da colonna vertebrale alla più importante struttura produttiva italiana. Dispiace che due eventi solo apparentemente così distanti sovrappongano le loro date. Saremo costretti ad un tour de force ma non ci lasceremo sfuggire l’occasione di partecipare a due eventi così importanti come VIORO e HOMI, le due fiere di Milano e Vicenza . Non vedo l’ora di immergermi nel nuovo che avanza.  Sono certo saranno due bellissime occasioni di incontri.

homimilano.com/it

winter.vicenzaoro.com/it

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AUGURI ORIGINALI

AUGURIOvviamente per le festività volevo fare a  tutti tantissimi auguri.
Ovviamente, da buon creativo, volevo fare degli auguri originali.
Ovviamente tutte le idee più o meno “nuove” che mi sono venute in mente non mi sono piaciute. A quel punto mi sono chiesto se è proprio necessario uscire sempre dagli schemi. Mi sono risposto che sì è necessario se si vuole far arrivare il messaggio a destinazione. Bisogna uscire dagli schemi!
Ecco allora che vi faccio degli auguri originali!
Trasgredire non è poi così difficile. Basta fermarsi un attimo e pensare a quello che si sta facendo. Nel fare gli auguri, per esempio, trasgredire significa non dover essere spiritosi per forza, non dover inventare sistemi unici al mondo e soprattutto non accontentarsi di frasi fatte da parole ammuffite con il muschio del presepio dell’anno scorso. Tanti cari auguri! – Bum! – Un felice anno nuovo! – Bum! – Buon Natale e buon Capodanno! – Bum! – Uno splendido Natale e un felice Anno nuovo! – Bum! – Auguri di tante cose belle! – Bum! – Pace a tutti per Natale! –  Bum! – Tanti auguri a te e alla tua famiglia! – Bum! Bum! Bum!
Tutte belle parole s’intende, ma quante volte le abbiamo sentite, scorrono via senza lasciare nessuna traccia.
Per Natale vi auguro di non litigare per il parcheggio in centro e di riposarvi un po’, nient’altro. Per l’anno nuovo invece vi faccio un augurio impegnativo, lo faccio anche a me stesso, alla mia compagna e ai miei figli.
Mi piacerebbe che riuscissimo ad essere consapevoli di quello che facciamo, di quello che diciamo. Come per gli auguri, vorrei che la smettessimo di usare sempre le stesse parole che non vogliono dire niente. Facciamo quello che ci piace, quello che ci interessa davvero. Diventiamo consapevoli delle nostre scelte, del poco tempo che abbiamo.
Mi auguro di leggere dei bei libri, di vedere dei bei film, di scrivere, fotografare e dipingere tanto, di fare delle lunghe corse in montagna.
Vi auguro di fare quello a cui tenete veramente!
Voglio usare bene il mio tempo e auguro a tutti di fare altrettanto! Questi i miei auguri originali.
Ci  sentiamo nel 2014

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Una parola magica: NUOVO.

NUOVO_2NUOVO era una bellissima rivista di pubblicità stampata tra gli anni ’70’ e ’80. Giustamente l’editore aveva innalzato questa parola a totem, insegna di un intero settore. Nuovo è  un aggettivo che si appioppa a ogni oggetto di design e sicuramente una delle parole più usate nel marketing. Quando un’azienda passa di mano alle nuove generazioni spesso non si trova niente di meglio che aggiungere al vecchio nome questo aggettivo palingenico (che fa nascere di nuovo). Qualche volta ciò che viene bollato come nuovo, nel marketing, nel design, nella comunicazione televisiva, al cinema, nella moda e un po’ dappertutto di nuovo non ha proprio nulla. Ma c’è di peggio! Anche quando la creatività partorisce un’idea davvero innovativa non sempre questa viene usata bene e avvantaggia l’azienda che  ha speso tempo e soldi per darle vita. Spesso il NUOVO ha poco a che fare con l’identità aziendale, con il pubblico che ha fatto la fortuna di quell’azienda. E’ nuovo e tanto basta! Uno specchietto per le allodole. La magica novità non produce sempre gli agognati risultati sui fatturati. C’è da dire che questo effetto di abbagliamento, di ricerca compulsiva del nuovo design, del nuovo packaging, della nuova grafica, di una nuova idea è spesso appannaggio di aziende piccole e sprovvedute che accecate dal luccichio della novità si dimenticano di tenere ben saldo il timone sulla rotta prefissata  e segnata dalle stelle dei principi qualificanti della propria identità, dai suoi valori, dalle parole chiave che le danno significato. Non è facile definire l’ambito in cui sciogliere le briglie alla fantasia perchè il risultato alla fine esalti e valorizzi il proprio marchio. Meglio farsi aiutare da chi è abituato a gestire la propria creatività verso obiettivi precisi. Non sempre NUOVO è bello e utile.

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T–shirt personalizzate

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T–shirt personalizzate da YR Store in Boxpark il grande centro commerciale di Londra dove è possibile acquistare e disegnare la propria t–shirt stampando le immagini che più ci piacciono, creandole lì direttamente sui grandi schermi touch screen con applicazioni di grafica a disposizione nel negozio, oppure elaborando con calma le immagini da casa per poi portarsele in negozio con una chiavetta USB o via e–mail. Le nostre immagini verranno stampate in pochi minuti su magliette di qualità che ci porteremo a casa con sole 20 sterline.
Un gioco da ragazzi per t–shirt personalizzate con stampe di qualità.
Ancora una volta è il caso di riflettere su come la tecnologia digitale ci stia permettendo sempre più facilmente di creare nuovi oggetti (stampanti 3d) o di personalizzarne di esistenti (stampanti a sublimazione) in quantità molto limitate a costi più che ragionevoli, impensabili fino a qualche tempo fa quando per abbattere i costi di avviamento ed avere prezzi unitari decenti era necessario prevedere la produzione di grandi quantità di oggetti uguali. Ora invece sono diventati concreti i concetti di personalizzazione e le piccolissime campionature a basso costo.
Queste sono le nuove frontiere della creatività e dell’arte.