Articoli

piacere_scrivere-la-presentazione-aziendale_900

Piacere! Scrivere la presentazione aziendale

piacere_scrivere-la-presentazione-aziendale_900

 

Scrivere la presentazione aziendale è semplice!
Sul sito web il menù standard prevede sempre un pulsante CHI SIAMO, magari scritto in qualche altro modo ma la sostanza non cambia. Poi, all’inizio di un catalogo, nella cartella stampa, quando presentiamo un nuovo prodotto… insomma, ci rivolgiamo ad un pubblico che non sempre ci conosce già e in qualche modo tocca presentarci.
Facciamolo bene.

1 – Semplice
Scriviamo in modo semplice e chiaro. Periodi brevi, pochi aggettivi e avverbi, evitiamo termini troppo tecnici e sigle incomprensibili ai più.

2 – Chi siamo?
Se rispondiamo alla domanda –  Chi siamo? – sarà bene rispondere davvero. Le aziende sono fatte di persone… evitiamo di cominciare con “La nostra filosofia è…”. Scriviamo nomi, ruoli, competenze e magari, se ne siamo capaci, un aneddoto spiritoso. Sempre meglio raccontare la verità e non inventare tanto per scrivere qualcosa.

3 – Leader
Evitiamo di dire che siamo i leader nel nostro settore. È falso! Se fossimo davvero i leader non ci passerebbe mai per la testa di scriverlo.

4 – Prodotti
Cosa facciamo, che prodotto/servizio vendiamo.
Poche righe dovrebbero spiegare cosa offriamo. Due immagini scelte con cura, il logo, la grafica, il contesto avrebbero già dovuto spiegarlo prima delle parole.

5 – La storia
Va bene dare il giusto peso al trisavolo che nei primi anni del secolo scorso… Perfetto! Però cerchiamo di essere brevi. Diamo risalto alle attività degli ultimi anni.

6 – La filosofia
Ce l’abbiamo davvero una filosofia aziendale? Sì? Bene! Allora scriviamola e diamole risalto perché siamo tra i pochi ad averne una. Se non ce l’abbiamo non inventiamocela.

7 – Ciao! Funziona come tra le persone
Ricordiamoci che ci stiamo presentando. Non funziona molto diversamente da quando incontriamo qualcuno a cui teniamo e ci presentiamo parlando pochi minuti. Se raccontassimo tutto probabilmente ci prenderebbero per matti.
Molto meglio fare una bella impressione. Essere veri. Creare i presupposti per incontrarci ancora e approfondire la conoscenza.

8 – L’abito fa il monaco
Essere veri non significa mai essere sciatti, maleducati… brutti, sporchi e cattivi! A meno che il nostro prodotto non richieda una certa quantità di… trasciume. Ma anche in quel caso converrà fare attenzione che il carattere utilizzato sia leggibile, che i paragrafi siano impaginati con uno stile coerente, che non ci siano errori di grammatica e magari che il tutto abbia una certa originalità. Tanto per farci ricordare.

9  – Adattiamoci al mezzo
Dove pubblicheremo la nostra presentazione? Sito web, cartella stampa, depliant, catalogo, slide… Dovremo tagliare, ingrandire, aggiungere immagini, dividere per punti, concentrare tutto in un video di trenta secondi, poche parole in un biglietto o ci toccherà commissionare un romanzo ad uno scrittore.

A situazioni diverse a pubblici diversi, mezzi e modi diversi di presentarci.

10 – Regole che valgono sempre
Semplicità, verità, coerenza, immediatezza…

www-sito-wow

WWW.SITO.WOW

www-sito-wow

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Navigando in Internet a caso mi capita spesso di inciampare, anche senza StumbleUpon, in siti aziendali di ogni specie… abbaglianti, bellissimi, interessanti, brutti, noiosi, dalla grafica antidiluviana, labirintici, che mi chiedono di scaricare Flash, che mi aprono subito un bel pop–up e quelli che sempre più spesso si propongono di risolvere tutti i problemi della mia vita e avanzano il loro aiuto  con una certa aggressività, come se io potessi mai avere dei dubbi sull’efficacia immediata dei mezzi che mi offrono a fronte di una modica spesa.
Ma lasciamo perdere le divagazioni e torniamo ai siti che mi stupiscono.

Resto di stucco quando, navigando siti dalla grafica curata,  finisco a scorrere le news e scopro che la più recente risale al settembre del 2010. Mi informa che l’azienda sarà presente a una fiera internazionale di lì a quindici giorni. Appena sotto la news precedente mi dice che anche nel 2009 era successa la stessa cosa… 

Mi sorprendono i siti che preventivamente aprono una pagina di benvenuto con un’animazione fantastica e mi chiedono di scegliere la lingua che più mi aggrada tra le cinque o sei a disposizione. La cosa che mi sorprende di più è l’icona che prima di ogni altra cosa mi chiede di scaricare Flash Player per poter accedere alla splendida animazione di cui si parlava prima. Tutti i dispositivi Apple non vedono Flash perché tra le altre cose dicono… “Avere Flash Player installato è un invito ad entrare rivolto ai malviventi di tutto il mondo.”

Mi lasciano così… così… quei siti che al pulsante CHI SIAMO mi raccontano un sacco di cose tranne… CHI SIAMO.
Poi ci sono siti dai testi copia incolla, dai testi buttati lì, pieni di errori, dai testi che se non c’erano i testi era meglio. Internet e google in particolare amano le cose scritte in modo comprensibile e non copiaincollate.
Una parte del mio lavoro consiste nello scrivere per il web… se serve son qua!

Un sacco di aziende hanno siti realizzati agli albori di questo millennio, intendo molto prima del 2010. Se da una parte è un bel modo per dire – noi siamo stati i primi –  ora questi siti non danno un’immagine particolarmente innovativa dell’azienda e soprattutto non sono molto funzionali.
Rispetto a vent’anni fa realizzare un sito costa dieci volte di meno però guarderei ancora con sospetto a chi butta là offerte 3×1, sconti 70% o… incredibili TUTTO GRATIS. In genere davanti a queste cose mi vien sempre da chiedermi – dov’è il trucco? – Poi mi capita di guardarci dentro e capisco.

10-font-irrinunciabili

10 FONT IRRINUNCIABILI

10-font-irrinunciabiliScrivere un testo qualsiasi e pensare di mostrarlo, in una pubblicazione digitale o cartacea non fa differenza, vuol dire pensare ad un carattere tipografico, ad un font che lo renda leggibile, gli dia letteralmente “carattere”. Un font che interpreti al meglio il messaggio contenuto nel testo.

Senza tanti preamboli vi mostro 10 font che mi piacciono, che per un motivo o per l’altro vale la pena usare.
Alla fine… sorpresa!

 


Irrinunciabile! Quello che risolve sempre tutto e non stanca mai. Dal bold all’ultralight per dare chiarezza, forza, eleganza e…


Ha fatto la storia della tipografia. Prendete un libro qualsiasi, novanta su cento è scritto in Garamond.


Modernissimo da sempre, ha una precisione geometrica che lo colloca tra i caratteri senza tempo.


Lo dice il suo nome, è il font perfetto per comporre i titoli, per alzare la voce… senza perdere il controllo!


Elegante, con una vena retrò, sfoggia le sue grazie appena accennate sugli schermi cinematografici di tutto il mondo dando forma ai titoli di tutti i film di Woody Allen. E se l’ha scelto lui…


Altro carattere che ha fatto la storia della tipografia, con quell’alternarsi di tratti sottili e segni più marcati non è il massimo della leggibilità ma come un profumo di classe si riconosce subito.


Un font che mi ricorda la vecchia macchina da scrivere di mio padre. I tasti rotondi, neri, lucidi con le lettere in bianco, il rumore secco di una fucilata ad ogni battuta, la carta quasi bucata dai martelletti trattiene quel poco di inchiostro che arriva dai caratteri metallici consumati…


Ha un grande successo sul web, soprattutto sui social.  Dal sapore vagamente Hipster, mi piace nella sua versione light. Esistono solo i caratteri maiuscoli.


Il font della mia giovinezza! Adesso lo guardo con qualche perplessità e con indulgente malinconia. Ricorda i trasferibili della Letraset o quelli più economici della R41. Quando comporre un volantino decente era un lavoraccio! Trasferibili??? Beati voi se non sapete cosa sono!


Uno dei migliori font “script”. Attenzione: da usare esclusivamente nella versione minuscola. Come tutti i font decorativi e simili  meglio usarli con attenzione e parsimonia.

La sorpresa?
Facciamoci un font tutto nostro? Con la nostra scrittura, così da scrivere al computer esattamente come quando scriviamo a mano con la vecchia stilografica del nonno?
Presto fatto! Andiamo al link qui sotto, seguiamo le semplici istruzioni e in un amen avremo installato il nostro personalissimo font.

www.yourfonts.com

mettiamoci-la-faccia

METTIAMOCI LA FACCIA

mettiamoci-la-faccia

 

Quante volte ci è capitato di guardare un biglietto da visita tornato a galla dal fondo di un cassetto e non ricordare assolutamente nulla del titolare. Leggere Dottor Tal Dei tali, Azienda, Telefono, e–mail e… Niente! Nessun ricordo… Nulla!
A questo punto ci sarà venuto il dubbio che possa essere successa la stessa cosa a tanti altri con la nostra targhetta ormai divenuta evanescente.
Anche voi avrete pensato, come me, che il modo migliore per farsi ricordare meglio è quello di metterci la faccia! Magari poi non l’avete mai fatta quella foto e il vostro biglietto rischia ancora di finire nel limbo fumoso dei ricordi perduti.

Ecco allora 10 idee per farla finalmente la foto!

1 – la fototessera della patente non va bene. Però come per i documenti manteniamo uno sfondo uniforme e bianco. Un bel muro andrà benissimo e sarà più facile impaginarla.

2 – Una luce di lato che dia tridimensionalità sarà perfetta… e non importa se mezzo viso rischierà di finire troppo in ombra.

3 – Un bel sorriso, uno sguardo pensieroso o un’espressione strana, andrà bene tutto, purchè non sia banale come un santino funebre… e allora via con linguacce, occhi che guardano la punta del naso, smorfie, ammiccamenti e sguardi languidi.

4 – Bello il bianco e nero ma vanno benissimo anche i colori purchè lo sfondo resti neutro. Meglio esagerare con colori sgargianti e neri profondi o grigi quasi impercettibili, posterizzazioni e tutti i filtri di Photoshop sperando alla fine di essere ancora riconoscibili.

5 – Il primissimo piano va benissimo, anche il mezzo busto funziona, evitiamo però di allargare l’inquadratura fino alla punta delle scarpe.

6 – Gli occhi sono il focus di tutto. Sono loro che anticiperanno la nostra stretta di mano.

7 – Un modo divertente di osare inquadrature poco ortodosse sarà quello di giocare con le mani davanti al nostro viso.  Un saluto militare fuori ordinanza, un pollice alzato, una mano aperta  da cui far capolino… Sono infiniti i modi in cui le mani possono parlare per noi.

8 – Quasi dimenticavo l’abbigliamento. Va bene quello che ci rappresenta meglio, camicia, giacca, t–shirt… Evitiamo di vestirci di bianco per non rischiare l’effetto testa appoggiata ad un collo che fluttua nel vuoto.

9 – Si può giocare con accessori che sottolineino la nostra personalità. Occhiali da cecati o solo per far scena, perfino scuri o a specchio, indossati sulla punta del naso o appoggiati alle labbra… cappelli di ogni foggia, cravatte, foulard…

10 – Anche il nostro cane o il gatto potrebbero entrare con successo nell’inquadratura. Perfino il nostro pappagallo, il camaleonte di casa o l’allegro serpentello che ci aspetta sempre sul divano darebbero un tocco unico al nostro profilo.

L’obiettivo è quello di farsi ricordare, di legare la nostra faccia alla nostra attività in modo che l’espressione del nostro viso dica chi siamo e anticipi il nostro saluto cordiale.

creatività-EXTRALARGE

CREATIVITÁ EXTRALARGE

creatività-EXTRALARGE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

XXL Extralarge non è solo un modo di definire le taglie forti.
Extralarge è un bel filtro da porre alla creatività.

Extralarge é un foglio bianco 50×50 con una foto tagliata strana impaginata di lato lunga e stretta.

Extralarge sono vetrine alte come palazzi piene di luce e vuote di quasi tutto.

Extralarge sono le parole piene di tutti i significati possibili composte da tre lettere lunghe come MAI.

La creatività extralarge è fatta di segni grandi, veloci e scuri come tagli tirati su superfici d’oro.

La creatività è fatta di silenzi enormi e di homepage deserte.

Storie infinite composte dal ripetersi sempre uguale delle solite magiche stronzate.

Logos extrabold quadrati neri e bianchi.

Lo spazio della creatività diventa extralarge quando si ha il coraggio di esagerare, di togliere tutto, di riempire gli spazi di niente, di scegliere il buio o le luci abbaglianti.

La creatività si allarga se le si dà tutto lo spazio che merita!

invitare-agli-eventi_d

INVITARE AGLI EVENTI

invitare-agli-eventi_d

 

Chiamare a raccolta il pubblico dei nostri eventi, cene,  fiere, presentazioni, feste, degustazioni, inaugurazioni e… chi più ne ha più ne metta… non è un’azione banale come sembra.

Anche l’invito, se fatto bene, aumenterà il successo della nostra manifestazione.

Cosa fare?

Inventiamo un titolo stuzzicante. Dipenderà dal tipo di appuntamento, di cui dovrà sottolineare il tono. Scriviamolo in grande che sia immediatamente leggibile.

Scegliamo un’immagine che dica già tutto… o viceversa un segno che stupisca o incuriosisca.

Titolo e immagine saranno gli stessi per tutte le azioni di comunicazione, anzi, parleremo di vera e propria immagine coordinata dell’evento. Un’immagine che dovrà rispettare e richiamare l’identità di chi lo promuove.

Ricordiamoci di scrivere le cose essenziali. Oltre al titolo, la località precisa con via e numero civico, visto che oggi ci arriviamo tutti col navigatore o portati dallo smartphone. L’indirizzo e–mail e il numero di telefono sono indispensabili se chiediamo conferma della partecipazione aggiungendo a piè di pagina RSVP (Répondez, s’il vous plaît)

Per comporre il nostro invito, come per il manifesto e il resto, non useremo più di due Font, possibilmente semplici e leggibili.

Due modi per inviare l’invito e due mondi con variabili pressoché infinite: per posta dentro una bella busta di carta o via email…  i piccioni viaggiatori e la posta pneumatica non contano.
Tralascio di affrontare le infinite variabili cartacee, tutte bellissime e molto più costose. Se inviamo l’invito via email possiamo arrangiarci con il nostro programma di posta, oppure affidarci a programmi di email marketing nel caso di una mailing–list affollata come piazza del duomo e la necessità di avere un formato più professionale.

Se ci arrangiamo con google o altro programma di posta dovremo far attenzione alla qualità e al peso delle immagini che alleghiamo. Inutile dire che più sono leggere e meglio è, in ogni caso cerchiamo di non superare il megabyte.
Per quanto riguarda la qualità, se l’immagine contiene del testo, scegliamo i formati PDF o PNG che consentono una lettura più nitida degli elementi grafici rispetto al più usato formato JPEG.

Ci sono tanti altri modi di invitare amici e clienti o potenziali clienti ai nostri eventi. Anche modi meno formali e più veloci. Google ci mette a disposizione Calendar  e Facebook ci dà la possibilità di creare il nostro evento, di pubblicizzarlo e di invitare chi vogliamo. Possiamo creare un gruppo su  whatsapp e inviare ad ogni membro un’immagine o un  piccolo video.

Se la nostra manifestazione avrà un tono molto formale dovremo usare dei toni sobri, che non vuol dire  non si possa essere anche molto originali.
Se vorremo dare un tono esclusivo al nostro evento non ci affideremo ai social per pubblicizzarlo e invieremo gli inviti in forma cartacea per posta. A questi affiancheremo eleganti inviti digitali inviati via email.

Se invece vorremo dare la massima visibilità possibile invieremo inviti via email e useremo tutti i canali social per pubblicizzare l’evento.

In ogni caso il nostro invito dovrà avere carattere ed essere chiaro.

inquadrare_e_tagliare_296

INQUADRARE e TAGLIARE

inquadrare_e_tagliare_634

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Saper inquadrare e tagliare cambia le fotografie.

Una foto, un’immagine può essere bella oppure brutta, al di là dello scatto fotografico, delle infinite possibilità di elaborazione grafica e di fotoritocco oggi disponibili.

Il modo di tagliare e impaginare una foto la cambia completamente.
Qualche riflessione sul momento dello scatto.

Quando scattiamo una foto, per hobby, per passione, per divertimento, ci viene spontaneo scegliere  immediatamente il taglio che vogliamo dare alla nostra immagine. È una delle prime azioni creative che facciamo: inquadriamo. Scegliendo una certa inquadratura, magari in una frazione di secondo, in quell’attimo ne scartiamo centinaia di altre possibili.
Bello! Fa parte del gioco.
Se però l’immagine che stiamo scattando, o un fotografo sta scattando per noi, farà parte di un progetto di comunicazione, forse varrà la pena, dopo aver scelto il tipo di inquadratura, allargare un po’ il campo di ripresa  per  consentirci di utilizzare quell’immagine  modificando successivamente il taglio. Potremo così utilizzare la stessa immagine in composizioni grafiche molto diverse senza spendere ore a clonare pezzi di sfondo con risultati spesso dubbi.

Teniamo presente che tanto più l’immagine che stiamo scattando è significativa e bella, tanto più vorremo utilizzarla a corredo di strumenti diversi, che richiedono tagli diversi.

È la legge dell’immagine coordinata, la stessa foto dovrà poter occupare formati orizzontali e verticali mantenendo, se possibile, la stessa carica emozionale.

Saper inquadrare e tagliare fa la differenza.

Vale sempre la pena allargare l’inquadratura, anche se al momento vi sembrerà di aver tolto qualcosa allo scatto, anche se, mentre lo suggerite al vostro fotografo, vi guarderà come si guarda un cretino che sta rovinando il suo lavoro. Come un ladro che gli sta rubando un po’ del suo spazio creativo.
Ha ragione.
Poi, al momento del taglio sarà come scattare di nuovo!

BELLO-è-UTILE_296

BELLO è UTILE

BELLO-è-UTILE_634

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quante volte abbiamo sentito la frase – l’importante è che sia utile, funzionale, non è importante che sia bello! –
Invece il bello è utile, vantaggioso economicamente e assolutamente indispensabile per comunicare l’azienda.

– Fa parlare di sé e si fa vedere.

– Emoziona e fa innamorare.

– É innovativo e stupisce.

– Ha tante cose da raccontare.

– Non è banale.

– Trasmette le capacità dell’azienda,

– e i suoi valori 

– É semplice

– Fa vendere

Realizzare un bel oggetto, un bel logo, un bel depliant o un bel catalogo, un bel sito internet, delle belle fotografie, un bel testo per il blog, per face book o per la tua newsletter… fare le cose bene e far sì che siano belle non costa di più e soprattutto tuoi investimenti in design e comunicazione non saranno controproducenti.

La creatività deve mostrare il progetto che la ispira!

Progettiamo insieme delle cose belle!

IL-PRODOTTO-DA-GIOVANI_296

IL PRODOTTO DA GIOVANI

IL-PRODOTTO-DA-GIOVANI_634

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il prodotto da giovani non esiste!
Mi capita tutti i giorni di discutere del pubblico a cui è diretto un certo prodotto. Per semplificare, oggetto di lusso, della tradizione, fattura artigianale, prezzo elevato… il target è tra i quaranta e i sessanta, viceversa easy, modaiolo, di fattura industriale, slegato dai valori della tradizione, prezzo contenuto…  sarà un prodotto rivolto ad un target tra i 18 e i trenta/quarant’anni.
Troppo semplice!

Il ragionamento appena fatto sembra lapalissiano ma non lo è per niente. Il dato anagrafico oggi coincide solo marginalmente con le capacità di spesa e con i valori di riferimento. C’è un gran rimescolamento di ruoli, di valori, di necessità da appagare.
A prescindere dal portafogli, infatti per ogni fascia di mercato le logiche si ripetono, dalla fine degli anni sessanta la “giovinezza”, l’essere, l’apparire o l’essere considerati “giovani” è diventato un valore assoluto che se ne abbia consapevolezza o meno.
Figli tra i 18 e i trent’anni e genitori con venti trent’anni di più, frequentiamo gli stessi locali, ci vestiamo allo stesso modo, mangiamo e beviamo le stesse cose, facciamo vacanze simili.
Addirittura negli ultimi dieci anni ci siamo scambiati di posto. I ragazzini arcistufi di condividere jeans stracciati e scarpe da ginnastica con papà e mamma hanno iniziato a vestirsi e ad atteggiarsi come gli idoli dei nonni riempiendo le strade di cloni di Audrey Hepburn e Gregory Peck  sullo sfondo di una rediviva filosofia/moda/cultura hipster e rimescolando tutto.
Noi genitori non ci siamo lasciati spiazzare. In un secondo ci siamo buttati in questo tritamode prendendo quello che piaceva di più, le cose più facili… barbe, ciuffi e andandoci a riprendere le camicie a quadri sottratte dai nostri figli ai nostri genitori  appena l’altro ieri.
Poveri ragazzi, tutto inutile. Vogliamo essere sempre giovani. Qualsiasi nuova moda inventiate o riesumiate dalle nostre cassepanche sarà immediatamente anche la nostra.
Cari stilisti, designer, chef stellati, inventori di carabattole e artigiani inarrivabili…  Sia che s’inventi un aggeggio di plastica fluo o che si lavorino materiali nobilissimi con perizia manuale eccelsa l’obiettivo dovrà essere lo stesso:  farci sentire tutti… ggggiovani!
Quindi non esiste il “prodotto da giovani”.
O forse sì!
Di certo sono quelli comprati dagli ultracinquantenni.

Per disegnare e comunicare i valori del tuo prodotto occorre riflettere sull’identità della tua azienda, sui tuoi valori. Occorre essere veri.
Se vuoi, possiamo lavorarci insieme.

IL-VUOTO-DA-NON-PERDERE_296

IL VUOTO DA NON PERDERE

IL-VUOTO-DA-NON-PERDERE_634

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il vuoto, lo spazio dilatato, è segno di importanza!

Sto impaginando un giornale aziendale. Ho scelto un formato quadrato, grande, da piegare in quattro. Non è la prima volta che uso questo formato ma adesso voglio lasciare vuoto almeno metá dello spazio che ho a disposizione in modo che le immagini e i testi occupino le pagine come personaggi su di un palcoscenico.

Tante pagine, quattro volte più grandi di un A4, e un sacco di spazio.

Un paragrafo viene evidenziato dalle righe vuote che lo incorniciano, la pagina bianca mette in risalto l’inizio di un nuovo capitolo. Più grande è il vuoto più i segni grafici sono forti e pieni pathos. Una foto isolata a cui giustapporre un blocco di testo giustificato a sinistra e nient’altro.

Lo spazio vuoto dà importanza a tutto.
ECCO DIECI VUOTI DA NON PERDERE:

– IL VUOTO IN VETRINA
L’esposizione in qualsiasi ambiente e per soddisfare qualsiasi richiesta necessita di superfici omogenee, di spazi dilatati, di oggetti isolati.

– IL VUOTO NEL DEPLIANT
La grafica del nostro depliant deve avere spazi vuoti, pagine bianche, grandi immagini isolate.
Ciò che mostriamo e vogliamo comunicare è importante e merita di non soffocare.

– IL VUOTO NELLE IMMAGINI
I nostri prodotti e la nostra azienda devono avere tutto lo spazio che meritano nelle immagini con cui comunichiamo. Scegliamo sfondi omogenei ed evitiamo come la peste i sovraffollamenti.

– IL VUOTO DA ABITARE
Se ne abbiamo la possibilità scandiamo con vuoti gli spazi che abitiamo, la casa e i luoghi del lavoro.

– IL VUOTO COME SILENZIO
Il silenzio è il vuoto per eccellenza, infatti nel vuoto non si propaga nessun rumore.
Togliamo le musiche di sottofondo che non hanno motivo d’essere e immaginiamo la forza del silenzio.

– IL VUOTO DELLA FORMA
Disegnare un oggetto significa trovare un equilibrio di forme. Tutto ciò è assenza più che moltiplicazioni di segni.
Isoliamo la curva sinuosa che abbiamo disegnato per lo schienale della sedia, per il manico del bricco o per l’elemento clou della nostra ultima collezione di gioielli.

– IL VUOTO COME ESSENZA
Il nostro logo dovrà parlare di noi alla prima occhiata.
Liberiamolo da tutto ciò che non serve.

– IL VUOTO COME ASSENZA
L’assenza di sovrastrutture, di coperture, di mascherature… il vuoto come assenza del superfluo.

– IL VUOTO NEL WEB
Abbiamo paura che la home page del nostro sito sia troppo vuota?
Proviamo invece a pensarla quasi vuota davvero.
In mezzo al surplus di immagini e parole che inondano tutti forse sarebbe più visibile e utile.

– IL VUOTO COME BUIO
Un negozio buio? Emozionante e difficile!
Il buio dovrebbe essere usato così come dovremmo usare la luce. Con attenzione e consapevolezza.

Il buio, la luce, il vuoto e il pieno, la rarefazione e l’affollamento, il silenzio e il rumore o la musica… sono tutti elementi indispensabili per progettare gli spazi e gli oggetti e per presentare e comunicare le idee e i prodotti.
Dobbiamo ricordarci di usarli e imparare a calibrarli.

ATTENZIONE!
Prima di fare il silenzio e il vuoto, prima di creare spazio intorno a qualcosa, assicuriamoci che quella sia esattamente la cosa che vogliamo comunicare e far vedere. Accertiamoci che meriti davvero tutta questa attenzione e vestiamola come si deve.

strategie_oblique_296

STRATEGIE OBLIQUE E PENSIERO LATERALE

strategie_oblique_634

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Delle “Obliques Strategies”–  strategie oblique di Brian Eno e Peter Schmidt ho già parlato tante volte ma una in più credo non guasti.

Se stiamo pensando ad un progetto, mentre cerchiamo di realizzare un’idea, o stiamo esprimendo la nostra creatività in un campo qualsiasi, capitano momenti in cui ognuno di noi non sa più che pesci prendere.A volte non solo non abbiamo risposte, ma qualche volta non riusciamo nemmeno a formulare le domande, oppure sono domande così banali da meritare solo risposte ovvie.

In questi momenti è fondamentale cambiare completamente lo scenario, uscire dalle logiche e dalle regole preconfezionate che sono sì belle comode ma finiscono per portarci sempre ai soliti risultati.

Facile a dirsi, più complicato a farsi.

In un momento così  possono venirci in soccorso  le “strategie oblique” di Eno e Schmidt per sturare la nostra mente intasata.

Per farsi un’idea di cosa sono date un’occhiata qui e se vi piacciono compratele.
Sentite bene, non si tratta di prenderle alla lettera, ma di lasciarsi ispirare…
Intanto prendo qualche carta a caso… e speriamo bene!

Ecco:

1 – Abbiamo bisogno di buchi?
I buchi si possono mettere dappertutto, si può bucare un oggetto, lasciare uno spazio, chiedersi se sono proprio necessari quelli che abbiamo fatto col trapano o… con l’immaginazione…

2 – Scopri le tue formule e abbandonale.
Basta con il solito formato quadrato! Landscape, landscape, landscape…

3 – Osserva l’ordine in cui fai le cose.
Cominciamo col scegliere un materiale mai usato prima…

4 – Sii stravagante.
Accidenti! Pensavo già di esserlo fin troppo!
Ok! In copertina metterò un pesce verde… qualunque sia il tema.

5 – Onora il tuo errore come un’intenzione nascosta.
Se il post non vi piace sappiate che lo stavo cancellando… ma poi ho letto questa!

6 – Pensa alla radio.
La radio? La scatola con la musica, le interferenze, i canali, la libertà di cambiare, di spegnere…

7 – Il principio della contraddizione.
L’elogio della semplicità scritto con caratteri Scratchy

8 – Usa persone “non qualificate”.
Le foto del mio prossimo profilo le faccio scattare a mio figlio di 6 anni.

9 – Cosa farebbe il tuo amico più caro?
Urca! Pignolo com’è per prima cosa cercherebbe un righello o un dizionario.

10 – Sei un ingegnere.
No! Impossibile… passo alla carta successiva!

11 – Accentua i difetti.
Questo post è troppo lungo… vabbè…   toccherà sorbirvelo ancora.
Le gambe di quel letto mi sembrano troppo corte? Le tolgo del tutto.

12 – Lavora ad una velocità diversa.
Provo a dilatare i tempi… oppure vado a scrivere sul Frecciarossa.

13 – Domanda al tuo corpo.
Ergonomia, ergonomia… ma anche sensualità, forza, morbidezza.
Se disegnate un tavolo mi raccomando, l’altezza è sempre 72 cm eh!

14 – Rendi ciò che è perfetto più umano.
La perfezione è il peggior difetto che esista perciò il tavolo di prima lasciamolo a 72 cm che va benissimo ma rendiamo ancora più irregolare la sua superficie e che nessuno dei suoi quattro lati sia uguale all’altro.
Ah! Se trovate errori in giro… era per rendere questo testo più umano!

15 – Non cambiare nulla e continua con compattezza immacolata.
Qualsiasi sia il lavoro andiamo avanti a testa bassa!
Oppure rendiamo tutto compatto e bianco.
Oppure ancora, guardiamo al nostro lavoro con sguardo ingenuo.

16 – Ascolta la voce quieta.
Tiriamo fuori il nostro lato contemplativo, smussiamo i toni…

17 – Usa una vecchia idea.
Qualcosa di simile l’abbiamo già fatto di sicuro.
Come me ora che scrivo ancora di strategie oblique!

18 – Cosa aumentare? Cosa ridurre?
Aumentiamo le quantità e riduciamo i costi… troppo ovvio!
Riduciamo le superfici e aumentiamo gli spessori.
Aumentiamo la dimensione del font e riduciamo il testo.
Riduciamo la curvatura e aumentiamo la trasparenza.

19 – Ci sono sezioni? Considera transizioni.
Il nostro lavoro è diviso in più parti? Layer, capitoli, paragrafi, partiture, materiali, componenti…
Proviamo tutte le relazioni possibili: interruzioni brusche, sfumature, dissolvenze, flashback, incastri, contaminazioni…

20 – Solo un elemento per ogni tipo.
Ogni riga un carattere diverso?
Ogni finestra una forma diversa.
Le gambe del solito tavolo alto 72, una barocca, una liberty, una country e l’altra blu.
Depliant fatto di pagine con carte diverse, formati diversi, grafiche diverse, e…

Non so se sono stato fortunato estraendo queste carte. Nelle altre 88 Strategie Oblique (nell’edizione del 2013 sono 106 + 2 di istruzioni) forse era nascosta qualche ispirazione più utile… chissà!

oggetti-fotogenici_296

Oggetti fotogenici

oggetti-fotogenici_634

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ci sono oggetti fotogenici?
Una persona può sembrarci bella o brutta, addirittura spesso abbiamo la presunzione di definirla bella o brutta e stop!
Cercando un modello o una modella per le nostre foto scegliamo tutti più o meno gli stessi tipi.
E per gli oggetti?
Le aziende e i commercianti che devono fotografare i prodotti per le pagine dei loro cataloghi hanno idea di quali siano quelli più fotogenici?
Non é che ogni oggetto venga bene allo stesso modo.
Per ogni categoria commerciale ci sono prodotti che fanno sempre la loro porca figura e altri che per quanto ci si impegni non mostrano mai il loro lato migliore.
Un po’ di esempi per capirci.

Arredamento.
Una sedia, una poltroncina, uno sgabello verranno sempre benone, un armadio a sei ante al confronto non dará mai le stesse soddisfazioni fotografiche.
Gioielleria.
Sará più facile fotografare un anello, per brutto che sia, che un qualsiasi splendido paio di orecchini per non parlare di qualche collanina anche se tempestata di diamanti.
Abbigliamento.
Con le scarpe andiamo sul sicuro… A dover fotografare solo pantaloni c’é da restare in braghe di tela!
Cartoleria.
Una penna per banale che sia avrà sempre modo di stupirci… un quaderno con i suoi fogli bianchi… decisamente meno.
Attrezzatura per la cucina.
Posate, mestoli e coltellacci saranno personaggi intriganti per le foto dei nostri cataloghi. Anche i bicchieri hanno un’anima glamour!  Pentoloni e taglieri invece ci daranno da pensare.
Profumeria.
Boccette e boccettine, pennellini, rossetti, cremine dalle confezioni intriganti… Ecco un settore dove sembra tutto facile…
Attrezzature sportive.
Palle, manubri e racchette da tennis avranno gioco facile a stracciare attrezzature più ingombranti e meno fotogeniche come tapis–roulant e cyclette.
Elettronica di consumo.
Telefonini, televisori e tablet sono sempre più rettangoli nero/grigi sottili che da spenti dicono poco… volete mettere l’incontro vis a vis della vostra macchina fotografica con… un’altra macchina fotografica!
Elettrodomestici.
Frigoriferi, lavatrici, forni e lavastoviglie sono per lo più cuboni bianchi. Meglio la forza plastica di un aspirapolvere, di un phon o di un ventilatore!

Ecco! Mi sono dilungato anche troppo a dividere i prodotti in oggetti fotogenici e no.
Ma cosa rende gli oggetti fotogenici?
Vediamo.
Le dimensioni e la compattezza.
Un oggetto piccolo e compatto permette d’essere fotografato da diversi punti di vista rimandando in genere immagini interessanti.
Una certa semplicità.
Un oggetto semplice (ma non troppo) con contenuti estetici immediatamente percepibili consentirà al fotografo di far leva su questi evidenziandoli.
Materiali omogenei.
Le superfici omogenee mettono in risalto le forme ed aiutano la luce a disegnarne l’immagine.

Alla fine una riflessione semplice.
Se per il nostro catalogo non saremo obbligati a descrivere ogni singolo pezzo in modo troppo didascalico allora potremo giocare con i dettagli più interessanti, magari ingrandendoli a dismisura o inventando prospettive inusuali.
A queste foto di grande impatto emozionale accosteremo le immagini descrittive.
Certo poi un catalogo è fatto di tanto altro… grafica, testi, carta, idee…
Soprattutto idee! Come ogni cosa del resto.
 
Quali sono gli oggetti più fotogenici che ti vengono in mente?

 

Nell’immagine – pendenti in sasso di fiume oro giallo e diamanti
paolo marangon design

il-colore-viola_296

IL COLORE VIOLA, CREATIVITA’, POTERE E TRASGRESSIONE

il-colore-viola_634

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Oggi, Venerdì  Santo, nella tradizione cattolica, le chiese “…mostrano in viola che Cristo è morto”.
La citazione Gucciniana di  “Venerdì  Santo” mostra passioni molto più umane che religiose.
Da quando, giovanissimo DeeJay di radio libere,  mi occupavo solo di cantautori, da allora ogni Venerdì  Santo mi viene in mente la canzone di Guccini e di questa mi resta dentro solo una parola: VIOLA.
Oggi  mi perdonerete se mi lascerò andare a raccontarvi un onirico e insensato filo di parole che si attorciglia intorno a questo colore.
Amo il VIOLA più di  tutti i colori incerti e indefinibili che amo già più di tutti, colori difficili perfino da nominare che di solito per  essere precisi ci tocca evocare immagini eloquenti  e specifichiamo…  tipo…  giallo zabaglione col vermut che ce ne saranno venti tipi, o color cacchina di neonato il cui range è ancora più ampio. E così per  turchesi… ambre, colori di vini, di mele…
Mi piacciono i colori difficili da definire, roba che tocca girare con le mazzette dei PANTONE.
Ma ho divagato. Torniamo al VIOLA che è il mio colore ed è il colore di questa giornata anche se le due cose non c’entrano nulla.
VIOLA per me è il colore di Eros e Thanatos, non il rosso come tanti vorrebbero, e però neanche quel viola/blu di cui si addobbano le chiese per il lutto.
Un viola che tende al rosso e che sa di vinacce, di sangue rappreso e di mucose erogene.
Non Marsala che per inciso se qualcuno se ne fosse già dimenticato la PANTONE  ha eletto colore dell’anno.
Il viola che amo, che interpreta la passione di Eros e di Thanatos, è un viola/rosso che sa di prugne, di uva e di sangue, sangue blu naturalmente…  che è viola eh!
Il viola, nelle composizioni grafiche, rafforza ancora  di più le sue connotazioni drammatiche se abbinato a forme curve, curve e controcurve, ellissi, forme ovoidali, a font morbidi e indefiniti. Al contrario può ristabilire equilibri di algida eleganza se va a tingere forme spigolose semplici come rettangoli e triangoli con font a bastoni.
Nella teoria dei colori il giallo si oppone al viola ed è il suo complementare.
Giallo e Viola sono sempre stati icone pop. Penso alla Marilyn di Warhol, ok, ce ne sono di tutti i colori,  però se chiudo gli occhi la vedo,  la pelle rosa fucsia con le labbra magenta (e nel ricordo chissà perché diventa tutto viola)  e i capelli gialli su uno sfondo turchese.
Il viola è il colore degli anni ’60, della rivoluzione sessantottina, del maggio francese, del design, del gruppo Menphis, di Sottsass e compagnia bella, della cultura psichedelica, della modernità leggera fatta di bevande colorate, ghiaccioli, gelati ai mirtilli, lecca lecca ovali con lo stecchino e stivaloni di plastiche lucide che correvano su su fin quasi a lambire microgonne gialle.
Il viola è il colore della trasgressione e per una strana legge del contrappasso è il colore del potere assoluto, il colore con cui si foderano corone e mitrie, il colore dell’ametista vescovile e dei paramenti sacri.
Che strano il colore viola, The Color Purple, il libro di Alice Walker e poi il film di Spielberg e ancora The Scarlet letter , di Hawthorne (che, scusate, per me è viola uguale) e i tanti film che ne sono venuti.
Mi ritrovo a raccontarvi ancora del colore viola esattamente a un anno di distanza, non me lo ricordavo.
E’ un colore strano,  fatto di emozioni,  di luci al neon nei bar di periferia, un colore dal sapore dolce di caramelle e marmellate, un colore che profuma di cioccolato di uvetta e di vaniglia (il profumo di tutte le cose intense, belle e buone).
Il viola è il colore cangiante della creatività, del design, della moda, della trasgressione, della spiritualità e della morte.
Sarebbe bello ritrovarci tutti in una specie di gruppo di analisi collettiva in cui ognuno raccontasse il suo viola, i suoi viola, le sensazioni i ricordi, gli oggetti.
Com’è il vostro viola?

caratteri-da-assaggiare_296

Il sapore dei caratteri

caratteri-da-assaggiare_634

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I caratteri tipografici hanno proprio del carattere, così che a ciascuno di noi ne piacciono alcuni e altri no.
Succede come con le persone. Ci si sta simpatici o antipatici a pelle, ci si innamora e ci si odia.
Oppure come per i cibi, chi ama la polenta col brasato e chi solo cruditè, così per i font (dal latino fondere – fondere i caratteri in piombo come succedeva con la linotype solo fino a una trentina d’anni fa) i caratteri appunto, a chi piacciono belli grassottelli  e a chi smilzi, chi ama font eterei e aggraziati e chi tosti e tutti spigolosi, a chi dritti e puliti e a chi ondivaghi e arzigogolati.
Tutto ciò a prescindere dal fatto che se ne abbia più o meno confidenza, che si faccia il grafico di professione  o che tocchi scegliere il carattere solo una volta nella vita per scrivere le partecipazioni di nozze, o ancora, come accade sempre più spesso per mille inviti, seri e goliardici, per scritte da apporre in ogni dove, da – SIETE TUTTI INVITATI ALLA MIA FESTA DI COMPLEANNO … – a – PARCHEGGIO RISERVATO AI RESIDENTI – e poi non parliamo del milione e mezzo di scritte che ogni azienda, dotata o meno del professionista di turno o dell’anima pia piena di buona volontà, tocca mettere su Facebook, su Instagram e Pinterest, sul maxiposter… eccetera… eccetera…  e…
Sarah Hyndman ha scritto un libro  – The type taster  –  in cui pubblica i risultati dei suoi esperimenti su come l’identificare una persona, un cibo o altro con un carattere tipografico muti l’approccio a quella persona o a quel cibo e come, in fin dei conti, il font rappresenti in modo simbolico le qualità di quella persona o di quel cibo.
In uno di questi esperimenti venivano date da mangiare delle lettere commestibili e si valutava come venisse percepito diversamente il gusto al cambiare del carattere con cui era composta la lettera.
In un altro esperimento durante un evento di speedy dating  ai partecipanti veniva chiesto di scegliere un carattere che li rappresentasse e si vedeva poi quali tipologie di caratteri/persone si attraessero.
Bello no!

La Hyndman era felice di notare quanto interesse ci fosse per questo tema da parte dei non addetti ai lavori, tanto da cambiare la percezione della tipografia, ora non più…“la meno attraente tra le discipline grafiche”.

Una nota personale, io sono grato a Jonathan Ive, “deus ex machina”  di Apple per aver scelto l’Helvetica Neue, il font più elegante, leggero ed esile  che esista,  per identificare iPhone  e farsi imitare da un milione di grafici rendendo così  più bello il mondo. Amo la sua versione ultra light quasi illeggibile e spesso pure difficile da stampare con quei fili sottili come capelli biondi.
Ecco se dovessi decidere di farmi rappresentare da un font sceglierei proprio l’Helvetica Neue, accostando bold e ultralight… forza, decisione e leggibilità uniti alla leggerezza impalpabile di un respiro.
Il gioco funziona anche con tanti altri caratteri.

E  tu? Di che font sei?

Leggi anche – “Helvetica Neue, il nuovo font di iphone”

ECLETTISMO_296

Eclettico, versatile, curioso… elettrico!

 

ECLETTISMO_634

 

Quando penso alla parola eclettico mi saltano subito alla mente due nomi: Sister Act e Leonardo Da Vinci. Forse è difficile individuare due personaggi più distanti l’uno dall’altro quanto la vulcanica finta suora interpretata da Whoopi Goldberg ed il genio rinascimentale dell’autore della Gioconda, ma è proprio l’aggettivo eclettico ad unirli in una (insolita) libera associazione. In una scena di Sister Act 2 infatti Sister Act, alla prese con una classe di adolescenti ribelli definisce così uno dei ragazzi, che però non conosce la parola. Un altro cerca di spiegargliela con sufficienza, ma viene subito deriso dal gruppo, perchè ne ha confuso il significato con quello di “elettrico”. E mi ha sempre fatto sorridere questo piccolo brano, perché l’eclettismo in effetti è davvero elettrico; è qualcosa che ti dà la scossa, che trasmette un sacco di energia.

A proposito di energia, nonostante i secoli che ci separano, pochi personaggi storici riescono a trasmettermi la stessa infaticabile energia creativa e quasi demiurgica del genio versatile ed eclettico di Leonardo Da Vinci: pittore, scultore, ingegnere, esoterista e molto altro.

Mai come oggi è stato necessario essere versatili ed elastici, apprendere costantemente nuove tecniche e tecnologie (software di disegno, strumenti hardware e software eccetera). Servono nuovi linguaggi di comunicazione sul web, nuove forme espressive in grado di catturare l’attenzione del nostro pubblico distinguendosi nel rumore bianco del costante iperflusso di informazioni che ci bombarda incessantemente.

A chi si occupa di comunicazione non è più concessa la specializzazione professionale: a tutti è richiesto di sapere un po’ di tutto, bene o così così non ha davvero troppa importanza, basta che costi il giusto e sia… subito!

L’eclettismo è una cosa meravigliosa: per un direttore creativo è fondamentale, perchè ci consente di tenere sotto controllo tutti gli aspetti della comunicazione, nessuno escluso, e di valutare se e quando avvalersi di un professionista specializzato, e quali indicazioni fornirgli per guidarne il lavoro.

Penso alla direzione artistica di un servizio fotografico, solo per fare un esempio. Avere nozioni di fotografia, di illuminazione, di composizione dell’immagine mi permette di guidare meglio il fotografo nella realizzazione del tipo di immagine che ho in mente. Sapere quale testo accompagnerà l’immagine, in quale layout grafico verrà inserita, che sia un catalogo o un poster nello stand fieristico mi aiuta a scegliere il cosiddetto mood, l’atmosfera degli scatti.

Eclettismo non significa tuttologia, ma versatilità. Io sono innamorato del cinema, mi interessano la fotografia, la scrittura, la moda, la letteratura, l’architettura “classica” (gli architetti di una volta progettavano case, no?) il design industriale, la gioielleria, il social media marketing, il packaging design, la pop art ed il barocco, le brocche ed i ritratti, l’action painting e un sacco di altre cose e correnti ed idee che forse ancora non ho scoperto.

Non significa affatto che io sappia fare tutto, o che lo sappia fare in modo sempre e comunque eccellente, ma possedere una mente eclettica, curiosa e sempre assetata di nuovi stimoli è una risorsa fondamentale per il mio lavoro di designer, ma anche quando nel (pochissimo) tempo libero mi dedico a ciò che mi appassiona di più, ovvero l’arte.

E in questo periodo, oltre a tutto il lavoro di consulenza e progettazione per i miei clienti, l’arte sta riprendendo il posto che le spetta nella mia vita, contaminando tutto il resto in modi che spesso sorprendono (positivamente) me e soprattutto i miei committenti.

Nuovi progetti stanno nascendo, e crescono rapidamente.
Sono eclettico, e sono elettrico. È una bella sensazione.

food_packaging_storie-di-gusto_296

FOOD PACKAGING – STORIE DI GUSTO

food_packaging_storie-di-gusto_634

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2015 è l’anno di Expo: Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita. Si parla, e tanto, di cibo: padiglioni, progetti e aree tematiche, irrinunciabili quelli di Arts e Foods (expo2015 – arts&foods) e il Future Food District (expo2015 – future-food-district)

C’è cibo dappertutto: in televisione, sui libri, sui giornali, nei socialnetwork, cibo fotografato ed iperconsumato, cucinato, impiattato, condiviso, instagrammato, commentato, raccontato, discusso, criticato, osannato. Non sono più le rockband ad avere le groupies, sono gli chef. La fila si fa per entrare da Eataly, il libro più desiderato è quello di Massimo Bottura, e stellati non sono più i cieli di Van Gogh, ma i ristoranti dall’aria rarefatta di luoghi sacri di una nuova religione.

Milano è la nuova capitale del cibo, anzi, del FOOD, dove il sostantivo già inizia a farsi  packaging. Etichette vagamente hipster, shopper di tela, libri di cucina indiana dentro un sacco di canapa, scatole di cartone grezzo chiuse da un pezzo di spago. Per un cibo che prima di essere mangiato deve essere fotografato e pubblicato con almeno sei hashtag, il packaging è parte dell’esperienza stessa di consumo: materico, multisensoriale, ammicca dagli scaffali della grande distribuzione o dalle mensole di legno delle gastronomie di lusso dentro la ricca e sonnolenta provincia.

Il packaging è immagine, e l’immagine continua a vendere. Un panino al bar. la pizza da asporto, il vassoio di paste della domenica: sono i colori della scatola, la grana della carta, il lettering giusto a trasformare qualcosa di banalmente buono in una specialità gourmand, è l’hashtag stampato a raccontare chi siamo, nella rete e fuori, attraverso gli occhi di chi ci sceglie.

Vogliamo mangiare cose sane, cose buone, cose che fanno bene, e vogliamo che siano belle, coerenti: carte ruvide per fuggire via dalle raffinazioni artificiose del’industria, tinte rubate alla madre Terra perchè i coloranti sono veleno, shopper di tela dai messaggi politicamente (s)corretti per far pensare e veicolare identità e filosofie.

Cose sane e belle, per continuare a definire la nostra identità attraverso ciò che consumiamo; è l’epoca dell’oversharing, dello storytelling, del personal branding.

E la storia di chi siamo noi inizia da come vestiamo il nostro prodotto.

Che storia vuoi raccontare?

marsala_296

Marsala e basta, basta marsala!

marsala_634

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dopo il Radiant Orchid del 2014, Pantone nomina colore dell’anno 2015 il MARSALA, codice 18–1438.
Ok, mi dico, perfetto, un grande tributo all’Italia, a uno dei suoi prodotti più famosi, che diventa punto di riferimento cromatico per tutta la creatività mondiale.
Ottimo. Meraviglioso. Fantastico, no?  Sì.

E allora dai marsala a fiumi,  marsala come piovesse, marsala mescolato ai fiori e alle righe sulle passerelle della moda internazionale, declinato tono su tono o in abbinamenti tenui con tutta la gamma dei colori caldi più leggeri, o azzardato dentro spregiudicati accostamenti. Marsala con il blu cieloemare, con il rosso fuoco, marsala e viola, marsala sempreecomunque.
Verseranno litri e litri di marsala sulle finiture d’arredo, lo lanceranno addosso ai rivestimenti facendo gli artisti americani concettuali,  ne faranno cadere bottiglie intere sui pavimenti, ci ubriacheranno tende, divani, lampade e pentole. Dalla carta patinata delle riviste di moda ammiccheranno le nuance marsala di smalti, rossetti e ombretti, e nei selfie i capelli delle sensuali, morbide bionde di un istante prima abbandoneranno le note fruttate del Soave per tradirlo senza indugio con la tenebrosa dolcezza del marsala.

Redattrici d’interni e fashionblogger, modiste e pellicciai, il re ha detto marsala, il re è nudo, brindiamo alle quarantanove sfumature di marsala, e qualcuno poi dirà che no, no, non va bene così, non va, perchè di marsala ce n’è uno soltanto, lo dice Pantone, tutto il resto è cancellato, via, basta, con buona pace di chi cerca riflessi d’oro, d’ambra e rubino, e spacca il capello in quattro, travisando un punto di magenta con una sfumatura di lacca di garanza chiara. Di chi si dispera nella vana, frustrante ricerca di quel tono intenso ed assoluto visto chissà quando, chissà dove, uno di quei colori che non salteranno fuori neanche provando a mescolare il mondo, di chi sovrappone e incrocia e schiarisce e scurisce per poi buttare il pennello davanti a quel color terra desolata d’inverno perenne, che ha inghiottito tutte le sfumature di verde marcio e di blu notte.

Quello scuro, quello che va con tutto e che non sa di niente.

Sará questo, il marsala. Sarà dappertutto.
Andrà con tutto, e già sento nostalgia di Radiant Orchid.

scegliere-la-carta-per-la-stampa_296

Scegliere la carta per la stampa

scegliere-la-carta-per-la-stampa_634

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Se stiamo per stampare il nostro prossimo catalogo aziendale, la brochure della nostra attività, la cartolina di un invito ad un evento o anche solo un semplice biglietto da visita ricordiamoci di scegliere la carta per la stampa giusta.
Di carta per la stampa ce n’è di tutti i tipi: patinata lucida e opaca, tanto per iniziare proprio dalle cose semplici, uso mano, goffrata, vergata, opalina, filigranata, perlata, metallizzata, autoadesiva, riciclata, accoppiata, marcata, naturale, traslucida, gessata, tessile, colorata in massa, bicolore, ecologica, vellutata, avoriata, trattata…
Così tanto per dare un’idea del mondo infinito che si potrebbe esplorare ogni qual volta si decide di stampare qualcosa.
La scelta della carta non è secondaria, spesso cambia la resa della nostra pubblicazione da meraviglia a schifezza e viceversa.
Ovviamente più ci si avventura nella scelta di carte elaborate più si rischia di commettere errori pesanti. Al contrario rinunciando a priori a qualsiasi sperimentazione si resta inchiodati alle solite cose viste e straviste.
Comunque ci sono diversi motivi per cui alla fine, nella stragrande maggioranza dei casi, si usa una patinata qualsiasi. Il prezzo, normalmente decisamente più economico. La qualità del risultato finale, generalmente garantita dalle tipografie, a fronte invece di “se” e “ma” sollevati a iosa nell’ipotesi di voler usare carte meno comuni. La facilità di reperibilità in tempi rapidi.
Se però si punta ad ottenere un qualche effetto speciale, se si vuole parlare con la carta, dare la sensazione di aver cercato un materiale che aggiunga significato ai contenuti della stampa, allora si apre un territorio sconfinato di possibilità.
Teniamo presente che stampare solo del testo usando un solo colore è molto diverso dallo stampare  grandi immagini a tutta pagina in quadricromia, nel primo caso potremo scegliere praticamente qualsiasi supporto senza grandi differenze, nel secondo qualsiasi lieve variazione nella qualità della carta per la stampa cambierà il risultato finale.
L’esperienza alla fine è quella che conta, aver fatto un sacco di sbagli aiuta a capire cosa succederà usando una carta anziché un’altra.
Cerchiamo una tipografia di cui poterci fidare, che ne sappia di carta per la stampa, confrontiamoci e qualche volta proviamo a rischiare, il risultato non sarà mai così terribile.
Divertiamoci a scegliere il materiale giusto visto che il gioco durerà ancora per poco!
Fino a quando non verrà vietato l’uso della carta a tutto vantaggio di tablet, smartphone, schermi supersottili pieghevoli a memoria infinita e tutto quello che verrà. L’umanità si abituerà velocemente così come ci siamo abituati alla scomparsa delle tavolette di cera prima, e ai mille utensili da grafici spariti in questi ultimi vent’anni, tecnigrafi, trasferibili e cow–gum tanto per dirne qualcuno e rinfrescarci la memoria.

sottsass_citazione_296

Ettore Sottsass, la creatività

sottsass_citazione

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In fiera a Milano all’HOMI non ho saputo resistere dal rubare quest’immagine di Ettore Sottsass. Un ricordo del grande architetto milanese e al tempo stesso una citazione che racchiude un mondo di cui in tanti, in modi diversi, facciamo parte. Lo spazio della creatività che si moltiplica, si specchia e rimando ad altro. Dallo scarabocchio che fissa l’idea di un’orecchino al disegno di un  tavolo, all’allestimento di uno spazio espositivo, fino alle poche righe di un racconto, alla scelta di una luce strana per uno scatto fotografico. E’ grazie all’esempio di creativi dallo spessore immenso  e  dalla poliedrica forza espressiva come quella di Ettore Sottsass che tanti come me provano tutti i giorni ad inventare ancora qualcosa.

VICENZA-MARATHON_296

Che brutto logo per la VICENZA MARATHON

VICENZA-MARATHONSerata affollata ieri sera all’hotel Da Porto per la presentazione della Vicenza Marathon e dell’omonima società sportiva.
Bellissima l’idea e il coraggio di portarla avanti. Buoni ultimi nel Veneto non dovrebbe essere difficilissimo replicare il successo delle maratone cugine delle città vicine. Ottimo il concept alla base di tutto – maratona ad anello chiuso – partenza e arrivo disteranno poche centinaia di metri, evitando così i disagi e i problemi organizzativi delle maratone in linea come Padova, Venezia e Treviso. Probabile che ciò vada a discapito della velocità del percorso ma non si può avere tutto!
Altra questione poco chiara è la data, si parla di terza domenica di Novembre, quindi maratona decisamente freddina e a ridosso di tante altre. Difficile del resto trovare spiragli in un calendario sempre più affollato.
Solo un paio di cose che mi toccano direttamente: il nome e il logo.
Il presidente si è stupito del fatto che il nome Vicenza Marathon non fosse già stato registrato e ne ha approfittato di corsa! L’avremmo fatto tutti. Però mi chiedo se non si potesse comunicare con più forza la specificità vicentina mettendo il nome “Palladio” o “Palladium” nell’iscrizione della corsa. Sono certo che questo aspetto sia stato attentamente valutato e perciò resto ancor più stupito di una scelta tanto banalmente stereotipata.
Per ultima lascio la questione del logo, a mio parere proprio brutto! Ok i colori, belle tonalità di azzurro e verde ma la scritta, il quadrifoglio e tre archi delle scalette di Monteberico buttati lì con un omino scarabocchiato proprio male richiamano l’idea di una grafica abborracciata da consorzio caseario.
Mi dispiace proprio tanto che ad un evento che reputo così importante sia stato riservato un profilo così basso. Niente immagine della Basilica e della Rotonda si è detto in conferenza stampa e francamente non sono riuscito a capirne il perché. Tra le tante cose belle e buone queste due opere del Palladio sono certamente le più conosciute e ammirate nel resto d’Italia e all’estero, non capisco perché non farne il simbolo anche della più bella corsa della nostra città.
Tolto il rammarico per nome e logo, da maratoneta resta la speranza, che sono certo si realizzerà, di poter correre presto una bellissima 42 km sulle strade di casa.