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storia 014 dal mondo nuovo – della faccia e dei selfie

Capita il giorno che mi faccio un mare di selfie, con gli occhiali, senza occhiali, con lo sguardo serio che guarda in macchina dritto, impalato, come nelle foto tessere, oppure rido come un cretino e poi provo a fare un sorriso compiacente come a dire, ma sì sono una brava persona e un attimo dopo faccio gli occhi da matto, tipo killer scappato di galera. È la dura legge di chi deve vendersi. Perchè ok, scrivo, disegno, progetto, fotografo, metto insieme storyboard per video, invento logo e creo grafiche e impaginati di cataloghi e di banner, compongo gif animate e trovo concept intorno a cui fare art direction per corporate identity. È vero costruisco mockup di packaging, di stand di sgabelli e lampade ma alla fine, fatta salva un po’ di scrittura che poi è la stessa cosa, mi tocca vendere la faccia (niente battute facili, grazie). Sono io, quello che riesco a comunicare, quello che conta, ed è così un po’ per tutti. La mia faccia in genere non mi piace e mi consolo sapendo che quasi nessuno si piace, e per fortuna a forza di fotografarmi la punta del grosso naso che mi ritrovo ho imparato che così è meglio che cosà, che per sembrare naturale devo far sì che qualcuno mi fotografi di nascosto, che è meglio non ridere e che sorridere è anche peggio. Ecco da quando c’è internet e Facebook, che non a caso è il libro delle facce, e Instagram e tutto il resto bisogna metterci la faccia. È il primo modo di comunicare, il più semplice. Possiamo dire un sacco di cose, che tipi siamo, con foto semplici, creative, elaborate, eccentriche, tagliate, ironiche, trasgressive, dove ci facciamo vedere bene o dove non si capisce un tubo. Vanno bene tutte, evitiamo come la peste di mettere sui social il ritratto del cane o peggio di lasciare la silhouette grigia standard che non fa pensare a niente di buono.